Da Pabilonis a San Gavino.
Alla tempesta era succeduta di nuovo la calma — una calma apparente.
Il treno si era mosso dalla stazione, distante da Pabilonis circa tre
chilometri.
Anche questo villaggio non ha nulla di notevole. Nel 1584 i barbareschi
lo saccheggiarono, portando via le migliori cose del paese. Oggigiorno
vive d’industria — e le sue stoviglie godono molta fama in tutto il
capo meridionale.
La campagna è pittoresca. Vediamo a destra una lunga catena di
montagne, dalla quale spiccano le punte d’Arquentu e di Montevecchio; —
a sinistra altri monti più modesti, fra cui un vicino colle, isolato,
il quale attira subito l’attenzione del viaggiatore, per la sua forma
acuminata.
Sulla cresta di questa montagnola è un pittoresco castello — il
castello di Monreale, famoso nella storia sarda. Nel 1324, il re
Alfonso, dopo la presa di Cagliari, vi mandò la regina sua moglie con
150 uomini di scorta per respirarvi un po’ d’aria pura; nel 1409, dopo
la sconfitta di Sanluri, vi si rifugiarono il visconte di Narbona e
Brancaleone Doria; e un anno dopo, nel 1410, fu occupato dal Vicerè
Torella colle sue truppe.
Codesto castello sopra un monte isolato, fra i villaggi di Sardara,
Pabilonis e San Gavino, ci segue per una ventina di chilometri, e ci si
presenta sotto varietà di forme e di colori, a seconda dell’ora, della
distanza, e dell’intensità della luce.
Alle ore 6 circa, dopo sette chilometri di strada, ci fermiamo alla
stazione di _San Gavino_.
Il villaggio di questo nome, circondato da campi coltivati, sorride in
mezzo al verde degli alberi e delle piante.
Due stazioni si trovano qui di fronte: quella modestissima delle
ferrovie sarde, e quella della società delle miniere di Montevecchio,
vestita di bianco e decorata con liste color di rosa, come una bella
fidanzata nel giorno delle nozze.
Il prete, appena fermato il treno, era sceso alla stazione: forse per
respirar meglio.
Il maestro di scuota cominciò col darci notizie del villaggio di San
Gavino. Ci disse che era un paese umido; che aveva soltanto importanza
per il vicino castello di Monreale; che trovandosi alle frontiere
dell’antico Regno di Arborea fu teatro di diversi fatti d’armi fra gli
arborensi e i cagliaritani; e che in antico venne invaso e devastato
dai nemici barbareschi.
Si udirono intanto gli squilli della campana; e il prete non si vedeva.
— Manca un passeggiero! — gridò il maestro di scuola affacciandosi al
finestrino; e poi facendo segni colla mano:
— Reverendo!... lei perde il treno! — faccia presto, reverendo!
E il reverendo venne a tutta corsa, mantenendosi le sottane, e
borbottando fra i denti non so che cosa. Non ebbe che il tempo di
salire; il treno partì subito.
— Sono infamie, le quali non si vedono che in Sardegna! — esclamò
rivolto agli astanti. — Poco mancò ch’io non perdessi il treno! Non si
è neppur padroni di fare il proprio comodo!
— Doveva immaginarselo! — disse pacatamente il maestro. — Non sa che
siamo a San Gavino?
— E con ciò?
— Con ciò voglio dire, che questa stazione è sotto un malefico
influsso, perchè fa perdere i treni e la pazienza ai viaggiatori. —
Potrei citarle molti fatti, ma mi bastano due soli. — Il 1º luglio
dello scorso anno (1880), quando il ministro Baccarini percorreva la
linea fino a Cagliari per inaugurare le ferrovie sarde, il sindaco
di Sassari scese qui, alla stazione, per un dispaccio... d’urgenza.
Nessuno s’accorse della sua scomparsa; e il treno partì, lasciando quel
pover’uomo con un palmo di naso, due palmi di cravatta bianca, e tre
palmi di coda di rondine, a meditare sul castello di Monreale... Appena
arrivati a Cagliari, il ministro fece staccare un treno speciale per
andare a prendere il rappresentante di Sassari, il quale arrivò alla
festa... dopo spenti i lumi.
— È un episodio che dovrebbe registrarsi fra gli atti delle nostre
ferrovie!
— E la storia lo ha registrato. — Non basta. Il 26 dello scorso
mese di aprile (1881) il valente romanziere Salvatore Farina (venuto
nell’isola per rivedere la sua patria), dopo aver visitato le miniere
di Montevecchio in compagnia della sua famigliuola e di alcuni parenti
ed amici, faceva ritorno a San Gavino nel momento che il treno usciva
dalla stazione diretto per Sassari. Avendo perduto la corsa, tutta la
brigata, sotto una pioggia continua ed importuna, dovette aggirarsi per
le vie fangose del paese, finchè fu ricoverata in una modesta casetta,
dove si passò la notte alla bella meglio. All’autore dell’_Amore
bendato_ toccò per letto la tavola da pranzo — e fu fortuna!...
Vede bene, reverendo, che questo paese vuole attirare a sè tutti i
viaggiatori!
Il prete non aveva risposto al maestro di scuola, il quale nondimeno
continuava a chiacchierare, sebbene nessuno gli desse retta. Dopo
il malaugurato diverbio coll’ufficiale, la conversazione non si era
più riaccesa. Ognuno ben comprendeva che non conveniva tirar fuori
questioni di sorta.
Annetta, dopo la viva emozione cui era stata in preda, considerando
forse, che per lei sola mi ero esposto, Dio sa a qual pericolo, mi
trattava con maggiori riguardi. Inesperta del mondo, ella forse si
credeva in dovere di essermi riconoscente; e, non badando all’effetto
che le parole dell’ufficiale avevano fatto sull’animo dei due vecchi,
mi ricompensava col mostrarsi meco più benigna.
E io — quel giorno — invece di arrossire della mia ridicola e
intempestiva sfuriata, ero soddisfatto di me stesso. Cavaliere errante
del medioevo, parevami di aver sfidato un gigante in un torneo; sentivo
il trionfo della vittoria, e la coscienza di meritare il premio che mi
offriva la mia dama.
Ben vedete quanto l’eroismo è talvolta vicino al ridicolo!