Lia proseguì: “Lo sa, è vero, che il treno arriva alle undici?„

“Ben per quello che son venuto;„ dissi finalmente.

“E la valigia?„

La guardai con sorpresa, poi dissi:

“Ma chi le ha detto che vengo anch'io? io le ho fatto l'itinerario, ma

non le ho mai detto che sarei venuto in Brianza.„

Allora fu lei a guardarmi, poi cercò di ricordarsi, poi disse con molta

semplicità, senza segno dell'impazienza che la pigliava quando si

ostinava a volere una cosa:

“Sarà benissimo, come lei dice, ma proprio ero così convinta che si

doveva fare il viaggio assieme, che forse per questo non gliene ho mai

parlato.„

Allora io, facendo il maggior sforzo su di me stesso, cominciai con un

“Sia ragionevole, signorina Lia„ a parlare di me, del mio avvenire,

dell'impegno preso, dell'andata a Vienna, e certo ella ne era persuasa

perchè non obbiettava alcun ragionamento, ma le labbra le cominciarono a

tremare e dalle pupille si formò visibilmente una lagrima che corse su

le palpebre: vi si fermò sospesa, cadde e lasciò posto ad un'altra; e il

mio discorso persuasivo terminò allora contro la mia intenzione con

questa domanda:

“Ma non è un capriccio puerile il suo?„

Lia scosse la testa con profondo diniego.

“Ma ha proprio tanto desiderio della mia compagnia?„

Lia affermò vivacemente.

“Ma il babbo e la mamma che cosa penseranno?„

“Loro sanno che lei viene.„

“Ma chi l'ha detto a loro?„

“Io, oh bella!„

Per non fartela lunga, Astese, dopo dieci minuti avevo preso la valigia,

destinata ad accompagnarmi a Vienna. Io stesso mentre vi riponevo le

robe, mi domandavo: Ma cosa faccio? ma dove vado? Il fatto è che sono

andato anch'io in Brianza. Ora senti questa e poi è l'ultima, che è

tardi e domattina mi devo levar su presto. Dunque il treno dovea partire

alle undici; un treno omnibus che fa servizio di merci, figurati, e sta

fermo una buona mezz'ora alla stazione. Non so come ci siamo trovati per

un momento soli nello scompartimento di prima classe, io e lei. Il

babbo, mi pare, stava facendo i biglietti e la mamma parlava nella

saletta d'aspetto con una signora: fatto è che eravamo soli.

“Adesso mi leverò il cappello se no si sporca tutto,„ disse Lia; e posò

la pamela sopra la reticella, e poi si mise tranquillamente a guardare

dal finestrino dalla parte dell'ombra come se da quella apertura

ambulante del treno si fosse già cominciato a scorgere qualche cosa del

vasto mondo che ella desiderava di conoscere: si sentivano al di là

della siepe cantar le cicale nel silenzio dei campi che mandavano dei

bagliori di oro, giacchè il grano non era stato mietuto. Indovina a cosa

pensavo? Pensavo a quello che i greci dicevano a proposito delle cicale,

cioè che sono divini e melodiosi animali. Mi pareva che avessero ragione

quegli antichi umani, e cioè che intendessero il mondo della natura

diversamente e con più felicità di noi. Cose leggiere, liete e

misteriose esistono nel mondo che noi non sentiamo perchè sono oppresse

dalla nostra guerra umana e dalla nostra tristezza! A questo pure io

pensavo. Mi interruppe la voce di Lia che domandava:

“Dopo Milano si vede subito la Brianza?„

Io non so che cosa risposi.

“Anche il Po deve essere un bel fiume, è vero?„

Io non so: io non vedeva in volto a Lia perchè lei guardava dal

finestrino e col dito accennava come se vi fosse stato il Po e la

Brianza: io non so, ma veramente mi sentii tirar giù verso quella

capigliatura che evaporava la sua giovinezza sfuggita alla bara, e parea

quella di un paggio antico ed era sotto di me, e la baciai, ma

pianamente che non credeva nemmeno che Lia se ne fosse accorta. Invece

Lia si accorse, ma non si scosse come se il mio bacio fosse stato una

cosa attesa da molto tempo: disse soltanto: “Cosa fai?„

Poi mi si rovesciò addietro, con la testa, e vidi i suoi occhi verso di

me, le sue labbra verso di me. Il resto pensalo tu, Astese, e andiamo a

dormire.

----

Così terminò Leuma il suo raccontare, chè la luna più non passeggiava su

le cime dei pioppi, ma era trionfalmente salita nel cielo.

