LE OSTRICHE DI SAN DAMIANO.

Questa semplice e faceta istoria non è toccata a me, che scrivo, ma ad

un signore a me prossimo per sangue e per la grande stima e il più

grande affetto che nutro verso di lui, giacchè egli è uomo di singolari

virtù; le quali sarebbero più conosciute e pregiate nel mondo se un

certo disdegno naturale verso gli errori e le umane vanità, una

melanconica abitudine di vivere a sè e di nutrirsi, per così dire, della

sua coscienza, una cotale timidezza e a volte asprezza verso gli altri,

non velassero lo splendore di queste virtù e ne occultassero sin anche

il profumo.

Ma basti dire di lui e veniamo alla istoria che io per facilità di

racconto riferirò in prima persona: ma avverto ancora che non si tratta

di me; prova ne sia questa: che io sono assai temperato nel vitto e mi

sostenterei come un _hidalgo_ con un pugno di ulive secche, mentre

l'amico mio qui fa la figura di uno che è molto goloso: vizio spiacente

quant'altri mai, come definisce Dante nel canto di Ciacco Fiorentino: e

cominciamo senz'altro:

*

Avevo fame quella mattina: più fame del consueto, prima perchè spirava

dal cielo terso d'aprile un'aura montanina che faceva amabilmente

accapponar la pelle, e poi perchè l'ora dell'asciolvere era stata

ritardata di un buon quarto d'ora per esser dovuto andare all'ufficio

delle Finanza a ritirare lo stipendio.

Del resto è incredibile quanto conferisca a temprar l'appetito

l'abitudine di sfiatarsi un poco co' giovani nella scuola; e anche i

polmoni se ne avvantaggiano tanto! Quella mattina poi mi ero quasi

commosso a spiegare il canto di Romeo di Provenza e avea bisogno

vivissimo di rifarmi.

E se il mondo sapesse il cuor ch'egli ebbe,

Mendicando sua vita a frusto a frusto....

“....Proprio così!... Ma sì, entriamo qui: una volta tanto non è la

morte di nessuno. Che cosa si spenderà di più? Una lira, due a dir

molto: e d'altronde non toccammo oggi lo stipendio? _nonne meruimus

hodie stipendia_?„

E così dicendo fra me, senza dar tempo ad un più savio pensiero di

ritornare su la deliberazione già presa, spinsi con coraggio la vetriata

di uno dei più eleganti e rinomati _restaurants_ della città, e mi

trovai in una magnifica sala dove de' bellissimi divani di velluto

cremisi davanti a larghi tavoli scintillanti di stoviglie e di candidi

lini, invitavano ad assidersi con tutta pace. E debbo confessare che ad

entrare di preferenza in quel caffè _restaurant_ mi avea indotto la

reputazione della squisitissima cucina; e ne volevo fare esperienza

personale e vi sarei venuto prima se non soffrissi di una certa

“animadversione„, come si direbbe latinamente, verso i camerieri, i

quali dall'alto dei loro colletti puntati contro i menti sbarbati, vi

squadrano, vi leggono la storia della vita lì su due piedi, vi dicono

cogli occhi press'a poco così: “Tu non sei un milionario, tu non sei un

nobile, tu non sei uno scavezzacollo, tu non sei un impresario di

femine, tu non sei un affarista; tu hai tutta l'aria di un povero

galantuomo che tira la vita coi denti, oibò! Qual vento ti ha quivi

sbattuto fuor del tuo costume? Sbrigati e vattene!„ e non dicono grazie

nè anche se voi lasciate sul piatto una lauta mancia di venti centesimi.

Così io pensava, ma vedi giudicio uman come spesso erra! Non appena la

mia persona comparve nella sala, che subito il padrone (senza dubbio era

il padrone) che troneggiava su di un alto banco di marmo, si levò dal

suo beato scanno e venne verso di me e mi fece un graziosissimo inchino

e mi sorrise in atto pieno di deferenza.

Era costui un bellissimo giovane di primo pelo, elegante, lindo, fresco

che pareva un sorbetto, e così ben nutrito, così roseo, così florido che

faceva proprio onore al locale. “Se i beccacchi e le quaglie del tuo

_restaurant_ hanno la carne delicata come la tua, non è usurpata la fama

che di te s'ode; ma guardati, giovane amico, dall'intraprendere alcun

viaggio di scoperte in terre ignote, perchè se tu capitassi, per tua

mala sorte, fra i Lestrigoni o gli Antropofagi, non io certo ti farei

garanzia del ritorno!„ Così gli dissi col pensiero, rispondendo con

ugual sorriso e saluto al suo sorriso. Ed egli, rinnovando il sorriso,

fece alcuni segni cabalistici ad un cameriere, così snello e ben

azzimato anche lui che in tutt'altro luogo lo avrei barattato per un

onorevole deputato giovane o per un conferenziere di dame o per un ben

lisciato esteta che si appresti a svelare i simboli della sua

meravigliosa _psiche_ alle turbe estatiche: ed era un cameriere!

Il quale mi seguì, mi tolse il pastrano, il cappello, il bastone, mi

guidò presso un tavolo appartato e quasi libero, perchè vi erano solo

due inglesi silenziosi, intenti a mangiare, ma con tanto garbo che

parevano inghiottire delle pillole del farmacista.

Dicevano ogni tanto _yes_, e io non poteva a meno di meditare come

questa gente inglese che mangia con tanta delicatezza e pudore, divori

poi con tanta ingordigia nazioni e popoli.

Come mi fui seduto, il cameriere, stando a me di fronte e posando a pena

le palme sul tavolo, disse:

— Vuol cominciare con un assaggio di _pâté_ coi tartufi? È stato tolto

dal gelo in questo momento. Lo troverà squisitissimo. — Veramente non

disse “squisitissimo„: disse “splendido„: anzi io ho ancora

nell'orecchio il ronzio di questa parola che egli ripeteva ad ogni

frase.

— Cominciamo com'ella dice! — risposi io.

— E vino quale desidera? V'è del Barolo in bottiglia che è molto buono.

— Non ne dubito, ma a me basta un poco di vino comune.

— Va benissimo.

E subito dopo mi metteva davanti sul suo reggifiasco di lucidissimo

metallo, un fiasco di vino toscano che portava scritto su di un

cartellino: “Vino di Chianti stravecchio„.

— Ma quest'è troppo, — diss'io, — e poi deve essere carissimo....

— Tutt'altro, signore! — rispose il tavoleggiante, — e poi ella ne berrà

quanto crede.

E versando io lieve, lieve, il fragrante liquore in un calice sottile di

cristallo e sorbendo, trovai di fatto che era un vino prelibatissimo e

mi ricordai del ditirambo del Redi là dove dice:

Montepulciano d'ogni vino è il re!

Anche il _pâté_, benchè cibo pruriginoso e inusitato al mio gusto, era

di rara finezza, e spalmandone alcuni crostini, dicevo a me stesso che

un cuoco il quale sa allestire simili manicaretti, è pur degno della

riconoscenza de' suoi simili. Terminato il detto cibo, il cameriere

comparve e col suo garbato sorriso mi disse:

— Ora le consiglierei una minestra di cappelletti di Bologna: sono

giunti freschi stamane e sono ora sul punto buono di cottura.

Non mi parve cortesia rifiutare un consiglio così disinteressato, e

accettai i cappelletti, i quali ebbero la medesima buona accoglienza del

_pâté_ coi tartufi.

— Adesso, signore, io le porterò una quaglia arrostita con contorno di

funghi....

Io ne avea già abbastanza e l'abituale mia sobrietà non eccedeva oltre a

un piatto e un brodo a colazione: ma quel _pâté_ avea malauguratamente

allargato i posti del ventricolo e d'altronde il fermarsi lì alla

minestra mi parea da pitocco. Vero è che le parole “una quaglia coi

funghi„ mi avevano dato l'idea di un prezzo vertiginoso e non conforme

alla mia borsa.

Ma il cameriere che conobbe e lesse in volto il mio dubbio, si affrettò

a dire:

— È una specialità della casa!

Come si poteva dir di no? E feci buon viso anche alla quaglia, la quale

era degna della sua buona rinomanza e non ebbe altro torto se non quello

di far scendere il livello del vino nel fiasco ed aumentare una certa

nebbia nel mio cervello.

— Adesso basta, poi, signor mio! — dissi al cameriere quando,

sparecchiato che ebbe gli avanzi della misera quaglia (chè nulla è più

melanconico a vedersi dei residui del pasto) mi ebbe posto dinanzi un

piattello che parea d'argento, dove sopra un fino tovagliuolo si

pavoneggiavano e, ne' loro larghi gusci di madreperla, nuotavano sei

ostriche intatte, lattee e di non comune grandezza e purezza.

— .... e poi cotesto io non l'ho ordinato! — aggiunsi con giusto

sentimento di sdegno.

— Verissimo, signore, — fu sollecito a ribattere il cameriere con una

grazia degna di un gentiluomo, — ma sappia ella — e abbassò la voce —

che queste ostriche sono fuori del conto. Oggi — e abbassò ancora la

voce — è San Damiano....

— Verissimo; ma io non ho mai udito dire che le ostriche abbiano un

santo protettore, e di tal nome.

— No, signore, non le ostriche! Ma il figlio del padrone del caffè si

chiama Damiano: quindi è il suo giorno onomastico, ed è consuetudine di

offrire in questa occasione una qualche delicatezza ai signori avventori

che ci onorano in questo giorno di festa per la famiglia.

Che si poteva rispondere? Avrei potuto opporre dei dubbi su la

veridicità di tale asserzione, ma levando gli occhi dal prezioso

piattello e dirigendoli verso il banco, vidi quell'egregio giovane che

rispondeva all'a me venturato nome di Damiano e già mi guardava,

sorridermi tutto come dire: “Creda: è così, come afferma il cameriere:

ella può mangiare senza tema di contrarre alcun obbligo o servitù!„

Che più?

Io presi delicatamente con le dita uno di que' preziosi molluschi (e

mandavano un profumo di alghe marine e di fresche onde oceaniche) e lo

inghiottii d'un solo boccone di cui mi dura ancora la dolcezza nel

cuore, come dice il divino poeta: ma il verso, oh, vedi triste effetto

delle eccessive libazioni! non mi riuscì di formularlo per intero.

E anche le restanti cinque ostriche subirono la medesima sorte della

prima, e l'una era più squisita dell'altra.

“L'uomo vorace e ingegnoso — pensava tra me — mette a contribuzione la

terra, l'aria ed il mare per soddisfare i propri appetiti: e benchè il

vizio della gola sia spregevole e indegno della umana dignità, certo è

che l'inferma nostra natura vi cade più spesso che non convenga;„ e quei

gusci d'ostrica mi richiamavano in mente quella lirica bellissima dello

Zanella che ha per titolo: _Sopra una conchiglia fossile_:

Vagavi co' nautili,

co' murici a schiera

e l'uomo non era!

versi che non mai come allora mi erano parsi tanto pieni di reconditi

sensi!

E il cameriere mi tolse que' gusci e mi pose davanti una fruttiera

ricolma di mandarini, di datteri e di altre prelibate e rare frutte di

questa sacra terra, madre di ogni cosa bella e buona.

