IV.

All’indomani mi recai alla campagna del canonico col fermo proposito

di parlare con Rosina, o di consegnarle un mio biglietto nel caso

che non mi fosse riuscito di abboccarmi con lei. Volevo approfittare

dell’assenza del babbo, che trovavasi impegnato a Sindia co’ suoi fichi

secchi.

Eccovi il contenuto del biglietto da me preparato:

«È ormai inutile celarlo. Dacchè vi ho veduta nell’omnibus mi sono

innamorato di voi. Vi amo con tutta l’anima, alla follia; non vivo che

per voi, e per voi solamente io frequento la campagna di vostro zio,

dolente di non aver potuto rivolgervi una parola. Non so spiegarmi la

freddezza e la ritrosia che mi dimostrate. Rispondetemi con due sole

righe; altrimenti sarò capace di commettere qualche eccesso, di cui vi

renderò risponsabile.»

Approfittando del momento in cui Rosina erasi allontanata dalle sorelle

per cogliere alcuni fiorellini nel viale, io le tenni dietro.

Nel vedermi ella tentò di scappare, ma io le dissi piano, con voce

concitata:

— Non mi fuggite, perchè vi amo. Leggete questo foglio, e rispondetemi

oggi stesso... fra un’ora!

Rosina divenne pallida, poi rossa; mi guardò, balbettò alcune parole,

ma mi stese la mano per prendere il foglio che le porgevo.

Allora io — temendo di venir sorpreso — gettai a’ suoi piedi la mia

letterina, e mi allontanai prestamente, dopo averle detto:

— Il mio destino è nelle vostre mani!

Quando verso sera io presi commiato dalla famiglia, che trovavasi

raccolta nel piazzale della casetta, Rosina trovò il modo di

consegnarmi un bigliettino. La povera ragazza tremava come foglia, e

rientrò subito in casa.

Nell’accompagnarmi fino al fiume lo zio prete mi susurrò all’orecchio:

— Mio fratello è arrivato. Domani sera vi aspetto in casa mia per darvi

una risposta.

Appena la barca si scostò dalla sponda, gettai un’occhiata al

bigliettino che tenevo chiuso nel pugno. Eccone il contenuto:

« — Io non posso amarvi. Voi dovete allontanarvi dalla nostra campagna

e da Bosa, se è vero che siete un galantuomo. La vostra insistenza

mi renderebbe infelice. Il mio cuore è d’altri. Dimenticate di avermi

conosciuta!»

Queste poche righe mi serrarono il cuore. Credetti tutto comprendere, e

mi diedi ragione delle parole misteriose del canonico: _non so se abbia

il cuore libero._

Io dunque avevo un rivale. Ma chi era costui? Maledissi i carciofi

dello zio, che forse avevano contribuito alla mia rovina.

Passai una notte agitatissima. La mattina susseguente, verso le nove,

mi incamminai alla casa del canonico, col fermo proposito di ritirare

la mia domanda Per fatalità, vi trovai il padre di Rosina, il quale

abitava nel piano superiore insieme alla famiglia.

Mi sentii impacciato, confuso. Il canonico, anch’esso, pareva sulle

spine. Mi guardava fisso, come per dirmi che avevo anticipato l’ora

dell’appuntamento.

Ero sul punto di aprir bocca, quando il canonico mi fe’ cenno di sedere

e di non parlare.

— Battista — diss’egli rivolto al fratello — postocchè ci troviamo

tutti e tre qui riuniti, mettiamo a parte i preamboli e le cerimonie.

Il signore è venuto per aver la risposta sull’affare che or ora

ti comunicai. Rispondigli tu stesso direttamente... Siamo fra

gentiluomini!

— Signor Giulio — disse il papà della ragazza a me rivolto — noi

ci sentiamo orgogliosi di accettarvi a far parte della famiglia.

Bisognerà, però, che abbiate pazienza per qualche anno — la Rosina è

troppo giovane, e...

— Scusi — interruppi — io veniva invece per...

— D’altronde — continuò il babbo, senza darmi ascolto — permettete

ch’io vi dica che la vostra domanda fu alquanto inconsiderata... Non

parlaste mai a Rosina... e Rosina è così timida che...

— Le parlai, — dissi, interrompendolo di nuovo — le parlai, ma mi

accorsi che cercava di sfuggirmi.

— Vi sfuggiva per timidezza.

— Ma se...

— Perchè non le parlaste addirittura del vostro amore?

— Glie ne parlai, e glie lo scrissi.

— Voi?! ciò non è possibile! — replicò il buon uomo — Rosina me lo

avrebbe confessato...

— Non ve lo ha confessato perchè ama un altro.

— Un altro?!

— Ella mi disse che...

Il brusco movimento del babbo mi fece subito accorto della mia

imprudenza. Volli rimediarvi, ma era tardi.

— Scusate, signore — esclamò il papà alzandosi — ho bisogno di chiedere

alcune spiegazioni in proposito... Certe cose non si debbono tollerare

dalle figliuole. Bisogna ripararvi in tempo.

E s’incamminò verso l’uscio.

— Ascoltatemi prima — gridai.

— Scusate, ma io non lo posso. Non è per voi... non è per lei, non è

per _lui_: è per me che io parlo. Torno qui subito: con permesso!

E Battista uscì dalla camera.

Rimasti soli, io e il canonico ci guardammo in silenzio, quasi

chiedendoci spiegazione sulla condotta di quell’uomo che ci piantava

bruscamente.

Fui il primo ad aprir bocca, e dissi risoluto:

— Sentite, reverendo: a voi posso tutto svelare. Sappiate che vostra

nipote è innamorata d’altri, e che la mia presenza in Bosa la rende

infelice. Cercate voi dunque, come zio e come prete, di sorvegliare

quella ragazza; non è giusto che si faccia violenza al suo cuore!

— Che mi andate dicendo?

— La verità.

— Chi vi ha detto simili fandonie?

— Ella stessa: Rosina.

— Le parlaste?

— Le parlai e le scrissi.

— Ed ella...?

— Mi ha gentilmente risposto con lettera.

— Rosina?!

— Proprio Rosina!

— E sembrava così ingenua!... Ah, donna fraschetta! — esclamò lo zio

canonico, non potendo più oltre celare il dispetto e la collera. Ed io

allora continuai:

— A voi che mi siete amico non posso nè voglio celar nulla. Ecco il suo

foglio: leggete. Vostra nipote è innamorata d’altri, e mi raccomanda di

allontanarmi da Bosa se desidero la sua pace.

— Non capisco più niente! — disse il canonico dondolando la testa; e

aprendo lentamente il biglietto vi gettò un’occhiata.

Ad un tratto egli balzò in piedi, pallido, atterrito, come se quel

foglio contenesse una vipera.

— Che fu? — gridai spaventato.

— La scrittura di mia cognata!! — gridò il canonico spalancando gli

occhi.

— Chi?

— La moglie di mio fratello, che è pur mia nipote!

— Voi scherzate.

— Non scherzo — gridò il buon prete rimettendosi a sedere; e poi

continuò squadrandomi con disprezzo:

— Voi avete approfittato della mia amicizia e de’ miei carciofi per

sedurre mia cognata; e mi avete cacciato in un orribile ginepraio,

chiamandomi complice nella vostra tresca infame!

— Voi mi offendete. La vostra collera, in questo momento, non vi fa

riflettere sull’accaduto. Diamine! se avessi avuto intenzioni disoneste

non sarei qui venuto a chiedervi la mano di Rosina!

— Rosina, era un pretesto; ma intanto voi tenevate corrispondenza con

Carmela!

— Carmela?

— Già: Carmela, che da un anno è moglie di mio fratello Battista:

vedovo, con tre figlie di primo letto.

— Diavolo! ed io ch’ero sul punto di rivolgermi direttamente a lui per

implorare che me la concedesse!

— Concedervi sua moglie?! L’avreste fatta bella!

— Ma... chi è dunque Rosina?

— Rosina è mia nipote: la ragazza quindicenne che sedeva alla vostra

sinistra in _omnibus_ — la primogenita delle tre figlie di mio

fratello; il quale avrebbe fatto assai meglio a starsene vedovo in

compagnia de’ suoi fichi secchi! — A cinquant’anni ha voluto sposare

una nostra nipote, che non ha ancora raggiunto i diciotto. Delirio

senile!

Così dicendo il canonico si diede un pugno sulla fronte.

— Ma, come fare adesso? Dio sa che pasticcio avrà fatto Battista in

casa, e come avrà complicato le cose!

A questo punto si udì rumor di passi nella scala.

— Tacete! — disse il canonico — e lasciate fare a me; altrimenti

l’affare potrebbe prendere una brutta piega, ed io farei una più brutta

figura in faccia a mio fratello ed a mia cognata!

Il signor Battista comparve sulla soglia della porta d’entrata. La sua

fisonomia mi sembrò abbastanza serena. Credetti, anzi, che fingesse.

Lo confesso: io non mi sentiva tranquillo, quantunque la mia coscienza

nulla avesse a rimproverarmi. Mi ero prestato a fare l’attore

_brillante_ in una farsa di cattivo genere, e dovevo recitare la mia

parte con simulata disinvoltura. Tutte le apparenze congiuravano a

mio danno. Avevo corteggiato una moglie credendola fanciulla; ero

stato un seduttore senza saperlo, ed un vigliacco senza volerlo; avevo

tradito l’ospitalità, pur coll’animo di ricompensarla per mezzo di un

matrimonio. Con tutt’altri avrei potuto mettere l’equivoco in chiaro,

ma andate a parlare di equivoci ad un marito di cinquant’anni che ha

una moglie di diciotto!

Il canonico fu il primo che prese la parola. Il buon prete si rivolse

al fratello, dicendogli solennemente:

— Battista, ormai so tutto. Non fu che un semplice equivoco, ed io ti

spiegherò l’intreccio.

— Ma che equivoco! che intreccio! — esclamò Battista ironicamente — Che

cosa potresti dirmi?

— Ecco... sappi che il signor Giulio ha preso un _qui pro quo_. Non è

vero, signor Giulio, che voi non avete mai scritto a Rosina?

— Mai! — risposi balbettando.

Battista ci guardò un istante, e poi diede in uno scroscio di risa.

— Che cosa mi andate pasticciando, adesso? Non le ha scritto? Ma se la

lettera è nelle mie mani?... Eccola qua!

E così dicendo mi porse il biglietto.

Il canonico era come fulminato. Io volli essere sincero, e gli dissi:

— Signor Battista; confesso l’errore; trattasi di una simpatia,

scusabile perchè destata da intenzioni oneste. Ella è innocente; mi ha

risposto in un momento d’inconsideratezza. Fui io che la costrinsi ad

accettare...

— Siete in errore! — soggiunse il papà gravemente — Ella non ha nulla

accettato, non ha nulla ricevuto, non ha nulla risposto. La colpevole è

soltanto mia moglie!

— Per pietà, perdonatela. Vi giuro che...

— Ma che giuramenti! che perdono! Mia moglie ha fatto benissimo, e

peggio per me che non sono buono che a sorvegliare il _ficus carica_!

Io ed il canonico guardammo il pacifico genitore, senza capirne una

maledetta. Il suo buonumore ci faceva cader dalle nuvole.

— Ma... che avvenne? — fece il canonico rivolto al fratello, temendo di

arruffare i fili della matassa.

— Che avvenne? — ripetei macchinalmente. E Battista si rivolse a me:

— Avvenne semplicemente che la vostra lettera diretta a Rosina venne

intercettata da mia moglie; e mia moglie me l’ha consegnata per

restituirvela. Mi ha pur dato l’incarico di dirvi, che avreste fatto

assai meglio a rivolgervi direttamente alla madre, anzichè ad una

ingenua figliuola che ancora non conosce il mondo; perocchè, se i

mariti sono gli ultimi ad accorgersi delle faccende di casa, è pur vero

che le mogli, le madri e le matrigne hanno gli occhi aperti e vegliano

sempre!

