Da Villasor a Decimo.
Si verifica nei viaggiatori, ciò che si verifica nel treno quando esce
da una stazione per recarsi in un’altra.
Nel partire la macchina si muove lentamente, poi a mano a mano
affretta, corre, vola — per poi frenarsi di nuovo, rallentare pian
piano, e nuovamente fermarsi alla stazione di arrivo.
I viaggiatori, ancor essi, alla partenza non fiatano; sono gravi,
abbottonati, immobili, taciturni. Dopo un’ora si stabilisce la
corrente elettrica; essi cominciano con qualche parola, poi conversano,
ciarlano, e discutono vivamente; fino a che, mezz’ora prima di arrivare
a destinazione, sentono la stanchezza del viaggio, sbadigliano, si
annoiano, e finiscono quasi per non guardarsi in faccia.
E così accadde nel nostro scompartimento. Mentre un’ora prima le nostre
grida avrebbero assordato un reggimento, nel tragitto di tredici minuti
(da Villasor a Decimomannu) si sarebbe sentita volare una mosca.
Il vecchio, muto, leggiucchiava per la centesima volta un _Capitan
Fracassa_ che doveva saper a memoria; — il prete, col capo chino sul
petto, quasi sonnacchioso; — l’ufficiale, colle due mani appoggiate
all’elsa della sciabola, socchiudeva gli occhi; — il rigattiere, con
una gamba sull’altra, passando in rassegna con aria distratta tutte
le valigie che aveva di fronte; la vecchia, riflessiva, guardando
sempre la figlia, che non distoglieva gli occhi dal suo ventaglio; e
finalmente il maestro di scuola, l’eterno parlatore, che aveva chiuso
le labbra ad un silenzio sepolcrale.
Maledissi mille volte quella madre spietata che era riuscita a
strapparmi dalla cara fanciulla, la cui vicinanza mi era stata di
conforto.
La noia che ciascuno risentiva era tradita dagli orologi, i quali con
frequenza uscivano dalle tasche del _gilè_ per essere consultati. —
Io solo avevo paura d’interrogare la mia macchinetta. A che pro? Mi
trovavo in condizione eccezionale; mentre per gli altri il tempo era
lento, per me invece fuggiva — fuggiva rapidamente! E avessi potuto
prolungarlo! anche a costo di accrescere il martirio che io subiva da
oltre sei ore!
*
* *
Eravamo distanti parecchi chilometri da Decimo, quando nella lontana
pianura, a destra, noi vedemmo un lungo e nero serpente avanzarsi
silenzioso, ma con tutta fretta, verso il punto a cui eravamo diretti.
Pareva volesse sopraffarci nella corsa; e con un sibilo prolungato, a
cui rispose la nostra vaporiera, manifestò la rabbia d’una sconfitta.
Era il treno d’Iglesias, che quel giorno arrivava in ritardo di dieci
minuti.
Eravamo arrivati alla stazione di _Decimomannu_.
Approfittando del ritardo del convoglio di Iglesias, scesi dal treno e
mi diressi all’ufficio per parlare col capo stazione, un mio amico, al
quale dovevo dare diverse incombenze per il nostro agente commerciale
di Decimo.
Non avevo fatto dieci passi, che vidi venirmi incontro l’agente in
persona.
— Oh bravo! — mi disse — Hai voluto risparmiarmi la fatica di passare
in rivista tutti i vagoni, per trovarti.
— Che c’è di nuovo?
— C’è di nuovo, che tu devi ritirare le tue valigie dal treno per
fermarti qui, uno o due giorni.
— Scherzi?! — esclamai un po' inquieto — Cos’è successo?
— All’indomani della fuga del signor Varetti sono sorte contestazioni
a proposito dei magazzini del grano; motivo per cui si rendeva
indispensabile la vostra presenza. Tuo zio giunse qui ieri, in tempo
per salvare il vostro credito; dovette però ripartire stamane col
treno delle 9,27; e mi ordinò di tenermi qui pronto al passaggio del
convoglio, per raccomandarti di terminare le pratiche da lui iniziate.
Rimasi di sasso. Risparmio ai lettori la storiella del Varetti;
sappiate solo che trattavasi di un fallimento, nel quale la nostra casa
era esposta per 15.000 lire.