Nè io potei dire: “ricuso la frutta!„ giacchè dopo un pasto così

signorile sarebbe parsa cosa sconveniente. Però in tanta beatitudine un

pensiero acerbo mi trafiggeva e pensavo che il guadagno giornaliero che

l'arte mia di professore mi procura, non sarebbe stato sufficiente a

pagare una così lauta imbandigione. Di fatto tutte quelle vivande

dovevano superare il prezzo di lire cinque e ottanta centesimi, della

qual somma posso ogni dì liberamente disporre dopo dodici anni di

professione magistrale.

E siccome questo dubbio amareggiava l'opera piacevole della digestione,

così me lo volli togliere e chiamai il cameriere.

— Comandi, signore!

— Il conto!

Il cameriere tolse dallo sparato il suo taccuino di pelle nera, brandì

un terribile lapis (e in quel punto i biglietti di Banca, nuovi,

riscossi poco prima alla Finanza, perdettero del loro colore,

impallidirono).

— Subito fatto, signore; la colazione a prezzo fisso due e cinquanta, il

vino — sbirciò il fiasco a pena — mezza lira: tre lire in tutto.

Respirai liberamente.

— Non si potrebbe essere più discreti: verrò, signore, molto di sovente,

— ebbi a dire, e la lode volle uscire spontaneamente.

— Sistema della casa, — disse con semplice modestia quel valoroso

tavoleggiante.

— Allora mi porti il caffè.

— Desidera anche un bicchierino di _cognac_?

— Perchè no? Volentieri: _semel in anno_....

Ma quel benemerito cameriere se ne era andato, e quando ritornò co'

vassoi, mi sussurrò all'orecchio:

— Desidera un sigaro di contrabbando? ho degli Avana _hors ligne_.

— È illegale, — diss'io.

— Oh, per codesto può star tranquillo: il signor Procuratore generale

che viene qui a pranzo, non fuma che i miei Avana: anzi ne fa provvista.

— Quand'è così: _regis ad exemplum totus informabitur orbis_....

E il non mai dimenticabile cameriere mi incendiò un Avana meraviglioso:

la cui nebbia azzurrognola e lieve, commista alla nebbia del vino e del

liquore, mi assopì lievemente con un senso di beatitudine infinita.

“Il mondo è bello e santo è l'avvenir! — ripeteva fra me col grande

poeta: — sì, certo, il mondo è bello„, e non sentivo più alcun rumore

intorno a me, benchè la sala fosse piena di gente.

*

Quand'ecco, un po' alla volta, piano piano, percepii che la seggiola che

mi era di fronte si muoveva, aprii gli occhi e scorsi il giovane Damiano

che si sedeva timidamente davanti a me.

“Che vuol costui?„ dissi fra me, aprendo gli occhi.

Sorrideva, vidi che sorrideva di compiacenza e di affetto nel florido

volto, ma poi sentii queste acerbe parole che mi sconvolsero la

digestione.

— Signor professore, ella vedo che non mi riconosce più.... Io invece la

conosco benissimo!

— Ahimè! — sospirai nel mio cuore — dolcezza dell'incognito troppo

fugacemente scomparsa!

— In verità, no, signore, non ho questo onore! — balbettai.

Sorrideva sempre:

— Sono stato suo scolaro dieci anni fa: ma lei vedo che non si ricorda

più della mia fisonomia, ma io mi ricordo benissimo di lei, signor

professore.

Io tornai a sospirare nel cuore più profondamente e da quell'uomo di

delicatissimo sentire che sono, mi vergognai di essere colto nello

spiacente vizio della gola da un mio scolaro: pur tuttavia risposi:

— Le sono grato e lieto della memoria, anzi gratissimo; ma tanti giovani

sono passati sotto di me che stento a ricordarmene singolarmente.

— Oh lei se ne deve invece ricordare benissimo, signor professore, —

insistette colui con più ineffabile sorriso.

— Creda!... e misi la mano sul petto.

— Io mi chiamo Damiano Saltori.... Questo nome dovrebbe ricordarle

qualcosa! — Attese un istante e poi pronunciò queste terribili parole: —

Ella, signor professore, mi bocciò inesorabilmente all'esame dalla terza

alla quarta ginnasiale. Anzi lei diceva “schiacciare„ e non “bocciare„.

