LEUMA E LIA.

Da sette anni l'onorevole Astese non vedeva il dottor Leuma, anzi — a

rigor di termini — non sapeva nè pur più dove fosse: se in questa vita o

nell'altra.

Ma secondo ogni verosimiglianza dovea essere in questo mondo perchè non

fu mai detto che i dottori muoiano come una persona qualsiasi.

Ora è certo che l'onorevole Astese, se avesse avuto a pena una settimana

libera, si sarebbe messo subito alla ricerca di quel caro compagno di

Leuma. Oh, lo avrebbe sì ripescato e avrebbe con lui rinnovato alcuna

cosa della giovinezza, oimè, della giovinezza così da poco tempo fuggita

e pure già così lontana. Oh, potersi riposare all'ombra o al sole con

Leuma e provare il gran piacere di dire delle sciocchezze senza la paura

di perdere di gravità, e portare anche i mattoni a quelle gran fabbriche

di castelli in aria di cui Leuma era maestro architetto! Ma, oimè, se

Leuma era vivo, li sapeva ancor fare i bei castelli, cioè era ancora

viva la sua giovinezza del cuore; o era morta come era morta in lui?

Morta in lui? Che ne sapeva mai lui, Astese? Quando mai egli aveva avuto

tempo di fare queste profonde analisi di se stesso?

Ma della giovinezza di Leuma si ricordava bene!

Erano stati compagni di collegio a Venezia per alcuni anni: egli era fra

i grandi e Leuma fra i piccini; un pallido, meditabondo giovanetto con

una grande anima che si apriva allora piena di sussulti in un esile

corpo; ed egli, Astese, ne riceveva le prime confidenze, e lo amava con

quella idealità e pur non so quale tenerezza di sensi come spesso

avviene in collegio, e lo difendeva dalla protervia de' compagni. Poi lo

ricordava per alcun tempo, fuor del collegio, ventenne, bellissimo. Come

si era trasfigurato con la libertà! Ebbro di entusiasmi, con i capelli

lunghi, i fiori su la bottoniera, nitrente verso l'avvenire come un

puledro. “Signori, — pareva dire — Venezia è da vendere? Il mondo va

male? lo trasformerò io: I segreti della gloria e della fortuna sono nel

taschino del mio _gilè_.„

E poi?

Scomparso!

*

Astese non aveva mai avuto nessuno dei fremiti e dei sogni di Leuma,

anzi si divertiva a contemplarne lo spettacolo in Leuma: talvolta anche

si aggrappava, per così dire, alle gambe di lui; ma a pena si sentiva un

po' lontano da terra, lo pregava di tornar giù e fare il piacere di

mettere il piede sul sodo.

Eppure a trentasei anni Astese si era fatta — si può dire dal nulla e

senza sforzi eccezionali — una posizione invidiabile: avvocato quasi

celebre, pubblicista autorevole, in fine, deputato.

Anche io come molti altri mi sono chiesto in che mai consistesse il

segreto di tanta fortuna, e non ci sono riuscito. Se lo sapessi dire,

come diventerebbe prezioso questo mio libro, e come ne approfitterei io

stesso! No, non lo so dire. Ecco: forse ne' suoi occhiali d'oro che

ridevano sempre su lo scarno e arguto suo volto sbarbato, e parevano

dire: “Noi, dopo aver bene esaminato, pigliamo il mondo sul serio per

quel tanto che basta a non diventare scettici o filosofi pessimisti.„

In pretorio, quando cominciava a parlare, diventavano di buon umore

anche i giudici: eppure Astese non era un _farceur_!

Nell'ultima battaglia elettorale glie ne scrissero e dissero d'ogni

colore gli avversari: una sola dimenticarono, cioè questa: “Signore,

siete antipatico!„ Eppure Astese col suo naso, col suo collo ricordava

lontanamente il cammello.

Astese non era un artista e non era un uomo di genio: eppure i suoi

articoli erano letti e citati.

Sì, è vero: vi sono piccole qualità preziose: un motore minuscolo

produce di più che tutto l'impeto di un uragano. Esistono nel mondo

morale, come nel mondo fisico, gli infinitamente piccoli da cui si

genera la fortuna nel commercio della vita.

E la potenza di adattamento all'ambiente non la si conta?

Ah, sì! Quando la scienza ci avrà fornito il mezzo per apprendere la

forza di adattamento, noi almeno, poveri inseguitori di farfalle e di

ideali, impareremo di gran cose!

*

— Ah, onorevole, come dovete essere felice voi! senza moglie, senza

figli, senza fastidi: un mondo di quattrini: un portafogli in

prospettiva! — sospiravano gli amici.

— Taci, — rispondeva Astese in tuono lugubre. — Sai tu cosa v'è qui

dentro?

io mi sento simile al saltambanco che muor di fame, e in vista ilare e

franco trattien la folla.

“Io allegro, io felice, io? — ripeteva poi talvolta a se stesso, specie

nel silenzio mattutino della sua stanza. — Felice tu, miserabile?„ e si

appuntava con volto tragico il dito contro la specchiera: ma poi gli

veniva da ridere, guardandosi. “Va là, _mato anca tì_!„ concludeva

vestendosi in fretta e facendosi “_ciao_„ nel suo inestinguibile

dialetto veneto.

*

— In prima non c'è più posto, onorevole.... Le carrozze sono tutte

occupate da una compagnia di americani che vanno a Roma a vedere il

Papa....

— Allora favorisca dirmi dove posso montare....

— Se crede, faccio attaccare una carrozza, onorevole.... — gli andava

dicendo dietro il capostazione.

— Manco per sogno: monto in seconda....

E il capostazione stesso gli aperse uno sportello di seconda classe con

un: — qui, passi qui: c'è posto; — e sospinse su l'onorevole Astese, che

era proprio lui ed era assai impicciato perchè avea il _plaid_, la sacca

da viaggio, il portafoglio curiale, il bastone, l'ombrello, la

spolverina e la testa fuori di posto che è il peggio bagaglio. Era stato

chiamato a Modena per una grossa causa di fallimento. Era giunto al

mattino: avea perorato, avea quasi vinto. Avrebbe così potuto dire come

Cesare: _veni vidi vici_: cosa che ad Astese accadeva di frequente.

Questa volta interruppe la vittoria un telegramma del Presidente del

Consiglio che lo chiamava d'urgenza a Roma per il voto di fiducia.

— Parto, ma giuro, signori, — diceva ferocemente ai clienti che ritti

sull'andana lo ossequiavano, — giuro che fra tre giorni, al mio ritorno,

se non pagano, porteremo via anche i chiodi. Cosa? Non ci sono i danari?

Oh, li faremo venir fuori noi....!

Lo schianto del treno, partendo, lo fece cader giù sul divano. Poco

dopo, i chiodi, la ferocia, la causa fuggivano via dal finestrino

insieme al fumo della sigaretta. Queste gravose cose egli dava ad

intendere che le portava seco; ma nel fatto le lasciava presso i

clienti.

Quando i vapori della concitazione avvocatesca cominciarono a

dissiparsi, vide uno che lo guardava come se lo volesse conoscere.

Diede un gran salto e gridò:

— Tu sei Leuma, tu sei!

— Tu sei Astese, — disse un bel signore giovane, il quale aveva

un'elegante barba nera e quadrata. Ma nel dire queste parole le gote

arrossirono e gli occhi, assai dolci, presero un'espressione di

imbarazzo e quasi di timidezza: rossori e timidezze che quella barba

virile avea la missione di nascondere.

Ma Astese non se ne accorse: gli si buttò a dosso, lo baciò con certe

espressioni d'amore, famigliari su le lagune di Venezia, che gli erano

rimaste in fondo della memoria dal tempo del collegio; le quali se

convenivano a Leuma, quando era adolescente, disdicevano a Leuma con

quella barba nera.

Leuma sorrise e si vedeva che cercava di parlare anche lui a pena fosse

cessata la tempesta delle domande e delle carezze.

Allora un sottile scoppio di risa si udì, benchè fosse assai sottile e

come represso, il quale però ebbe la virtù di fermare le parole di

Astese e fargli volgere gli occhi dalla parte da cui veniva quel riso

motteggiatore. Gli occhi di Astese si incontrarono in due altri occhi

incantati su di lui come su di un saltimbanco, ed appartenevano al volto

di una giovanetta di fine e commovente bellezza.

I quattro occhi si fissarono per un istante, e quelli dell'onorevole

Astese si sarebbero certamente corrucciati e le parole avrebbero detto:

“Signorina, lei è un'impertinente!„ ma quegli occhi esprimevano una

meraviglia così pura e quel volto era così adorabilmente giovane, che

Astese non increspò il sopracciglio nè disse parola.

La signorina capì nondimeno d'aver fatto male, si voltò subito dalla

parte del finestrino e pareva molto confusa: e un signore di mezza età

che le sedeva di fronte, le battè su le ginocchia e fece segno col capo,

come a dire: “Via, così non sta bene!„

Leuma approfittò del silenzio per dire: — Amico mio, noi siamo arrivati

oramai.... È un peccato doverci lasciare....

— Arrivato? lasciarci? ma nè pur per sogno, — disse Astese.

— Ma io non posso proseguire, — disse Leuma con imbarazzo.

— Ma mi fermo io, tesoro. Il Ministero farà a meno del mio voto: non

sarò certo io quello che terrà su la baracca....

— Già, tu sei deputato.... non ci pensavo nè meno più, — disse Leuma; e

lo disse timidamente, come se questo pensiero lo ponesse in condizione

di evidente inferiorità.

— Ma perchè se sapevi che io ero deputato e tante altre cose di me, non

mi hai mai scritto? e io che ti cercavo per mare e per terra!

— Perchè? — rispose Leuma con non so quale amarezza — perchè io sono

rimasto troppo ignoto.... Tu invece....

Il treno intanto frenò di botto: ed egli, Astese, raccoglieva le sue

cose, che urtate e mal prese, balzavano dai sedili come malvagi

spiritelli.

Scesero che ne ebbero a pena il tempo, e il treno avea ripreso la sua

corsa verso le tenebre che velavano oramai l'emisperio d'oriente, mentre

l'occidente si incendiava al passaggio del sole. Era una piccola

stazione perduta nella pianura, e quando si spense il fragore del treno,

ben si sentì il canto dei grilli e si sentì odore del trifoglio

falciato, il quale metteva nell'aria un'indistinta frigidezza di verde e

di viole.

Allora Leuma, levando il braccio, disse sorridendo:

— Io ti presento, Astese, mia moglie e il mio buon suocero: non l'ho

fatto prima perchè tu me ne hai tolto il tempo; — e indicava ad Astese

il signore e la signorina che erano nel treno e che pur essi erano

discesi, nè Astese vi avea posto mente. — E questi è il mio amico,

l'onorevole Vittorio Astese, di cui vi ho parlato tante volte; —

proseguì quando Astese si fu levato dal profondo inchino che per la

sorpresa gli avea fatto cadere gli occhiali dal naso; un naso sottile e

gibboso che gli tagliava il volto olivigno: un naso dove gli occhiali

aveano una base resistente a tutte le scosse oratorie. E pur questa

volta erano caduti.

A quel residuo di vanità che rimaneva ad Astese a dispetto della sua

grande saviezza, parve che la signorina, o per dir più propriamente, la

signora rimanesse a bastanza indifferente davanti all'onorevole

personaggio; ma guardava ogni tanto verso un viale di alti pioppi dal

cui fondo ora spuntava una timonella e si udiva la sonagliera del

cavallo.

Quando arrivò la timonella, caricarono le valigie, presero posto e si

avviarono di bel trotto pel lungo viale ove i raggi del tramonto

traversando l'una spalliera dei pioppi, saettavano l'altra di languide

frecce.

Astese, seduto davanti alla sposina, si era acquetato e pareva come

assorto nella strana combinazione che lo metteva di fronte a quel volto

infantile, invece di trottare verso Roma per recare aiuto al cadente

Ministero. Ma ecco si scoprì la facciata di una villetta. Davanti al

cancello v'era una signora con una fantesca che avea un bambino in

braccio: il bambino, appena vide la carrozza, cominciò a alzar le mani,

e subito la sposina spiccò un salto dalla carrozza giù verso il piccino

senza badar a nessuno. “_Ocio, che la no casca!_„ le disse dietro

l'onorevole Astese, spaventato a quel salto mentre la carrozza era

ancora in moto. La signora, che era la suocera, accolse l'amico di Leuma

con belle parole e con quell'accento emiliano pieno di umili inflessioni

che hanno sol di per sè un suono di natia gentilezza italiana. Ella non

d'altro si meravigliò se non che Astese fosse deputato, giacchè i

deputati se li imaginava mica giovani e neanche così alla buona.

— Ma scusa, — disse finalmente Astese fermando Leuma per un braccio,

quando furono saliti al primo piano nella stanza ospitale destinata

all'amico, — anche quel bambino è proprio tuo?

— Sì....

— Ma quant'è che hai preso moglie?

— Quasi due anni fa.

— E la tua signora quanti anni ha?

— Oramai diciannove.

— _Ma se la xe una putela...._

— Te lo dirò poi, — disse Leuma sorridendo, — ora fa il comodo tuo; — e

posò un largo lume a petrolio, che cominciava ad annottare.

Era una stanzetta intatta con il soffitto a vôlta, dipinta d'azzurro,

secondo lo stile di un sessant'anni fa; proprio la stanza degli ospiti.

Astese guardò attorno i mobili dalle antiche sagome, disposti in ordine

e sgombri: parevano dire: “Sì, signore, proprio la stanza degli ospiti.„

Spinse l'occhio fuori della finestra e vide molta pace e molto silenzio

intorno alla villa. Sotto vi dovea essere un giardino e si distingueva

un'ombra di donna e una voce che chiamava: “_Pi, pi, pi!_ a nanna!„

Saettarono alcune ombre, piccine, convergenti in un sol punto; le

galline che andavano a letto.

Frattanto in abbondante acqua cominciò a detergersi dai sudori della

concione e dalla polvere: alzò il ciuffo di una capigliatura sottile e

sfumata: adattò una cravattina bianca ad una camicia di batista, un

soprabito nero su la camicia, sì che avea preso un aspetto più conforme

all'alto suo grado.

E così sporgendo il ciuffo e il naso che sorreggeva le lanterne degli

occhietti vivaci, apparve nella sala da pranzo ove la famiglia era

raccolta sotto una bella lampada presso una tavola candida e fiorita di

bellissimi fiori. Leuma gli andò incontro e la sposa allora sorrise

vedendolo.

— Benedetta, che la ride finalmente! — disse Astese — non deve mica aver

paura di me; non glielo porto mica via il suo sposo! Ma sai — e si

rivolgeva a Leuma — che io ci pensavo a questo caso, cioè che una delle

tante fate di nostra anzi di tua conoscenza ti avesse rapito e sottratto

alle delusioni del mondo?

Il complimento ebbe la virtù di fare a pena sorridere Leuma, ma Lia

rimase seria. Allora Astese, accorgendosi che quel tasto rispondeva poco

bene, pensò di prendere in braccio il bambino, a cui rivolse molte

domande:

— Come stai? Vuoi bene al papà? La fai arrabbiare la mamma? Vuoi fare

l'avvocato quando sarai grande? Ih, come sei cattivo!

Il bambino aveva per un po' guardato quella faccia nuova, poi scoppiò in

un disperato pianto che sconcertò l'onorevole Astese.

— Dia, dia a me, onorevole, — disse la sposa ridendo, — perchè il

piccolo fagiolino le può rispondere con delle sorprese; lui non

distingue mica un onorevole dalla sua mamma, vero, cocco? — e se lo

prese sottraendo l'abito del signore da possibili guasti.

La signora suocera entrò sorreggendo trionfalmente fin su la tavola una

gran fiamminga, e disse:

— Minestra di tagliolini fatti in casa: roba alla buona, signor

deputato: favorisca la sua tondina.

Fuori delle finestre aperte c'erano gli alti pioppi che stavano a

vedere; e saettò allora dalla densa verzura un trillo di rosignolo che

salì, poi si franse e cadde come gemme in alabastro.

— Avete anche i rosignoli, avete?

— E le lucciole, — disse Lia; — vedrà quante: fra poco andranno tutte a

spasso per il grano.

Il pranzo fu rallegrato da squisite vivande dichiarate con breve chiosa

dalla signora suocera, e dalle più felici arguzie di Astese, tanto che

il signor suocero non si poteva in cuor suo persuadere che una persona

tanto per bene e cordiale fosse uno di que' signori che, a suo giudizio,

mandano a perdizione la patria.

E quando il pranzo fu finito, Astese, benchè la giovane sposa si

schermisse, volle sapere tutta la storia. Ma gli convenne molto pregare

e anche disse:

— Veda, sposina, questo mio povero amico di Leuma che da tanti anni più

non vedevo, io lo credevo perduto: ora invece lo ho ritrovato e mi pare

che abbia trovato anche la felicità.

E rivolto a lui, aggiunse con tuono lievemente patetico ed enfatico,

forse più per l'abuso dell'arte sua che per deliberato volere:

— Sotto la barba nera che ora ti ricopre il mento, io non riconosco più

il volto soave dell'adolescente che allora eri. Ma gli occhi sono sempre

gli stessi, e anche la bella parola. Ti ricordi che i compagni di

collegio ti burlavano perchè parlavi l'italiano? Ti ricordi nella corte

presso i sicomori fioriti che passeggiavi su e giù solitario, meditando

sui versi del Prati? e piangevi che volevi essere libero perchè ogni

notte le fate ti portavano un sogno e tu mi assicuravi che il tempo

fuggiva? E avevi quindici anni! Io ridevo. Ma avevi ragione tu, sai? Il

tempo fuggiva. Povero piccino; io ti amava allora e ti confortava; ma tu

adesso hai trovato un conforto ben maggiore e un affetto più sicuro.

Così disse Astese, ed all'evocazione del ricordo antico Leuma sorrise da

vero melanconicamente e — Tristi tempi, in fondo — mormorò. — Giovanezza

tradita!... — Poi lambendo con la mano la testa della sposa, proseguì: —

Le cose che tu sei curioso di sapere, sono semplici; il tuo amico che

aveva mezzo mondo da conquistare e poco tempo da perdere perchè la

gloria e le fate, che tu hai ricordato molto a proposito, gli dicevano

di fare presto, il tuo amico si è trovato un bel giorno nella necessità

di conquistare la carica di segretario comunale qui, in questo comune.

Quanto poi al tempo, mi era venuto tanto in uggia che l'avrei fermato

volentieri come quando si butta per terra un orologio che ci secca col

suo tic-tac. Cos'hai adesso? — e questa dimanda era rivolta a Lia.

— Niente: perchè parli così? — disse Lia che gli teneva stretta la mano

e lo spiava nel volto.

— Così per ridere, figliuola: così per spiegare a questo mio amico come

talvolta vanno le cose del mondo.

Del resto la concitazione e il sarcasmo nella voce di Leuma furono una

cosa tanto fuggevole che Astese non se ne sarebbe nè meno accorto senza

la interruzione di Lia.

— Dunque, — proseguì Leuma, — io divento segretario comunale del

paese. Allora qui avevamo un ginnasio, una di quelle tante fabbriche di

spostati che abbondano in Italia. Adesso, grazie al cielo, lo abbiamo

abolito.

— Il nostro Leuma, onorevole, — avvertì pianamente il suocero, — è

assessore....

— Puoi dire che è lui il sindaco.... — corresse la suocera.

— Via, via, — interruppe Leuma sorridendo, — finiamola con questa

storia: il sindaco è il conte Losti....

Il suocero si accontentò di alzare le spalle.

— Non ci creda, sa, onorevole, — disse la suocera, — il sindaco vero è

Leuma.

— Be', andiamo avanti: dunque ti dicevo che avevamo un ginnasio con tre

professori, professori così per dire, e una ventina di scolari in tutto.

Io era a pena in paese da sei mesi, quando mi vengono a pregare di

supplire il professore di quarta classe che avea preso il volo per altri

lidi. Un avvocato può supplire a tutto: io poi sapevo di lettere, quindi

ero indicatissimo come professore. Accettai. Vado a scuola, e indovina

un po' chi vedo fra i quattro scolari? Una certa signorina, anzi una

certa bambina che si chiamava a punto Lia....

— Così che tu hai sposato la tua scolara? — disse Astese.

— Proprio così.

— Adesso comincia il bello, conta, conta su.

— Cosa vuol contare? — disse Lia; — la storia è finita e il bambino ha

sonno: io ho sposato lui e lui ha sposato me.

— Ma i particolari, sposina. Ma scusi, la storia senza particolari non

val nulla.

— Il particolare più importante è questo: lui ha voluto bene a me e io —

disse ella arrossendo — ho voluto bene a lui, e adesso punto e basta.

Vero che hai sonno, piccino? vero che è la tua ora d'andare a nanna?

Tutte le argomentazioni di Astese — e ognuno può pensare se ne aveva a

dovizia — non valsero a far sì che Lia desse il suo acconsentimento di

proseguire.

Fu sturata un'altra bottiglia che era valido documento della bontà della

cantina e poi si andò a dormire.

*

Il lume lunare entrava nella stanza ospitale di Astese, e la luna tonda

passeggiava fra le cime dei pioppi azzurri.

Astese conobbe nel corridoio il passo di Leuma e lo chiamò piano.

— Hai bisogno di niente? — chiese Leuma.

— Niente, caro; ma se tu mi racconti la storia del tuo matrimonio, mi

farai un piacere, tanto più che sino a mezzanotte di solito non prendo

sonno.

Leuma crollò il capo come si fa coi bambini ostinati a cui non si può

dire di no.

— Aspetta che Lia dorma, — bisbigliò andandosene.

Ritornò poco dopo e cominciò così:

— Se tu credi che la storia del nostro matrimonio contenga degli episodi

drammatici, ti sbagli. Però è abbastanza singolare e credo che, più

degli altri, ce ne siamo meravigliati noi che fummo i protagonisti.

Dunque senti, già che ti piace di udire:

Quando vidi Lia per la prima volta sui banchi della scuola, a me fece

l'impressione di un essere appartenente al genere neutro: si distingueva

dagli altri solo perchè portava le sottanine in vece dei calzoni e

rispondeva al nome dantesco di Lia invece che a quello di Pietro o di

Paolo.

Ma dopo un po' di tempo mi sono accorto che quell'essere neutro aveva

due grandi occhi: due occhi pensosi sotto due grandi ciglia e che

sovente mi guardavano attoniti.

Ora viene il bello: sta a sentire quello che accadde dentro di me. Tu

ricordi benissimo quello che ero io in collegio verso i quattordici e i

quindici anni: cioè il più fantastico, il più esagerato, il più

melanconico ragazzo che mai ci sia stato, a tal punto che in refettorio,

con delle fami atroci, mi vergognavo di mangiare la polenta che ci

imbandivano così di frequente, perchè mi pareva cibo poco poetico. Me ne

ricordo benissimo, e ricordo anche come tu ti sforzavi di correggermi e

di confortarmi: mi ricordo anche di un tuo bigliettino che mi mandasti

in risposta alla più disperata delle mie lettere: dicevi semplicemente:

O cervello settantenne

che le penne non hai ancor

per volare in alto in alto

e d'assalto conquistare un ideale,

o cervello fatto male,

ti saluto.... e sono ognor....

Ora è proprio vero che chi si è ubbriacato una volta tornerà ad

ubbriacarsi ancora e chi dai primi anni si è abituato a vedere le cose

del mondo con degli occhiali colorati, stenterà del tempo prima che

possa riconoscere le proporzioni e i colori esatti. Per le anime

sensibili e di vivace fantasia il collegio, credi, è una gran rovina!

Io, dopo aver visto tutte le mie illusioni infrangersi contro il muro di

bronzo della realtà, dopo aver consumato anni, danaro, energie cercando

di dare forma e corpo ai fantasmi del mio cervello, io fui ancora

ripreso dal piacere di sognare e di imaginare.

Quei grandi occhi di Lia che mi guardavano attoniti, mi dicevano: “Noi

siamo gli occhi di una fantastica piccola anima che è proprio simile

all'anima tua quando avevi quindici anni: il piccolo corpo non regge a

sostenere quest'anima!„

Allora fui vinto dalla voluttà malefica di svegliarla, eccitarla,

quell'anima, proprio come era avvenuto dell'anima mia. I programmi delle

nostre scuole lasciano, pur troppo, largo margine ad una testa balzana

di formarne altre parecchie a propria imagine e somiglianza.

Naturalmente io non poteva, in iscuola, parlare nè dell'eterna lotta fra

l'ideale e il reale, nè della inutilità della vita, nè del dolore che è

anima delle cose, nè della “infinita vanità del tutto„: questo no: però

tutto quello che di glorioso, di eroico, di fantastico dicono che sia

avvenuto nel mondo, io lo feci passare davanti alla mente di Lia:

Ippolita regina delle Amazzoni, Enea che varca il mare, Alessandro che

conquista l'Oriente, Cesare che varca il Rubicone, Socrate che muore per

la verità, Prometeo che rapisce il fuoco a Giove, Antigone che guida il

cieco padre nel bosco di Colone, tutto questo ed altro ancora passò per

la piccola scuola: una cavalcata eroica. Stavo però nei programmi, come

tu vedi!

Gli scolaretti mi stavano a sentire a bocca aperta e andavano dicendo

per il paese che un professore come il signor segretario comunale non lo

avevano avuto mai; che si divertivano tanto a sentirmi: gli occhi poi di

Lia mi guardavano sempre più attoniti e, fuori, il religioso silenzio

della scuola era interrotto dal _ci ci_ allegro di molte nidiate di

passerotti che prolificavano in un piccolo giardinetto.

Non ti negherò per altro che alle volte ero preso da un sentimento come

di rimorso. “Faccio male — dicevo fra me — a turbare quell'anima

ingenua, a pascerla di fantasie che non avranno mai riscontro nella

vita. Gli eroi come i santi sono morti: inutile il rievocarli.„ Però un

bel giorno feci l'amara scoperta che la mia scolaretta non dava segno

dell'infezione idealistica che io le somministravo giornalmente.

I cómpiti di lei erano un documento irrefragabile. Certe tesi morali, a

bastanza audaci, che io dava da svolgere, erano da lei ricondotte con

frasi semplici e piene di buon senso al loro termine giusto, e con una

temperanza di criterio che si sarebbe detto un aperto rimprovero al

maestro.

Ne rimasi male e mi sentii mortificato.

Le mie classificazioni stavano sul livello del cinque, e ogni tema

portava una di queste note: — Tema pedestre — Puerile — Manca ogni senso

dell'arte — Difetto di idealità — e simili.

“Ma insomma, signorina, — le dissi una volta, — non è capace di far

meglio?„

Mi rispose con voce piagnucolosa:

“Ma, signor professore, io non sono buona di fare i lavori che fanno gli

altri„ (gli altri, cioè i compagni, facevano, a onor del vero, dei

cómpiti della più sfacciata retorica); e proseguì: “io non capisco che

cosa è questa idealità che lei vuole!„

Io la guardai fissamente, e i suoi occhi mi guardarono assai attoniti.

Un giorno leggevamo un passo di non so quale autore, dove era detto che

la vita è una cosa triste.

Domandai a Lia che cosa ne pensasse di questa sentenza. Mi rispose che

non sapeva rispondere ad una domanda così difficile.

“Ma avrà pure un'opinione, avrà pure un giudizio nel suo cervello;„

insistetti io.

“Allora per me, se devo dire quello che penso, dirò che a me la vita

sembra bella e che sono tanto contenta di vivere.„

Un'altra volta, mi ricordo, non avea fatto ii lavoro di latino, ed io le

dico: “Ma questa è una mancanza di dovere, signorina.„

“Ma signor professore, — ella risponde timidamente, — la donna di

servizio non c'era e ho dovuto far io da cucina....„

“Una giovanetta — dico io — che si dà agli studi, deve trascurare queste

opere servili....„ e aggiunsi ironicamente: “Pare a lei che si possa

combinare Virgilio con le pentole e le padelle?„

Tutti si misero a ridere; lei arrossì, ma poco dopo la vidi bisbigliare

una parola al compagno e il compagno ridere.

Volli sapere quello che avea detto.

“Signor professore, — fu pronto a rispondere il compagno, — la signorina

mi ha detto che anche Virgilio avrebbe dovuto badare alla pentola se non

ci fosse stato nessun altro.„

Quando l'anno fu terminato, io la fermai nel corridoio e le dissi:

“Contenta eh, giovanetta? finite le scuole, finito il lavoro, finite le

noie del professore.„

“Oh sì, contenta!„

“E dove le passa queste vacanze? sempre qui.... nella sua villetta? con

i suoi genitori?„

Mi rispose: “Con i miei genitori sempre, ma non sempre qui perchè la

mamma ai primi di agosto mi conduce ai bagni di mare, ma per divertirci

soltanto, sa? non per salute, perchè stiamo tutti bene; e poi dopo viene

anche il babbo.„

“Si diverta, dunque!„

“Oh sì, sì, e anche lei, signor professore.„

“Oh, io devo lavorare, — risposi, — e facilmente andrò lontano di qui,

chissà.... in America un'altra volta....„

“Ma è poi contenta la sua mamma che vada così lontano....?„

“Io non ho più nessuno: è tanto che sono orfano.„

“Oh!„ fece Lia con una faccia molto più triste che non avessi supposto.

E rimase lì come se il non aver più la mamma le paresse una cosa assai

strana.

“Bene, bene, si diverta e sia sempre una buona figliuola, sempre buona e

ubbidiente, e cerchi di studiare anche nelle vacanze, veh! e adesso

vada!„ e la accomiatai.

Io la seguii con gli occhi: si allontanava piano pel corridoio, ella che

era così vivace che io dovea riprenderla per le sue corse.

Si allontanava piano così che io la seguii con lo sguardo....