*

Astese anche nel nuovo letto, fra le lenzuola fresche di lavanda, si

addormentò del sonno del giusto. Però verso il dilucolo, la leggerezza

del sonno fu attraversata prima da un suono come di sonagliere e di

ruote, un suono allegro quale di diana alpestre; poi da un vagito di

bimbo che pareva un richiamo alla vita, infine quando la luce segnò la

croce della finestra, dal canto di un gallo con un sentimento di aer

sereno: suoni non sgradevoli che lo cullarono come in un sogno e fecero

scendere quell'onorevole giù in un secondo sonno, dal quale lo svegliò

una voce, questa volta distinta, la quale disse:

— È permesso?

Era la signora suocera che, con cortesia campagnola, venìa ella stessa

ad aprir la finestra e a portare il caffè.

— Ma è ben tardi, — disse Astese quando vide la luce calda del mattino

che ebbe invaso la stanza.

— Oh, stia zitto — disse con rincrescimento la signora — che abbiamo

avuto tanta paura questa notte che il bambino la disturbasse: sì è

svegliato due volte il birichino, perchè adesso lo teniamo noi la notte

il bambino, perchè, veda, adesso lo svezziamo dal latte.... ma se vede

la sua mamma non lo tiene più nessuno. Ci vuole una goccettina di rum o

di mistrà?

— No, è eccellente così; — e l'onorevole Astese con il cubito nel

guanciale e la mano fra i fini capelli, sorbiva, con aria di sibarita,

il caffè che mandava il suo fumo nella stanza piena di sole.

— Ma pensi che lo ha allattato lei....

— Ma cosa la mi conta! — si credette in dovere di esclamare l'onorevole,

il quale, dottissimo in molte scienze, poco si intendeva

dell'allattamento dei bimbi.

— Ma sicuro! — proseguì trionfalmente la signora — oh, tutta la gente se

ne faceva le meraviglie, se sapesse, e ci dava degli imprudenti: io poi!

Tutti a dosso a me: io invece voleva prendere una balia, per tante

ragioni, prima per lei: capirà bene; era una bambina: appena diciotto

anni! eppoi anche per il piccino perchè, lei non lo saprà perchè è

scapolo, ma le donne di primo parto hanno latte scarso: ma non ci fu

verso.... “Lo voglio io, lo voglio io il mio piccino, non me lo portate

via, se no muoio.„ E glie lo abbiamo dovuto lasciare, sa?

E noi, imagini con che cuore, si stava in pena, e si guardava pian piano

dal buco della serratura; lei in letto con la testa giù, e vicino una

cosettina che si muoveva che pareva, sa? uno di quei piccoli gattini:

stavan lì tutto il giorno tutti e due, soli; non si sentiva un sospiro.

Lei dirà che è stata un'imprudenza, che lei si è ammalata, che il

bambino ha sofferto? Macchè! Ha fatto i suoi quaranta giorni di letto e

poi si è alzata, e poi lo vede? ha patito il piccino? ha patito lei?

proprio vero come dice nostro genero, lui lo dice in latino ed io glielo

dirò in italiano: “Va ben dietro alla natura e non sbaglierai mai e poi

mai.„ Va bene così?

Astese assicurò la perfetta trascrizione del passo; e, senza volerlo,

venne a sapere tante cose: intanto che il suocero e la suocera avevano

una grande stima di Leuma, anzi che tutto il paese avea Leuma in grande

riputazione, che Leuma avea rimesso in piedi l'azienda domestica del

commercio del legname — e con che anima, e con che spirito! che se

voleva essere sindaco dipendeva da lui. — Se quest'inverno non è

avvenuta una rivoluzione in paese, tutt'il merito è di Leuma. Ci vuol

altro — seguitava la signora — che mandare carabinieri e soldati, come

dice Leuma....

— È socialista Leuma?

— Oh, credo di no: perchè lei forse è socialista?

— Io? Io per adesso sono ministeriale, — rispose Astese ridendo di gusto

nel suo savio cuore.

— Bene, Leuma non è neppur quello che dice lei. Anzi Leuma dice che ci

vogliono delle amministrazioni buone nel Comune e nel Governo: dove si

tenga da conto il danaro che ci portano via con le tasse: che il popolo

non è di nessun partito, ma che vuol vivere secondo giustizia, che siete

voialtri deputati e tutti quegli altri che hanno il mestolo in mano, che

mettono su il popolo. Insomma, ha delle idee buone e serie: ha capito? e

qui in paese tutti gli vogliono bene: lui dà ragione al prete, se il

prete ha ragione; e a quegli altri, se quegli altri hanno ragione.

— Così che loro sono felici col mio amico Leuma? — domandò graziosamente

Astese per ricondurre alla conclusione un troppo diffuso discorso.

— Felicissimi, tranne l'ingratitudine del mondo.

— Sarebbe a dire?

