All’indomani mi recai alla campagna del canonico col fermo proposito
di parlare con Rosina, o di consegnarle un mio biglietto nel caso
che non mi fosse riuscito di abboccarmi con lei. Volevo approfittare
dell’assenza del babbo, che trovavasi impegnato a Sindia co’ suoi fichi
secchi.
Eccovi il contenuto del biglietto da me preparato:
«È ormai inutile celarlo. Dacchè vi ho veduta nell’omnibus mi sono
innamorato di voi. Vi amo con tutta l’anima, alla follia; non vivo che
per voi, e per voi solamente io frequento la campagna di vostro zio,
dolente di non aver potuto rivolgervi una parola. Non so spiegarmi la
freddezza e la ritrosia che mi dimostrate. Rispondetemi con due sole
righe; altrimenti sarò capace di commettere qualche eccesso, di cui vi
renderò risponsabile.»
Approfittando del momento in cui Rosina erasi allontanata dalle sorelle
per cogliere alcuni fiorellini nel viale, io le tenni dietro.
Nel vedermi ella tentò di scappare, ma io le dissi piano, con voce
concitata:
— Non mi fuggite, perchè vi amo. Leggete questo foglio, e rispondetemi
oggi stesso... fra un’ora!
Rosina divenne pallida, poi rossa; mi guardò, balbettò alcune parole,
ma mi stese la mano per prendere il foglio che le porgevo.
Allora io — temendo di venir sorpreso — gettai a’ suoi piedi la mia
letterina, e mi allontanai prestamente, dopo averle detto:
— Il mio destino è nelle vostre mani!
Quando verso sera io presi commiato dalla famiglia, che trovavasi
raccolta nel piazzale della casetta, Rosina trovò il modo di
consegnarmi un bigliettino. La povera ragazza tremava come foglia, e
rientrò subito in casa.
Nell’accompagnarmi fino al fiume lo zio prete mi susurrò all’orecchio:
— Mio fratello è arrivato. Domani sera vi aspetto in casa mia per darvi
una risposta.
Appena la barca si scostò dalla sponda, gettai un’occhiata al
bigliettino che tenevo chiuso nel pugno. Eccone il contenuto:
« — Io non posso amarvi. Voi dovete allontanarvi dalla nostra campagna
e da Bosa, se è vero che siete un galantuomo. La vostra insistenza
mi renderebbe infelice. Il mio cuore è d’altri. Dimenticate di avermi
conosciuta!»
Queste poche righe mi serrarono il cuore. Credetti tutto comprendere, e
mi diedi ragione delle parole misteriose del canonico: _non so se abbia
il cuore libero._
Io dunque avevo un rivale. Ma chi era costui? Maledissi i carciofi
dello zio, che forse avevano contribuito alla mia rovina.
Passai una notte agitatissima. La mattina susseguente, verso le nove,
mi incamminai alla casa del canonico, col fermo proposito di ritirare
la mia domanda Per fatalità, vi trovai il padre di Rosina, il quale
abitava nel piano superiore insieme alla famiglia.
Mi sentii impacciato, confuso. Il canonico, anch’esso, pareva sulle
spine. Mi guardava fisso, come per dirmi che avevo anticipato l’ora
dell’appuntamento.
Ero sul punto di aprir bocca, quando il canonico mi fe’ cenno di sedere
e di non parlare.
— Battista — diss’egli rivolto al fratello — postocchè ci troviamo
tutti e tre qui riuniti, mettiamo a parte i preamboli e le cerimonie.
Il signore è venuto per aver la risposta sull’affare che or ora
ti comunicai. Rispondigli tu stesso direttamente... Siamo fra
gentiluomini!
— Signor Giulio — disse il papà della ragazza a me rivolto — noi
ci sentiamo orgogliosi di accettarvi a far parte della famiglia.
Bisognerà, però, che abbiate pazienza per qualche anno — la Rosina è
troppo giovane, e...
— Scusi — interruppi — io veniva invece per...
