I.

Lungo il mare sino ad Ancona. — All'Aspio. — Frati e

monache. — Paesaggio delle Marche. — Centenario Leopardiano:

il nuovo Santo. — Loreto e le melanconie della Madonnina

nera. — Leggende sul Leopardi. — Ingresso

trionfale. — Recanati. — Mattino recanatese. — Il recesso del

Poeta e gli abatini savi. — Montemorello. Lagrime. — Il

palazzo Leopardi.

Diceva mia madre che se avessi lasciato la città melanconica, l'anima

mia sarebbe consolata.

Fu così che nel pomeriggio delli 3 agosto 1898 partii da Rimini in

bicicletta insieme all'ingegner Pasini: il quale è un omino grigio, di

mezza statura, di mezza età, ma pedalatore grandissimo, e quando la sera

può riposare su la gloria di un centocinquanta chilometri, è

felicissimo: chilometri di montagna, s'intende!

Sul più bello delle nostre conversazioni, la mia bicicletta detonò come

una santa Barbara e il Pasini mi vide d'un tratto scomparire in una nube

di polvere come fossi stato una deità omerica. La pneumatica posteriore

era scoppiata!

Ed eccoci così d'un tratto trasformati in due pedoni curvi e polverosi,

oggetto di derisione ai passanti che prima invece guardavamo dall'alto,

volando con tanta superba prestezza!

Davvero si cammina su di una bolla d'aria, e non soltanto nella via che

da Rimini va a Pesaro!

La gomma era scoppiata presso alla Focara, di Dantesca memoria, e per

giungere a Pesaro ci volle una bella marcia: inoltre la via era tutta un

polverone, così che il nostro ingresso nella città di Gioacchino Rossini

non fu per nulla trionfale: un superbo signore, anzi, imberbe e

capelluto, che incontrammo trainato da due baldi destrieri, non ci degnò

di uno sguardo. Noi ne fummo molto mortificati, tanto più quando ci

assicurarono che quegli era il successore di G. Rossini, cioè il signor

Pietro Mascagni.

Benchè le riparazioni alla macchina ci facessero perdere assai tempo,

era tuttavia nostra intenzione col lume di luna di proseguire lo stesso

sino a Senigallia, ma la luna appunto che sorta era allora

melanconicamente lenta, si ottenebrò di vapori e il vento dal mare ci

portò l'odore della pioggia.

Deliberammo perciò di pernottare a Fano, e fu buon consiglio perchè

l'acqua cadde e prima noi ci addormentammo che quella cessasse.

*

Verso le tre del mattino il Pasini entrò nella mia stanza e, sporgendo

il candeliere dalla finestra, mi assicurò che tutte le stelle brillavano

meglio di prima; di fatti il primo sole del viaggio ci si levò

omericamente puro e grande dalla marina sonnolenta tuttavia.

Sul ponte del fiume Celano c'era un palo con l'avviso: “Vietato il passo

a più di quaranta quintali„, e questo fu il solo pericolo corso nella

giornata perchè poco dopo giungevamo a Senigallia ancora addormentata, e

benchè la attraversassimo di corsa, io non mi dimenticai di buttarvi il

mio biglietto di visita in memoria di esservi nato; cosa della quale io

stesso mi ricordo solo quando devo scrivere su la carta bollata anche il

luogo di nascita.

Dopo Senigallia, i villaggi, le ville innumerevoli, tutti adagiati lungo

la spiaggia che si incurva sino alla dorica Ancona, si svegliavano

allora. Forse di questo prematuro risveglio era anche causa il cannone

che dal forte del monte Conero ogni tanto rombava come un cane che

vigila sul mare. Ed io pensai: “Va! che il mare è deserto: la squadra di

Tegethoff non c'è più sul mare! Allora conveniva vomitar ferro e fuoco.„

Si destavano allora, dico: la gente, in abiti estivi si dondolava su le

vie presso le carrette delle pesche, delle verdure, del pollame.

