La mia seconda visita alla cardiera non fu più fortunata della prima.
Anche allora dovetti subire le noiose digressioni scientifiche attorno
ai cardi ed ai carciofi.
Quella sera la famiglia non era in campagna; motivo per cui mi
rassegnai alle prediche apologetiche del tenero zio, il quale mi
credeva sul serio un profondo e appassionato botanico. E non basta;
feci la personale conoscenza del fratello del canonico — il fortunato
padre della Rosina, per la quale avevo esposto il mio corpo e il mio
spirito alle acute punture di tutta la cardiera del reverendo.
Il padre di Rosina — che non somigliava punto al _Don Bartolo_ di
Rossini — era della stessa pasta del fratello prete: un uomo alla
buona, di poche parole, ma di molto cuore.
Non tardai però ad avvedermi che anche lui era affetto dalla malattia
di famiglia: la smania morbosa per l’agricoltura e per la botanica. Era
una pazzia ereditaria. La differenza non consisteva che nei gusti: il
fratello prete portava alle stelle i carciofi — il fratello secolare
esaltava i fichi secchi, altra produzione speciale di Bosa.
Informato anche lui della mia profonda dottrina in agricoltura,
volle darmi un saggio del suo sapere col descrivermi tutti i pregi, i
difetti, le malattie e le cure del fico.
Non voglio ripetere al lettore il mio secondo supplizio, — ero un
vero martire. Il babbo di Rosina mi decantò la buona qualità del suo
fico comune, chiamato dai botanici _ficus carica_; mi disse che la
confezione dei fichi secchi non è cosa così facile come comunemente si
crede; che la raccolta deve farsi in giorni sereni, dopo dissipata la
rugiada; che i fichi vogliono essere compressi, esposti al sole sopra
graticci, ritirati in casa al tramonto, rivoltati con frequenza, e
tramutati in luoghi asciutti ed ariosi. Il buon uomo, infine, mi parlò
delle tre specie d’insetti dannosi al fico, conosciuti sotto i nomi di
_coccinella, chermes_, e _psyllium_.
Faccio grazia a chi legge delle altre spiegazioni datemi, e della
nomenclatura del fico, di cui non capivo proprio _un fico_! Dirò solo
che fui esposto ad un secondo esame, che per fortuna ebbe un esito per
me soddisfacente; esso si ridusse al seguente interrogatorio:
— Conoscete la famiglia dei fichi? — mi domandò seriamente il fratello
del canonico.
— Sì, signore! — risposi senza esitare.
— Tutta? — replicò l’esaminatore.
— Tutta: fino ai fichi d’India, che io credo i parenti più lontani.
— Non vi pare che il fico meriti il primo posto fra gli alberi
fruttiferi?
— Certamente.
— E perchè?
— Per i servigi resi ai nostri primi padri nel paradiso terrestre.
— Bravo! Vi faccio i miei complimenti. Debbo confessare che i
continentali studiano l’agricoltura con più amore dei sardi. Nostra
colpa se siamo miseri!
E qui ebbe termine l’inchiesta.
Dirò per abbreviare, che mi recai per altre due volte alla campagna
del canonico, dove ebbi agio di vedere e di salutare la bella Rosina,
della quale ero perdutamente innamorato, e per la quale sopportavo con
rassegnazione le apologie del _ficus carica_ e della _cynara scolymus
virdis_.
Un bel giorno — era la quinta volta che andavo a visitare la cardiera
— mentre passeggiavo col canonico lungo i viali, determinai di aprirgli
francamente l’animo mio.
Fermandomi di botto dinanzi al canonico, esclamai risoluto:
— Sentite, amico: io voglio essere con voi sincero, perchè sono un
galantuomo. Oramai conoscete chi io mi sia, il mio impiego, la mia
fortuna, i miei parenti. Potete rivolgervi al sindaco del mio paese per
avere le necessarie informazioni sul mio individuo.
— E che importa tutto questo?
— Importa molto. Io sono pazzamente invaghito di vostra nipote Rosina,
la quale mi ha ammaliato fin dal giorno che la ebbi compagna di viaggio
nell’_omnibus_. Ditemi francamente: posso chiederla in sposa al suo
babbo? Consigliatemi!
Il canonico, che in quel momento toglieva un bruco da un carciofo
_romano_, si rizzò di scatto e mi fissò sorpreso:
— Parlate sul serio?
— Sul serio!
— Ebbene: vi dirò allora con la stessa franchezza, che anch’io ho
vagheggiato questo matrimonio fin da quando appresi la vostra onestà,
la vostra coltura botanica, il vostro affetto per i miei carciofi. Ciò
mi rende sicuro dell’amore che porterete ai figli vostri. Però...
— Però...?
— Però, io non sono il babbo di Rosina, ed ho bisogno di consultare chi
può disporre di lei. Capirete bene che non voglio addossarmi alcuna
risponsabilità. Conosco gli amori de’ miei cardi, non quelli di mia
nipote. Spetta a mio fratello, e più di lui a Rosina, il darvi una
risposta. Non so se il primo sarà contento, e se la seconda abbia il
cuore libero. Posso solamente assicurarvi che avrete in me un valido
protettore; perorerò la vostra causa, ma senza prendere alcun impegno
sulla riuscita dell’affare.
— Mi rimetto interamente alla vostra amicizia.
— Mio fratello è assente. Trovasi da tre giorni in Sindia per
contrattarvi una partita di fichi secchi. Appena sarà di ritorno, farò
l’ambasciata in vostro favore.
Così dicendo il canonico si chinò di nuovo sui cardi, come se volesse
dar loro l’annunzio di un fausto avvenimento.