XVIII.

Da Oristano a Uras.

— Ecco Oristano! — aveva esclamato il maestro di scuola col suo solito

buonumore; e si era messo a batter le mani.

E noi tutti a guardare dai finestrini quella città severa dalle

vie silenziose, che ci mostrava le cinque cupole delle sue chiese,

l’isolato campanile d’architettura moresca, e l’alta torre quadrata

colla sovraposta torricella.

Quel gruppo di case grigie, sotto un cielo purissimo, spiccavano da un

largo orizzonte, in cui si disegnavano, a contorni indecisi, lontane

campagne, palme solitarie, diversi stagni, e l’ampia distesa del mare.

— I fabbricati che vedete — cominciò il maestro — appartengono ai

sobborghi di Oristano; il centro della città è distante dalla stazione

non meno di venticinque minuti. Non v’impressioni però la povertà di

queste case. Noi abbiamo sott’occhi la capitale degli antichi Stati

d’Arborea, e l’abituale residenza de’ suoi potenti Giudici. Se Oristano

non avesse altre memorie, nè altre glorie da registrare, due sole

basterebbero per illustrarla: — ha dato la culla alla famosa Eleonora

di Arborea, la invitta guerriera, la donna dal carattere di ferro,

la celebre legislatrice che pubblicò nel 1395 la famosa _Carta de

Logu_; — ed è stata la città che sostenne più a lungo l’indipendenza

nazionale, anche dopo che le altre città sarde avevano piegato il capo

sotto il dominio aragonese. Essa cedette alla sola forza nel 1478, dopo

la tremenda caduta di Leonardo Alagon, sconfitto nelle vicinanze di

Macomer.

— Ed al presente, com’è la città?

— Conta circa 7000 abitanti; ha fabbriche speciali di mattoni e di

stoviglie, di cui provvede quasi tutta l’isola. Ha molti fichi d’India,

e molte donne belle dalla carnagione color perla e dagli occhi neri

tagliati a mandorla. È una città pulitissima, e così estesa che

potrebbe contenere il triplo degli abitanti che oggi conta. Oristano

ha tre cose ragguardevoli; Eleonora d’Arborea — _La Carta de Logu_ —

e la popolazione ospitale e gentile; — ha tre cose buone e speciali:

la vernaccia, il pane, e gli amaretti: ha tre cose curiosissime: case

fabbricate senza pietre, uomini sbarbati senza scarpe, e cornacchie

innumerevoli senza creanza.

— Vanta qualche monumento?

— La statua in marmo di Eleonora, inaugurata lo scorso mese di maggio,

con tre giorni di festa che non saranno dimenticati dalla storia.

— È ben originale quel campanile! — aveva esclamato il padre nobile,

rivolto al maestro, il quale era raggiante di gioia quando gli si

chiedevano spiegazioni.

— Anche quel campanile ha la sua storiella. Nel tracciamento della

strada nazionale, esso fu messo in relazione con quello di Uras; e i

due punti servirono di guida; talchè quel tratto di stradone, per oltre

30 chilometri, può chiamarsi una perfettissima linea retta.

L’ex consigliere di Bosa notò con sussiego:

— La strada nazionale da Portotorres a Cagliari è un vero capo-lavoro

dell’ingegnere Carbonazzi, che la tracciò, la diresse, e l’eseguì dal

1822 al 1829. Essa costò circa quattro milioni. La strada ferrata la

rasenta in gran parte, poichè gli ingegneri inglesi non fecero che

copiare lo studio dell’ingegnere piemontese.

A questo punto scattò il viaggiatore inglese, il quale disse, piccato:

— Voi non aver detto verità: Ingegneri inglesi fanno originali, non

copie!

L’uomo dal cappello a cilindro, volendo riparare all’imprudenza del

bosano, disse rivolto a costui:

— L’ingegnere Carbonazzi non fu un inventore. Egli non fece che seguire

le traccia dell’antica strada romana, di cui si scorgono qua e là le

vestigia. L’uno copiò dall’altro, se non vogliamo ammettere che tre

ingegni possono incontrarsi senza copiarsi! Non è così?

— _Yes_! Tite penissimo. Inglesi, piemontesi e romani sono tutti pravi

ingegneri!

— E forse i romani copiarono dai cartaginesi o dai fenici — tornò a

ripetere il bosano per non darla vinta all’inglese — il vero merito del

tracciamento spetta alla struttura geologica dell’isola!

Per troncare la spinosa questione, il maestro di scuola tornò a parlare

della patria di Eleonora di Arborea. Egli disse gravemente:

— La città di Oristano venne al mondo in grazia delle rovine

dell’antica _Tharros_, e giace nel sito dov’era l’antica _Othoca_. Si

sa bene: _mors tua, vita mea_!

Il maestro di scuola avrebbe desiderato continuare la recita, anche con

un pubblico annoiato; ma si accorse che gli spettatori disertavano il

teatro.