Prendere il bagno, vivere lungo il lido, romanamente avvolti negli

accappatoi, mangiare, dormire, asolare: ecco la vita di questi giorni e

di questi luoghi e non dei ricchi soltanto! Alla sera si apre il

giornale e si trova con dispiacere che le cose d'Italia vanno male. Or

via! signor ingegner X***, a lei che è milionario e pur lavora dodici

ore il giorno e dalla terra lombarda vince con le sue macchine la

concorrenza mondiale e afferma che la sua ambizione maggiore è di

mandare all'estero degli operai italiani che sappiano montare una

macchina come un operaio inglese; e anche a lei, signor ingegner Y***,

che fa press'a poco lo stesso ed è animato dai medesimi sentimenti,

mando da queste terre ridenti, cullantisi nel classico dolce far nulla,

il più ossequioso dei miei saluti!

*

— Sai tu dove faremo la colazione noi? — disse il Pasini.

— Qui ad Ancona, — diss'io.

— No: all'Aspio: vedrai bel luogo.

E volgemmo le spalle al mare e ci internammo fra le colline, finchè

giungemmo all'Aspio. Il quale è un piccolo fiume che ad un certo punto

si insena in una vallicella ombrosa ove sono sorgenti di acque minerali,

che dicono molto benefiche per chi soffre di visceri. Da poco, anzi, vi

è sorto uno stabilimento che sa ancor della frescura della calce. Presso

alle sorgenti molti placidi frati offrivano i loro calici purgativi a

molte pingui monache e novellavano al rezzo. Più tardi, alla mensa

comune, quei religiosi, dopo averci guardato con sospetto, finirono

coll'ammansarsi con noi: tanto che l'ottimo Pasini cominciò a far loro

la storia della bicicletta dai più remoti tempi sino ai nostri giorni,

storia che i monaci gradirono moltissimo, anzi a tal punto che un

francescano il quale avea portato dal convento una bottiglia di vino per

dir la messa, il solo vino — dicea — che il suo stomaco digerisse,

ordinò i calici, e la volle stappare e bere per la bella circostanza.

Della qual cosa gliene seppimo grado.

Una monacella allora che avea attentamente udito, sospirò queste parole:

Dopo la bicicletta, dopo il telegrafo senza fili, dopo la luce elettrica

dove arriveremo mai noi?

E cercò negli occhi dei compagni una risposta a quella dimanda che

all'anima sua pareva angosciosa. Un frate dell'ordine dei serviti,

quegli che pareva il più autorevole e avea mangiato in proporzione, levò

una mano untuosa e sentenziò: Il cervello dell'uomo, figlia mia, si

assottiglierà tanto che non ne rimarrà più nulla!

La risposta parve soddisfare tutti e anche noi: i quali vedendo che

nessun altro monaco avea intenzione d'imitare l'esempio del francescano,

montammo in sella prendendo la via del Santuario di Loreto.

*

Il paesaggio delle Marche — con quelle città irrigidite lassù sovra

alture che non sono più colline e monti ancora non sono — è melanconico.

Si vedono e si guardano tutte: Osimo, Castelfidardo, Loreto, Macerata,

Recanati: non benevolmente si guardano e pare dicano l'una all'altra:

“Tu sei più morta di me!„

Io sentivo di entrare nel dominio di un'anima melanconica, e gli occhi

teneva rivolti verso ponente, al lontano colle di Recanati. Sopra

appunto vi galoppavano le nubi allora; galoppavano e correvano, e per

certo effetto di luce lucida e fosca, si distinguevano bene le case

della patria tua, Leopardi!

Nella gente che incontravamo per salire a Loreto — e la cupola del

Bramante e i turriti sproni del tempio già giganteggiavano sul capo —

suonano pure e antiche voci italiche e certi scorci di fraseggiare così

eleganti che que' villani sembrano aver fatto i loro studi

esclusivamente su qualche codice del trecento. Così la pronuncia nulla

ha della sguaiatezza meridionale o della leziosaggine toscana o del

rimbombo romano, nè della sfumata fierezza umbra: è qualcosa che non

saprei definire, ma sento di definire bene dicendo: “È la lingua di

Giacomo Leopardi!„ Questo popolo fu il segreto testo classico su cui

egli studiò. Eppure quelle parole mi facevano l'effetto di qualcosa che

sornuota ad un naufragio; qualcosa che decade e non rinascerà più!

