SECONDA EDIZIONE

— Vuoi tu accompagnarmi a Bosa? — dissi all’amico Giulio, ch’era stato

mio compagno di viaggio da Nuoro a Macomer.

— A Bosa?! — esclamò Giulio vivamente, quasi con spavento — Andrei

piuttosto all’inferno! Bisognerà che trascorrano parecchi anni prima

ch’io mi decida a riveder quel paese.

— Che ti è accaduto? — dissi scherzando — Hai forse fatto qualche

indigestione di fichi, o di carciofi?

— Taci, per pietà! — soggiunse l’amico — Senza volerlo tu metti il dito

sulla mia piaga.

— Un’avventura...?

— Sì: proprio _un’avventura piccante_, per dirla con Don Sallustio nel

_Ruy Blas_.

— Dilla meglio con me. Che ti è accaduto?

E Giulio mi narrò il seguente episodio, che io ripeterò al lettore

colle stesse sue parole.

Non so veramente se ella avesse i diciott’anni; ma so, e posso giurare,

che aveva due occhi assassini, capaci di assalirvi sulla pubblica

strada.

E sulla pubblica strada la conobbi la prima volta, quando dentro

l’_omnibus_ dell’impresa Gilli e Spano io mi recai da Macomer a Bosa

per fare un’inchiesta presso l’ufficio dell’Agenzia delle tasse, nella

mia qualità d’ispettore girovago.

Era una bellissima creatura, capace di far sdrucciolare un eremita

penitente. Piena di grazia nelle movenze, quantunque grassottina, aveva

i soliti capelli corvini, le solite guancie di rosa, e i soliti denti

di perle: qualificativi che si applicheranno sempre alle belle donne,

finchè vi saranno corvi in aria, rose in terra, e perle in mare.

Viaggiava in compagnia di altra fanciulla dai quindici ai sedici anni

— di certo sua sorella — e di un canonico che tutt’e due chiamavano _lo

zio_.

Eravamo quattro soli passeggieri, tutti nell’angusto spazio della

_rotonda_ — battezzata saggiamente con tal nome appunto perchè è

quadrata. Avevo alla sinistra la ragazza quindicenne, e di fronte la

mia simpatica _corvina_, (per ora la chiamerò così), la quale sedeva

vicino al canonico.

Non mi fermerò a descrivervi la sorella maggiore, perchè non lo posso;

nè ho intenzione di farvi il ritratto della minore, perchè non lo

voglio. La prima mi aveva acciecato — la seconda mi era indifferente.

Farò soltanto un cenno dello zio canonico, poichè la sua fisonomia era

caratteristica.

Di prete non aveva che il tricorno ed il collarino; nel rimanente

vestiva come la maggior parte dei mortali — pantaloni neri, corpetto

chiuso fino al mento, e giacca di velluto alla _cacciatora_ con ampie

saccoccie ai fianchi.

Appoggiava le due mani sul pomo d’avorio della sua cannadindia — e

sulle mani appoggiava il mento, il quale aveva preso quella tinta

azzurrognola che accusa il ritardo del barbiere nella raschiatura

periodica.

Sulle labbra del canonico errava un sorriso benevolo, aperto — segno

di affabilità di carattere e di schiettezza d’animo. Il suo volto era

secco, asciutto, arsiccio — direi quasi affumicato.

Non faceva che guardar me e sorrider sempre; e quando rideva ammiccava

i suoi occhietti furbi, espressivi, lampeggianti.

La cara fanciulla _corvina_ rideva ancor essa con una facilità

singolare. Io la guardava continuamente negli occhi — ed essa non

faceva che sorridere spensierata, senza la minima ombra di malizia e di

civetteria. Sorridevamo tutti, senza dirci una parola, come se fossimo

stati stretti parenti, od amici di antica data.

Ho rinunziato a descrivervi la bianca _corvina_, poichè io la trovavo

tutta bella, tutta buona, dalla punta dei capelli alla punta degli

stivaletti, che si potevano chiudere in un pugno. Non posso però

tacere di un segno particolare, che forse aveva contribuito a rendermi

innamorato di quella creatura. Quando rideva le comparivano sulle

guancie due fossette procaci che mi davano le vertigini: due graziose

fossette che parevano fatte apposta per cacciarvi i miei due occhi

imprudenti, come in un nido d’amore. E notate, che, siccome la mia

_corvina_ rideva facilmente, così quelle fossette erano sempre là in

permanenza, in compagnia di due fila di dentini bianchi, dai quali mi

sarei lasciato mordere con piacere.

Scena curiosa! — io fissava continuamente la fanciulla — e il

canonico fissava me con un sorriso di bonarietà, di cui non sapevo

darmi ragione. In ventisette anni di vita non mi era mai capitato

d’imbattermi in uno zio così poco severo e così poco rigoroso al fianco

di una bella e giovane nipote.

Che significava siffatta cieca fiducia? Mi si credeva forse un uomo

innocuo, non pericoloso? oppure lo zio aveva in me subodorato un

partito conveniente per la sua nipote?

Non sapevo spiegarmi lo strano fenomeno, per quanto mi lambiccassi

il cervello; mi perdevo nel labirinto di quei sorrisi insistenti,

problematici, che cominciavano a mortificarmi seriamente. Io ero solo —

ed essi erano in tre!

Misi da banda tutte le considerazioni psicologiche, e cercai di

approfittare di tutte le indulgenze plenarie del benefico zio,

lanciando occhiate tutt’altro che furtive all’indirizzo della corvina

nipote — la quale persisteva a mostrarmi le sue rosee fossette e i suoi

dentini bianchi, nel fortunoso ambiente della _rotonda_ quadrata.

Lo zio canonico prendeva tabacco con frequenza, e me ne offriva con

tanta grazia e con tanta insistenza, che mi pareva ingratitudine e

scortesia il rifiutare. Quella polvere stuzzicava in modo impertinente

le mie narici; ond’io, per quanto cercassi di frenare le smorfie alla

presenza dell’oggetto amato, non riuscivo ad impedire gli starnuti; il

che faceva ridere di cuore le nipoti, rendendo soddisfatto lo zio che

mi diceva ogni tanto:

— Felicità!

Ed era questo un augurio di cui non avevo bisogno, poichè mi sentivo

troppo _felice_ accanto alla bella nipote del canonico affumicato.

— Eravamo in viaggio da mezz’ora, e si sentiva da tutti il bisogno di

chiacchierare. Mi accorsi subito che il canonico aveva una debolezza:

l’agricoltura; aveva una passione prediletta: l’allevamento dei

carciofi, di cui era caldo ammiratore, caldo cultore, e più caldo

speculatore.

Dai discorsi fattimi, appresi che il canonico era un ricco proprietario

di terreni. Ed allora mi balenò un sospettò: che il sorriso del prete

non avesse altra mira che quella di guadagnare la mia simpatia per

mezzo della nipote, sperando che io — come ispettore delle tasse —

avessi chiuso un occhio sulle sue rendite patrimoniali.

Ma... che importava alla nipote delle imposte _dirette_ ed _indirette_?

La continua apparizione delle due fossette e della dozzina di denti non

poteva avere alcun rapporto con le tasse. A quella fanciulla non ero

forse antipatico — e lo zio non poteva vedere di mal occhio la corte

che le andavo facendo.

Perchè negarlo? mi lusingavo di aver fatto breccia nel cuore di una

bella ragazza e di un brutto canonico; e ne esprimevo l’interna

soddisfazione coll’attorcigliare la punta de’ miei baffi e

coll’aggiustare il nodo della mia cravatta.

L’_omnibus_ si fermò a Sindia — il paese che è in fama di produrre e di

distruggere: — produrre cioè gli eccellenti formaggi, e distruggere la

coda ai cavalli per tessere le corde di crine.

Pregai i miei compagni di viaggio perchè accettassero da me una

bottiglia di _gazosa_ — e tutti aggradirono l’offerta con una cortesia

che lusingò il mio amor proprio.

Io era cotto: e mi pareva che il viaggio da Macomer a Bosa si facesse

a volo d’uccello. Avrei desiderato maggior lentezza; e quando il

carrozziere si rivolgeva a me per dirmi dal vetro rotto del _coupé_:

«si cammina, è vero?» mi veniva l’impeto di buttarlo giù di cassetta.

Alle quattro e tre quarti eravamo a Suni — nel paese caro ai geologi,

perchè loro presenta tutta la successione dei terreni: dalla roccia

basaltica antica, alla recente lava basaltica nera. Ciò io dico per

bocca del Lamarmora, confessandovi che sono indifferente a tutte le

basaltiche del mondo, sì antiche che moderne.

Da Suni — per una ripida discesa — ci dirigemmo a Bosa, attraversando

le colline ed i paesaggi più pittoreschi ch’io m’abbia veduto.

I villaggi di Tinnura, Fluscio e Modolo — a breve distanza l’uno

dall’altro — dominavano la vallata e le colline circostanti.

Scorgemmo finalmente la cittadina di Bosa, adagiata in basso, ma

lontana ancora da noi. Le sue case erano tutte schierate in triplice

fila lungo il fiume ed il colle che le spalleggia: esse ci apparivano

come un reggimento di soldati che aspettano la rivista del generale.

Alle cinque precise l’_omnibus_ erasi fermato all’imbocco del ponte,

proprio in faccia all’_Ufficio Daziario_, dove una vigile guardia ci

pregò di dichiarare tutti i generi _consumabili_ che avevamo con noi.

Un signore sulla cinquantina ed una bambina sui dieci anni erano là

fermi, in attesa dell’_omnibus_. Entrambi sorrisero al canonico ed alle

sue compagne; i quali si affrettarono a smontare dal legno per andare

loro incontro. Vi fu scambio di strette di mano e di qualche bacio,

ed al mio orecchio giunse parecchie volte la parola _papà_. Non vi era

dubbio: trattavasi del babbo delle due ragazze: il fratello forse del

canonico, colà venuto per dare il _buon arrivo_ ai tre cari congiunti.

Si diressero tutti, a piedi, verso la città. Io rimasi solo, dentro la

_rotonda_, fissando la mia adorata incognita che si allontanava.

La bella ragazza si era più volte girata verso di me per mostrarmi il

suo sorriso, i suoi dentini e le due fossette color di rosa.

Il canonico fece di più. Prima di seguire la comitiva tornò a me, mi

strinse la mano, e mi disse:

— Io vado con mio fratello e le mie nipoti. Spero di rivedervi. Verrete

a visitare la mia cardiera?

— Oh, con piacere! Il vostro discorso sui carciofi mi ha addirittura

entusiasmato!

— Ci rivedremo. Già, Bosa non è mica Parigi nè Londra. Ad ogni modo,

ricordatevi che tutte le vie conducono alla _Piazza maggiore_!

E così dicendo mi offrì per l’ultima volta una presa di tabacco, che io

ricambiai con un poderoso starnuto.

— Felicità! — conchiuse il canonico.

Oh! questa volta l’augurio del prete mi parve una crudele ironia;

poichè in quel momento, separandomi dalla nipote, io era l’uomo più

_infelice_ della terra!

Da Sassari a Cagliari e viceversa · 第 48 / 54 题