Per tre giorni non rividi i miei compagni di viaggio — nè le due
ragazze, nè il canonico. Ero occupato ed intento all’ispezione dei
registri e dei bollettari nell’ufficio dell’Agenzia delle tasse.
La sera del quarto giorno fui invitato da un collega mio amico ad una
passeggiata in barchetta lungo il fiume Temo, che scorre carezzevole
appiedi del paese. Accettai con piacere.
Non è un’esagerazione: la città di Bosa è la più bella e la più
pittoresca fra le città sarde. Posta sul versante di un colle rivestito
di oliveti, e sormontata dall’antico castello dei Malaspina, essa si
specchia sul terso cristallo del suo fiume; il quale ne riflette le
linde casette, i poggi incantevoli e i rigogliosi oliveti, scorrendo
docile e silenzioso fra due sponde fiorite, per poi gettarsi nel vicino
mare. Le due acque — l’una dolce e l’altra amara — confondono insieme i
loro palpiti dentro l’ampio bacino, formato dalle roccie frastagliate e
dalle spiaggie arenose.
Montammo sul battello, a poca distanza dalle arcate del ponte; e
guidati da un esperto barcaiuolo ci dirigemmo verso levante — laddove
il fiume serpeggia fra una catena pittoresca di fantastiche colline,
che ti trasportano col pensiero alle belle rive del lago di Como.
Lungo quei colli, l’acqua prende un colore verdastro, prodotto dalla
rigogliosa vegetazione che riveste i due versanti, e che contrasta con
la striscia azzurra di mare; la quale chiude a ponente il grandioso
quadro creato dal sublime pennello della natura.
L’acqua del fiume pareva dormente, e capovolgeva le piante, le casette,
e le colline che la sovrastano — quasi volesse raccoglierle nel suo
seno per esortarle al riposo. Eppure avresti detto che da quelle sponde
silenziose partissero voci indistinte che invitavano a pensare e ad
amare! Era il linguaggio arcano del silenzio e della quiete, il quale
commove le anime innamorate per trasportarle nel mondo dei fantasmi e
degli spiriti, dove si ascolta ad orecchie chiuse, si sogna ad occhi
aperti, e si parla col cuore e non col labbro.
Non si udiva che il tonfo dei due remi; un tonfo leggero, monotono,
cadenzato.
Il sole volgeva all’orizzonte, e, lanciando i suoi raggi sul fiume,
metteva in risalto le tre arcate del ponte, che si riflettevano
nell’onda come cerchi luminosi tagliati da innumerevoli striscie
infocate, tremule, scintillanti. E i ruderi del vecchio castello e
delle annesse muraglie apparivano lassù, sopra uno sfondo color di rosa
— quasi a ricordo dell’antica potenza dei Malaspina che inalzarono la
rocca verso il 1112, per cederla due secoli dopo, insieme alla città,
ai giudici di Arborea.
Avevamo lasciato a sinistra la chiesetta di Santa Giusta e l’annesso
giardinetto — trista brughiera un giorno, ed oggi un vero Eden di
delizie, mercè la bacchetta magica di monsignor Eugenio Cano — un
vescovo artista che all’ingegno eletto accoppia un cuore nobile e
generoso. Volgemmo quindi a destra, passando sotto l’antica chiesetta
di San Pietro ed al suo campanile in forma di torre quadrata,
costrutta nel 1073: — unico ricordo che ancora rimane dell’antica
Bosa cristiana, forse fabbricata sui ruderi della pagana _Bosa Vetus_.
L’antica _Calmedia_, cambiando nome, è passata all’opposta sponda del
Temo, lasciando sotto il _Monte Nieddu_ quella torre e quella chiesa,
le quali sembrano dolersi dell’ingrato oblio e della solitudine cui
vennero condannati dagli uomini e dal destino.