E così ogni tanto ci si presentava qualche figura di donna, che parea

fusa nel bronzo, con certe linee di statue antiche. Anche nell'andare

aveano qualche cosa di dignitoso e di composto come la materiale

aristocrazia di una stirpe di cui l'anima è già svanita.

“Sciocchezze tutte le vostre — mi avrebbero potuto rispondere gli uomini

e le cose — e stanno soltanto nel cervello di voi. Il vostro compagno

non pensa a questo, e anche gli altri ciclisti hanno costume, prima, di

bere un boccale all'osteria del ponte, poi fanno a chi regge più in

sella per la costa. Ieri poi ci passò in carrozza una coppia di

innamorati e trovarono che tutto era allegrissimo e giovanissimo.

Emendatevi: il vino dell'Aspio in voi si è mutato in negri fantasmi.„

Ma io seguii questi miei fantasmi.

— Perchè lassù — accennavo Recanati — fanno tante feste? lo sapete voi?

— chiesi ad una donna che mi camminava del pari.

Ella mi guardò, girò attorno due occhi ebeti, poi disse:

— Sarà per qualche santo nuovo!

— Questa è la verità, buona donna; sono proprio le feste per un santo

nuovo. Anche egli ha sofferto e poi è morto affinchè questi morti

potessero risorgere: lo stesso come ha fatto il nostro Signore Gesù

Nazareno. La cupola del cielo è più grande di quella di Loreto e Dio ci

fa stare tutti i Santi che vuole.

Così io spiegai, ed ella fe' cenno che mi avea compreso benissimo.

Ma per consolazione della vista e del cuore su per le ripe coperte di

pruni polverosi e densi, su cui la vitalba gettava i suoi festoni

rigogliosi, si arrampicavano a modo di caprette alcune fanciulline

bellissime, ma assai sudice. Coglievano le more da' pruni e parte

mangiavano, parte, forse imitando il costume di Loreto, infilavano e ne

facevano corone.

Mi fermai e dissi ad una:

— Perchè non ti lavi la faccia?

Ella mi rivolse il caro volto imbrattato e gli occhi puri e profondi

come l'ignoto che è in ogni bambino, e disse: — Pulito come uno

specchio!

— Ma voi, voi — disse un'altra — sudate che gocciate come se ve la fossi

lavata!

Avevo in tasca un cartoccio di mentine e cominciai a distribuirne, e

allora — io non so come — sbucarono dalle siepi, dai casolari, dalla

via, tanti bimbi, tutti laceri, tutti sudici, ma splendenti come teste

del Lippi: e finchè ebbi delle mentine mi seguirono e i papaveri e i

fioracci sterpavano e gettavano, frustando la bicicletta.

Così feci l'ingresso nella tua città, Madonnina nera, che stai nella

casetta nera, ed hai tante margherite e gemme su di te che riluci anche

senza le lampade d'oro!

Piovigginava all'entrare in Loreto ed erano le quattro.

*

Loreto, come oggi Recanati al Mare, fu una figliazione dell'antica

Recanati e diventò poi indipendente e ostile alla città madre. Quindi è

città relativamente moderna, anzi agli onori di città venne elevata nel

secolo XVI, da non so quale Pio o Sisto; e si vede che quei papi aveano

l'abitudine di far nobili le borgate: e quindi tutti gli abitatori di

esse diventavano in certo modo nobili da borghigiani o rusticani che

erano prima; press'a poco come oggi si fa col cavalierato e con le

commende; ma a tutti apparirà chiaro che il sistema dei papi era più

spicciativo e accontentava più gente.