— Come? me lo domanda? Ma un uomo come Leuma non lo devono fare per lo

meno cavaliere? Cosa andate a fare voi altri a Roma? Cosa sta a fare il

re a Roma? E se non vogliono far cavaliere il nostro genero, che già lui

non ci tiene perchè non è ambizioso, — e se non si è ambiziosi, glielo

dico piano che nessuno ci senta, oggi non si riesce a niente, creda a me

che sono gallina vecchia, — ma almeno mio marito! Sono trent'anni, dico

trenta, che commercia col legname, e in trent'anni non ha mai mancato ai

suoi impegni, e non l'han da fare cavaliere? Un altro commerciante di

legname, qui in paese, che ha fallito due volte, è stato fatto

cavaliere: questa è storia! I buoni intanto restano a gola asciutta, ma

verrà il tempo che ve ne pentirete....

Astese voleva assicurare quella signora, già così dolce e gentile, che

lui, poveretto, era innocente di queste colpe: ma ella non gliene lasciò

tempo. — Non me ne parli, non me ne parli — disse, e preso il vassoio e

la chicchera, se ne era andata.

*

Presso la porta v'erano le scarpe lucide, su la sedia i calzoni

spazzolati e piegati. — Ma che brava gente! — ripeteva Astese facendo

_toilette_ con certi larghi gesti come di persona che arringhi, il che

era sua abitudine.

Quando fu dato l'ultimo tocco artistico alla capigliatura, si affacciò

alla finestra e vide, sotto, il giardino, silenzioso sotto il sole; il

giardino pieno di alti gigli, e fra i gigli era Lia.

Lia era con tutti i capelli sciolti così che quando si chinava per

mondare certe piante, si dispiegavano intorno sino a terra; e, quando si

levava, la linea della persona balenava intravvedendosi sotto una veste

di lana bianca costretta da una fascia di rosa intorno alla vita.

Astese la seguì a lungo con gli occhi e si sentì melanconia a quella

vista. Si passò una mano su la fronte come per mandar via certe caligini

che gli si addensavano pensando alla sua giovinezza trascorsa quasi

castamente, ma poi disse con la sua voce lieta e forte: — Buon giorno,

sposina Lia....

Lia si voltò, guardò attorno, in alto, e mandò un: — Ah! è lei,

onorevole? Buon giorno: ha riposato bene? — e si raccogliea, confusa, la

capigliatura su la nuca.

— Benone! Ora scendo.

Poco dopo Astese era presso di Lia e, stringendole la mano, esclamò

allegramente: — Non ebbe pur tutti i torti Leuma se per conquistare

questa bella mano, lasciò Vienna e Roma; — ma così dicendo vide che Lia

arrossiva di non so quale timido pudore che lo stato di sposa e di madre

non avea tolto ai suoi diciannove anni; però mutando l'entusiasmo e il

complimento in tuono più pacato di voce. Astese proseguì: — Lia....

Lia.... Lia....! ci son bene dei versi che mi sovvengono questo nome, e

mai non mi sono parsi così belli e così veri come adesso, che la vedo

qui tra i fiori. Senta, sposina, — e dopo alcun pensamento per

ricordarsi, disse con voce calda e ricca di inflessioni armoniose che

non avea parlando comunemente ed era uno de' suoi trionfi, e con largo

gesto, fra i gigli:

Sappia, qualunque il mio nome dimanda,

Ch'io mi son Lia, e vo movendo intorno

Le belle mani a farmi una ghirlanda.

Per piacermi allo specchio qui m'adorno;

Ma mia suora Rachel mai non si smaga

Dal suo miraglio, e siede tutto giorno.

— Oh, che bei versi! — disse la giovanetta con ingenua ammirazione; — me

li ripeta.

E Astese li ripetè.

— Ma di chi sono?

— Indovini.

Lia disse che non lo sapeva, ma che aveano un non so che di bello e di

antico e che probabilmente dovevano essere di Dante. — Io però non sono

arrivata sin là, — aggiunse.

— Ma brava, ma che intuizione! Del resto si capisce; stando con

Leuma.... Sa che c'era della stoffa d'artista in Leuma?

— Oh, lo so pur troppo! — disse Lia sospirando. E chinò la testa come

chi è richiamato ad un pensiero doloroso.

— E adesso perchè sospira? ma perchè? cos'è nato?

Lia lo guardò in volto dubbiosamente come chi cerca un'espressione che

gli riveli se si può o no fidare; e poi con voce in cui da vero si

sentivano le lagrime, come talvolta attraverso il vento si sente l'odor

della pioggia, domandò:

— Dica, mi posso confidare in lei?

— Garantisco, sposina, — disse Astese turbato a quel mutamento di scena

inaspettato e mettendosi la mano sul petto e dando alla voce e al senso

un andamento scherzoso: — garantisco che ho ricevuto più confessioni io

di un frate confessore; ma giuro....

