A Decimomannu.
Non posso descrivere le ore angosciose che passai a Decimo.
Stetti alla stazione, passeggiando da un capo all’altro, fino alle nove.
Decimomannu è uno dei più importanti paesi meridionali. È anch’esso in
mezzo al verde d’una rigogliosa alberatura e attorniato da campi ameni
e fertilissimi. Per le sue campagne sono sparsi gli ulivi, i mandorli,
i melograni, ed alti pioppi che rompono di tanto in tanto un pittoresco
orizzonte, arginato dalle severe montagne minerarie d’Iglesias.
Una delle cose speciali e notevoli di Decimo sono gli immensi filari
di ulivi che cingono i verdi campi, facendo le veci delle chiusure di
fichi d’India. Gli ulivi di Decimo hanno un tipo ben diverso degli
ulivi del capo settentrionale. Questi sono più asciutti, coi grigi
tronchi angolosi, colle foglie più rare e di un verde pallido; quelli
di Decimo sono più frondosi, di un verde carico, e coi tronchi bruni e
di forme più regolari.
Strano il lusso di quelle siepi! — più strana la storia della loro
origine!
Sapete voi a chi si deve quel miracolo? Sapete voi chi piantò quegli
ulivi così ordinati?
— Gli uccelli.
Dicesi che anticamente quei terreni fossero chiusi colle solite siepi
di fichi d’India. I tordi ed i merli, che rubavano le ulive dai paesi
lontani, si portavano a volo sulle siepi di Decimo, per mangiarle con
comodo. I noccioli cadevano a terra, e germogliavano. Così sorsero i
filari di olivastro; il quale si cambiò in buon olivo, quando più tardi
gli agricoltori lo innestarono.
È questa la storiella che mi fu narrata in viaggio da persone
autorevoli e degne di tutta fede; alle quali pertanto lascio tutta la
responsabilità della leggenda. Certamente questi fatti saranno accaduti
un mezzo secolo prima di Cristo; cioè, al tempo dei Cartaginesi. Ma
se volete il mio parere, vi dirò: che è meglio dubitare dei merli di
Decimo, che diventar merli col credere ad essi!
Decimo ha acquistato molta importanza colla ferrovia; poichè la sua
stazione è quasi centro di tre linee: quella di Cagliari, d’Iglesias e
di Sassari. Questo paese, fra gli altri pregi, ha quello di fabbricare
e provvedere stoviglie per la festa del Carmine, che ha luogo in
Cagliari; di più chiama i cagliaritani e gli abitanti dei paesi
circonvicini alla festa di _Santa Greca_, che vi ricorre due volte
l’anno.
*
* *
Erano le otto di sera. Il sole era già calato dietro le montagne; e la
campagna, muta e silenziosa, pareva già sentisse la stanchezza e il
bisogno di riposarsi. Dovendo essa levarsi per tempo, era ben giusto
che per tempo andasse a letto.
I monti lontani d’Iglesias diventavano sempre più cupi; le sue tinte
rosee si eran fatte violacee, poi azzurre, poi color grigio ferro.
Le ombre della notte, che destano i più soavi profumi dal calice dei
fiori, destano pure le più care memorie nel nostro cuore.
Tutte le peripezie di quel viaggio avventuroso, tutte le parole
d’Annetta, tornarono alla mia mente ad una ad una, per scendere a
carezzarmi il cuore.
Ripensai a quell’affetto nato in poche ore, e diggià fatto così
gigante; ripensai a quegli sguardi, a quei sorrisi fugaci, il cui
effetto sentivo ancora nell’anima; e cogli occhi sempre rivolti
all’orizzonte, per dove era sparito il treno, io domandava a me stesso
se erano stati sogni o realtà gli avvenimenti di quella memorabile
giornata.
— Preghi ch’io sia felice!
Erano queste le ultime sue parole; quelle che io ripeteva a me stesso
con più frequenza — quelle che aprivano il mio cuore ad una speranza —
e quelle che mi scoraggiavano maggiormente.
L’ora mesta — lo sconforto che io provava — la speranza che mi sfuggiva
— la cugina che a me ritornava — quella sosta a Decimo, e il telegramma
della zia, tutto ciò mi gettava in un abbattimento, che mi faceva
dubitare della buona riuscita della pratica commerciale ch’io doveva
condurre a termine.
A me dinanzi avevo una bella distesa di ulivi — più in là una lunga
schiera di alberi d’alto fusto, formanti un boschetto isolato —
più lontano le nere creste dei monti d’Iglesias, e a destra alcuni
monticelli aguzzi, in forma di cono. Non ebbi tempo nè agio di pensare
al Conte Ugolino della Gherardesca, l’antico signore delle terre
iglesiensi.
L’ora era tarda, e mi diressi verso il paese, alla casa dell’amico
agente; dove ero solito prendere alloggio, quando i nostri affari
richiedevano la mia presenza a Decimo.
Non mi riuscì di chiudere occhio in tutta la notte. Sotto il brulichìo
dei pensieri che s’alternavano nel mio cervello, mi dibattevo sul
letto, ora da un fianco, ora dall’altro.
Una mezza dozzina di zanzare intonavano al mio orecchio una acutissima
fantasia per violino, la quale però non riusciva a soffocare le parole
d’Annetta: « — preghi ch’io sia felice!»
Avrei riveduta, in Cagliari, la mia Annetta? Quanto tempo sarebbe
rimasta in quella città? Il padre era un alto funzionario traslocato,
od un ingegnere di passaggio?
Ecco ciò ch’io non sapeva ancora — ciò che non ebbi coraggio di
domandare, e ciò di cui mi pentivo di non aver domandato.
E la fatalità dell’arrivo di Mariannina? — questo contrattempo
contribuiva a rendermi inquieto, ma forse era il meno che mi
preoccupava. Alla fin fine io non era vincolato ad alcuno; e, quando lo
avessi voluto, non avevo che a pronunciare una sola parola per mandare
a monte un matrimonio impossibile.
Una sola conseguenza io doveva affrontare — lo sdegno dei parenti,
a cui ero debitore della mia educazione, del benessere presente e di
quello avvenire. — Ma dovevo io, per non essere un ingrato, sacrificare
il mio cuore? Chi avrebbe maggiormente meritato il biasimo del mondo?
Io che diventavo un ingrato, disubbidendo ai parenti — o i miei parenti
che vendevano un benefizio a prezzo della mia infelicità?
— Mariannina è arrivata? tanto meglio!! — esclamai con risoluzione. —
Bisogna che cessi da una buona volta questo stato di cose!
E credendo, con ciò, di aver chiusa ogni discussione con me medesimo,
spensi il lume e procurai di conciliare un po’ di sonno.
*
* *
Poco importerà al lettore di conoscere le pratiche fatte per ricuperare
il nostro credito di lire 15.000. Dirò solo, che coll’aiuto dell’amico
agente, a cui mi raccomandai caldamente, condussi le cose a buon fine;
tanto che alle cinque di sera del giorno susseguente io mi trovava in
piena libertà.
Alle sei ero già pronto alla stazione di Decimo, in attesa del treno
proveniente da Sassari, che doveva ricondurmi a Cagliari.