Da Uras a Pabilonis.
Le ultime parole di Annetta mi avevano alleggerito del peso de’ miei
peccati. Il mio atto di contrizione mi fruttò addirittura il perdono di
ogni colpa.
Il volto di Annetta aveva riacquistato l’abituale serenità. Ella
sorrideva graziosamente, rinfrancata dalla mia dichiarazione. Ci
eravamo perdonati a vicenda.
Notai in lei un repentino cambiamento; io era riuscito a persuaderla,
che la sua soverchia bontà non era così grave come aveva immaginato.
Da quel momento Annetta depose ogni rigore, e mi ridonò l’antica
confidenza. Era in lei ritornata la curiosità di voler conoscere le
terre ed i paesaggi che passavano dinanzi ai finestrini.
Parlando di cose indifferenti, il nostro animo acquistava più
franchezza; nè avevamo più ragione di cercar pretesti e sutterfugi,
per nascondere all’occhio vigile e curioso dei compagni di viaggio
l’argomento dei nostri discorsi.
Se però avevamo deluso la curiosità dei viaggiatori fino ad Oristano,
da Oristano in avanti non ci era riuscito.
Il nostro maestro di scuola, colle sue chiacchiere, non si era mai
preoccupato di quanto accadeva a lui d’intorno.
Non fu però così dell’ufficiale; il quale, fin da quando era entrato
nel nostro scompartimento, aveva adocchiato Annetta.
Una bella fanciulla, che viaggia con noi, desta sempre un certo
interesse, e ferma l’attenzione di un uomo in generale e di un giovine
ufficiale in particolare. Senza che io me ne fossi accorto, il tenente
aveva seguìto tutti i nostri movimenti; ed aveva facilmente indovinato,
che nel mio conversare con Annetta erano quelle certe premure e quelle
certe attenzioni che rivelano per lo meno un’intimità più intensa di
quella che prescrive la convenienza fra due compagni di viaggio di
sesso diverso.
Il treno aveva fretta... e camminava molto!
Dopo Uras, il paesaggio lascia il broncio per sorridere di tanto in
tanto. La pianura infatti si riveste qua e là di verzura, e l’occhio
trova più facilmente dove riposarsi.
Avevamo percorso circa otto chilometri, quando Annetta mi domandò:
— È un bel villaggio Uras?
— Così così! — Da Oristano fino a Cagliari i villaggi variano ben
poco. Sono tutti in perfetta pianura, di color grigio perchè costrutti
con _laddiri_, e non offrono nulla di particolare veduti in distanza.
Meno Marrubiu e Pabilonis, li troveremo tutti schierati a sinistra. La
ferrovia passa loro vicino, nè li sfugge come nel capo settentrionale.
— E le pioggie, e gli straripamenti dei fiumi, non possono danneggiare
le costruzioni di fango?
— Qualche volta, sì. — Il villaggio d’Uras, per esempio, che abbiamo or
ora lasciato, fu quasi distrutto da un uragano nel 1827. Il Lamarmora,
che fu testimonio oculare di questa catastrofe, scrive che ha veduto
la maggior parte delle case sciogliersi come zucchero nell’acqua;
credo però siavi dell’esagerato nella sua asserzione; poichè l’impasto
di quei mattoni, fatto di fango misto a paglia, è molto consistente.
Uras rammenta ai sardi una data storica. Fu là che s’impegnò la gran
battaglia, nella quale Leonardo Alagon riportò una splendida vittoria
sopra gli Aragonesi: — vittoria che quel valoroso dovette amaramente
scontare otto anni dopo, colla tremenda disfatta di Macomer, che segnò
la sua caduta.
Il maestro di scuola, che sentendo parlare di storia aveva teso le
orecchie, soggiunse subito rivolto ad Annetta:
— La battaglia di Uras si combattè nel quattordici aprile del 1470; in
essa fu ferito a morte, sul primo combattere, Antonio Dessena Visconte
di Sanluri, comandante le armi regie.
*
* *
Eravamo a due chilometri da Pabilonis, quando avvenne un incidente che
avrebbe potuto avere serie conseguenze.