Tanto io, quanto il mio amico, eravamo immersi nel silenzio e nel
raccoglimento. Non so a che cosa pensasse lui; io pensavo alla bella
incognita dell’_omnibus_, che volentieri avrei desiderato là, in seno
a quelle acque così tranquille. Ed era forse lei che in quel momento mi
versava nell’anima la strana melanconia, che pur vedevo quasi riflessa
in quel cielo, in quel mare, in quei seni deliziosi.
La barchetta diresse la prora verso la sponda sinistra, e andò quasi
ad incastrarsi fra le erbette ed i canneti che arginavano le numerose
campagne coltivate.
Scendemmo di un salto a terra, e ci trovammo in un ameno tenimento
ricco di oliveti, di aranci, e di ortaglie d’ogni specie.
Dopo aver attraversato parecchi poderi, l’uno dentro l’altro, entrammo
in una vasta cardiera, stupendamente coltivata.
Tutto solo in mezzo ad un viale, chino sulle piante e intento ad
esaminare qua e là i superbi cardi, era un uomo decentemente vestito —
per fermo il proprietario.
Ma, quale non fu la mia gradita sorpresa quando in lui ravvisai
l’affumicato canonico, il mio compagno di viaggio, lo zio della bella
ragazza che mi aveva ammaliato?
Mossi verso di lui, e gli strinsi la mano come ad un vecchio amico.
Egli mi accolse con un grido di gioia, e mi offrì una buona presa
di tabacco — di quel tabacco ch’io non poteva rifiutare, sebbene mi
condannasse ad un augurio di _felicità_ illusoria.
Il mio amico mi lasciò solo col canonico, e si diresse al tenimento
vicino, dicendomi che non avrebbe tardato a raggiungermi.
Inutile dire che il canonico mi condusse seco a fare il giro del
suo tenimento, per vantarmi i suoi carciofi e per intontirmi colla
nomenclatura di tutte le specie squisite che possedeva. Ed io,
naturalmente, non dimenticai che avevo l’obbligo di portare ai
sette cieli le sue piante, fingendomi molto addentro nei misteri
dell’agricoltura. Anzi, ricordando il mio _primo libro di lettura_, e
le nozioni apprese sui banchi delle scuole, parlai subito del pistillo
e degli stami, indispensabili alla generazione dei frutti. Dissi, con
gravità cattedratica, che il pistillo si divide in stigma, in stilo ed
in ovario; e che lo stigma riceve il pòlline. Insomma, lo vuotai dall’A
fino alla Z tutto il sacco della mia scienza agraria infantile, la
quale non andava più in là del pòlline e dell’ovario.
Fu una vera rivelazione per l’agronomo prete.
— Voi dunque conoscete botanica e agricoltura?! — gridò il canonico,
raggiante di contentezza. E piantandomi in faccia i suoi due occhietti
lucicanti aspettava ansioso una risposta.
— Così... un poco! — risposi arrossendo.
— Bravo! ne sono proprio contento! Non potete immaginare il bene
che mi avete fatto con simile confidenza; massime in questi tempi di
scetticismo, in cui non si vuol confessare che la vera fonte della
ricchezza è una sola: l’agricoltura, alla quale si piegano riverenti
l’industria, il commercio, le scienze, le arti, ed i mestieri.....
Credetelo, signore: se Bosa curasse meglio i prodotti delle sue terre,
sarebbe la più ricca delle città sarde, nè avrebbe bisogno di sudar
tanto per pagare i propri debiti. Essa, invece, non si è preoccupata
che della ricerca di tesori nel Castello dei Malaspina — senza mai
persuadersi che il vero tesoro ce l’ha in seno, e consiste nei germi
misteriosi che giacciono nelle viscere della terra, i quali aspettano
le braccia dell’uomo per venire all’aria aperta. Altro che pensare al
malaugurato porto ed alle ferrovie inutili!
Il buon canonico continuò su questo tono, e non la finiva mai. Egli era
sublime ne’ suoi entusiasmi, e mi pregò di tenergli compagnia.
Mi portò da un cardo all’altro, esaltandomi ogni pianta, facendomi
la rassegna apologetica delle sue cardiere, e dicendomi che i suoi
carciofi non avevano rivali in tutto l’agro bosano. Ad un tratto si
fermò di botto, e mi domandò a bruciapelo:
— Sapete a quale specie appartiene il cardo?
