Da Decimo a Cagliari.
Alle ore sette e dieci minuti del giorno 4 di luglio, lunedì, 1881 —
equilibrato dalla mia valigia e dalla mia borsetta — mi cacciai nel
primo scompartimento di seconda classe che mi capitò sott’occhio; e,
dopo pochi minuti, io era in viaggio per Cagliari.
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* *
Diedi un’occhiata in giro per vedere con chi mi trovavo.
Eravamo pigiati come sardelle; perocchè nella linea ferroviaria da
Decimo a Cagliari notasi un maggior movimento che negli altri tronchi
dell’isola. Oltre i molti passeggieri della linea d’Iglesias, che si
uniscono naturalmente a quelli di Cagliari, esistono a Serramanna,
a Decimo ed a Villasor molte campagne appartenenti a proprietari
cagliaritani — i quali vi si recano per visitarle, o per passarvi una
giornata allegramente.
In alto del vagone si leggevano, a lettere cubitali, le parole 10 ROSTI
— parto infelice di qualche viaggiatore annoiato, che aveva creduto
far dello spirito regalando alla lettera P una lunga coda. — I vetri
de’ sei finestrini erano tempestati d’iniziali e di geroglifici —
altro capriccio di vanitoso viaggiatore, il quale, forse, voleva far
conoscere al pubblico che non portava al dito scaglie di bicchieri.
Eravamo _au grand complet._ La Compagnia Reale delle Sarde Ferrovie
doveva essere ben soddisfatta, poichè, invece di dieci, eravamo
_tredici_ _Rosti._ E ve li nomino.
Un uomo sui quaranta, il cui cilindro e l’abito nero rivelavano un
_Travet_ puro sangue; il quale sedeva fra due figli: un giovinotto di
dieci, ed una bambina di sette anni;
La moglie di _Travet_: una donnetta sui trenta, belloccia, ma succhiata
in viso dai patimenti fisici e morali; e quantunque avesse una
pronunciata tendenza allo stato interessante, essa reggeva sul grembo
un bambino di circa un anno, malaticcio, irrequieto, piagnucoloso.
Una balia, o governante, che vestiva il costume del Campidano, e che
teneva a bada due altri marmocchi — uno di tre anni seduto in grembo, e
l’altro di cinque che si appoggiava alle sue ginocchia.
Tutti questi individui componevano Una sola famiglia.
Gli altri personaggi erano:
Un allegro caporale furiere che andava in permesso; — Un capo minatore
febbricitante che si recava a Cagliari per un consulto medico; — Una
vecchia signora che tossiva ogni cinque minuti — e uno speziale di
Villasor, con cappellone di feltro grigio, e un colossale ombrello che
teneva fra le ginocchia.
Io completava quel mobilio animale. Entrato all’impazzata nello
scompartimento, mi ero visto costretto a scivolare, non senza fatica,
tra il figlio maggiore di Travet e la vecchia raffreddata.
Eravamo dunque otto adulti e cinque bambini — totale, tredici animi del
purgatorio dentro l’inferno d’un guscio di noce.
Se io non mi fossi trovato con un sacco di pensieri, e in una
condizione d’animo eccezionale, vi assicuro che ben volentieri avrei
descritto tutte le peripezie accadute alla famiglia di quel Travet
_traslocato_; il quale durante il trasporto della capitale da Sassari a
Cagliari aveva sofferto tutti gli spasimi, le torture ed i supplizi, di
cui è tassabile in terra la specie umana.
Nè crediate che ciò avrei fatto col malanimo di metterlo in ridicolo;
oh no! — sarei stato mosso dal santo intendimento di costringere
l’umanità a versare una lagrima sulle miserie burocratiche di terzo
grado!
Fatto appena un mezzo chilometro di strada, il bambino che sedeva in
grembo alla balia si mise a gridare:
— Mamma... pane!
Nessuno gli badò. I discorsi dei passeggieri soffocarono le grida del
marmocchio.
— Pane!... voglio pane! — ripetè più forte il bambino.
La povera moglie, nello stato in cui era, e con un bimbo in grembo,
non poteva muoversi. La balia aveva le mani legate dagli altri due
marmocchi. Non restava che il papà, il quale in quel momento spiegava
al caporale furiere una recente _Circolare ministeriale_, non badando
ad altro.