— D’altronde — continuò il babbo, senza darmi ascolto — permettete
ch’io vi dica che la vostra domanda fu alquanto inconsiderata... Non
parlaste mai a Rosina... e Rosina è così timida che...
— Le parlai, — dissi, interrompendolo di nuovo — le parlai, ma mi
accorsi che cercava di sfuggirmi.
— Vi sfuggiva per timidezza.
— Ma se...
— Perchè non le parlaste addirittura del vostro amore?
— Glie ne parlai, e glie lo scrissi.
— Voi?! ciò non è possibile! — replicò il buon uomo — Rosina me lo
avrebbe confessato...
— Non ve lo ha confessato perchè ama un altro.
— Un altro?!
— Ella mi disse che...
Il brusco movimento del babbo mi fece subito accorto della mia
imprudenza. Volli rimediarvi, ma era tardi.
— Scusate, signore — esclamò il papà alzandosi — ho bisogno di chiedere
alcune spiegazioni in proposito... Certe cose non si debbono tollerare
dalle figliuole. Bisogna ripararvi in tempo.
E s’incamminò verso l’uscio.
— Ascoltatemi prima — gridai.
— Scusate, ma io non lo posso. Non è per voi... non è per lei, non è
per _lui_: è per me che io parlo. Torno qui subito: con permesso!
E Battista uscì dalla camera.
Rimasti soli, io e il canonico ci guardammo in silenzio, quasi
chiedendoci spiegazione sulla condotta di quell’uomo che ci piantava
bruscamente.
Fui il primo ad aprir bocca, e dissi risoluto:
— Sentite, reverendo: a voi posso tutto svelare. Sappiate che vostra
nipote è innamorata d’altri, e che la mia presenza in Bosa la rende
infelice. Cercate voi dunque, come zio e come prete, di sorvegliare
quella ragazza; non è giusto che si faccia violenza al suo cuore!
— Che mi andate dicendo?
— La verità.
— Chi vi ha detto simili fandonie?
— Ella stessa: Rosina.
— Le parlaste?
— Le parlai e le scrissi.
— Ed ella...?
— Mi ha gentilmente risposto con lettera.
— Rosina?!
— Proprio Rosina!
— E sembrava così ingenua!... Ah, donna fraschetta! — esclamò lo zio
canonico, non potendo più oltre celare il dispetto e la collera. Ed io
allora continuai:
— A voi che mi siete amico non posso nè voglio celar nulla. Ecco il suo
foglio: leggete. Vostra nipote è innamorata d’altri, e mi raccomanda di
allontanarmi da Bosa se desidero la sua pace.
— Non capisco più niente! — disse il canonico dondolando la testa; e
aprendo lentamente il biglietto vi gettò un’occhiata.
Ad un tratto egli balzò in piedi, pallido, atterrito, come se quel
foglio contenesse una vipera.
— Che fu? — gridai spaventato.
— La scrittura di mia cognata!! — gridò il canonico spalancando gli
occhi.
— Chi?
— La moglie di mio fratello, che è pur mia nipote!
— Voi scherzate.
— Non scherzo — gridò il buon prete rimettendosi a sedere; e poi
continuò squadrandomi con disprezzo:
— Voi avete approfittato della mia amicizia e de’ miei carciofi per
sedurre mia cognata; e mi avete cacciato in un orribile ginepraio,
chiamandomi complice nella vostra tresca infame!
— Voi mi offendete. La vostra collera, in questo momento, non vi fa
riflettere sull’accaduto. Diamine! se avessi avuto intenzioni disoneste
non sarei qui venuto a chiedervi la mano di Rosina!
— Rosina, era un pretesto; ma intanto voi tenevate corrispondenza con
Carmela!
— Carmela?
— Già: Carmela, che da un anno è moglie di mio fratello Battista:
vedovo, con tre figlie di primo letto.
— Diavolo! ed io ch’ero sul punto di rivolgermi direttamente a lui per
implorare che me la concedesse!
— Concedervi sua moglie?! L’avreste fatta bella!
— Ma... chi è dunque Rosina?