Come ognuno sa, il 10 dicembre 1294 la Madonna ci arrivò, dentro la sua

casetta, dalla Dalmazia, dove avea dimorato tre anni venendo a punto di

Terrasanta; e furono gli angioli che la portarono attraverso il mare,

anzi — cosa che pochi sanno — la prima sosta la fece a' piedi del monte

in un terreno che era di casa Leopardi: ma essendo nate delle

contestazioni e dei litigi per il diritto di possesso della casetta, un

bel giorno la Madonnina lascia la pianura e con gran meraviglia vedono

che era andata a stare sul monte.

Fu allora, o giù di lì, che rivestirono di fuori la casetta cogli adorni

marmi di Carrara, e poi ci elevarono sopra la cupola e attorno il

tempio: un tempio grande e munito come una fortezza. Senza dubbio ciò

venne fatto nell'intenzione lodevole di impedire ai barbareschi di

portar via la Madonna o predarne i tesori; ma io non posso nascondere il

dubbio che i Papi come i Loretani imponessero tanto materiale sopra la

casetta per impedire che se ne volasse via un'altra volta; la quale

supposizione non era infondata considerando le abitudini più tosto

randagie di Nostra Signora. Ora è certo che se chiamasse ancora i suoi

angeli, questi dovrebbero fare troppa fatica a trarla di lì, oppure un

miracolo troppo grande e generoso in questi eretici tempi.

Queste considerazioni io non le ho cercate, ma mi sono venute in mente

da per sé, vedendo quella Madonnina in quella casetta buia, con quella

luce delle lampade lassù, su l'altare, che par le manchi l'aria e stiasi

melanconica fra tante gemme e tanti incensi: Ella che era abituata a

vedere così bell'azzurro ne' suoi viaggi oltremarini!

E poi perchè ci fu una donna, la quale mi si accostò e mi disse con

grande segretezza: “Vi sono più di quarantamila eretici a Loreto, non

degnano niente la Madonna; non badano che a scannare li poveri

forestieri. Ma, per amor di Dio, non dite niente a nessuno se no mi

scannano a me!„

Io la assicurai del più completo silenzio, e tranne che trovare un po'

troppo figurate le voci di _scannare_, di _eretici_ e di _quarantamila_,

per mie esperienze ho notato che presso i Santuari la gente non è molto

edificante per pietà; e la Madonnina più tosto che corone, gemme e

tridui, vorrebbe, io credo, un po' di bontà da' suoi devoti e non essere

tenuta come un valore di borsa.

Piovigginava tuttavia e l'amico Pasini mi assicurava che per la pioggia

e la via erta meglio era pernottare a Loreto: buono era il vino e non

cotto come costuma nelle Marche: una squisita cena apprestava l'oste, il

quale con la mano sul petto mi assicurava che facevamo un pessimo affare

a pernottare a Recanati, dove da un mese aspettano gente per queste

feste, aspettano e non ci va nessuno.

Tuttavia io voleva giungere col vespero a Recanati e benchè piovesse,

partimmo.

Ma il cielo fu benigno verso di noi perchè dopo essere alquanto andati,

cessò la pioggia e l'azzurro dilagò sopra i campi e le valli.

*

Da Loreto a Recanati sono circa sette chilometri, e varcata la valle del

Potenza, la via monta tanto che in alcuni punti le carrozze bisogna

avvettarle, come dicono in Toscana; e così piano andando, sospingendo le

macchine, ci imbattemmo in due villani i quali menavano i loro buoi:

grevi i buoi, grevi i villani, e ci accompagnammo con loro, i soli che

per la via incontrammo. Non erano di Recanati, ma di oltre: di

Montefano, se non erro.

Domandarono chi eravamo noi e dove andavamo, e noi dicemmo che

viaggiavamo il mondo per divertimento. Ci guardarono con occhi che

significavano: “Dovete essere ben matti, se dite il vero, a faticare

tanto per divertimento!„ Con le parole dissero poi questo pensiero: —

Noi invece viaggiamo perchè bisogna far così per empirci lo stomaco; per

divertimento staremmo fermi.

Domandai poi se si erano divertiti alle feste di Recanati. — Alle feste

si diverte chi ha soldi, — rispose uno di coloro, e, la risposta mi

parve vera. Allora gli domandai chi era questo Leopardi a cui si

facevano tante onoranze.

