Da San Gavino a Sanluri.
Ma non erano ancor finite le torture del mio viaggio.
Si attraversava il campidano di San Gavino Monreale.
La vecchia madre si alzò dal suo posto, e venne dalla nostra parte,
come per osservare dal finestrino qualche paese a lei carissimo. Ma
che poteva guardare della parte opposta alle stazioni? Il paesaggio
non presentava nulla di attraente e di nuovo. Erano sempre gli azzurri
monti di Guspini e di Gonosfanadiga, schierati a noi di fronte: essi ci
avevano fedelmente accompagnati per oltre venti chilometri.
La vecchia madre aveva appoggiato i gomiti al davanzale del finestrino,
fingendosi assorta nello spettacolo della natura; ma era ben altro
il suo scopo. Di tanto in tanto girava la testa verso la figlia per
scambiare con lei qualche parola; io però non potevo udire i loro
discorsi, perchè parlavano piano; nè potevo vedere, perchè me lo
impediva il retro di quella donna, ricco di sbuffi e di frastagli.
Aggiungete a ciò la mia posizione incomoda; poichè, per mettersi al
finestrino, la vecchia dovette incastrarsi fra le mie ginocchia e
quelle di Annetta.
Il non avermi detto uno _scusi_, nè un _con permesso_, era indizio
certo di dichiarata ostilità. Ma io sopportava tutto con evangelica
rassegnazione — tanto l’importuno ingombro della gonnella, quanto
l’impressione dolorosa che produceva sulla mia gamba l’acuto ginocchio
della vecchia.
Tollerai per un bel pezzo. Il treno si avvicinava a Sanluri, ma la
madre non pensava a riprendere il suo posto. Cominciai a comprendere
che mi si voleva mandar via.
Finalmente colsi a volo una frase che la vecchia pronunciò con voce più
alta:
— Sì; ero stanca di star seduta in una stessa posizione!
Non vi era più scampo per me. Cercai di liberare la mia gamba
dall’odioso ginocchio — ma mi fu impossibile: l’osso era feroce.
Che fare? Compresi che colla violenza mi si voleva strappare una
gentilezza. D’altra parte considerai, che avevo già troppo abusato
della mia posizione, e che l’inasprire la madre non era il miglior
mezzo per cattivarmi l’affetto della figlia.
— Signora! — esclamai, sforzandomi di mettere nella mia voce tutta la
buona grazia possibile — vuole accomodarsi vicino alla figliuola? — io
prenderò il suo posto.
La vecchia girò la testa dalla mia parte.
— Non vorrei recarle disturbo! — mi rispose con una cert’aria di
maligno trionfo.
— Tutt’altro!.... Anzi, è per me un piacere poterle essere utile;
spiacente che prima d’ora non mi abbia esternato questo desiderio.
Questa volta le sue labbra si atteggiarono ad un sogghigno; e con
ragione, perchè avevo mentito.
Mi alzai subito, e andai a sedermi al posto lasciato dalla vecchia, in
faccia al papà, dopo aver gettato un sospiro ed uno sguardo ad Annetta,
nei cui occhi lessi il risentimento della separazione.
Durante questa scena, il padre conversava tranquillamente col maestro
di scuola, nè si era quasi accorto che io faceva le veci della sua cara
moglie.
Da San Gavino, avevamo percorso sei chilometri di strada; ed alle 6 e
18 minuti il nostro treno si fermava alla stazione di _Sanluri_.
— È ben un castello, quello là? — domandò il vecchio accennando colla
mano il villaggio di Sanluri, distante dalla stazione circa quattro
chilometri.
— Sì, è un castello — rispose il maestro.
— Aveva dunque una certa importanza quel paese?
— Sanluri? sfido io! — era la frontiera fra gli stati di Arborea e
quelli di Cagliari. — Vede lei, in mezzo al paese, quel castello con
quattro torricelle? Là dentro, nell’ottobre del 1358, fu trattata la
pace tra gli aragonesi e il Giudice di Arborea. Quei campi, oggi così
ricchi di grano, furono teatro delle glorie della più grande fra le
donne sarde: di Eleonora d’Arborea. A capo delle sue schiere, e colla
spada in pugno, la valorosa guerriera sconfisse la potente armata del
re d’Aragona.
— Sanluri è una vera terra di battaglie! — soggiunse l’ufficiale, il
quale sentiva anche lui il bisogno di prender parte alla conversazione,
per dimenticare lo sgradevole alterco, di cui involontariamente era
stato causa. E il maestro subito — come temendo gli volessero togliere
il pane di bocca, — riprese la parola:
— E non basta! Un’altra sanguinosa battaglia si combattè in questi
stessi campi, mezzo secolo dopo, e precisamente nel 1409. Questa volta,
però, essa fu sfavorevole alle armi sarde. Il Visconte di Narbona e
Brancaleone furono messi in rotta da Martino re di Sicilia, venuto per
combattere in questo paese. Gli aragonesi passarono a fil di spada,
non solo la guarnigione sarda, ma anche gli abitanti di Sanluri. Vedete
bene che questo modesto paese, dal lato storico, è il più importante di
quanti se ne trovano lungo la linea da Cagliari a Sassari!
— E il re Martino tornò subito in Sicilia? — domandò il vecchio.
— Oh, no! — egli pagò assai caro il suo trionfo. Morì qui a Sanluri,
pochi giorni dopo la sua vittoria.
— Fu ucciso?
— No — morì per le sue dissolutezze... per eccessi d’intemperanza.
— Il vino sardo, forse...? o le febbri malariche?
— Nè l’uno, nè le altre... cioè, sì... anzi, no... mi spiego...
Il maestro, tutto impacciato, si rivolse al vecchio, e fece un gesto,
accennando cogli occhi verso Annetta, come per dire che dinanzi a lei
non poteva chiaramente spiegarsi.
— Ecco... morì... perchè amò troppo — «La _Bella di Sanluri_ — scrive
il canonico Spano — seppe con altre armi prender vendetta delle
sciagure de’ suoi patriotti.» — Questo re — conchiuse il maestro
— è seppellito nella cattedrale di Cagliari, dove ammirasi un bel
monumento.
— E di quali armi si valse questa _Bella_? — tornò a domandare il
vecchio, che non sapeva spiegarsi il mistero.
— Delle armi dell’amore! — mormorò al suo orecchio il maestro — Avete
capito, adesso?
Il vecchio disse col capo di sì, ma invece non aveva capito proprio
niente.