Un incidente.
Cogliendo un momento in cui nel vagone si stava silenziosi, il padre di
Annetta lasciò sfuggirsi, guardando fuori del finestrino:
— Queste campagne sono un po’ monotone!
Il giovine ufficiale prese allora la parola:
— Sì; non bisogna negare che quasi tutta la strada, da Sassari a
Cagliari, presenta ben poca varietà all’occhio del viaggiatore. Nella
Liguria, in Toscana, nella Lombardia, nel Piemonte, voi trovate ad ogni
passo paesetti, palazzine, bei giardini, che rendono più ameni e meno
penosi i viaggi. In Sardegna, all’incontro, si fanno dieci ed anche
venti chilometri, attraversando terreni incolti e nude montagne, senza
vedere un paesetto, una casetta, e quasi neppure un albero. Bisogna
convenire che i viaggi nell’isola sono noiosi, monotoni, eterni!
Fin qui nulla di male, nè di esagerato. Ma il tenente continuò:
— Ai viaggiatori, che si accingono alla traversata dell’isola, non
resta che chiudere gli occhi per conciliare il sonno. I soli fortunati,
nei nostri viaggi, non sono che i fidanzati, o gli sposi, i quali se
ne stanno in un canto, assorti nella luna di miele; non vedono altro
che il loro affetto, dimenticando tutte le noie e tutti i paesaggi del
mondo!
Pronunciando queste parole il giovine ufficiale si era rivolto a noi
due, con un sorriso tra il benevolo e il malizioso, e ci additava a’
suoi compagni di viaggio con una certa compiacenza invidiosa.
Immaginate l’impressione prodotta dalle parole dell’ufficiale
sull’animo mio, di Annetta e dei due vecchi!
Rimasi sbalordito, come fulminato; e gettando un’occhiata alla mia
compagna, la vidi prima farsi di porpora, poscia impallidire.
Volli aprir bocca per avvertire i presenti dell’inganno, ma mi fu
impossibile.
La sola vecchia potè prender la parola in quel silenzio glaciale. Le
gettai una rapida occhiata: — era verde!
— Essi non sono sposi, nè fidanzati — disse seccamente rivolta
all’ufficiale. — Una è mia figlia — l’altro un viaggiatore qualunque,
come siete voi!
— E questi equivoci non accadrebbero mai — aggiunsi allora, non
potendo più oltre contenermi — se certi imprudenti, prima di parlare,
riflettessero un poco!
— Domando scusa a’ lor signori dell’errore — esclamò l’ufficiale
mortificato e confuso; e rivolgendosi ai vecchi ed a me, fingendo non
aver udito la mia tirata, soggiunse: — In ogni caso, il mio non sarà
stato che un buon augurio per l’uno... e per l’altra.
La presenza di spirito dell’ufficiale non mi appagò. Avevo quasi
bisogno d’una provocazione per celare il mio turbamento; perocchè per
chi ha torto, uno dei mezzi più sicuri per ottener ragione è quello
appunto di riscaldarsi e di inveire contro l’avversario. Io gli risposi
con durezza:
— Quando si pronunciano parole che possono offendere l’altrui
suscettibilità, il domandar perdono è un voler raddoppiare l’offesa.
Ecco che cosa succede quando si vuol far dello spirito in mezzo a gente
che non si conosce.
— È forse a me, che il signore vuol indirizzare i suoi sarcasmi?
— Io credo che ci voglia ben poco a indovinarlo! — continuai, sempre
più stizzito.
— Signore, come parla?! — esclamò il tenente fulminandomi con
un’occhiata. — Ho chiesto scusa di una innocente espressione che non
poteva menomamente offendere chicchessia; se poi ella la prende calda,
le dirò, senza tanti preamboli, che la sua coscienza non dev’esser
troppo tranquilla... di fronte alla signorina!
Annetta allungò la mano, come per toccarmi il braccio, pregandomi di
desistere; ma non si accorgeva che questo era appunto il mezzo per
farmi andare più in furia. Volevo ad ogni costo trovare un’occasione
per provare alla vecchia madre il mio irreprensibile contegno verso
la figliuola. Potete immaginare qual fosse il mio sdegno, riconoscendo
veritiere la ultime parole dell’ufficiale!
La discussione mi era impossibile. Si rendeva dunque necessaria
un’insolenza; e la dissi:
— Quando si ha una spada al fianco, la provocazione diventa spesso
necessità!
— Lei m’insulta! — gridò il tenente balzando in piedi, furioso. — Con
chi crede di parlare?
— Con lei!! — gridai pure io, alzandomi di colpo.
A quel doppio grido, ed al rumore che fece la sciabola impigliandosi
fra le gambe del militare, tanto il prete, quanto il rigattiere, si
erano levati in piedi; ma il brusco movimento del treno che correva ci
fece perdere l’equilibrio.
Il rigattiere, che si era rivolto a me per mettermi in pace, mi
cadde fra le braccia; — il prete che si accingeva a calmare il mio
avversario, cadde fra le braccia dell’ufficiale.
Il vecchio e il maestro di scuola non si erano turbati. Il primo
raccolse pacatamente la papalina del prete, ed il secondo il berretto
del rigattiere, ch’erano caduti ai nostri piedi.
Quando oggi, a sangue freddo, io penso a questa scena, sento il sangue
affluirmi al volto. Abbiamo dovuto fare una bella figura, tutti e
quattro abbracciati, dentro ad un treno che correva velocemente!
— Lasci andare, via! — mi diceva il rigattiere, in dialetto
cagliaritano. — Sono cose da nulla; fu un equivoco innocente; una
malintesa. Non è poi un insulto augurarle una sposina! Abbiano almeno
riguardo alle signore qui presenti, che sono ancora spaventate!
E il prete gridava, rivolto a me e all’ufficiale:
— Se vogliono sbudellarsi sono padroni di farlo, ma vadano in piazza! —
Vergogna! — Abbiano almeno un po’ di educazione; e non disturbino nel
loro viaggio chi ha pagato buoni quattrini per accudire comodamente
alle proprie faccende!
E così dicendo il prete, tutto rosso, tornò a sedere, calcando con
forza fino alle orecchie la papalina nera.
Le parole del reverendo fecero su di noi l’effetto di un secchio
d’acqua fresca. E difatti furono una buona lavata di testa.
— Ci rivedremo! — mi disse l’ufficiale all’orecchio; e sedette.
— Quando vuole! — borbottai: e sedetti anch’io.
Nello stesso tempo, una voce sonora gridava:
— Pabilonis! — Pabilonis! — Chi scende a Pabilonis!
— Che vuol dire? — domandò il vecchio al maestro di scuola.
— Vuol dire che siamo arrivati alla stazione di _Pabilonis_ — rispose
il maestro.
— E cos’è questo Pabilonis?
E il maestro con tutta gravità:
— Il paese dei pentolini e delle pignatte!