L’inglese, l’ex consigliere di Bosa, e l’uomo dal cappello a cilindro

avevano già ritirate le proprie valigie, ed erano discesi alla stazione

di Oristano, dopo averci augurato il buon viaggio.

Il vecchio e la vecchia respirarono a pieni polmoni, come se finalmente

fosse arrivata l’ora di star comodi. Ma la loro gioia durò un baleno.

Non si erano ancora allontanati di dieci passi quei tre signori, che

altri tre passeggieri si presentarono allo sportello; e, dopo aver

cacciata la testa dentro lo scompartimento, si decisero a salire.

Presento al lettore i tre nuovi inquilini.

Primo: un prete dell’apparente età di cinquant’anni, dall’aria burbera,

con certi occhi che non guardavano in faccia nessuno, e con un certo

broncio, sul quale era scolpito chiaramente il motto: _nè cerco, nè

voglio essere cercato_!

Il secondo era un _Rigattiere_ cagliaritano, col berretto smozzato,

il corpetto rosso, il giacchettino nero a bottoni d’argento, i larghi

calzoni di tela, e due grossi bottoni d’oro al colletto della camicia;

il qual colletto, alto e duro, sarebbe forse salito fino agli occhi del

proprietario, se non glie lo avessero impedito due grosse orecchie.

Il terzo personaggio era un tenente di fanteria, giovine spigliato,

dalla fisonomia aperta, dagli occhi mobilissimi, i quali rivelavano un

carattere vivace, nervoso, irritabile.

Alle ore cinque il treno si mosse da Oristano.

Per un po’ di tempo i passeggieri non fecero che squadrarsi a vicenda,

per le ragioni da me già esposte in un precedente capitolo. Poco dopo

la conversazione cominciò a stabilirsi, mercè le cure dell’instancabile

maestro, al quale poco importava la _qualità_ della gente; egli non

voleva che la _quantità_, per poterla atteggiare a pubblico, e aver

così un numeroso uditorio. E il pubblico questa volta era completo,

poichè oltre il _colto_, vi era rappresentata l’_inclita_ guarnigione.

E siccome fra gli ascoltanti ci dev’essere una vittima, questa vittima

fu il giovine tenente, al quale il maestro si attaccò colla tenacità di

un’ostrica.

Il padre e la madre della fanciulla, storditi oramai da sette ore di

viaggio, se ne stavano quieti; Annetta ed io, noncuranti di tutto e

di tutti, formavano un mondo a parte; il rigattiere, con una gamba

sull’altra e le mani in tasca, fissava le valigie senza vederle; e il

prete, dopo aver deposto il tricorno per cacciare in testa una papalina

nera, incrociò le braccia sul petto, gettando lunghe occhiate e lunghi

sospironi ai quattro angoli del vagone... che erano tutti occupati.

*

* *

Da Solarussa a Oristano non avevo indirizzata una sola parola ad

Annetta. Bisognava pure essere prudenti per non compromettere la nostra

posizione in faccia ai due vecchi. La madre nobile, specialmente,

spiava ogni nostro movimento, e pareva fosse sulle spine, perchè non

riusciva ad afferrare i fili del nostro discorso. Ben è vero che io

prendeva le debite precauzioni, e quando parlavo colla fanciulla

lasciavo scappare a voce alta parole storiche, come per esempio:

_nuraghe — costumi spagnuoli — dominazione aragonese — Amsicora, Josto,

Eleonora d’Arborea_: — parole che facevano sapere ai nostri compagni di

viaggio che noi due si era preoccupati seriamente della storia sarda.

Annetta era riflessiva. Tristi pensieri dovevano per certo torturare

il suo cervello, poichè tratto tratto volgeva gli occhi intorno,

fissandoli macchinalmente sopra oggetti che non potevano attirare la

sua attenzione.

Dalla stazione di Oristano a quella di Marrubiu è il tratto più lungo

di strada ferrata. Questa linea, della lunghezza di 18 chilometri, si

percorre in mezz’ora, ed è forse la più monotona di tutte, perchè non

presenta alcuna varietà.

Sempre attraverso al fichi d’India, si passa vicino a Santa Giusta,

villaggio posto a due chilometri da Oristano, vicino allo stagno, e

abitato da poche famiglie di pescatori. È solamente menzionato per la

sua superba chiesa medioevale, degna di essere visitata.

Di là il treno continua fino a Marrubiu, rasentando in tutta la loro

lunghezza gli stagni di Santa Giusta e del Sassu, dopo aver lasciato a

sinistra quello di Palmas.

Non potendo parlar di Marrubiu, il maestro di scuola parlò della sua

plaga, vinifera per eccellenza; parlò di Terralba e del soppresso

vescovado; parlò dello stagno di Marceddì e delle sue famose arselle.

Nessuno però gli diede retta.

Il paesaggio è uniforme, monotono.