— Ai _monopètali_ — risposi a caso, con la titubanza di colui che
giuoca l’ultima carta che decide della sua fortuna.
— Bravo! — esclamò il canonico, battendomi sulla spalla.
Temendo che l’esame continuasse, tentai di far deviare il discorso dai
cardi; e fissando il quadrato degli ulivi che chiudeva la cardiera,
esclamai:
— Avete un buon raccolto d’olio, quest’anno!
Il canonico, inesorabile, mi guardò negli occhi:
— Sapete voi la differenza che passa fra il cardo e l’olivo?
Questa volta rimasi a bocca aperta, aspettando che la risposta mi
venisse dal prete. Il mio _primo libro di lettura_ non mi diede alcun
aiuto.
Supponendo che il mio silenzio non fosse che ammirazione, il canonico
soggiunse con sussiego:
— L’ulivo è un _monopètalo_ che ha la corolla _sotto_ l’ovario, come
il tabacco e la patata; — il cardo, all’opposto, ha la corolla _sopra_
l’ovario, come la lattuga e la camomilla. Non conoscete forse il metodo
e la teoria di Jussien?
— No. Conosco bensì altri metodi — arrischiai timidamente.
— Ho capito — fece il prete con tono di compassione — appartenete
dunque alla nuova scuola?
— Sissignore: alla scuola _verista_ — risposi, non so perchè; forse per
l’associazione d’idee fra _cardi_ e _Carducci_.
E il buon canonico, tutto tronfio per la sua scienza, mi portò a
passeggiare fra i suoi cardi parlandomi delle delicate cure che essi
richiedevano nel _rincalzamento_ e nelle _legature_; mi disse che si
piantavano in maggio, che si mangiavano in febbraio, che reclamavano
un terreno profondo, grasso, ben concimato, e che i suoi carciofi erano
_precoci_ quanto quelli di Napoli e della Sicilia.
— Vedete? — mi diceva ad ogni passo — questo è un carciofo comune,
il verde: _cynara scolymus virdis_; quest’altro che dà al violetto
è qualità rara: _cynara scolymus violacea_; questo che dà al rosso
è chiamato dai botanici _cynara scolymus rubra_; e questo bianco è
conosciuto sotto il nome di _cynara scolymus albida_...
E il canonico staccava con delicatezza i carciofi dalle piante, e me li
porgeva, pregandomi con insistenza di gustarli.
— Ebbene? — mi diceva — sentite che morbidezza!... che sapore!... che
fragranza!... Osservate come la semplice pressione dei denti incisivi
basta per spezzarne le foglie nettamente, senza filamenti di sorta! Non
abbiate timore: morsicate pure vicino alla spina: troverete la foglia
tutta tenera, pieghevole, pastosa... Vera _cynara scolymus virdis_ di
prima qualità!
Fu per me un vero supplizio. Avevo le labbra legate e nere come il
carbone; la bocca pastosa ed amara; la lingua inchiodata al palato, in
modo che mi riusciva difficile il parlare.
Il canonico, incoraggiato dalla mia innocente bugia, mi aveva assalito,
perseguitato, annientato sotto un mondo di _cynare_ di tutti i colori.
E mentre il povero botanico, cieco di passione, contava quasi le foglie
dei carciofi, io volgeva gli occhi all’intorno, in cerca degli occhi
della cara nipote, i quali mi avevano punto più dei carciofi e dei
cardi dello zio. Finalmente mi feci coraggio, e gli chiesi:
— Siete qui solo, in campagna?
— Quasi sempre — mi rispose. — La famiglia di mio fratello viene
qualche volta a passarvi la sera. Oggi, per esempio, abbiamo fatto
qui pranzo. Venite su, alla casetta; vi farò bere un buon bicchiere
di malvagia, e coglierò l’occasione per presentarvi alla famiglia di
Battista.
E ci dirigemmo insieme alla casetta di campagna, posta in altura. Il
cuore mi batteva forte.
Durante il breve tragitto il prete trovò modo di farmi sorbire una
dotta digressione sulla _malvagia_, che chiamò _la regina dei vini
sardi_, moglie del vino nero di _Oliena_, e sorella della _Vernaccia_
di Solarussa. Egli così conchiuse:
— La miglior _malvasia_ è fornita da Tresnuraghes — e spetta a
Tresnuraghes l’onore di averle dato la culla — come spetta a Bosa
la gloria di poter gridare al quattro venti: io sono la patria dei
migliori carciofi del mondo!
Sul piazzale della casetta, formanti diversi gruppi, erano una dozzina
di donne, fra signore, signorine e persone di servizio. Fra esse notai
le due graziose mie compagne di viaggio, colle quali ricambiai un
cortese saluto.
La maggiore delle nipoti, al vedermi, sorrise ed arrossì leggermente; e
così potei di nuovo ammirare le due fossette ch’erano venute al centro
delle sue guancie, e gli otto dentini ch’erano apparsi sulla soglia
della sua bocca.
Il mio collega d’ufficio era là, e discorreva tranquillamente con le
signore e le ragazze; le quali, come più tardi appresi, appartenevano a
tre distinte famiglie. Avrei anch’io desiderato di trattenermi in mezzo
all’allegra brigata, ma il mio destino non lo volle.
Infervorato nel discorso dei cardi, ed ossequiente alla mia simulata
scienza agraria, il canonico mi presentò alle nipoti ed alle altre
signore, declinando il mio nome e la mia qualità; mi fece tranguggiare
in fretta e furia quattro bicchierini di _malvagia_, e poi esclamò
rivoltò alla comitiva:
— Non vogliamo interrompere la vostra conversazione; io mi porto via
il signor Giulio, un continentale studioso e appassionato di tutte le
vegetazioni.
E senza lasciarmi tirar fiato mi prese a braccetto, e mi trascinò nel
piccolo viale che conduceva alla cardiera, togliendomi bruscamente
a quella conversazione, per ottener la quale avevo sagrificato la
libertà, la pace, ed ogni divertimento.
Potete immaginare l’effetto in me prodotto dalle parole del prete; esse
mi facevano comparire agli occhi delle signore come un misantropo, uno
scortese, uno screanzato. Col sorriso sul labbro e la rabbia net cuore
io fui costretto a seguire l’inesorabile canonico, il quale mi tenne
un’altra ora in mezzo alla sua cardiera, spiegandomi gli amori, le
nozze e la figliuolanza dei carciofi bianchi, rossi e verdi.
Fattogli i complimenti per la passione che nutriva verso i cardi, il
canonico mi rispose:
— Come vedete, è tutta qui la mia occupazione, è tutto qui il mio
pensiero. Tranne un po’ di messa la mattina, io non vivo che nei
carciofi e per i carciofi. Non ho che uno scopo, una sola ambizione:
trovare un uomo che dopo la mia morte continui a coltivare con affetto
i miei cardi. Ed è perciò che fin d’ora ho destinato questa campagna
alla figlia maggiore di mio fratello: — sarà la sua dote. Io le ho
detto: « — Bada Rosina, bisogna che tu scelga un marito che continui
degnamente l’opera di tuo zio; da te sola dipenderà la mia fortuna;
ubbidiscimi se vuoi che le mie ossa riposino in pace sotto la terra che
mi ha veduto nascere!»
_Rosina!_ — mi era finalmente noto il nome della mia graziosa
viaggiatrice! — mi era nota, anche senza volerlo, la dote che lo zio
prete assegnava alla sua nipote. Mi trovavo dunque sulla buona via, nè
dovevo indietreggiare.
Null’altro io seppi quella sera. Lasciai la campagna di malumore,
poichè non mi era riuscito di parlare con lei: con Rosina. Una sola
cosa avevo ottenuto: il permesso di visitare con frequenza la cardiera
dello zio canonico.