— Ebbene, signore, io sono molto infelice; — suonò la voce di Lia; e

stette lì, col capo chino e le braccia penzoloni, come meditando tutta

l'estensione delle parole che avea proferite.

— Eh!... ma pare impossibile....!

Lia confermò con un lieve chinar del capo.

Astese, supponendo che quella infelicità provenisse da qualche imagine o

fantasia dell'anima inesperta, domandò con evidente intenzione di

iperbole faceta:

— Non le vuol bene? la maltratta? non adempie ai suoi doveri? giuoca? si

ubriaca? vanno male gli affari? non va d'accordo con la suocera?... ha

un'amante?

— Oh no, signore, questo poi no! — disse Lia non senza indignazione, là

dove prima avea sempre risposto con un melanconico diniego.

— Allora favorisca spiegarsi, perchè questa volta non ci riesco ad

indovinare....

— Venga con me, signore, — disse Lia, — e poi capirà tutto.

Lo prese per mano, lo condusse segretamente in casa al secondo piano, e

aperse la porta di una stanza.

— Questo è stato il regalo della sposa allo sposo; — disse Lia

indicando.

— Corpo di bacco: una magnificenza! — disse Astese fermandosi su la

soglia.

— Venga, ma venga avanti! Adesso lui non c'è in casa e possiamo essere

sicuri.

Era una grande stanza arredata con austerità di cuoi, di tappezzerie e

di mobili antichi di non dubbio valore: una stanza da studio che la

avrebbe invidiata un sognatore e un poeta, e che nessuno avrebbe

sospettato in quella villa alla buona. La tenue luce passando attraverso

le tendine di seta rossa, si rinfrangeva su le ricche masserizie in un

raccoglimento pieno di pensiero e di bellezza. In uno scaffale di antica

foggia stavano disposti molti libri legati in cuoio ed oro, e presso il

balcone era un tavolo massiccio sagomato a liocorni con ricchissima

suppellettile per iscrivere, e un'erta sedia a bracciuoli con borchie e

cuoio. Ma per temperare l'austerità del seggiolone, faceva grazioso

invito al sogno ed al riposo un mobile che Catullo avrebbe chiamato

_torus lucubratorius_; in linguaggio moderno, una _dormeuse_ a

fiordalisi.

Quadri, acqueforti, due statuette di bronzo, vasi di vivi fiori, stoffe

e ricami di puro lavoro ornavano le pareti.

— Bellissimo, da senno, — disse Astese, — ma io non capisco che cosa

abbia da fare questo studiolo, degno di un letterato francese, con la

infelicità di vossignoria, sposina Lia.

— Lei capirà subito, signor onorevole: guardi! — e in così dire Lia

passò la palma della mano sul tavolo e poi la squadrò aperta davanti al

volto dell'onorevole Astese: — Ci guardi ben bene; polvere! oh, ecco qui

la penna: La vede? arrugginita! E non basta: qui sul tavolo c'è una

ragguardevole sommetta fra romanzi moderni, poesie moderne e riviste:

tutta roba che faccio venire io per Leuma affinchè i libri gli sieno di

compenso in questa solitudine della campagna, anzi, stando a quello che

mi propongono i librai, dovrei spendere molto di più, perchè di novità

ne vengono fuori tante.

— Questo lo credo.

— Già, ma bisogna fare il passo secondo la gamba, come dice la mamma,

che è lei che mi dà i danari. Ora, come vede dalla polvere, dalle pagine

non tagliate, dalle fascette intatte dei giornali, Leuma non si occupa

più di studi; tutti questi bei libri lo lasciano indifferente: la

gloria, o per lo meno la rinomanza, sia pur fuggevole, ma certo

inebbriante per quel tanto che dura, è passata su queste pagine: ma

Leuma pare che non se ne accorga o la disprezzi per arte. Egli nella

scuola mi parlava di eroi, mi diceva che l'uomo deve lasciare su la

terra un segno del suo passaggio, se no è come un bruto; ed ora che mi

ha sposata, tutto questo mondo di eroi e di gloria è scomparso, è morto:

dico morto; non se ne parla più, più! Legge poco, e scrive ancor meno,

non dico versi, ma nè anche di prosa. Ora per un uomo giovane che ha

sempre avuto inclinazione a queste cose (e lei con le sue parole mi ha

confermata in tale credenza) non è per lo meno strano questo abbandono

per tutto ciò che possa ricordare i trionfi dell'ingegno? me lo dica

lei.

Lia, così dicendo, si sedette su di uno sgabello chinando il capo, e

Astese pure si adagiò sul _torus lucubratorius_.