Il destino aveva proprio congiurato contro di me. Che fare? Non ebbi
che il tempo di correre al treno per ritirare la valigietta e la borsa.
Inutile dirvi con qual cuore misi il piede là dentro!
— Come! non era diretto per Cagliari? — mi domandò il rigattiere.
— Sì; ma devo fermarmi a Decimo, per un giorno.
Guardai Annetta, la quale, a queste mie parole, non potè celare il
turbamento. I suoi occhi si fissarono ne’ miei con un’espressione
di dolore; volendo quasi domandarmi perdono per avermi trattato così
freddamente durante le ultime due ore.
La mia valigia e gli altri miei effetti da viaggio erano sul
porta-bagagli, dalla parte di Annetta; e mi accinsi a toglierli, dando
le spalle alla vecchia.
Mentre consegnavo ad uno ad uno i bagagli ad un giovanotto della
ferrovia, colsi il momento in cui la madre parlava col rigattiere, per
susurrare all’orecchio di Annetta:
— Si ricordi sempre di me!
— E lei preghi ch’io sia felice! — mormorò sommessamente quella cara
fanciulla, con voce tremante per l’emozione.
Salutai intanto i miei compagni di viaggio; strinsi la mano al maestro
di scuola; e passando, nell’uscire, dinanzi all’ufficiale, gli dissi
piano e presto:
— Domani sera, alle ore 10, al caffè di _Vincenziello_, nel Corso
Vittorio Emanuele.
— Ci sarò! — mi rispose il giovane tenente.
E saltai a terra, nel momento in cui la guardia gridava:
— Partenza per la linea di Cagliari!
*
* *
Pochi minuti dopo il treno usciva dalla stazione di Decimo, lasciando
dietro di sè una lunga striscia di fumo; — ed io rimasi là una
mezz’ora, immobile, colle lagrime agli occhi, accompagnandolo con lo
sguardo.
Avevo come un nodo alla gola, e sentivo nel cuore come una stretta
dolorosa. Parevami che quel treno mi portasse via qualche cosa troppo
cara — una parte di me stesso.
E sarei rimasto là fermo, Dio sa per quanto tempo, se il nostro agente
non mi avesse chiamato, battendomi sulla spalla.
Mi volsi a lui, e gli domandai:
— Mio zio, partì richiamato?
— Sì. Ha ricevuto un telegramma di urgenza.
— E venne spontaneamente qui?
— No. Ieri mattina mi recai a Cagliari col treno delle 6,20 per
metterlo a parte degli affari; e venimmo insieme a Decimo.
— Sei stato in casa? hai veduto la zia Efisia?
— Sono stato soltanto nel negozio; ma ho veduta tua zia, quando
attraversavo il Corso Vittorio Emanuele. Era al balcone insieme ad
alcune visite.
— Visite?
— Credo, almeno. Era affacciata con due donne — una vecchia ed una
signorina.
Provai come una vertigine.
— Dimmi... era bella quella signorina?
— Strana domanda!
— Rispondimi...
— Se devo dirla... era piuttosto bruttina. Aveva la carnigione un po’
bruna... troppo bruna, forse!
Un dubbio tremendo mi attraversò la mente; ma non volli sapere di più.
— Fammi il piacere — dissi all’Agente — accompagna a casa l’uomo che
porta le mie valigie. Io rimango qui, al fresco. Ti raggiungerò.
Mentre il facchino s’incamminava, gli scivolò dalle mani uno degli
involti. Il mio pollo freddo, nudo, stecchito, giaceva al suolo,
immerso nella polvere.
L’agente lo prese per le due gambe e lo levò in alto.
— Che cos’è questo?
— Una gallina di Sorso...
— Ancora intatta?
— Non avevo appetito.
— Povera vergine! — esclamò l’agente — Sembra Frine dinanzi a’ suoi
giudici!
L’agente e il facchino si diressero a Decimo. Poco dopo fui chiamato
dal Capo Stazione.
— Un telegramma.
— Diggià?
Ne ruppi la busta con un tremito nervoso, e gettai un’occhiata alla
firma: — era della zia Efisia. Ve lo trascrivo: