Da Oristano a Uras.
— Ecco Oristano! — aveva esclamato il maestro di scuola col suo solito
buonumore; e si era messo a batter le mani.
E noi tutti a guardare dai finestrini quella città severa dalle
vie silenziose, che ci mostrava le cinque cupole delle sue chiese,
l’isolato campanile d’architettura moresca, e l’alta torre quadrata
colla sovraposta torricella.
Quel gruppo di case grigie, sotto un cielo purissimo, spiccavano da un
largo orizzonte, in cui si disegnavano, a contorni indecisi, lontane
campagne, palme solitarie, diversi stagni, e l’ampia distesa del mare.
— I fabbricati che vedete — cominciò il maestro — appartengono ai
sobborghi di Oristano; il centro della città è distante dalla stazione
non meno di venticinque minuti. Non v’impressioni però la povertà di
queste case. Noi abbiamo sott’occhi la capitale degli antichi Stati
d’Arborea, e l’abituale residenza de’ suoi potenti Giudici. Se Oristano
non avesse altre memorie, nè altre glorie da registrare, due sole
basterebbero per illustrarla: — ha dato la culla alla famosa Eleonora
di Arborea, la invitta guerriera, la donna dal carattere di ferro,
la celebre legislatrice che pubblicò nel 1395 la famosa _Carta de
Logu_; — ed è stata la città che sostenne più a lungo l’indipendenza
nazionale, anche dopo che le altre città sarde avevano piegato il capo
sotto il dominio aragonese. Essa cedette alla sola forza nel 1478, dopo
la tremenda caduta di Leonardo Alagon, sconfitto nelle vicinanze di
Macomer.
— Ed al presente, com’è la città?
— Conta circa 7000 abitanti; ha fabbriche speciali di mattoni e di
stoviglie, di cui provvede quasi tutta l’isola. Ha molti fichi d’India,
e molte donne belle dalla carnagione color perla e dagli occhi neri
tagliati a mandorla. È una città pulitissima, e così estesa che
potrebbe contenere il triplo degli abitanti che oggi conta. Oristano
ha tre cose ragguardevoli; Eleonora d’Arborea — _La Carta de Logu_ —
e la popolazione ospitale e gentile; — ha tre cose buone e speciali:
la vernaccia, il pane, e gli amaretti: ha tre cose curiosissime: case
fabbricate senza pietre, uomini sbarbati senza scarpe, e cornacchie
innumerevoli senza creanza.
— Vanta qualche monumento?
— La statua in marmo di Eleonora, inaugurata lo scorso mese di maggio,
con tre giorni di festa che non saranno dimenticati dalla storia.
— È ben originale quel campanile! — aveva esclamato il padre nobile,
rivolto al maestro, il quale era raggiante di gioia quando gli si
chiedevano spiegazioni.
— Anche quel campanile ha la sua storiella. Nel tracciamento della
strada nazionale, esso fu messo in relazione con quello di Uras; e i
due punti servirono di guida; talchè quel tratto di stradone, per oltre
30 chilometri, può chiamarsi una perfettissima linea retta.
L’ex consigliere di Bosa notò con sussiego:
— La strada nazionale da Portotorres a Cagliari è un vero capo-lavoro
dell’ingegnere Carbonazzi, che la tracciò, la diresse, e l’eseguì dal
1822 al 1829. Essa costò circa quattro milioni. La strada ferrata la
rasenta in gran parte, poichè gli ingegneri inglesi non fecero che
copiare lo studio dell’ingegnere piemontese.
A questo punto scattò il viaggiatore inglese, il quale disse, piccato:
— Voi non aver detto verità: Ingegneri inglesi fanno originali, non
copie!
L’uomo dal cappello a cilindro, volendo riparare all’imprudenza del
bosano, disse rivolto a costui:
— L’ingegnere Carbonazzi non fu un inventore. Egli non fece che seguire
le traccia dell’antica strada romana, di cui si scorgono qua e là le
vestigia. L’uno copiò dall’altro, se non vogliamo ammettere che tre
ingegni possono incontrarsi senza copiarsi! Non è così?
— _Yes_! Tite penissimo. Inglesi, piemontesi e romani sono tutti pravi
ingegneri!
— E forse i romani copiarono dai cartaginesi o dai fenici — tornò a
ripetere il bosano per non darla vinta all’inglese — il vero merito del
tracciamento spetta alla struttura geologica dell’isola!
Per troncare la spinosa questione, il maestro di scuola tornò a parlare
della patria di Eleonora di Arborea. Egli disse gravemente:
— La città di Oristano venne al mondo in grazia delle rovine
dell’antica _Tharros_, e giace nel sito dov’era l’antica _Othoca_. Si
sa bene: _mors tua, vita mea_!
Il maestro di scuola avrebbe desiderato continuare la recita, anche con
un pubblico annoiato; ma si accorse che gli spettatori disertavano il
teatro.
