— Oh si sveglia, — fece la mamma.
Poco dopo una zona di sole che fasciava la stanza, si affievolì
languidamente, poi si ritrasse come luce che vien meno.
Un ritratto mio di quando era in collegio a Venezia pendeva dalla
parete: era un gruppo di tutti i convittori insieme ai maestri. Lo
avevamo fatto — ricordo benissimo — il giorno prima della licenza
Liceale. Che bel giorno di luglio fu quello! Quante melanconie, quante
lagrime, quante speranze, quante non conosciute tristezze in quegli anni
di collegio, otto anni, passati lontani dalle carezze de' miei genitori!
Io non ci volevo stare in collegio: fuori delle inferriate della mia
stanza si vedeva la laguna lucida e azzurra, infinitamente triste quasi
sotto un'oppressione di storie e di memorie, con l'isoletta in fondo
dove è il cimitero, irta di melanconici cipressi che sporgevano su dal
muro rosso di cinta. Aveva un nome l'isoletta: ma lo ho dimenticato! Oh,
che spasimo per tutto il cuore, che frenesia di libertà, che nostalgia
di te, cara mamma, e di lui che non c'è più! Io glielo dicevo, glielo
scrivevo con le lagrime: “portami via dal collegio!„ e lui in quelle sue
lettere così sobrie, così pure di schiette italiche forme, così buone,
mi diceva di pazientare, che era per il mio bene, il mio avvenire: la
mia gloria, la sua gloria.
Povero babbo! Ben poco tempo si visse assieme per fabbricar questo
sognato avvenire per cui tu lavorasti a morte, per cui io vissi schiavo
tanti anni e furono gli anni migliori!
Eppure, che fremito di libertà quel giorno....! Che impazienza lagrimosa
di uscire da quel chiostro, di prendere la vita come si afferra una
vergine donna, di berla, di goderla quella vita che, finalmente, ci si
affacciava a diciotto anni!
*
E come me, gli altri. O pure fronti giovanili, o vivaci pupille! Molte,
ora, sono spente e gran mora di terra le ricopre: molte, ora, sono curve
sotto il lavoro maledetto.
Ah, vecchio e savio maestro di filosofia, quel giorno che noi si andò a
farci quel ritratto e si correva per le calli e su per i ponti, come un
branco di selvaggi alla battaglia, ci seguivi anche tu, c'eri anche tu
con noi, vecchio dalmata savio, e una lagrima cadde dalla tua pupilla,
ma la tua parola non ne fece il commento: le tue parole non furono se
non dolci per noi e piene di speranza. Ma la lagrima voleva dire: “anche
su le vostre spalle sarà messo il basto, e chi non avrà il peso su le
spalle lo avrà forse su la coscienza, che è peggio„; ma tu non ce l'hai
detto. Tu ci guardavi melanconicamente nella nostra giovinezza,
inconscia delle cose future, non in diverso modo che io vidi un
cavallino puledro giovaneggiare in mille salti accanto alla giumenta
piena di guidaleschi, la quale guardava il suo nato con occhi pensosi.
Anche per lui il padrone a suo tempo avrebbe preparato la soma.