Astese, contemplandola, pensava che sebbene egli non fosse mai stato

poeta come Leuma, pure si sentiva l'animo per quell'adorabile donna di

comporre tante canzoni e sonetti da disgradarne messer Francesco

Petrarca, e, cosa ben più difficile, da ridurre in rima i discorsi più

lunghi ed acerbi al buon senso e alla grammatica dei suoi onorevoli

colleghi. Ma comprendendo che l'infelicità di Lia potesse avere

fondamento sul vero, e non volendo d'altra parte scoprire più in là che

ella non scoprisse, così si accontentò di confermare le parole di lei

dicendo:

— Ciò, se è vero, mi sorprende, perchè Leuma era un idealista e un

artista nell'anima, e quando era in collegio scriveva molti versi e

prose di romanzi. “Veramente, — pensò, — li scrivevo anch'io i versi: ma

allora si usava.„ E alzando la voce: — Non fa dunque nè pure un piccolo

sonettino per la sua sposa?

— Neppure! Oh, ma che cosa crede lei! Che io mi lamenti per me? Ma già,

sciocca io a confidare certe cose! Lei prende tutto in ridere; e su

questo Leuma vedo proprio che ha ragione da vendere e dice benissimo.

— Cosa dice Leuma? da brava, sentiamo!

— Dice che voialtri deputati pigliate tutto in burletta, anche le cose

più serie, e per questo non farete mai niente di buono, perchè non avete

fede.

— Egregiamente: dica però a suo marito che noi lo terremo d'occhio.

Certe idee sovversive del signorino sono giunte sino a noi. Ma per ora

tiriamo avanti nel nostro argomento. Vedrà ora se colpisco giusto: ella

sta in pensiero perchè Leuma sarà stravagante, nervoso, melanconico,

meditabondo, sentirà la nostalgia di viaggiare, di vivere nelle grandi

città.... Scusi, sposina, lei ha mai letto una commedia tragica che si

intitola _Anime solitarie_?

— No, signore.

— Ma certo l'avrà comperata: è una novità....

— Sarà bene: ma anch'io, veda, leggo poco. Mica che non ne abbia la

voglia: ma vi sono tante vestine da rammendare e tante cosine da fare!

Noi non siamo ricchi; possono venire degli altri figliuoli, e poi l'ago

e la pezzuola — come dice la mamma — tiran su la famigliuola.

— Peccato che non abbia letto le _Anime solitarie_....!

— Perchè?

— Perchè allora ci saremmo subito compresi sul conto di Leuma: ma se non

ha letto quel libro, è inutile che glielo spieghi: serve soltanto per

chi non ne ha di bisogno.

Allora Lia parlò così accendendosi di passione di mano in mano che

proseguiva con le sue parole dolorose:

— Lo farò venire quel libro, signore, e lo leggerò. Ma intanto le posso

accertare che Leuma non è come ella dice: anzi è molto tranquillo e

sembra contento. Ciò appunto mi accora, e quasi preferirei che egli

fosse agitato e cattivo, ma mi dicesse l'animo suo. Invece quella sua

calma, quel non guardare questi libri, mi fa tremare. Egli certo non

legge per non affliggersi; per non vedere avverato negli altri

l'avvenire pieno di soddisfazioni che egli sognò anche per sè, povero

Leuma. Io indovino che sotto quella calma rassegnata si nasconde un

segreto dolore. Egli con la sua bontà, mi fa capire che la sua vita è

rovinata. Egli era nato per fare nobili cose: invece la sua vita si deve

consumare qui, in questa campagna, con questa donna, con quel bambino,

con i miei genitori! E il rimorso, veda, è che sono stata io, io che gli

ho chiuso la strada, io, perchè gli voleva bene e ho fatto tanto perchè

mi sposasse! Egli voleva andar via: molto lontano; e sono stata io a

trattenerlo, perchè mi pareva di morire se fosse andato via. Ma adesso

che siamo sposi io sono disposta a tutto pur di farlo contento. Mi

adatterei a tutto. Egli mi ha dato la sua vita: io sono pronta a dargli

la mia, a sacrificare per suo bene la mia pace. In questa villa noi

viviamo agiatamente e non ci manca cosa alcuna; ma io anderei a vivere

con lui a Roma, a Milano, dove vuole, anche in una stanza sola, anche a

dover io lavare i piatti pur che lo sapessi contento: perchè io lo

sento; per voi altri uomini che avete ingegno, una piccola donna è poca

cosa: vi sono le soddisfazioni dell'amor proprio, il trionfo delle

proprie forze, la gloria sopra tutto. Per questo veda, signore, mi

dispiaceva che lei fosse venuto qui! La vista di lei che fu suo compagno

di scuola e che adesso ha un nome nel mondo, certamente deve aver

gettato del veleno nella piaga del suo cuore. Il tempo fugge, signore, e

la mamma non ce la può dare una seconda volta la vita come un giocattolo

di cui si è fatto cattivo uso la prima volta: e Leuma consuma qui la sua

vita.