L’inglese, l’ex consigliere di Bosa, e l’uomo dal cappello a cilindro
avevano già ritirate le proprie valigie, ed erano discesi alla stazione
di Oristano, dopo averci augurato il buon viaggio.
Il vecchio e la vecchia respirarono a pieni polmoni, come se finalmente
fosse arrivata l’ora di star comodi. Ma la loro gioia durò un baleno.
Non si erano ancora allontanati di dieci passi quei tre signori, che
altri tre passeggieri si presentarono allo sportello; e, dopo aver
cacciata la testa dentro lo scompartimento, si decisero a salire.
Presento al lettore i tre nuovi inquilini.
Primo: un prete dell’apparente età di cinquant’anni, dall’aria burbera,
con certi occhi che non guardavano in faccia nessuno, e con un certo
broncio, sul quale era scolpito chiaramente il motto: _nè cerco, nè
voglio essere cercato_!
Il secondo era un _Rigattiere_ cagliaritano, col berretto smozzato,
il corpetto rosso, il giacchettino nero a bottoni d’argento, i larghi
calzoni di tela, e due grossi bottoni d’oro al colletto della camicia;
il qual colletto, alto e duro, sarebbe forse salito fino agli occhi del
proprietario, se non glie lo avessero impedito due grosse orecchie.
Il terzo personaggio era un tenente di fanteria, giovine spigliato,
dalla fisonomia aperta, dagli occhi mobilissimi, i quali rivelavano un
carattere vivace, nervoso, irritabile.
Alle ore cinque il treno si mosse da Oristano.
Per un po’ di tempo i passeggieri non fecero che squadrarsi a vicenda,
per le ragioni da me già esposte in un precedente capitolo. Poco dopo
la conversazione cominciò a stabilirsi, mercè le cure dell’instancabile
maestro, al quale poco importava la _qualità_ della gente; egli non
voleva che la _quantità_, per poterla atteggiare a pubblico, e aver
così un numeroso uditorio. E il pubblico questa volta era completo,
poichè oltre il _colto_, vi era rappresentata l’_inclita_ guarnigione.
E siccome fra gli ascoltanti ci dev’essere una vittima, questa vittima
fu il giovine tenente, al quale il maestro si attaccò colla tenacità di
un’ostrica.
Il padre e la madre della fanciulla, storditi oramai da sette ore di
viaggio, se ne stavano quieti; Annetta ed io, noncuranti di tutto e
di tutti, formavano un mondo a parte; il rigattiere, con una gamba
sull’altra e le mani in tasca, fissava le valigie senza vederle; e il
prete, dopo aver deposto il tricorno per cacciare in testa una papalina
nera, incrociò le braccia sul petto, gettando lunghe occhiate e lunghi
sospironi ai quattro angoli del vagone... che erano tutti occupati.
*
* *
Da Solarussa a Oristano non avevo indirizzata una sola parola ad
Annetta. Bisognava pure essere prudenti per non compromettere la nostra
posizione in faccia ai due vecchi. La madre nobile, specialmente,
spiava ogni nostro movimento, e pareva fosse sulle spine, perchè non
riusciva ad afferrare i fili del nostro discorso. Ben è vero che io
prendeva le debite precauzioni, e quando parlavo colla fanciulla
lasciavo scappare a voce alta parole storiche, come per esempio:
_nuraghe — costumi spagnuoli — dominazione aragonese — Amsicora, Josto,
Eleonora d’Arborea_: — parole che facevano sapere ai nostri compagni di
viaggio che noi due si era preoccupati seriamente della storia sarda.
Annetta era riflessiva. Tristi pensieri dovevano per certo torturare
il suo cervello, poichè tratto tratto volgeva gli occhi intorno,
fissandoli macchinalmente sopra oggetti che non potevano attirare la
sua attenzione.
Dalla stazione di Oristano a quella di Marrubiu è il tratto più lungo
di strada ferrata. Questa linea, della lunghezza di 18 chilometri, si
percorre in mezz’ora, ed è forse la più monotona di tutte, perchè non
presenta alcuna varietà.
Sempre attraverso al fichi d’India, si passa vicino a Santa Giusta,
villaggio posto a due chilometri da Oristano, vicino allo stagno, e
abitato da poche famiglie di pescatori. È solamente menzionato per la
sua superba chiesa medioevale, degna di essere visitata.
Di là il treno continua fino a Marrubiu, rasentando in tutta la loro
lunghezza gli stagni di Santa Giusta e del Sassu, dopo aver lasciato a
sinistra quello di Palmas.
Non potendo parlar di Marrubiu, il maestro di scuola parlò della sua
plaga, vinifera per eccellenza; parlò di Terralba e del soppresso
vescovado; parlò dello stagno di Marceddì e delle sue famose arselle.
Nessuno però gli diede retta.
Il paesaggio è uniforme, monotono.