Il canonico ritirò la lettera dalle mani del fratello, e me la consegnò

con un’occhiata che voleva dire: — ringraziate la provvidenza, e

regolatevi per l’avvenire!

— Ed ora — continuò il papà, cambiando tono — esaurito l’incidente, ho

il piacere di annunziarvi che accetto ben volentieri la vostra domanda

di matrimonio, e vi accordo la mano di mia figlia Rosina.

Un fulmine caduto a’ miei piedi mi avrebbe meno impressionato. Non ebbi

neppur la forza di rispondere, e con un’occhiata supplichevole invitai

il canonico a togliermi d’imbarazzo.

Il povero prete capì la buona fede del fratello, la mia critica

posizione, e la sua grave risponsabilità in affare sì delicato; e dopo

avermi lanciato uno sguardo feroce, disse solennemente a me rivolto:

— Ed io, a nome della famiglia, vi rifiuto per ora la mano di Rosina.

Mia nipote è troppo giovane: non ha ancora compiuto i quindici anni.

— Ma... — fece sorpreso Battista.

— Fratello — continuò il prete — abbi giudizio e pazienza. Ho promesso

in dote la mia cardiera a tua figlia, purchè sposi un marito di mio

piacimento... e un po’ di riguardo mi si deve usare. Ne riparleremo

fra un anno, se il signor Giulio farà da bravo, mantenendosi fedele

nei suoi affetti; per ora non deve pensare che agli studi delle tasse

dirette ed indirette, che potranno avvantaggiarlo nella carriera da lui

prescelta.

Che avreste fatto voi? Io mi rassegnai al mio destino; e quando

dopo sette giorni mi disposi a lasciar Bosa, non mancai di recarmi

a salutare il buon canonico; il quale mi offrì una presa di tabacco,

dicendomi:

— Signor Giulio; pensate a’ casi vostri e mettete giudizio. Fra un anno

spero di rivedervi per farvi ammirare una nuova qualità di carciofi,

che io penso di presentare alla prossima Esposizione di Torino. Li

ho ricevuti stamane da un mio amico, e appartengono al genere comune:

cynara scolymus virdis.

— Vi ringrazio della buona intenzione — risposi — ma prevedo fin d’ora

che preferirò sempre i così detti carciofi _romani_.

— E per qual ragione?

— Perchè non hanno spine.

— Siete in errore. I carciofi romani non sono buoni che per friggere.

— Tanto meglio: faranno proprio al caso mio!

Lasciai il canonico con una stretta di mano, lusingandomi che in

migliore occasione avrebbe perorato la mia causa.

*

* *

Trascorse intanto quell’anno, e venne il maggio del 1884. Ero sul

punto di recarmi di nuovo a Bosa per iniziare le pratiche de’ miei

sponsali con Rosina, quando ricevetti per la posta un elegante

cartoncino Bristol, contenente sette righe di nitida scrittura inglese,

litografata.

Era la partecipazione di matrimonio della Signorina _Rosina A_.

col signor _Roberto B_. dottore in agronomia, ex professore della

scuola agraria di Portici, già coadiutore nello stabilimento Cirio

per la confezione dei carciofi sott’olio, e finalmente incaricato

dell’insegnamento della lingua latina nel Ginnasio di Bosa. Lo zio

canonico non poteva desiderare di più!

Chinai la fronte mortificato, e dissi fra me stesso:

— Me la son meritata! La città di Bosa mi rammenterà sempre un

disgraziato amore, nato, cresciuto, e morto fra i cardi ed i carciofi.

E se di carciofi e di cardi il canonico non mi avesse parlato,

certamente l’equivoco non sarebbe avvenuto, e mi sarei allontanato

con prudenza da Carmela per sposare Rosina. Ma che fare? pazienza!

Ricorderò in ogni tempo che le belle _rose_, come i buoni _cardi_,

hanno sempre le spine!

Da Sassari a Cagliari e viceversa · 第 51 / 54 题