IL CUORE DEL PASSERO.

Io non lo negherò menomamente.

Ogni volta che tornavo a rivedere quella vecchia mia casa, il passero

chiuso nella gabbietta, sul grande muro giallognolo della scala interna,

per me rappresentava qualche cosa di sacro per la dimora, quasi come il

quadro dello squallido Cristo che pendeva sotto la gabbia.

Il passero era una specie di _deus indiges_ vivo, di piccolo genio

domestico, sebbene poco canoro. Qualche trillo ogni tanto: _ci, ci!_

ogni tanto quando il sole giungeva con la sua freccia a saettar di oro

la vecchia gabbia: _ci, ci!_

Il sole si alternò con le nevi dell'inverno: l'autunno doloroso, pieno

di morte cose, declinò per il fuggitivo anno. Poi le tenui parietarie

che coprivano il muro dell'orto, si confortarono di verzura e di fiori

al tempo novello.

Di giugno la madreselva olezzò: i grappoli odorosi caddero come cadono

le più durevoli cose. Questa vicenda era avvenuta nove volte, cioè nove

anni si erano fuggiti da che il passero pendeva alla parete.

Ogni tanto, nel silenzio della casa, si sentiva uno sgretolio: era il

passero che sgusciava il chicco di miglio o la sementina secca del

melone.

Ogni volta che io ritornava a casa da lontane città (triste oggi e

laboriosa, oltre il volere di natura e di Dio, si è fatta la vita) non

potevo a meno di chieder novella del vecchio passero nella sua gabbia.

— Sempre vivo? — domandavo.

— Sempre vivo, figliuolo! — rispondeva la cara mamma.

*

Quella bestiolina mi richiamava alla memoria cose dolci e svanite di

molti anni fa. Quel passero io lo avea raccolto nove anni prima in una

città lontana. E fu così: Una sera d'aprile, camminando lunghesso le

muraglie, sento cadere qualche cosa davanti a me. Era un passero da

nido, ancora implume, caduto giù dal tetto inavvertitamente.

Lo raccolsi, lo nutrii, lo curai.

Visse.

Nella città lontana, dove allora dimoravo, nella stanza sola, mi teneva

compagnia. Ricordo: c'era un corridoio con molte vetrate battute dal

sole. Il passero stava nel corridoio e lo percorreva tutto in cinque o

sei salti. Ricordo ancora: cadendo dal suo nido, certo si era rotta una

zampina: io gliel'avea curata, ma era rimasta contorta.

Un giorno ritornai al mio paese e portai il passero a mia madre: ella ne

ebbe cura; io me ne dimenticai. Altre cose si dimenticano oggi! Pure

ogni volta che dalle mie peregrinazioni ritornavo a casa, domandavo:

— È vivo?

— Vivo quel rusticone, — rispondeva la cara mamma. E al mattino

cullandomi nel sonno come avviene di chi dopo lunga dimora altrove si

compiace del letto e della casa paterna, udiva uno starnazzar di alucce,

un — _ci, ci!_ — breve. Certamente era il sole che andava a visitare

quella sua creatura prigioniera, o era lei che intuiva la luce d'oro per

naturale senso di amore.

*

Ora come avvenne? come fu ieri?

Io ne sono profondamente afflitto, ma avvenne così come adesso

racconterò.

*

Bisogna sapere che ero giunto da un lungo viaggio: mia mamma sapeva che

dovevo arrivare e mi avea ammannito uno di quei desinarini come sanno

fare le mamme: vivande condite di amore!

Che piacere ritrovarsi in casa propria dopo tante notti passate negli

alberghi! che gioia poter stendere le gambe sotto il proprio tavolo, su

cui pende la solita lampada: e le stoviglie vi danno il benvenuto.

La cucina era in festa: e il focolare splendeva vivamente.

Quando non ci sono io, un pentolino basta per la mamma e per la

fantesca.

Al pentolino bada il gatto: la fantesca dice le sue orazioni.

Ma quel giorno era venuto io e la cucina era in festa. L'arrosto girava

sul treppiede; la pentola bolliva con allegro borbottio, gli aridi

tralci crepitavano ed anche il sole si era messo d'accordo, chè, dopo

tanti giorni di pioggia, riluceva.

Su la tavola era stesa una bella tovaglia, con le ampolline, il vasetto

de' carciofini nell'olio, da mangiare col lesso, riserbati per le

occasioni solenni: facevano inoltre bella mostra di sè una torta di

marzapane su di una guantiera, due bottiglie di vino, di quelle che non

si toccano per dei mesi e mesi e vi possono raccontare come fanno i

ragni ad intessere le lunghe tele e descrivere le scorribande e i vani

assalti dei topi nelle cantine.

C'erano le mele siroppate nel mosto, c'era l'uva dell'ultima vendemmia,

c'era il ramo secco dell'ulivo, appeso al muro: memoria dell'ultima

Pasqua.

Pensare alle trattorie, dove su le tovaglie grinzite muoiono le ultime

mosche, e il cameriere al grave odore della cucina si assopisce col

mento ispido su lo sparato sudicio; pensare agli acri mangiari in quelle

mie peregrinazioni! Come tutta scintillava di pace benigna la gran

tavola della casa!

— E il vecchio passero sta bene? — domandai posando la mano su la spalla

della mamma che stava dando un'ultima occhiata all'arrosto, su cui il

fuoco lento avea disegnato larghe chiazze brunite.

— Bene come un papa! — ella rispose. E il passero in quell'istante, come

per rispondere direttamente alla domanda, fece — _ci! ci!_ — perchè

certo un raggio di sole era giunto sino alla sua gabbia.

— Di mezzogiorno ci batte il sole perchè canta? — domandai.

— A mezzogiorno arriva sino a lui e allora fa due o tre stridi; poi non

si sente più tutto il giorno. È un rusticone!...

*

Il pranzo fu lieto da principio, poi volse a tristezza, giacchè non

sempre il vino desta gioconde imagini. Eravamo noi due soli, come da

tanti anni. Si parlò di molte cose passate, e ciò avvenne naturalmente

per la ragione che tanto per la mamma come per me l'avvenire si è chiuso

e ben sappiamo che cosa ci è dato in ventura.

Ciò toglie forse lietezza, ma in verità non aggiunge timore. La via è

segnata almeno così. Trascorra almeno con la benedizione del Signore e

con la coscienza di non aver fatto piangere nessuno!

Si parlò dunque del passato: profili dolci e melanconici di chi non è

più, sorgevano evocati attorno a noi, come volessero assidersi alla

antica mensa.

Vero è però che quando la coscienza è in pace il parlare dei morti e coi

morti non dà sconforto nè tristezza.

*

Le due bottiglie erano vuotate, io le avea ben vuotate: un bisbiglio

sommesso e accorato veniva dalla cucina: era la vecchia fantesca che

avea finito di accudire alle sue faccende e avea cominciato la lunga

interminabile serie delle preghiere vespertine.

Piccole storie del mondo grande · 第 7 / 28 题