Lia pronunziò queste ultime parole con grande melanconia, la quale

penetrò anche nell'animo di Astese; e siccome lui, benchè eloquente, non

diceva parola e lei aveva detto tutto quello che aveva nel cuore, così

si vergognò di quegli occhi di lui che scrutavano nel volto la sua pena

e la sua confessione: si confuse, arrossì, si coprì il volto con le

palme e segretamente piangea.

Allora egli disse:

— Vediamo..., vediamo un po': in fede sincera, sposina, lei ci terrebbe

a questa gloria (chiamiamola così per intenderci) di Leuma?

— Per mio conto? — domandò vivacemente Lia sollevando gli occhi

lagrimosi.

— Si, per suo conto: si esamini bene!

— In mia fede, signore, la mia ambizione non oltrepassa la cuna del mio

bambino e la cancellata di questa villa.

— Allora però — disse Astese — bisognerà pure che Leuma dia qualche

segno della sua tristezza, del suo malcontento, perchè altrimenti dovrò

credere che questa infelicità provenga se non in tutto, almeno in parte

dal troppo affetto e dalla troppa fantasia della sua adorabile sposa.

— No, veda: — disse la giovane — il maggior sfogo lo ha fatto ieri a

sera mentre parlava con lei: forse lei non se ne sarà accorto; me ne

sono bene accorta io e non ho chiuso occhio tutta la notte! Se egli mi

desse a conoscere qualche cosa, io ne sarei quasi lieta: si verrebbe ad

una spiegazione: ma di provocarla io non mi sento il coraggio: ho paura

di scoprire quello che temo. Egli infine è troppo gentiluomo per dirmi

anche in bel modo: “questa vita mi annoia, io aspiro ad altro„: accetta

lo stato di cose che ha trovato qui....

— Allora mi spieghi come passa Leuma qui il tempo, che pure deve fuggire

assai lentamente.

— Nel modo più stravagante, — disse Lia sorridendo, — almeno per uno che

era tanto amico degli eroi e delle cose ideali. Vuol vedere? questo è un

giorno buono. Venga con me.

E Lia calò le tendine di rosa: nella stanza solitaria i libri rimasero

soli: i grandi libri che vivevano la loro vita immortale e dall'alto

della scrivania guardavano i giornali e i tanti altri libri comperati da

Lia, i quali morivano senza nè pure essere tagliati.

Lia richiuse a chiave la porta di quel piccolo cimitero.

Uscirono dalla villa e Lia precedeva speditamente fra le cataste delle

asse e dei tronchi.

— Le assicuro, signor onorevole, che chi vuole tener dietro a tutta

questa roba — diceva indicando — non ha tempo da perdere, anche se il

giorno è lungo. Adesso poi che abbiamo anche i bachi da seta, è un da

fare!

Intanto erano giunti lontano dalla villa, dove si apriva un

cancellaccio: quivi era una fila di carri con su dei pesanti tronchi, e

molti lavoratori a gran fatica li scaricavano, ed erano attaccati ai

carri de' muli lucidi e membruti, i quali facevano di tanto in tanto

scintillare le selci e scotevano le sonagliere e le code di volpe dalla

cavezza. Manifestamente gli uomini e gli animali erano abitatori del

selvaggio Appennino. In mezzo a questo lavoro Astese trovò Leuma, non in

atto di chi mediti un'elegia, ma di chi comanda, e in termini non

vaporosi, ma significativi ai suoi operai.

— Bravi, dove vi siete andati a nascondere? Tua mamma ti cercava poco fa

col piccino che non vuole star quieto. — Così disse Leuma venendo loro

incontro con un viso allegro come quel mattino di giugno. — E tu hai

dormito bene, onorevole? — e dopo alquanto parlare, aggiunse: — La sai,

Lia, la bella nuova? domani bisogna andare in Garfagnana, o tutt'al più

dopo dimani: tu, Astese, vieni con me e vedrai che luoghi, vedrai come è

bello il nostro Appennino! Non dir di no: Senti che bel programma ti

faccio: stiamo fermi lassù due giorni, il tempo per sbrigare un certo

affare di asse e di legna e tu vedrai quello che non ti sogni nè meno, e

sentirai quello che nè pur credi: ti basti questo che lassù lo ricordano

ancora l'Ariosto e il Tasso e lo cantano a memoria. Poi gusterai delle

colazioni con certe trote pescate in un laghetto, e viene un appetito

con quell'aria fina!... domanda un po' a Lia che v'è stata.