Vede se mi ricordo!

“Che tradimento è questo?„ pensai fra me sobbalzando.

Addio dolcezza della digestione! Non so che risposi, ma certo mi confusi

e dovetti rispondere così press'a poco:

— Scusi, non l'ho fatto a posta! Se proprio fu così, me ne rimorde il

cuore! Sinceramente!

— Ma io le devo la vita, signor professore! — esclamò allora con mia

somma sorpresa il giovane al colmo dell'entusiasmo — io le devo il mio

presente benessere, la mia fortuna: quante volte avrei voluto fermarla

per la via e manifestarle la mia riconoscenza, ma me ne mancò il

coraggio; adesso invece che ella è entrato nel mio esercizio, mi sono

permesso....

— Io non capisco.... — risposi tuttavia turbato, giacchè temevo che quel

mio antico scolaro si ricordasse di quella figura retorica che va sotto

il nome di “ironia„.

— Oh, è una cosa chiara: chiara come il sole: si ricorda quello che lei

mi diceva?

— Io? no, signore!

— Lei mi diceva: tu sei un buono e bravo figliuolo, ma per seguire gli

studi classici ci vuole qualche cosa di più che l'ingegno, che non hai

nemmen quello, ci vuol l'arte: tu arte non ne hai: tu sei un'ostrica. Me

lo ricordo, sa?

Arrossii al ricordo delle squisitissime ostriche poco fa divorate, e me

le sentii ancora vive coi loro gusci nello stomaco.

— Perdoni, proprio.... — dissi al colmo dell'imbarazzo.

— Macchè, lei diceva una santissima verità, — proseguì l'egregio

Damiano: — erano i miei genitori che non la volevano capire: dovevo

diventare un avvocato ad ogni costo, nobilitare con un titolo di dottore

il nome della famiglia, e professori e lezioni in casa! ma già quel

latino non mi andava giù, e a fare i còmpiti d'italiano sudavo freddo. E

lei mi ha bocciato e ha fatto benissimo.

— Non mi ricordo, signore....

— Non si ricorda, signore, di una scenata che avvenne tra mio padre e

lei? di quel deputato nostro avventore, che reclamò dalla presidenza gli

scritti per portarli al ministero, della minaccia di reclamare un

provvedimento?

Ora di fatto mi ricordavo: era stato l'onorevole...... Ma è meglio non

farne il nome.

— E lei duro, — proseguì quel simpaticissimo Damiano, — volevano tirare

il collo a due _quattro_ e farli diventare due _sei_, e lei duro; anche

il preside voleva tirare il collo ai due _quattro_, e lei duro! E mio

padre diceva (mi vien da ridere a pensarci): “come? faccio anch'io degli

sconti coi miei debitori per delle centinaia di lire, e lei per un

punto....„

— Che vuole, signor mio....

— Ma ha fatto benissimo! Dopo, i miei genitori l'hanno capita. Mi hanno

mandato come volevo io in Isvizzera, dove ho imparato le lingue e il

commercio. Io volevo seguitare a ingrandire l'esercizio di papà e lui

voleva invece ritirarsi dagli affari.... Oggi come oggi sono

felicissimo. Quel Cornelio Nepote non mi andava giù....

— Troppo giusto....!

E mi volle lui stesso infilare il pastrano e mi porse il cappello e il

bastone e mi pregò di venire spesso a onorare il suo esercizio.

— Io non dimenticherò mai il giorno di San Damiano — diss'io.

— Tutta bontà sua, signor professore! — e mi tenne aperta egli stesso la

vetrata, ed io uscii dal _restaurant_ col superbo Avana fra le labbra,

come un banchiere o un gentiluomo che non misura certo il danaro per la

colazione.

Piccole storie del mondo grande · 第 10 / 28 题