— Roberto!! — esclamò la moglie, dando un’occhiata significativa al
marito. — Carluccio vuole pane.
Roberto — che così si chiamava l’impiegato — si liberò con uno sforzo
dalle due tenaglie che aveva al fianco, si alzò in piedi, e dopo aver
frugato fra una valigia e una mezza dozzina di cappelli di paglia,
tolse un pezzo di pane, che diede a Carluccio.
Già si era rimesso a sedere tra i suoi figli, quando quattro vocine
gridarono in coro:
— Pane!
— Pane anche a me!!
— Anche a me!!!
— _Pappa_! — balbettò il piccino nel suo gergo speciale.
E il povero Travet tornò ad alzarsi per distribuire il pane a dritta e
a mancina.
Si sa bene; chiesto pane da uno, tutti gli altri bambini si ricordano
di aver fame. E qui i soliti malumori:
— Il mio è piccolo!
— Il suo è più grosso!
— Io ne voglio un altro pezzo!
La cosa parve alfine assestata, e Travet tornò a sedere per riprendere
la conversazione col caporale.
Non si era ancora arrivati alla stazione di Assemini, quando la
bambina, che era al fianco del papà, disse rivolta alla mamma:
— Ho sete.
E tutti gli altri in coro:
— Acqua!
— Anche a me!!
— _Bumba_! — disse il piccino col solito gergo, il quale non ha per
interprete che la mamma.
Nessuno badò ai bambini; e la madre, colla sua voce lamentosa e
stentata, disse rivolta al marito:
— Roberto!... hanno sete!
E Roberto di nuovo in piedi a prendere una bottiglia d’acqua, e a far
girare il bicchiere da un figlio all’altro, dopo aver versato la metà
del contenuto sui propri pantaloni.
Vennero in seguito le altre coserelle; voglio dire gli avvertimenti
della moglie al marito, durante il viaggio:
— Roberto!... guarda quel naso di Adelaide.
E Roberto chiama tutti i nasini a raccolta per pulirli col fazzoletto.
— Roberto!... guarda quel legaccio di Paolino.
E Roberto a legare le scarpe al suo figlio maggiore.
Roberto!... fa il piacere: è caduto il pane a Giorgetta.
E Roberto, in ginocchio, a cacciar le mani tra le gambe dei passeggieri
per cercare il pane alla sua figliuola.
*
* *
Dopo dieci minuti il treno si era fermato alla stazione di _Assemini_;
tutta circondata di eucaliptus, fedeli compagni, oggimai, di tutte le
stazioni del mondo.
Il villaggio di Assemini si distingue per il suo campanile messo a
nuovo, ricco di un orologio a quattro quadranti. Il paese è rinnomato
dai ghiottoni per l’ottimo _moscatello_; e dagli archeologi per due
iscrizioni greche che possiede: una nel giardino della parrocchia
e l’altra nella chiesetta di San Giovanni Battista. Se il lettore è
dilettante di greco, può fermarsi in Assemini per leggere le dette
iscrizioni; protesto, però, che io non ho voglia di accompagnarlo.
A dritta e a sinistra abbiamo campi fertili e ben coltivati — in
lontananza comincia ad apparire lo stagno di Cagliari.
Tiriamo oltre, senza inconvenienti di sorta. Il sordo rumore del treno
che cammina non riesce a soffocare il cicaleggio dei bambini e la tosse
importuna della vecchia, che caccia in bocca una giuggiola ogni cinque
minuti.
Lasciato il villaggio di Assemini, la moglie rivolge la parola al
marito:
— Roberto!... non vedi? Pietrino è di malumore, e mi tira dei calci
pericolosi... capisci? Egli vuol venire a te!
— Vuol venire a me?! — rispose il povero Travet, tra il dubbioso
ed il seccato. E tutto paziente e compunto, in grazia dello stato
_interessante_, riceve in consegna dalla sua compagna il bambino mezzo
sfasciato.
Continua però a parlare col caporale, facendo ballare sulle ginocchia
il suo marmocchio perchè non strilli. E il marmocchio, tutto contento
perchè trovasi in braccio al papà, si diverte a stappargli i peli dalla
barba ed a cacciargli le dita entro le narici.
Non erano però terminate ancora le torture del povero impiegato.
A metà strada, fra Assemini ed Elmas — e propriamente nel punto dove
la ferrovia comincia a rasentare lo stagno di Cagliari — il bambino di
cinque anni, che era appoggiato alle ginocchia della balia, cominciò a
chiamare a voce bassa:
— Papà...