A destra: sempre quell’acqua morta che si trasforma in una lunga
striscia d’argento sotto i raggi di sole che le piovono sopra; — a
sinistra: campi aridi e calvi, arginati dalla lunga catena dei monti
che da Villermosa si prolungano fin quasi ad Uras: fra i quali,
sovrano, erge le sue creste il monte Arci, alto 830 metri. In mezzo ai
campi aridi, come oasi nel deserto, fa capolino qualche vigneto dalle
viti spesse e verdeggianti.
Quest’immensa distesa di terreni incolti, oggi chiamata _Campo di
Sant’Anna_, era un tempo coperta di boschi; ma i Vicerè (furbi!) li
distrussero col fuoco, per disperdere i banditi e gli assassini che vi
si annidavano. Tant’è, che la smania di atterrare le sarde foreste non
è tutta moderna!
Nel tragitto da Oristano a Marrubiu, Annetta mi diresse alcune frasi,
che ho sempre scolpite nel cuore, e non dimenticherò mai.
Una volta, mentre guardavamo tacitamente l’ampia distesa dello stagno,
quella fanciulla d’improvviso si volse a me, dicendomi:
— Mi assicuri, signore, che io non ho commesso alcun’imprudenza,
indegna d’una savia fanciulla. Sarei inconsolabile se avessi mancato,
senza volerlo, a quelle convenienze... che non devono ignorarsi da una
giovane bennata!
— E perchè questo linguaggio?
— Perchè so d’essere inesperta del mondo; e la coscienza mi rimprovera
d’essermi lasciata trascinare a far rivelazioni... ch’io non doveva
fare a chi non conosco.
— Dubiterebbe forse di me?
— Non ne dubito; ed è per non averne dubitato che io mi torturo in
tal modo. Non se ne offenda, sa? Lei ha già avuto una prova della mia
inesperienza; sa già che non so contenermi, e che dimentico facilmente
di mettere in pratica gli avvertimenti della mamma e di Suor Maria.
Non sono ancora tre mesi che ho lasciato il collegio, e temo di aver
commesso molte sciocchezze!
Questo linguaggio mi fece una viva impressione. Annetta era un’ingenua
fanciulla che non consultava la ragione, ma lasciavasi guidare
unicamente dal cuore. Ed io aveva tanto abusato di quella sua
ingenuità.
— Non abbia rimorsi — le risposi — Se qualcuno ha commesso delle
sciocchezze durante il viaggio, si persuada che non è lei — sono io.
— Grazie! — mi rispose con tutta serietà; come se fosse bastata la mia
asserzione per mettere in pace il suo cuore.
Poco dopo, quasi destandosi di soprassalto da una profonda distrazione,
si lasciò sfuggire queste altre parole:
— Senta: io la credo un giovine leale e generoso; voglio perciò sperare
che non abuserà delle mie debolezze, nè vorrà far parola ad alcuno di
quanto è avvenuto. Guai se il babbo e la mamma potessero sospettare...!
E mentr’io cercavo persuaderla de’ suoi vani scrupoli, ella
m’interruppe:
— Un’altra preghiera. Non è vero, signore, che lei non ha una cattiva
opinione di me? Non è vero che mi conserverà sempre un po’ di stima?
— Ella mi offende, facendomi tali discorsi. Le ripeto, che l’averla
conosciuta formerà sempre l’unica mia gioia, e il più grande de’ miei
dolori: — la gioia di averla trovata — il dolore di doverla perdere.
Vuole che io ripeta che l’amo troppo, e che il suo amore sarà il sogno
di tutta la mia vita?
— Queste cose non si dicono — mi disse Annetta abbassando gli occhi — e
lei mi ha promesso di dimenticarle!
— Lei è un angelo; e dovrà perciò perdonare un insensato come sono io.
Mi sopporti ancora per due ore: domani non si ricorderà più di me. Chi
lo sa? forse non ci rivedremo mai più.
Annetta girò prestamente la testa verso il finestrino; e, accennando
lontano lontano, mi disse:
— Guardi laggiù; — com’è bello l’orizzonte!
Ma io non guardavo l’orizzonte; — guardavo gli occhi della mia
compagna, su cui vedevo brillare una grossa lagrima, la quale tradiva
una pietà gentile.
— Sì, è bello! — risposi — L’azzurra volta par che si curvi per baciare
il pallido stagno. Cielo e mare si uniscono — noi invece dobbiamo
separarci!
Tacemmo entrambi.
Assorto in un’estasi deliziosa, ero passato dinanzi alla stazione di
_Marrubiu_... ma senza vederla.
Neanco Annetta la vide. I suoi occhi erano sempre fissi lontano lontano
— nella striscia vaporosa dove si univano il cielo e lo stagno.
Dopo aver percorso altri otto chilometri di strada, ricca di fichi
d’India, il treno si era fermato alla stazione di _Uras_.