Da Sanluri a Villasor.
Colle braccia distese, e la mano destra sovrapposta alla sinistra,
Annetta era seduta di fronte alla madre; e rispondeva a stento alle
parole che di tanto in tanto costei le rivolgeva.
La campagna non aveva più attrattive per lei; essa la guardava di
rado, e con occhio stanco. Pareva indifferente a quanto accadeva, o si
diceva, intorno a lei.
Qual differenza fra l’Annetta graziosa, ridente ed espansiva, colla
quale io aveva viaggiato da Ploaghe a Bauladu — e l’Annetta che mi
stava dinanzi, pallida, silenziosa, melanconica!
La nostra commedia si avvicinava allo scioglimento: una speranza
svanita, un doloroso ricordo... e null’altro!
E ugualmente penosi erano i pensieri che in quel momento attraversavano
la mia mente. Il mio viaggio volgeva al suo termine. Ancora un’ora, e
tutto sarebbe stato finito. All’indomani, l’obblìo avrebbe gettato il
suo velo su quel viaggio — su quell’avventura! Poche ore ancora... e
più non si sarebbe parlato del nostro incontro.
Ed io pensai a’ miei casi: — al mio ritorno a Cagliari; alle premure
di mio zio che avrebbe continuato a parlarmi del prossimo arrivo di mia
cugina; che mi avrebbe pregato di portarmi ogni domenica alla darsena,
per ricevere degnamente la mia fidanzata in erba.
Mia cugina?! — E per fuggire a questo brutto pensiero io teneva
gli occhi fissi su lei — su Annetta, così bella, così ingenua, così
melanconica: su Annetta che scherzava distratta col suo ventaglio, o
col suo braccialetto, pensando forse a me — forse pensando a _lui_: al
suo fiorentino!
E facevo i confronti:
— Qual differenza tra questa fanciulla tutt’affetto e tutta gentilezza,
e mia cugina così sgarbata, così rozza, così velenosa! — Qual
differenza tra il nome poetico d’_Annetta_, e quello prosaico di
_Mariannina_, già pregiudicato da una canzonaccia volgare! — Annetta
simpatica, coi capelli a riccioli cadenti sopra un collo ed una fronte
di alabastro! — e Mariannina brutta, colla fronte bassa e pelosa,
col collo nero e col colorito verdone! — Mio suocero, un grasso
genovese, sbarbato come un galeotto e avaro come un Arpagone — e il
padre d’Annetta, un buon piemontese, di modi distinti e di figura
diplomatica! — Vedevo Mariannina, che faceva in casa i tagliarini alla
genovese; e Annetta, tutta elegante, che ricamava al telaio le mie
pantofole!
Erano confronti orribili. Più mi avvicinavo a Cagliari, e più mi
allontanavo da’ miei cari sogni. Un perfido destino mi spingeva
inesorabilmente verso la più crudele delle realtà!
*
* *
In preda a queste riflessioni, non so quanto tempo io rimanessi. Ero
desto — eppure sognavo. Mi sentivo cullato in seno alle più lusinghiere
visioni. Parevami che mille fate, avvolte in una nube d’oro, mi
danzassero intorno; vestivano tutte di smaglianti colori, ma avevano
le stesse sembianze, le stesse movenze, lo stesso suono di voce — le
sembianze e la voce di Annetta.
Ero in uno stato di dormiveglia: in preda a quella spossatezza fisica
e morale, nata dallo sconforto, dopo una lotta disperata fra il cuore
e la ragione, fra i sogni e la realtà. Sentivo — ma non intendevo. Mi
arrivava all’orecchio come un mormorio indistinto: come il susurro del
mare lontano: — era il brontolio della vaporiera, lo stridore del treno
e le ciarle del maestro, fusi insieme.
D’improvviso sparvero le fate, cessò il rumore — e mi destai.
Il treno si era fermato; ed una guardia urlava con voce rauca:
— Villasor! — Villasor! — Chi scende a Villasor!
— Villasor?! — esclamai atterrito; e piansi quasi di rabbia,
accusandomi come il carnefice della mia felicità. Io aveva rubato
trenta minuti al tempo — già troppo breve.
Eravamo a Villasor. Io dunque, senza avvedermene, avevo oltrepassate le
stazioni di Samassi e di Serramanna.
_Samassi_ è distante dalla linea poco meno di due chilometri, e i suoi
abitanti sono tessitori di tela, di stuoie e di canestri. Nella chiesa
di S. Agostino è un antico mausoleo di mediocre scultura, il quale
racchiude le ossa del marchese don Emanuele di Castelvy, morto nel
1555. Il villaggio è in fama per l’ottimo vino _nasco_, che vuolsi un
affine dello _xeres_.
_Serramanna_ è un pittoresco villaggio in mezzo al verde della
campagna. Esso vanta le più grosse angurie e il più alto campanile
della Sardegna. Le angurie le ho mangiate io, più volte — il campanile
lo ha misurato l’archeologo Spano, che di esso volle scrivere.
L’orizzonte, durante l’ultimo tronco di strada percorsa, non ha variato.
A destra, fra Villacidro e Villermosa, abbiamo un assortimento di
creste d’ogni forma e d’ogni colore, fra le quali si distinguono quelle
del monte _Margiani_, di monte _Linas_, di monte _Anzeddu_, e del
_Cucurone_, dominate sovranamente dai monti del _Marganai_.
A sinistra abbiamo altre montagne, ma di meno importanza; fra le quali
il monte _Mannu_ verso Serrenti, e il monte _Oladini_ verso Monastir.
Da Bauladu fino a Cagliari, per la lunghezza di oltre cento chilometri,
la strada è tutta piana; può dirsi costrutta dalla natura. Pare che
tutti i monti, per quell’immenso spazio, abbiano voluto dar luogo alla
strada, schierandosi da una parte e dall’altra, — come volendo formare
un argine alla serie di Campidani, che, da Milis a Decimo, si succedono
senza interruzione.
_Villasor_ (lontano pur esso dalla stazione un mezzo chilometro) è
un grosso villaggio, che pare fosse abitato dagli antichi romani — a
giudicare dai frammenti di colonne, capitelli e iscrizioni che vi si
trovano. Il suo palazzo feudale fu un antico castello fondato nel 1415.
Oggi Villasor è un luogo di villeggiatura per i cagliaritani, e dicesi
venga scelto per quartiere generale nel tempo dell’elezioni politiche e
amministrative.
Dopo una fermata di uno o due minuti, il nostro treno continuò la sua
strada.