E il papà a discorrere.
— Papà! — ripetè il bambino.
— E Travet a fare il sordo. Allora toccò alla moglie:
— Roberto!... non senti? Gino ti chiama.
— Che vuoi?! — esclamò con impazienza l’impiegato; e rivolto alla
moglie rispose duramente:
— Vedi bene che ho il bambino in braccio!
— Io voglio... — continuò con voce sommessa il fanciullo.
— Vuoi la luna?
— Io voglio... — Ed esitava.
— Parla forte!!
— Voglio fare...
L’infinito del verbo _fare_, legato alla prima persona del verbo
_volere_, atterrì il povero genitore. Era una tegola che gli cadeva
sulla testa. Depose prestamente il bambino sul grembo della madre, e
rivolto al supplicante gridò con disperazione:
— E se tu vuoi fare... come vuoi che io faccia? Trattieni un momento —
saremo subito ad Elmas.
E il bambino, per fortuna, trattenne!
Alle 7 e 26 minuti il treno si fermava alla Stazione di _Elmas_,
distante da Assemini cinque chilometri, e da Cagliari otto.
Elmas è un paese di villeggiature, e non offre nulla di notevole. Gli
spagnuoli lo chiamavano _El mas_, i cagliaritani lo dicono _Su Masu_.
È rinnomato per la festa di Santa Catterina che ha luogo nella vicina
chiesa rurale.
Appena fermato il treno alla Stazione, il buon padre prese in braccio
il bambino, chiamò una guardia che gli aprì lo sportello, e scese a
terra.
Carico del dolce fardello, sotto i raggi del sole di luglio, Travet
andò di corsa verso quel certo fabbricato a partita doppia, il quale
non potrà mai diventare utile per i viaggiatori, finchè non si metterà
in istretto rapporto colle necessarie fermate volute dagli umani
bisogni e violate dagli attuali orari delle ferrovie italiane!
*
* *
Lasciamo in pace la famiglia del misero _traslocato_, e gettiamo uno
sguardo fuori dei finestrini.
Da Elmas a Cagliari, anzi per ben dieci chilometri, il treno rasenta a
destra tutto lo stagno, il quale vi si schiera davanti colle sue acque
quiete, colle sue saline, colle sue isolette. — A sinistra un’immensa
distesa di vigneti, quasi senza interruzione, colle viti allineate
sopra una terra rossiccia, stupendamente coltivata.
Capricciose e strane quelle due distese di diversi colori che
lambiscono quasi le rotaie della ferrovia! — Da un lato l’azzurro
pallido delle acque morte — dall’altro il verde vivo dei pampini
rigogliosi.
Alla nostra destra nessuna variazione: sempre acqua. Alla sinistra,
qualche palma solitaria — qualche quadrato di fichi d’India — qualche
giardino con l’elegante casetta a vari colori. Lassù, sopra un alto
colle, il famoso castello di S. Michele, coll’adiacente boschetto di
folti pini; — più innanzi, sulla costa d’altro colle, una dozzina di
casette col tetto a capanna, unite fra loro, quasi tenendosi per mano.
Ecco Cagliari, co’ suoi capricciosi fabbricati disposti sopra una
collina piramidale; essi vanno sempre su — dal convento del Carmine
fino alla torre di S. Pancrazio, al campanile della cattedrale ed al
palazzo Boyl — per poi discendere al di là, a gradi a gradi, fino alla
chiesa di S. Lucifero.
Il treno entra trionfante sotto la gran tettoia di cristalli della
Stazione.
Prendo la mia valigia, e scendo; dò la mia tessera alla guardia, e
mi accingo ad attraversare in fretta l’atrio per raggiungere la porta
d’uscita. Ma non mi riesce.
Le guardie daziarie m’impediscono il passaggio, come sempre lo
impediranno a tutti i miei lettori che si recheranno a Cagliari od a
Sassari.
Che fare? Bisogna aprir le valigie e le borse per sottoporle all’occhio
vigile dei sempre rozzi impiegati del Dazio; i quali, con mano
vandalica, getteranno sempre il disordine nella linda biancheria, che
vostre madre, vostra sorella, o vostra moglie, hanno messo a posto con
tanta cura e precisione, alla vigilia della vostra partenza!