Lia allora spiegò ad Astese che lassù il babbo ci aveva un bosco e una

segheria fra certe schegge rupestri fra cui casca un torrentaccio che

muove la segheria: tutto al primo vedere pare il soggiorno delle

streghe, ma a farci l'occhio si trova che è assai bel luogo, di gran

frescura l'estate, e che buona è la gente come non certo al piano. Ella

con Leuma ci era rimasta più di una settimana lo scorso agosto.

— Leuma — aggiunse ancora Lia — è entusiasta di quei luoghi, ed ha

ragione: ma io sola non ci resterei. Veda, quando viene la sera, tutti

quegli alberi intorno alla casa si fanno più neri e più grandi e stanno

lì con tanto silenzio che proprio si pensa che da un momento all'altro

si devano muovere e parlare cose misteriose che sanno loro soltanto.

Queste sono sciocchezze, io lo so...., io lo so; e sa anche di che cosa

avevo paura? Che ogni momento venisse fuori un brigante.... Sono cose da

dire? e pure è così....

— La nostra Lia è un pochino paurosa.... — avvertì Leuma.

— E prima non lo ero, veda, onorevole? da ragazza avevo un coraggio che

lei non può credere, e adesso che ho marito e il bambino, mi sono fatta

paurosa. Lo sa lei perchè? Io vorrei correggermi, io me ne vergogno, e

non sono buona: vedo fantasmi da per tutto!

— Tu però — disse Leuma — non hai raccontato al nostro amico che se la

sera è piuttosto melanconica, le mattinate invece sono stupende....

— Oh, questo sì! — disse ancora Lia con voce quasi di canto — la

montagna, lassù, al mattino, è proprio incantevole. Ecco, dispiace a

pensare che verrà un giorno in cui bisognerà morire! E ha osservato

anche lei che è proprio quando più sentiamo di vivere che ci viene in

mente quell'altra brutta cosa? Ma non parliamo di questo. Lassù, la

mattina, quando si vede il sole, vengono fuori dalle frasche tanti

uccelli che non si crede proprio che ce ne devano essere tanti; e

bisogna dire che a cantare e a volare provino un piacere che noi non

sappiamo, perchè sembrano pazzi, pazzi, le dico, ubbriachi di cantare e

di amare.... Noi spesso siamo stati lungo tempo a sentire quella musica

che evaporava dai boschi, sotto il cielo sereno!

— I poveri animaletti — disse Leuma — hanno abbandonato queste pianure,

dove si fa una caccia spietata, e si sono rifugiati lassù. Del resto —

aggiunse con più grave voce — non sono solamente gli uccelli che hanno

emigrato in alto, in via cioè di fuggire, forse per sempre! Anche

qualche cosa della nostra Italia si trova soltanto lassù. Per esempio,

senti questa: una volta abbiamo incontrato una vecchia che non sa nè

anche cosa sieno le lettere dell'alfabeto e questa diavola non mi tira

fuori la canzone “Vergine bella che di sol vestita„ del Petrarca? la

diceva a suo modo, ben inteso, ma dovevi sentire che voci, che musica

dava ai versi: come una preghiera! Lo credi che mi veniva da piangere?

Ah, se vieni lassù ti voglio far conoscere un marangone, vecchio ancora

quello; non ha mai studiato disegno, non ha visto mai niente fuori delle

sue montagne. Bene, lo credi? nei giorni d'ozio ti disegna e fa dei

mobili del più puro gusto del quattrocento. È come una sopravvivenza di

quell'innato senso del bello che un tempo c'era in noi, nella nostra

gente. Ora in nome di un presunto positivismo si tende a demolire anche

quello, gli iconoclasti! i lugubri seppellitori dell'Idea! a patto di

rimpiangerla domani quando la vedranno risorta a generare la vita presso

altre nazioni! Insomma quando si pensa al tesori di una natura

inesauribile che avrebbe questo popolo italiano e che noi non sappiamo

sfruttare, anzi non conosciamo nè meno, viene addosso un

grand'avvilimento. Noi potremmo essere i più ricchi, i più felici, i più

umani e geniali popoli dell'Europa, e invece!... Bisogna vivere qui in

questi comuni e in queste campagne dell'Emilia! Io ne so qualche cosa

perchè, senza volerlo, mi trovo in mezzo alla baraonda di un povero

comune dissestato. C'è del malcontento, qui, del guasto, dell'odio cieco

e profondo, dell'ignoranza tanto più terribile perchè è a base di

alfabeto, di diritti e d'istruzione: par di sentire degli scricchiolii

di passioni selvagge, come nel ghiaccio quando sta per rompersi. A chi

dar ragione? a chi torto? Ti confesso che non lo so nè anche io e non so

più con chi prendermela, forse un pochino con voi altri che scrivete

libri e che fate i discorsi; poco savi gli uni e poco belli gli altri.

