III.

La mia seconda visita alla cardiera non fu più fortunata della prima.

Anche allora dovetti subire le noiose digressioni scientifiche attorno

ai cardi ed ai carciofi.

Quella sera la famiglia non era in campagna; motivo per cui mi

rassegnai alle prediche apologetiche del tenero zio, il quale mi

credeva sul serio un profondo e appassionato botanico. E non basta;

feci la personale conoscenza del fratello del canonico — il fortunato

padre della Rosina, per la quale avevo esposto il mio corpo e il mio

spirito alle acute punture di tutta la cardiera del reverendo.

Il padre di Rosina — che non somigliava punto al _Don Bartolo_ di

Rossini — era della stessa pasta del fratello prete: un uomo alla

buona, di poche parole, ma di molto cuore.

Non tardai però ad avvedermi che anche lui era affetto dalla malattia

di famiglia: la smania morbosa per l’agricoltura e per la botanica. Era

una pazzia ereditaria. La differenza non consisteva che nei gusti: il

fratello prete portava alle stelle i carciofi — il fratello secolare

esaltava i fichi secchi, altra produzione speciale di Bosa.

Informato anche lui della mia profonda dottrina in agricoltura,

volle darmi un saggio del suo sapere col descrivermi tutti i pregi, i

difetti, le malattie e le cure del fico.

Non voglio ripetere al lettore il mio secondo supplizio, — ero un

vero martire. Il babbo di Rosina mi decantò la buona qualità del suo

fico comune, chiamato dai botanici _ficus carica_; mi disse che la

confezione dei fichi secchi non è cosa così facile come comunemente si

crede; che la raccolta deve farsi in giorni sereni, dopo dissipata la

rugiada; che i fichi vogliono essere compressi, esposti al sole sopra

graticci, ritirati in casa al tramonto, rivoltati con frequenza, e

tramutati in luoghi asciutti ed ariosi. Il buon uomo, infine, mi parlò

delle tre specie d’insetti dannosi al fico, conosciuti sotto i nomi di

_coccinella, chermes_, e _psyllium_.

Faccio grazia a chi legge delle altre spiegazioni datemi, e della

nomenclatura del fico, di cui non capivo proprio _un fico_! Dirò solo

che fui esposto ad un secondo esame, che per fortuna ebbe un esito per

me soddisfacente; esso si ridusse al seguente interrogatorio:

— Conoscete la famiglia dei fichi? — mi domandò seriamente il fratello

del canonico.

— Sì, signore! — risposi senza esitare.

— Tutta? — replicò l’esaminatore.

— Tutta: fino ai fichi d’India, che io credo i parenti più lontani.

— Non vi pare che il fico meriti il primo posto fra gli alberi

fruttiferi?

— Certamente.

— E perchè?

— Per i servigi resi ai nostri primi padri nel paradiso terrestre.

— Bravo! Vi faccio i miei complimenti. Debbo confessare che i

continentali studiano l’agricoltura con più amore dei sardi. Nostra

colpa se siamo miseri!

E qui ebbe termine l’inchiesta.

Dirò per abbreviare, che mi recai per altre due volte alla campagna

del canonico, dove ebbi agio di vedere e di salutare la bella Rosina,

della quale ero perdutamente innamorato, e per la quale sopportavo con

rassegnazione le apologie del _ficus carica_ e della _cynara scolymus

virdis_.

Un bel giorno — era la quinta volta che andavo a visitare la cardiera

— mentre passeggiavo col canonico lungo i viali, determinai di aprirgli

francamente l’animo mio.

Fermandomi di botto dinanzi al canonico, esclamai risoluto:

— Sentite, amico: io voglio essere con voi sincero, perchè sono un

galantuomo. Oramai conoscete chi io mi sia, il mio impiego, la mia

fortuna, i miei parenti. Potete rivolgervi al sindaco del mio paese per

avere le necessarie informazioni sul mio individuo.

— E che importa tutto questo?

— Importa molto. Io sono pazzamente invaghito di vostra nipote Rosina,

la quale mi ha ammaliato fin dal giorno che la ebbi compagna di viaggio

nell’_omnibus_. Ditemi francamente: posso chiederla in sposa al suo

babbo? Consigliatemi!

Il canonico, che in quel momento toglieva un bruco da un carciofo

_romano_, si rizzò di scatto e mi fissò sorpreso:

— Parlate sul serio?

— Sul serio!

— Ebbene: vi dirò allora con la stessa franchezza, che anch’io ho

vagheggiato questo matrimonio fin da quando appresi la vostra onestà,

la vostra coltura botanica, il vostro affetto per i miei carciofi. Ciò

mi rende sicuro dell’amore che porterete ai figli vostri. Però...

— Però...?

— Però, io non sono il babbo di Rosina, ed ho bisogno di consultare chi

può disporre di lei. Capirete bene che non voglio addossarmi alcuna

risponsabilità. Conosco gli amori de’ miei cardi, non quelli di mia

nipote. Spetta a mio fratello, e più di lui a Rosina, il darvi una

risposta. Non so se il primo sarà contento, e se la seconda abbia il

cuore libero. Posso solamente assicurarvi che avrete in me un valido

protettore; perorerò la vostra causa, ma senza prendere alcun impegno

sulla riuscita dell’affare.

— Mi rimetto interamente alla vostra amicizia.

— Mio fratello è assente. Trovasi da tre giorni in Sindia per

contrattarvi una partita di fichi secchi. Appena sarà di ritorno, farò

l’ambasciata in vostro favore.

Così dicendo il canonico si chinò di nuovo sui cardi, come se volesse

dar loro l’annunzio di un fausto avvenimento.

Da Sassari a Cagliari e viceversa · 第 50 / 54 题