— Rosina è mia nipote: la ragazza quindicenne che sedeva alla vostra
sinistra in _omnibus_ — la primogenita delle tre figlie di mio
fratello; il quale avrebbe fatto assai meglio a starsene vedovo in
compagnia de’ suoi fichi secchi! — A cinquant’anni ha voluto sposare
una nostra nipote, che non ha ancora raggiunto i diciotto. Delirio
senile!
Così dicendo il canonico si diede un pugno sulla fronte.
— Ma, come fare adesso? Dio sa che pasticcio avrà fatto Battista in
casa, e come avrà complicato le cose!
A questo punto si udì rumor di passi nella scala.
— Tacete! — disse il canonico — e lasciate fare a me; altrimenti
l’affare potrebbe prendere una brutta piega, ed io farei una più brutta
figura in faccia a mio fratello ed a mia cognata!
Il signor Battista comparve sulla soglia della porta d’entrata. La sua
fisonomia mi sembrò abbastanza serena. Credetti, anzi, che fingesse.
Lo confesso: io non mi sentiva tranquillo, quantunque la mia coscienza
nulla avesse a rimproverarmi. Mi ero prestato a fare l’attore
_brillante_ in una farsa di cattivo genere, e dovevo recitare la mia
parte con simulata disinvoltura. Tutte le apparenze congiuravano a
mio danno. Avevo corteggiato una moglie credendola fanciulla; ero
stato un seduttore senza saperlo, ed un vigliacco senza volerlo; avevo
tradito l’ospitalità, pur coll’animo di ricompensarla per mezzo di un
matrimonio. Con tutt’altri avrei potuto mettere l’equivoco in chiaro,
ma andate a parlare di equivoci ad un marito di cinquant’anni che ha
una moglie di diciotto!
Il canonico fu il primo che prese la parola. Il buon prete si rivolse
al fratello, dicendogli solennemente:
— Battista, ormai so tutto. Non fu che un semplice equivoco, ed io ti
spiegherò l’intreccio.
— Ma che equivoco! che intreccio! — esclamò Battista ironicamente — Che
cosa potresti dirmi?
— Ecco... sappi che il signor Giulio ha preso un _qui pro quo_. Non è
vero, signor Giulio, che voi non avete mai scritto a Rosina?
— Mai! — risposi balbettando.
Battista ci guardò un istante, e poi diede in uno scroscio di risa.
— Che cosa mi andate pasticciando, adesso? Non le ha scritto? Ma se la
lettera è nelle mie mani?... Eccola qua!
E così dicendo mi porse il biglietto.
Il canonico era come fulminato. Io volli essere sincero, e gli dissi:
— Signor Battista; confesso l’errore; trattasi di una simpatia,
scusabile perchè destata da intenzioni oneste. Ella è innocente; mi ha
risposto in un momento d’inconsideratezza. Fui io che la costrinsi ad
accettare...
— Siete in errore! — soggiunse il papà gravemente — Ella non ha nulla
accettato, non ha nulla ricevuto, non ha nulla risposto. La colpevole è
soltanto mia moglie!
— Per pietà, perdonatela. Vi giuro che...
— Ma che giuramenti! che perdono! Mia moglie ha fatto benissimo, e
peggio per me che non sono buono che a sorvegliare il _ficus carica_!
Io ed il canonico guardammo il pacifico genitore, senza capirne una
maledetta. Il suo buonumore ci faceva cader dalle nuvole.
— Ma... che avvenne? — fece il canonico rivolto al fratello, temendo di
arruffare i fili della matassa.
— Che avvenne? — ripetei macchinalmente. E Battista si rivolse a me:
— Avvenne semplicemente che la vostra lettera diretta a Rosina venne
intercettata da mia moglie; e mia moglie me l’ha consegnata per
restituirvela. Mi ha pur dato l’incarico di dirvi, che avreste fatto
assai meglio a rivolgervi direttamente alla madre, anzichè ad una
ingenua figliuola che ancora non conosce il mondo; perocchè, se i
mariti sono gli ultimi ad accorgersi delle faccende di casa, è pur vero
che le mogli, le madri e le matrigne hanno gli occhi aperti e vegliano
sempre!