Mi fissò di traverso con sospetto, ma io rimasi calmo e gli feci capire

che nella mia qualità di ciclista che gira il mondo, mi era permessa una

certa ignoranza delle cose che avvengono in un paese perduto com'è

Recanati. Allora i suoi occhi si rivolsero in dentro quasi cercando

un'idea, e l'idea venne e mi parve felice più di molti savi discorsi di

eruditi e di critici.

La mente del villano prese l'idea e le labbra infine l'espressero.

Disse:

— Leopardi era uno della società (intendi, o almeno io così intesi,

società liberale, carbonara o massonica) che una volta, quando c'era il

papa qui, a Napoli un altro re, i Tedeschi in un altro sito, ha

indovinato il Comando (Governo) di adesso. Andò in Parlamento, parlò e

fece l'Italia. Siccome poi è avvenuto quello che pensava lui, così

adesso gli fanno le feste, avete capito? Ma era, che m'intendiate, un

uomo di studi, uno studiante, mica un c....

Altre cose aggiunse il villano: cioè che nella stanza del palazzo dove è

nato v'è prima un pavimento d'oro, poi d'argento e poi di ferro: — a noi

— disse — non ci fanno veder niente perchè siamo villani, ma se andate

voi, chissà che non vi facciano vedere.

Aggiunse ancora che è morto a Napoli avvelenato dai preti: che i preti

gli fecero un gran pranzo e gli dissero di pentirsi e rimangiarsi tutto

quello che avea detto e che avea scritto. Ed egli rispose: quello che ho

detto ho detto, quello che ho scritto ho scritto! Allora gli domandarono

di che morte voleva morire. Egli disse: mettete il veleno nella

minestra. Essi fecero come lui avea detto, e a pena ebbe messo in bocca

il cucchiaio, si indirizzò su la sedia e cadde giù!

Allora io gli domandai se avea fatto bene lui o aveano fatto bene i

preti. Egli allargò le braccia pietosamente come uomo di cui si sforza

il pensiero oltre al costume, e infine disse:

— E che volete che ve dica, figliuolo? ognuno può pensare come crede, ma

se tutti potessimo fare una legge secondo il nostro modo di sentire, io

sapete che farei? io prenderei questi buoi e invece di portarli al

padrone ce scannerei lo core tanto ho fame!

*

Entrammo — che il sole precipitava — per l'antica porta di Recanati: su

le mura festoni di piante selvatiche; sull'arco della porta una tiara,

un nome di un pontefice, un'iscrizione latina.

Per questa porta entrò un tempo Pietro Giordani, apostolo e peregrino di

una fede che oggi pur muore, ad incontrare e conoscere il genio

dell'Italia nascente: di qui partì in cerca di sua morte eroica per la

libertà della Grecia, il conte Broglio d'Ajano abbandonando genitori,

famiglia, tutto! Di qui tre volte ripartì Giacomo Leopardi per

ricercare, nel suo sublime errore, uomini veri nel vasto mondo: e a

Roma, come a Napoli, come a Milano, come dovunque, era il _natio borgo

selvaggio_ e la _gente vile_!

Dentro la stretta via, che seguita a salire, era già buio: era già buio

anche perchè di qua e di là del selciato a conca, le case sono assai da

presso, case grige, con certe finestrine piccole piccole. Vedemmo però

ancora della gente su gli sporti col deschetto da calzolaio giacchè,

come mi dissero poi, il lavoro delle scarpe è una delle industrie di

Recanati. Quella tranquilla gente ci seguiva con lo sguardo con molta

curiosità: poi parlavano fra di loro.

Ma da una di quelle finestrelle, fra i garofani, ecco sporse una

testolina di giovanetta, nera e curiosa come capo di rondinella dal suo

nido sospeso. Non so come un nome mi si presentò: _Nerina!_ e le

palpebre degli occhi miei, che sono in verità assai stanchi ma non

piangono più, cominciarono a battere per il fantasma di un nome d'amore!