Press'a poco come facevano in Atene, ai tempi antichi, con la differenza

che loro andarono in malora facendo almeno dei discorsi esemplari e

delle poesie belle. Ebbene, questo è il mio posto di combattimento:

umile posto ignorato, eppure mi trovo contento di questa nuova battaglia

che combatto: ma la mia piccola Lia, vedi, Astese, mi assedia con tutti

i libri e con tutte le poesie che si stampano. Ella pensa, nel suo

amore, che io sia un grande ingegno, una tempra d'eroe che si deve

ancora manifestare. E forse un tempo fui io stesso ad alimentare nel suo

ingenuo cuore così fatta illusione di me! Povera Lia! Non la ho più

questa ambizione. Se ne avessi una, se sapessi che l'opera mia di uomo

può giovare a qualche cosa, sarebbe di fare un po' di bene pratico, di

portare fra questa gente un po' di evangelo di buon senso e di

giustizia, di fare che questo lavoro umano non cada, come quasi sempre,

tra una lagrima e una maledizione.

— To', _dame un baso_! — disse Astese commosso, — benchè.... benchè....

benchè....

— Benchè cosa? — disse Leuma sorridendo.

— Benchè — disse Astese — tu oggi, pur essendo _tantum mutatus ab illo_,

ti conservi sempre un idealista. Sposina Lia, sposina Lia, — interruppe

poi volgendosi alla donna che coi begli occhi lieti di inaspettata

sorpresa guardava il compagno della sua vita, — si attendeva lei così

chiara e sùbita dichiarazione? Se a questo ha giovato qui fra voi la mia

venuta, essa non fu inutile, vero, sposina? Un'idealità eroica c'era pur

sempre nell'animo del suo sposo! Ma via! Sia benedetta questa nuova

idealità. Sì, forse, hai ragione tu ed io ho torto. Io partendo dal

positivismo della vita, sono giunto ad essere, per mo' di dire, un abile

aritmetico della vita. Conosco i numeri, ma forse trascuro gli zeri che

in sè non sono nulla; ma sono essi che danno il valore all'esponente del

numero. Tu invece, attraverso il cammino dei nobili sogni ti sei più di

me accostato alla verità. In questo caso esso è un compenso che gli Dei

concedono alle loro creature predilette in premio del patimento dei

sognati fantasmi....

— No, amico, non sono gli Dei, — disse Leuma, — ma è quest'anima cara,

questa nostra Lia, che senza saperlo mi ha tolto dal labirinto delle

inani ambizioni ed ha procurato la resurrezione della mia anima.

Soltanto dopo o insieme all'esperimento di una vita utilmente spesa si

può cominciare a scrivere il libro di carta. Ma, credi, il libro di

carta, utile e necessario, deve essere di altro genere di quelli che tu

mi comperi, Lia, e credi anche che per crearlo con il balsamo

dell'immortalità bisogna fare il sacrificio delle cose più care; proprio

come fanno i nostri piccoli bachi che quando salgono il calvario del

bosco per formare il bozzolo, sanno che devono lasciarci la vita. Vero è

che dopo risorge la farfalla!...

— La tua farfalla eccola che viene! — disse interrompendo l'onorevole

Astese, perchè mentre Leuma così parlava, comparve il bambino in braccio

di una fanticella, ed era a vederlo come una candida visione, con i suoi

occhi sgranati e con la sua bocca aperta di vecchierello sdentato, nel

florido volto: e si gettò in braccio alla madre.

Erano giunti al giardino degli alti gigli e si sedettero sopra un

sedile.

— Bambino, piccino, topolino, birichino, — disse Leuma vellicandolo

gaiamente col dito nella fossetta della gola.

— Ecco, amico, il libro di carne, — disse Astese indicando il piccino e

Lia, — che tu hai aperto dopo aver chiuso quello di carta. Lasciamelo

dire ancora, gli Dei non potevano compensare con un dono più concreto il

lungo sognare della tua giovinezza....

— Ma insomma, — disse Lia, — invece di fare tutta questa filosofia, ci

dica: viene sì o no in Garfagnana? Lo sa che io la considero adesso come

un amico? che mi ha levato una gran spina dal cuore?

— Perchè? e quale spina potevi tu aver mai? — chiese Leuma.

— Te lo dirò, te lo dirò — rispose Lia commossa — : dunque venga con noi

in Garfagnana!...

— Ah, sposina Lia, altro che venire in Garfagnana....! Ma ad una

condizione.

— E quale, signor onorevole?

— Che io avessi dieci anni di meno, e lei, sposina, una sorella di più.

Piccole storie del mondo grande · 第 6 / 28 题