A destra: sempre quell’acqua morta che si trasforma in una lunga

striscia d’argento sotto i raggi di sole che le piovono sopra; — a

sinistra: campi aridi e calvi, arginati dalla lunga catena dei monti

che da Villermosa si prolungano fin quasi ad Uras: fra i quali,

sovrano, erge le sue creste il monte Arci, alto 830 metri. In mezzo ai

campi aridi, come oasi nel deserto, fa capolino qualche vigneto dalle

viti spesse e verdeggianti.

Quest’immensa distesa di terreni incolti, oggi chiamata _Campo di

Sant’Anna_, era un tempo coperta di boschi; ma i Vicerè (furbi!) li

distrussero col fuoco, per disperdere i banditi e gli assassini che vi

si annidavano. Tant’è, che la smania di atterrare le sarde foreste non

è tutta moderna!

Nel tragitto da Oristano a Marrubiu, Annetta mi diresse alcune frasi,

che ho sempre scolpite nel cuore, e non dimenticherò mai.

Una volta, mentre guardavamo tacitamente l’ampia distesa dello stagno,

quella fanciulla d’improvviso si volse a me, dicendomi:

— Mi assicuri, signore, che io non ho commesso alcun’imprudenza,

indegna d’una savia fanciulla. Sarei inconsolabile se avessi mancato,

senza volerlo, a quelle convenienze... che non devono ignorarsi da una

giovane bennata!

— E perchè questo linguaggio?

— Perchè so d’essere inesperta del mondo; e la coscienza mi rimprovera

d’essermi lasciata trascinare a far rivelazioni... ch’io non doveva

fare a chi non conosco.

— Dubiterebbe forse di me?

— Non ne dubito; ed è per non averne dubitato che io mi torturo in

tal modo. Non se ne offenda, sa? Lei ha già avuto una prova della mia

inesperienza; sa già che non so contenermi, e che dimentico facilmente

di mettere in pratica gli avvertimenti della mamma e di Suor Maria.

Non sono ancora tre mesi che ho lasciato il collegio, e temo di aver

commesso molte sciocchezze!

Questo linguaggio mi fece una viva impressione. Annetta era un’ingenua

fanciulla che non consultava la ragione, ma lasciavasi guidare

unicamente dal cuore. Ed io aveva tanto abusato di quella sua

ingenuità.

— Non abbia rimorsi — le risposi — Se qualcuno ha commesso delle

sciocchezze durante il viaggio, si persuada che non è lei — sono io.

— Grazie! — mi rispose con tutta serietà; come se fosse bastata la mia

asserzione per mettere in pace il suo cuore.

Poco dopo, quasi destandosi di soprassalto da una profonda distrazione,

si lasciò sfuggire queste altre parole:

— Senta: io la credo un giovine leale e generoso; voglio perciò sperare

che non abuserà delle mie debolezze, nè vorrà far parola ad alcuno di

quanto è avvenuto. Guai se il babbo e la mamma potessero sospettare...!

E mentr’io cercavo persuaderla de’ suoi vani scrupoli, ella

m’interruppe:

— Un’altra preghiera. Non è vero, signore, che lei non ha una cattiva

opinione di me? Non è vero che mi conserverà sempre un po’ di stima?

— Ella mi offende, facendomi tali discorsi. Le ripeto, che l’averla

conosciuta formerà sempre l’unica mia gioia, e il più grande de’ miei

dolori: — la gioia di averla trovata — il dolore di doverla perdere.

Vuole che io ripeta che l’amo troppo, e che il suo amore sarà il sogno

di tutta la mia vita?

— Queste cose non si dicono — mi disse Annetta abbassando gli occhi — e

lei mi ha promesso di dimenticarle!

— Lei è un angelo; e dovrà perciò perdonare un insensato come sono io.

Mi sopporti ancora per due ore: domani non si ricorderà più di me. Chi

lo sa? forse non ci rivedremo mai più.

Annetta girò prestamente la testa verso il finestrino; e, accennando

lontano lontano, mi disse:

— Guardi laggiù; — com’è bello l’orizzonte!

Ma io non guardavo l’orizzonte; — guardavo gli occhi della mia

compagna, su cui vedevo brillare una grossa lagrima, la quale tradiva

una pietà gentile.

— Sì, è bello! — risposi — L’azzurra volta par che si curvi per baciare

il pallido stagno. Cielo e mare si uniscono — noi invece dobbiamo

separarci!

Tacemmo entrambi.

Assorto in un’estasi deliziosa, ero passato dinanzi alla stazione di

_Marrubiu_... ma senza vederla.

Neanco Annetta la vide. I suoi occhi erano sempre fissi lontano lontano

— nella striscia vaporosa dove si univano il cielo e lo stagno.

Dopo aver percorso altri otto chilometri di strada, ricca di fichi

d’India, il treno si era fermato alla stazione di _Uras_.

Da Sassari a Cagliari e viceversa · 第 30 / 54 题