Ma non molto si sale, che la via spiana, gli edifici si allargano, si

innalzano alti, signorili, per una via che è la principale e segue con

sinuoso e lungo arco la cresta del colle su cui sorge la città.

L'austerità e l'abbandono della città antica si congiungono a non so

quale lindura e decoro moderno, e tutto sembra dire: “Signore, se voi

veniste quassù con l'intendimento di trovare il _borgo selvaggio_,

disingannatevi. L'ossequio al grande nostro Poeta non ci impedisce di

notare un errore di passione, che d'altronde voi stesso potete

riconoscere con gli occhi vostri.„

Segno notevole: non fummo perseguitati da mendicanti, non inseguiti da

monelli. Questi caratteri di civile progresso più nettamente appaiono

quando si giunge alla maggior piazza che porta il nome del Poeta.

Quivi sorge la magnifica torre medioevale, da cui viene _il suon

dell'ora_, quivi il palazzo Municipale, opera grandiosa e moderna, sorta

da poco su le demolizioni dell'antico, per collocare in degno luogo il

monumento al Poeta.

Il quale monumento, eretto anni addietro, è opera giovanile dello

scultore Ugolino Panichi. Di prima vista la statua del poeta in abito di

società, ma con sopra una doppia cappa filosofica che arriva sino ai

piedi e disegna la gobba, con una enorme testa ignuda, china a terra, è

realisticamente suggestionante. Troppo realisticamente! Ma questa

osservazione mi venne fatta il dì seguente dall'illustrissimo signor

conte G. Leopardi, il quale mi raccontò come uno, appunto della famiglia

Leopardi, essendosi abbattuto nel troppo realista scultore, gli chiese:

“È lei quello che fa i pupi? Ma lì i ragazzi ci vedranno il bau-bau!„

A Recanati, come poi mi dissero, non poche sono le famiglie ricche,

molte le famiglie agiate e di media cittadinanza, laborioso il popolo,

fertili e ben coltivate le terre circostanti, così che quel riposato

benessere che si vede, esiste anche nella sostanza. A tale proposito

degno di ricordo è il fatto che, nel maggio del '98, un capitano,

mandato colassù per i tumulti, si occupò specialmente di studi

Leopardiani, ed i soldati della sua compagnia fecero, io credo, lo

stesso, considerando le somiglianze e le differenze tra le molte vezzose

Silvie e Nerine del luogo.

Quest'egregia popolazione ha però avuto il torto di credere che una

festa di tal genere, come il centenario leopardiano, potesse attirare

delle moltitudini, e maggior torto ebbero di prolungarla per più di un

mese.

Hanno imbiancato, ripulito, messo le lampadine elettriche, rifatto

alberghi e stanno lì ad aspettare che venga gente, e pare ne chiedano al

tragico simulacro del Poeta: “oh, com'è, gloria nostra, che non viene

nessuno?„ Ma egli è assorto nel contemplare la profonda terra.

— Veda, — mi diceva un signore, — per domenica ventura era assicurato un

convegno di seicento ciclisti, ebbene ieri ci hanno telegrafato che non

saranno che trecento e quando saranno quassù vuol scomettere che non

arriveranno a cento?

Me ne dolsi, ma ci spiegammo anche la cagione per cui il nostro arrivo

destò così grave commozione: evidentemente ci presero per l'avanguardia

dei trecento.

— Non siete voi dei trecento? — ci chiese anzi uno. Io lo assicurai che

non appartenevamo a questo numero sacro nei drappelli eroici. La

risposta parve renderlo melanconico e disse: Rimanete allora sino a

domenica che verranno degli altri compagni! ma ci fu forza rifiutare

l'invito. La bicicletta è utilissima anche per isfuggire i convegni

ciclistici.

Sostammo all'albergo Bulli. Esso è davvero splendido, amplissimo e pieno

di ogni conforto moderno e vuol essere ricordato. È posto su le mura

settentrionali della città e guarda da grande altezza su torrioni e su

orti a gradinate da cui prende la curva la vallata del Musone, la quale

si dilaga in vista immensa sino al monte d'Ancona e sino al mare.