“Va, va, — dissi fra me, — diventerai anche tu come tutte le altre: le

tue sottanine corte te le allungheranno.... con quel che segue! Andrà ai

bagni....„ e la vedevo seduta su la piattaforma di uno stabilimento, già

vestita da signorina, con un qualche imberbe adolescente che da un

angolo la divorava con gli occhi.

Non mai come allora provai la passione di andarmene via dal comune, di

battagliare anche corpo a corpo, sai? con la spada e il fucile.

E sono andato via, sai? Ho chiesto due mesi di licenza e sono andato a

Roma. Vi avea trovato anche da far bene nella redazione di un giornale

politico; ma poi il giornale fu acquistato dal Ministero, gente e roba

che non mi andava. E poi d'estate in quella città di marmo, monumenti,

fontane, obelischi di marmo, con quella gente che parla pesante come il

marmo, sentii la nostalgia di questi pioppi azzurri e ventilati: e

ritornai ancora qui, e quando ripresi il mio ufficio, mi pregarono se

avessi voluto prestar servizio nelle scuole sino al gennaio, nella quale

epoca sarebbe venuto un nuovo professore autentico. Dico di sì, e torno

a scuola.

Allora mi ricordai di Lia che me l'era proprio dimenticata, e sentii il

desiderio di rivederla. “Oh, ma adesso — pensai — si sarà fatta una

signorina sul serio, e i genitori la terranno a casa.„ Invece a pena

entro, vedo Lia. Portava ancora le sottanine corte: ma come si era fatta

grande! Io pensava: “Chissà come si è cambiata in questo frattempo!„ e

invece niente. Era la Lia di prima, solo un pochino più seria e un po'

meno vivace, alle volte quasi pensosa: sì, quegli occhi adesso mi

parevano proprio pensosi. E fu o mi parve di sorprenderli sopra di me.

Un giorno incontro suo babbo (eravamo anche allora buoni amici) che mi

dice: “Io non la volevo mica mandare a scuola, quest'anno, ma è stata

lei, quella benedetta figliuola che vuole quello che vuole, che ha

voluto venire.„

*

Erano intanto venuti i giorni piovosi dell'ultimo autunno; si era presso

alle feste del Natale. Gli scolari già in precedenza parlavano di

riposo, di castagne arrosto e dei tortelli del Natale. Era caduta la

notte molta neve, ed erano entrati tutti allegri portando nella scuola

l'odore della neve, e scuotevano le falde dagli abiti che sgocciolavano.

Lia in quel giorno non venne, e quella bianchezza della neve e la

mancanza di Lia mi misero nell'anima una tristezza insolita. V'era come

della sordità nell'aria, tanto perchè era caduta la neve, come perchè

non c'era lei che mi guardasse con quegli occhi pensosi rivolti su di me

con l'espressione di una piccola fata benefica.

Gli eroi in quel giorno non cavalcarono.

Anche il dì seguente Lia non venne. Passarono tre giorni e uno scolaro,

entrando, mi disse: “Lo sa? lo sa? La signorina ha preso il tifo.„ A

giudicar dalla voce, questa pareva una novità piacevole agli scolari, o

almeno un argomento ad una discussione vivace. Alcuni sostenevano che

Lia sarebbe morta perchè di tifo si muore sempre, altri che Lia sarebbe

guarita, ma non sarebbe più venuta a scuola, perchè alle donne col tifo

tosano i capelli e poi diventano stupide. “Stupide?„ “Ma sicuro: vuoi

che non lo sappia io? — diceva uno. — Mi è morta prima la mamma di tifo,

poi una sorella che era a punto diventata stupida.„

Lo sai tu, Astese, come avvengano certe strane cose? La notte me la vidi

in sogno che mi chiamava e mi diceva: “Perchè non vieni? Non hai capito

che questa bambina ti vuol bene e ti vuol vedere prima di morire?„ Era

la Lia bambina che diceva queste parole con la voce e il sentimento di

una donna. Piangevo io veramente nel sogno, e il giorno di poi mi feci

animo e mi azzardai di passare il cancello di questa villa, piano, e

quasi con devozione. Nell'anticamera, sull'attaccapanni, c'erano ancora

il cappello scuro e la mantellina, e sul tavolo il pacchetto dei libri

non ancora disfatto.

“Sta male, tutta la notte ha avuto il delirio, ora riposa un pochino;„

così mi disse il babbo, e siamo entrati piano, in punta di piedi nella

sua stanza. Si sentiva come un odore di febbre maligna, poi la distinsi

nella penombra e l'ho veduta: ma quando l'ho veduta nel suo lettuccio,

terrea come una morticina, quasi rimpicciolita, con le labbra nere e i

dentini neri, le pupille chiuse e la borsa di ghiaccio su la testa, mi

sono sentito un freddo passare per dentro il cuore, come avessi sentito

battermi da vicino le ali della morte. Si parlava pian pianino a fil di

voce perchè pareva sopita: si vedeva il corpicino sotto le coperte con

le braccia e le gambe distese come se la avessero già composta così per

portarcela via. Ad un certo punto vedemmo le sue palpebre che si

levarono su con fatica come ci fosse stato sopra un peso: fissò, mi

fissò e mi riconobbe: allora stirò le labbra come per sorridere....

Quando ogni pericolo fu scomparso — e vi furono, credi, dei giorni

angosciosi — io diradai le mie visite e finii col non venire più. Furono

loro a pregarmi di ritornare: “Lia è così sola, si annoia, la venga a

trovare;„ ed io tornai.

La trovai seduta su di un seggiolone: portava una cuffietta bianca sotto

cui si allungava un visino pallido e smunto. Stava benino, ma aveva una

gran fame. Quell'anno era caduta molta neve, e tutt'intorno era bianco:

ora Lia per distrarsi faceva mettere sul davanzale tante briciole di

pane e stava a guardare dai vetri tutti quei passeri che venivano a

beccare. Si erano dimesticati a quella cuffietta che li guardava dietro

i vetri, così che i nostri colloqui erano interrotti dal crepitar della

legna sul caminetto e dal cinguettio degli uccelli che parevano parlare

della primavera vicina. Diceva Lia: “Sa cosa dicono i passeri? Dicono

così: Vedrai, Lia, quando tutti i pioppi avran la verdura, noi ci

appenderemo i nostri nidi e ti pagheremo il pane che tu ci dai con tante

belle cantate. E mi raccontano tutto quello che loro vedono volando e mi

dicono ancora: Lo sai, Lia, che lontano da qui, in un cantuccio che

sappiamo soltanto noi, dove batte bene il sole, è nata di già una

margheritina? Lo sai, Lia, che stamattina, quando tu dormivi ancora, il

sole è nato presto, presto, con una bella luce....? oh, verranno i bei

giorni!„

Io passava molte ore con Lia; qualche volta rimanevo a pranzo: da

principio io le parlava un po' della scuola — lasciando però da parte

gli eroi — dei libri, di cose da bambini, insomma; le davo dei savi

consigli; ma poi un bel giorno mi accorsi che i rapporti fra me e Lia

erano mutati, come era mutata lei, perchè la bambina veniva scomparendo

sotto quella cuffia, e con meravigliosa metamorfosi appariva la donna.

Da principio era lei che al mio apparire si voleva alzare in piedi, e

adesso era io che quasi mi inchinavo e dicevo _signorina_, e lei mi

porgeva la mano con il sussiego di una dama. E mi comandava: “Mi fa il

piacere, mi dà quella scatola? quel ricamo? Sia buono, mi aiuti a

dipanare questa matassina!„ E si faceva anche servire, e una volta si

mise a ridere e a chiamare: “Mamma, mamma, vieni a vedere come fa il

signor Leuma a sbattermi l'uovo!„

Allora cominciai io a trovarmi impicciato anche nella scelta dei

discorsi, e pensai bene di ricorrere con più metodo alla grammatica,

alle regole, alla scuola. “Oh, ma insomma, glielo devo dire? io di

questa roba qui non ne voglio più sapere, — mi disse; — mi porti qualche

bel libro, mi legga qualche bella cosa.„

“Non vuol dunque studiare più, signorina Lia?„ domandai con

mansuetudine.

“No, no, io ne so anche troppo.„

“Ma lei non vorrà seguitare i suoi studi? Oggi le donne che hanno

ingegno come lei, possono fare una bella carriera.„

“Non ci penso nemmeno.„

“Ma allora che cosa vuol fare, signorina?„

“Cosa voglio fare? Oh bella! quello che fanno le altre donne. Sì: e

perchè mi guarda con quegli occhi? ho detto forse una cosa che non va

bene?„

E mi guardava, così dicendo, con due occhi limpidi e puri. La mia mente

a quella risposta era corsa ad un'imagine lasciva involontariamente.

Arrossii e non dissi nulla.

Lia puntò il dito della sua manina contro di me: “Ve', ve', ve', che

diventa rosso! — disse allegramente. — Non l'avevo visto mai diventar

rosso!„

Allora le portai il Pellico, e _I Promessi Sposi_, ma ottenni il

medesimo risultato che con la grammatica. Ti ricordi, Astese, le

_Penombre_ del Praga, che mi piacevano tanto in collegio? Non so come,

trovo quel volume e glielo porto. “Ma attenta bene, signorina, — le

dico, — questo è un bel libro ma non è tutto per lei: bisogna che si

accontenti di quello che le leggerò io: se no, lo dirò alla mamma.„ Lei

alzò le spalle come a dire che la mamma avrebbe fatto tutto quello che

voleva lei.

Le leggo dunque le _Memorie del Presbitero_, le _Due conoscenze_, poi

_Il professor di greco_ che sapevo a memoria. “Oh, com'è bello, com'è

gentile! — diceva Lia — questo sì che mi piace! ma me ne legga delle

altre!„ E allora un giorno mi arrischiai a leggere quella poesia che

s'intitola _In Brianza_; la ricorderai anche tu, è vero? Comincia così:

Come è bella la sera in mezzo ai monti!

Te ne ricordi? ti ricordi quando

si vagheggiava i rapidi tramonti,

e tornavamo a braccio sussurrando:

Come è bella la sera in mezzo ai monti?

Lia ascoltò con grande attenzione, e sul caro volto si disegnavano

sentimenti nuovi che l'anima sua non aveva provato mai. Pareva come

turbata e non diceva nulla; ed io mentre leggevo il libro, leggevo pure,

ma con ben più intensa emozione, il meraviglioso canto che le si formava

allora palpitando nel cuore al suono della mia voce, e per riflesso le

si specchiava nella chiara faccia.

Il dì seguente mi pregò che le lasciassi il libro che lo voleva leggere

da sola.

“Ma vi sono delle cose che lei non deve sapere.„

“Lei si sbaglia, ma io le so quelle cose.... Che cosa crede lei che io

sia ancora una bambina? Io so tutto. Noi donne siamo furbe, sa lei?„

*

Un'altra volta mi disse con aria di mistero: “Senta, le voglio far

vedere una cosa, ma non lo deve dire a nessuno, parola d'onore; — e si

mise una mano sotto la cuffietta e ne tirò fuori una ciocca di capelli:

una ciocca esile e malata, che appena le dita la lasciarono, si

attorcigliò come per ritornarsene ancora sotto la cuffia. — Vede, vede

che nascono? Quando saranno bei lunghi, allora solo mi leverò la

cuffietta. È contento così?„

A questi momenti di gaiezza succedevano però degli accessi di stramberia

che facevano vivere in pensiero i genitori per timore di una delle tante

conseguenze del tifo, e anch'io, che oramai ero divenuto di casa, non

stavo senza preoccupazione. Il programma era dunque, anche per consiglio

del medico, di non contrariarla in nulla!

Una volta mi disse, perchè mi rifiutai a non so che cosa:

“Cattivo, brutto cattivo d'un professore.„

“Sì, signorina, e perchè sono cattivo me ne vado.„

“No, no, no: assolutamente: mi reciti invece delle poesie....„

“Quale vuole?„

“Quella del Praga: _In Brianza_.„

Credo che anche i passeri la sapessero a memoria: ad ogni modo

cominciai; e mentre io declamavo, lei guardava fuori della finestra come

cercando cose lontane di là dai pioppi che aveano già messo le prime

foglioline e dietro cui si spegneva il giorno con un largo presentimento

di primavera. Quando ebbi finito, Lia disse voltando a pena il capo:

“Cominci da capo, ma con più espressione: lei può leggere, se vuole,

molto meglio.„

Io mi rifiutai e dissi: “Ma no, signorina, sia ragionevole: quante volte

gliel'ho detta questa tremenda poesia?„

Allora lei lasciò di guardare fuori della finestra, si voltò verso di

me, si passò due volte le mani su la cuffietta, poi le incrociò sotto il

mento (mi ricordo come ora) e mi dice: “Dica un po': è perchè sono così

brutta che lei è tanto sgarbato con me....? Sono brutta, mi dica proprio

la verità, sono brutta....?„

Io dovetti scappar via quella sera per non fare e non dire una

sciocchezza; ma per quanto mi stesse a cuore la pace e la salute di

questa signorina, non potevo dimenticare me stesso che al giuoco inutile

e pericoloso già ne soffrivo. Preparare il convito d'amore per l'ignoto

amante qualsiasi che sarebbe venuto poi, non era divertente e nè meno

molto lusinghiero pel mio amor proprio.

Il giorno dopo grandi recriminazioni; venne la mamma a dire che io avea

detto a Lia che era brutta: non poteva esser vero; ma intanto avea

pianto tutta la sera; avea detto che la si doveva lasciar morire prima,

e tante altre cose tragiche al punto che il babbo quella sera si

dimenticò persino di fumare la pipa.

Io, per mio conto, aspettavo un'occasione propizia per risolvere

bellamente una condizione di cose tutt'altro che chiare, anzi che si

andavano imbrogliando di giorno in giorno: e l'occasione venne con il

venir della primavera; Lia era stanca di star qui, di vedere sempre quei

pioppi, quei passeri, quel giardino. “Io voglio vedere un po' di mondo:

io voglio; — ripeteva sovente. — Sapete che alla mia età non ho mai

veduto niente?„ Allora si fece consiglio di famiglia per stabilire un

viaggio.

La mamma era per Venezia, il babbo per Napoli, io per Firenze.

“E io per la Brianza,„ disse Lia.

“Ma, cara, la Brianza non è una città, — osservò il babbo, — ma una

regione fra i laghi, e già che si spendono dei soldi, vediamo di fare un

viaggio utile, istruttivo, di vedere quello che non s'è visto, dei

musei, dei monumenti, che so io.„

Non ci fu verso, convenne decidersi per la Brianza; Brianza doveva

essere, e Brianza fu; e allora toccò a me tutto il difficile cómpito di

stabilire un itinerario, consultare guide, orari, e si passavano le

intere serate su la Brianza con carte, guide, Baedeker, tanto che il

babbo dopo il pranzo era abituato, accendendo la pipa, di esclamare:

“Oh, adesso certamente andiamo in Brianza!„ Gli studi su la Brianza

erano alternati con quelli della sarta che veniva a posta da Modena,

giacchè nessuno dei suoi abiti da fanciulla le andava più bene. E allora

in lei un'impazienza, una vivacità strana di far presto, di andare:

qualche volta era anche sgarbata: pretendeva per esempio che scegliessi

io la forma del cappellino sui giornali di mode. Ed erano questioni

serie perchè lei diceva alla mamma la quale mi dava ragione:

“Sissignore, se ne deve intendere, anche se è un uomo, anche se è stato

professore, perchè noi siamo sempre stati in provincia e lui invece ha

viaggiato....„ La gita in Brianza doveva portarmi la liberazione da uno

stato di cose che, come vedi, avea finito per diventare abbastanza

increscioso. La signorina andava in Brianza, io stavo per piantare

definitivamente il comune, e me ne sarei andato questa volta sul serio:

indovina un po' dove? A Vienna. La conoscenza del tedesco mi avea aperto

colà una posizione che avea tutti i motivi di credere ottima.

Ogni giorno glie lo volevo dire e ogni giorno rimandavo al dì seguente.

Perchè? Non te lo saprei spiegare, o ci vorrebbe di troppo; il fatto sta

che così durò la cosa proprio sino al giorno stabilito per la partenza

in Brianza: anzi sino alla mattina, una mattina di giugno che era un

incanto. Arrivo di fretta alla villa per salutarli e accompagnarli alla

stazione e vedo nel giardino una figura nuova, che non avea mai visto in

quella casa; stavo per passar oltre, poi mi fermo, guardo: ma è lei, è

Lia!

La quale, come mi vide, disse sorridendo:

“Gliel'ho detto, signore, che mi sarei levata la cuffia soltanto quando

mi fossero venuti su i capelli un'altra volta!„

La guardai e non sapevo che cosa rispondere e non mi potevo persuadere

che fosse lei.

Ella parve studiare sul mio volto l'effetto che produceva in me, e il

mio silenzio e il mio turbamento dovettero corrispondere alla sua

aspettazione perchè il sorriso meglio le si spiegò sul caro volto, e

aggiunse:

“Questa mattina è venuta la sarta, signore, e mi ha portato quest'abito

da viaggio.„

Lia era scomparsa e ne era venuta fuori una signorina tutt'elegante.

Però guardandovi, ritrovai ancora qualcosa della piccola Lia: la nota

dell'adolescenza non era sfumata anch'essa. Un cappello di paglia di

Firenze, semplice come quello di un'educanda, ombreggiava sotto il sole

del giardino un volto di una purezza incomparabile. Un abito chiaro

modellava tutta la persona, la quale era sbocciata nella sua

femminilità: e io sino allora non me ne ero avveduto. I gigli del

giardino parlavano un profondo linguaggio e il profumo dei grandi calici

bianchi si confondeva col profumo delle sue vesti e della sua persona in

un'affermazione quasi mistica della vita: questa vita che è bella e che

è eterna. Il cuore mi si mosse come non mai, e cominciò a battere

tempestosamente.

“Io spero, signore, — disse Lia, — che anche quest'ombrellino sia di suo

gradimento.„

Io non risposi nulla.

Piccole storie del mondo grande · 第 5 / 28 题