— Ma si sveglia il sornione: si vede che sa che tu sei tornato e ti fa
festa! — disse la mamma.
— No, mamma: avete fatto male a chiudermi in collegio, — dissi come
conclusione di un lungo discorso. — Avete fatto male: i miei anni di
libertà non me li potete più dare indietro!
— Va là, figliuolo, o dentro o fuori, — disse ella tranquillamente, — è
tutto un collegio. Almeno così ora hai da vivere.... e da provvedere
alla tua vecchia mamma!
— Così è, così è! Meno male! — io le risposi e le diedi la mano e
lasciammo la stanzetta terrena che era buia oramai e salimmo le scale
interne che conducevano alle stanze.
Nell'anticamera, dove era appeso il passero, batteva bene il sole
tuttavia.
*
Mia mamma era solita ogni dì, dopo il pranzo, accostarsi alla gabbia e
dare un paio di sementine sbucciate al vecchio passero: il quale
graziosamente le pigliava, e poi ella si ritirava nella sua stanza.
Così ella fece anche ieri: ma il passero vedendo una faccia nuova,
esitava ad accostarsi e torceva il collo e la testolina con quell'occhio
luminoso come capocchia di nero spillo, per vedere chi ci fosse oltre la
mamma.
— È il tuo padrone: è il tuo padrone, vecchio passero: to', mangia le
sementine!
Così ella disse e fece, e poi si appartò nella sua stanza, una stanza
tiepida e senza rumore che dà su di un orticello abbandonato: e il sole
dalla finestra entra e fa risplendere i molti santi ed i cari profili
dei ritratti di chi è lontano; oh, tanto lontano che non ci si può
arrivare per quanto si viaggi e per terra e per mare: pure tutti un
giorno ci arriveremo là lontano senza viaggiare. Forse ci rivedremo
anche!
Mia madre, seduta in una gran poltrona, legge certi suoi romanzi della
vecchia scuola: versioni inverosimili di vicende anche più inverosimili.
Un romanzo della buona arte simbolica o psicologica non sono mai
riuscito a farglielo finire.
— Sarà scritto bene, figliuolo; ma è troppo difficile e vi sono troppe
melanconie: ne ho tante io!
Legge anche i giornali; ma di questi cura in speciale modo le vicende
dei re e dei principi coi quali è in molta dimestichezza. Ne sa le
genealogie, le parentele, i maritaggi; cos'ha fatto quello; cos'ha fatto
quell'altro.
Quando è incerta, si rivolge a me e mi domanda: — Chi è quella
Guglielmina? è la figlia del re tale? Come va allora che non si sposa?
Dovrebbe sposare il tale principino. E quel re X*** cosa fa che non
viaggia più? —
A queste domande io so rispondere ben poco: — Gente che ha buon tempo,
mamma! — rispondo talvolta per levarmi d'imbarazzo.
Anche ieri, come ho detto, ella si ritirò nella sua stanza. Io rimasi
solo presso la finestra, vicino alla gabbia del vecchio passero.
Io ebbi la voglia di rinnovare la antica conoscenza con lui. Diamine,
eravamo vecchi amici! Gli dicevo: “Vi ho raccolto per la via implume,
signor mio! vi ho sottratto ai monelli che vi avrebbero ucciso, al gelo,
alla fame; vi ho curato, allevato, nutrito! Pagate ora il debito di
riconoscenza che avete col vostro signore e padrone. Vi ricordate quando
facevate: _ci, ci!_ nel corridoio luminoso, nove anni addietro, e mi
saltavate su le spalle?„
Io misi la mano nello sportello, la mia grossa mano che riempiva tutta
la gabbietta, e le cinque mie dita violente afferrarono dopo breve
contesa la piccola bestiolina, e me la accostai alle labbra.
Il cuore del passero batteva.
La mano provò una ben curiosa sensazione nello stringere una cosina così
piccola e così fragile.
Se a pena le mie dita si fossero ristrette di un mezzo centimetro,
quegli ossicini che formavano quel piccolo scheletro si sarebbero
frantumati e quel cuore si sarebbe improvvisamente arrestato: e nessuno
mi avrebbe detto niente.
La perversa tentazione! Quel soffice involucro di penne invitava a
premere fortemente tanto per sentire dove cominciava la carne e come
quel cuore avrebbe fatto a cessare. Perchè quel cuore batteva con
violenza; più forte del cuore dell'uomo in quanto che esso era un
movimento come aereo: come il pulsare di un'ala interna veloce.
“No, io non istringerò — pensai — io ti ridonerò la tua libertà. Povero
animaluccio vissuto sempre lì su quella scala, senza avere imparato
altro che a fare _ci, ci!_ Oramai, vecchio, giusta cosa è che tu goda di
quello che solo godono gli abitatori dell'aria, finchè l'uomo non li
uccide: un po' di libertà!„
E pur tuttavia era una cosa che faceva pena sentire come quel piccolo
cuore battesse precipitosamente. Come può un piccolo muscolo pulsare
così?
Quando noi, grossi animali voraci, mangiamo un arrosto di uccelletti,
non ci avvediamo nè meno di quel piccolo cuore: lo divoriamo assieme a
tutto il resto.
Eppure è un piccolo cuore che batte così!
Ho pensato a tutte le macchine che fanno gli uomini; le uniformi e
multiformi macchine; le enormi e le minime.
Nessuna mi ricordava questo rumore meraviglioso. Egli è che questo è un
rumore vitale, e il meccanico, forse, si è chiamato Dio.
Pulsava che pareva un anelito, così grande che penetrava sin dentro di
me; così ripetuto nel tempo che io credo che in un secondo avesse
battuto dieci volte; così fragoroso che io mi voltavo qualche volta con
timore che la mamma sentisse e uscisse dalla stanza per isgridarmi. Come
non scoppia il piccolo involucro di penne?
Le due zampettine pendevano in giù inerti dal mio pugno. Una era
diritta, l'altra era quella rattrappita che avea medicato io nove anni
addietro.
— Ti ricordi, ingrato, quando io ti medicai?
E col dito dell'altra mano toccai quella testolina soffice e piatta.
Il piccolo cuore batteva oramai spaventosamente.
— Va! va! — dissi — va anche tu, va almeno tu libero! Cerca la foresta
dove vi sieno tutte le belve che nascono dalla terra e camminano su la
terra, meno l'uomo. Cercati la compagna, fatti il nido. Va sopra la
foresta: scandi l'azzurro: impara a cantare!
*
Il sole cadeva oramai dietro gli squallidi tetti; la nenia delle campane
che chiamavano per il vespero, rompeva sola il tedio immobile di quella
mia vecchia città melanconica.
— Va libero!
E lo lanciai con violenza in alto e apersi il pugno.
Il passero descrisse una breve parabola, ma non dispiegò le ali verso
l'azzurro lontano, non mandò alcun grido per salutare l'acquistata
libertà.
Cadde pesantemente sul selciato come cosa che non ha più vita.
Evidentemente, senza volerlo, io avea stretto con troppo entusiasmo e il
piccol cuore avea cessato di battere.