Il canonico ritirò la lettera dalle mani del fratello, e me la consegnò
con un’occhiata che voleva dire: — ringraziate la provvidenza, e
regolatevi per l’avvenire!
— Ed ora — continuò il papà, cambiando tono — esaurito l’incidente, ho
il piacere di annunziarvi che accetto ben volentieri la vostra domanda
di matrimonio, e vi accordo la mano di mia figlia Rosina.
Un fulmine caduto a’ miei piedi mi avrebbe meno impressionato. Non ebbi
neppur la forza di rispondere, e con un’occhiata supplichevole invitai
il canonico a togliermi d’imbarazzo.
Il povero prete capì la buona fede del fratello, la mia critica
posizione, e la sua grave risponsabilità in affare sì delicato; e dopo
avermi lanciato uno sguardo feroce, disse solennemente a me rivolto:
— Ed io, a nome della famiglia, vi rifiuto per ora la mano di Rosina.
Mia nipote è troppo giovane: non ha ancora compiuto i quindici anni.
— Ma... — fece sorpreso Battista.
— Fratello — continuò il prete — abbi giudizio e pazienza. Ho promesso
in dote la mia cardiera a tua figlia, purchè sposi un marito di mio
piacimento... e un po’ di riguardo mi si deve usare. Ne riparleremo
fra un anno, se il signor Giulio farà da bravo, mantenendosi fedele
nei suoi affetti; per ora non deve pensare che agli studi delle tasse
dirette ed indirette, che potranno avvantaggiarlo nella carriera da lui
prescelta.
Che avreste fatto voi? Io mi rassegnai al mio destino; e quando
dopo sette giorni mi disposi a lasciar Bosa, non mancai di recarmi
a salutare il buon canonico; il quale mi offrì una presa di tabacco,
dicendomi:
— Signor Giulio; pensate a’ casi vostri e mettete giudizio. Fra un anno
spero di rivedervi per farvi ammirare una nuova qualità di carciofi,
che io penso di presentare alla prossima Esposizione di Torino. Li
ho ricevuti stamane da un mio amico, e appartengono al genere comune:
cynara scolymus virdis.
— Vi ringrazio della buona intenzione — risposi — ma prevedo fin d’ora
che preferirò sempre i così detti carciofi _romani_.
— E per qual ragione?
— Perchè non hanno spine.
— Siete in errore. I carciofi romani non sono buoni che per friggere.
— Tanto meglio: faranno proprio al caso mio!
Lasciai il canonico con una stretta di mano, lusingandomi che in
migliore occasione avrebbe perorato la mia causa.
*
* *
Trascorse intanto quell’anno, e venne il maggio del 1884. Ero sul
punto di recarmi di nuovo a Bosa per iniziare le pratiche de’ miei
sponsali con Rosina, quando ricevetti per la posta un elegante
cartoncino Bristol, contenente sette righe di nitida scrittura inglese,
litografata.
Era la partecipazione di matrimonio della Signorina _Rosina A_.
col signor _Roberto B_. dottore in agronomia, ex professore della
scuola agraria di Portici, già coadiutore nello stabilimento Cirio
per la confezione dei carciofi sott’olio, e finalmente incaricato
dell’insegnamento della lingua latina nel Ginnasio di Bosa. Lo zio
canonico non poteva desiderare di più!
Chinai la fronte mortificato, e dissi fra me stesso:
— Me la son meritata! La città di Bosa mi rammenterà sempre un
disgraziato amore, nato, cresciuto, e morto fra i cardi ed i carciofi.
E se di carciofi e di cardi il canonico non mi avesse parlato,
certamente l’equivoco non sarebbe avvenuto, e mi sarei allontanato
con prudenza da Carmela per sposare Rosina. Ma che fare? pazienza!
Ricorderò in ogni tempo che le belle _rose_, come i buoni _cardi_,
hanno sempre le spine!