Ma allora vi cadeva con la notte e con le ombre una quiete che parea

quasi sensibile ed animata: e affacciatomi alla finestra con quel senso

di ben essere e di stanchezza che invade il corpo dopo copiose

abluzioni, distinsi giù nel nero della valle una striscia bianca che

disse: “Io sono il fiume!„ E nella mente o laggiù si delineò questo

verso: _E chiaro nella valle il fiume appare_. E volgendo gli sguardi in

su, proprio oblique e accampantisi nel cielo, mi ferirono le sette

stelle che dissero alla loro volta: “Noi siamo le _vaghe stelle

dell'Orsa_!„

Io non so qual immobile frigidezza mi invase l'anima, e sarei rimasto lì

assai tempo se l'ottimo Pasini non fosse venuto premurosamente ad

avvertirmi egli stesso che gli spaghetti col pomidoro erano in tavola.

*

La mattina alle sei il cameriere aprendomi la finestra e recandomi il

vassoio del caffè, mi assicurò che per recarmi al palazzo Leopardi che è

posto all'altra punta del paese e però assai distante, avrei fatto bene

a seguire la via di circonvallazione sotto le mura e così avrei visitato

anche i luoghi più cari al poeta e dove si inspirò pe' suoi idilli. Io

mi congratulai con lui di tanta erudizione e seguii il suo consiglio.

I miei spiriti erano diventati allegri e vigili come la fresca e pura

mattinata.

Mi veniva per la via una gran tentazione di domandare alle ragazze: “Per

piacere, lei conosce la _Silvia_?„ e a qualche artigiano sull'uscio che

levava su di me gli occhi tranquilli: “Scusi, lei è quello che

_s'affretta a fornir l'opra_?„; e quando uscii dalla città e scesi giù

nella viottola, imbattendomi in un grosso, canuto, arcigno prete: “Vero

che lei è del _natio borgo selvaggio_?„ Ma nulla dissi di simile, ma

guardavo in faccia la gente serena e mi veniva da ridere. Per la lunga

viottola suburbana nessuno incontrai, altro che un giovine imberbe

vestito con pulita semplicità che mi veniva dietro. Io ogni tanto

gettavo l'occhio su la gran valle vestita dal sole il quale avea

sorpassato il monte che m'era a ridosso, e dall'altro lato guardavo le

mura sovrastanti, grige, tetre, ma con giardini pensili di molta

verdura, e ombrelli fioriti di oleandri, gaudenti all'ombria. Io

guardavo attorno e lui guardava me.

— Scusi, — diss'io, — il palazzo Leopardi?

Parea come aspettarsi questa mia domanda, perchè mi si accostò e disse

cortesemente:

— Vedete là in fondo? S'entra per una stradicciuola che è presso quella

che faceva il poeta quando veniva da casa sua al monte Tabor, che adesso

lo chiamano il colle dell'Infinito, perchè dovete sapere che le sue

poesie le faceva qui. E quello lassù lo vedete?

— Cosa?

— Quella punta, — e indicava una cima sopra gli edifici della città, che

si inebriava davvero nel sole. — Quello è il campanile di Sant'Agostino,

là ci stava il passero solitario.... e ce ne sono tanti ancora. Poi

vedrà la casa di Nerina....

Anche questa volta rimasi compreso da tanta erudizione e gli chiesi: —

Ma ella è per lo meno studente?

— No, — mi rispose: — imparo a fare il fattore; — e di fatti quel

valente giovane mi disse tante belle cose sul commercio delle scarpe, su

le principali famiglie di Recanati, sul raccolto dell'annata: — Voi con

cinque lire vi portate via un paio di scarpe buone.

Così conversando venimmo al Monte Tabor: esso non altro è che un piccolo

sperone del monte con su un melanconico edificio che è il convento delle

monacelle di San Stefano.

Dalla parte della città v'è l'ospedale e l'ospizio dei vecchi: alcuni

vecchi lenti e curvi in un bel recinto a giardino coltivavano in quel

mattino i loro floridi oleandri.

— Vedete come si divertono? — disse la mia guida. — Qui c'è aria buona e

quei vecchierelli tornano ancora a campare tanto!

Sotto il monte Tabor sono disposti, come a publico ritrovo, sedili e

ombrose piante di acacia. V'erano lì soli a mattinare tre abatini con le

loro sottane orlate di rosso e la fascia intorno la vita. Di che

parlassero io non so, ma certo non di cose melanconiche, perchè quando

sentirono i nostri passi, volsero verso di noi tre bei visi contenti.

La mia guida mi disse: — Guardate lì, — e mi indicò una targa di legno

di fresco inverniciata, dove era scritto:

Io solitario in questa

Rimota parte alla campagna uscendo,

Ogni diletto e gioco

Indugio in altro tempo: e intanto il guardo

Steso nell'aria aprica

Mi fere il Sol che tra lontani monti,

Dopo il giorno sereno,

Cadendo si dilegua, e par che dica

Che la beata gioventù vien meno.

— E il sole tramonta proprio là, dietro quei monti, — aggiunse quando

capì che io avea già finito di leggere, e accennava la cerchia opposta

della valle.

— E la torre di Sant'Agostino, — disse una voce insinuante dietro di

noi, — gliel'avete mostrata a questo signore?

Era un dei tre abatini che timidamente si era levato e veniva verso noi.

La guida alla quale era rivolta la domanda, fece cenno di sì.

— Lassù — volle pur dire ad ogni modo il loquace chierico, sollevandosi

e stendendo il braccio — ci stava il passero solitario, guardi la

iscrizione! — e mi indicò un'altra targa dove erano i versi che egli

lesse con quel melanconico accento recanatese:

D'in su la vetta della torre antica,

Passero solitario, alla campagna

Cantando vai finchè non muore il giorno;

Ed erra l'armonia per questa valle.

— Lui, veda, — proseguì ancora, poi che s'accorse che la sua parola non

riusciva sgradita, — veniva qui per una viottola che adesso non c'è più

e si sedeva qui e qui faceva le sue poesie: questo era il suo luogo

preferito, tant'è vero, guardi! — e mi indicò una lapide, ma questa non

era dell'occasione, ma grande e di marmo che spiccava sul muro del

Monastero, e in lettere grandi portava il verso:

Sempre caro mi fu quest'ermo colle.

— Adesso poi vedrà la casetta dove abitava Maria Belardinelli, che morì

di mal sottile nel '27, salvo errore, e che lui nelle _Ricordanze_

chiama Nerina. Dall'appartamento delle brecce dove stavano i fratelli

Carlo, Giacomo e Luigi, si vede la finestrella della casa della povera

Maria: veniva qualche volta in casa Leopardi con la sua sorella Nazarena

ad aiutare per il bucato o per altre faccende. Se visitate la chiesa di

Santa Maria di Varano, dove sono sepolti i genitori e i fratelli di lui,

troverete anche la sepoltura di quella povera figliuola. E lui è così

lontano, anche morto!

— Deve essere una gran cosa l'amore! — chies'io allora simulando di

udire queste notizie per la prima volta.

— Eh!... — fece l'abatino sorridendo, come a dire che egli non se ne

intendeva. Ma uno dei due abati che erano rimasti seduti e ascoltavano

le nostre parole, disse con voce quasi severa:

— Non era, signore, che vi pensiate, un amore come tutti gli altri!

Io non risposi, e in verità di celiare e di parlare anche, non mi

sentivo più la voglia. Avea un commovimento di dentro come se intorno a

quel colle ci fosse stata sospesa qualche cosa dell'anima e della

infinita passione del Poeta e io l'avessi respirata con l'aria.

Mi sedetti: l'abatino piano ritornò fra i suoi e il giovane fattore si

sdraiò per terra rispettando il mio silenzio come avea rispettato

l'abito talare e la dottrina dell'abatino.

Di sotto si stendevano gli spazi interminati, e quel verso:

Piccole storie del mondo grande · 第 12 / 28 题