Da Bauladu ad Oristano.
Oltrepassata di parecchi chilometri la stazione di Bauladu,
scompariscono d’improvviso le roccie, i muri e le pietre di color
grigio. La natura si trasforma completamente, come accade in un teatro
ad un cenno del macchinista.
Ai muri di cinta color piombo, tristi, monotoni, succedono lunghissimi
filari di fichi d’India. Da Bauladu fino a Cagliari la natura cambia
tipo. Prima i terreni rocciosi, i massi granitici, le svariate colline
dalle forme capricciose, le folte macchie di lentischio — ora invece le
interminabili pianure, gli estesi campi di frumento, le case di fango,
i fichi moreschi. Il paesaggio ha qualche cosa d’orientale — talora
d’africano.
Dopo venti minuti di strada, ecco dinanzi a noi una ricca vegetazione.
Siamo a _Solarussa_, uno dei villaggi (nel suo genere) più pittoreschi
della Sardegna. Ha le casette bianche, civettuole, alternate qua e là
da qualche albero di mandorlo, d’acacia, o di melograno, che fanno
maggiormente risaltare la candidezza di quelle abitazioni, eleganti
nella loro modesta apparenza. Dal gruppo di quelle casette spuntano
tre campanili, due dei quali (quelli della chiesa parrocchiale)
fiancheggiano un’alta cupola che vorrebbe avere pretese metropolitane.
Questo paese è la patria della _Vernaccia_ — vino tipo della Sardegna —
il solo che possa aversi in grandissima quantità.
All’intorno dì Solarussa si ammirano i vigneti, stupendamente
coltivati, colle viti spesse, allineate e sorrette da canne. Le siepi
sono fatte a filari di fichi d’India, gradevoli all’occhio, perchè
tutte frammiste a canneti, i quali agitano al vento i ciuffi dalle
foglie larghissime e sempre verdi.
La natura in quei d’intorni è lussureggiante, e dà anima e vita a quel
villaggio, che il viaggiatore guarda con compiacenza.
Anche Annetta pareva commossa dinanzi al nuovo spettacolo. I suoi
occhi scintillavano di una gioia segreta, e sul suo labbro apparve un
incantevole sorriso.
Il treno correva veloce; e gli altri miei compagni conversavano
allegramente, in grazia del maestro di scuola, che non lasciava mancar
esca alle chiacchiere.
Pensai che l’occasione era propizia per reclamare dalla mia bella
viaggiatrice le risposte promesse.
— Posso io cominciare le domande?
— Si provi! — mi rispose Annetta con un benevole sorriso. — Già!
bisogna aspettarsi qualche stranezza, perchè lei è un pochino.....
originale.
Ed io seriamente mi accinsi all’interrogatorio, colla gravità di un
vecchio magistrato.
— Da quanto tempo la signora ha cessato d’esser libera?
— Perdoni... La domanda parmi troppo indiscreta per un compagno di
viaggio che si conosce da poche ore.
— Rammenti che prima del supplizio si accorda qualunque grazia ad un
condannato a morte. Dunque non discuta — risponda.
— Orbene... io sono schiava... da un anno. — Così rispose Annetta con
un sospiro, dopo un momento d’esitazione.
— _Lo_ conobbe dunque in collegio?
Altra esitazione.
— Sì... in collegio; a Firenze.
— E fu Suor Maria che...
— La prego di rispettare la mia maestra di pianoforte. — Ha terminato
le sue domande?
— Ancora due.
— La prima...?
— Mi dica: è _egli_ un fiorentino?
— Sì... un fiorentino.
— Me lo aspettava. I toscani non perdono mai tempo!
— L’ultima domanda...?
— Eccola: — Da quanto tempo è maritata con _lui_?
Questa volta la risposta fu una schietta risata.
— Io?! — ma io non sono maritata, caro signore!
Dovetti certo spalancare gli occhi e la bocca in un modo singolare,
perchè quella fanciulla esclamò con premura:
— Si sente forse male?
— Al contrario: comincio invece a sentirmi bene..... Ma, per carità,
non m’inganni. È ella dunque semplicemente promessa?
— Sì; sono una _promessa_! — esclamò Annetta abbassando la testa. E poi
soggiunse, arrossendo e a voce bassa: — e la promessa è un debito
— Lo so; ma i debiti oggigiorno non si pagano più. Eppoi... siamo noi
tenuti a saldare... i debiti degli altri?
— Alla mia freddura (e più che freddura sconvenienza) Annetta non
rispose.
Respirai più liberamente, nè più oltre la torturai. Capivo che la mia
condizione era sempre seria, ma meno disperata di prima. Annetta era
ancora libera!
Dopo quella risposta, la graziosa fanciulla era rientrata in un
nuovo stadio di malinconia e di raccoglimento. Alla gaiezza era forse
succeduto un po’ di rimorso; alla cieca confidenza era sottentrato
il pentimento. Non volli turbare i suoi pensieri — e mi diedi
distrattamente a guardar la campagna, non preoccupandomi di quanto
accadeva nell’interno del vagone.
Qual mistero mi celava Annetta? Ero bensì riuscito ad accertarmi che
essa non amava il suo fidanzato fiorentino; ma non sapevo spiegarmi
come un amore nato in collegio, sotto la protezione di Suor Maria,
potesse venir imposto dai genitori, ed essere respinto dalla fanciulla.
Spingere più oltre le mie indagini mi pareva sconveniente. Avevo a me
dinanzi quasi due ore di strada; — e, in due ore, un giovine innamorato
cammina più del treno!
*
* *
Avevamo intanto attraversato il Tirso sul famoso ponte di ferro a tre
luci, che è certo il più bello e grandioso dell’isola, e con ragione;
perocchè il re dei fiumi non doveva essere cavalcato che dal re dei
ponti.
Così pure non badammo alla stazione di _Simaxis_, povero villaggio che
non offre nulla di particolare. Sono poche case di fango, modestissime,
freddolose, che cercano addossarsi al proprio campanile per acquistare
un po’ d’importanza. Ed importanza avrebbe il villaggio, se fosse vero
quanto alcuni asseriscono: che sia la patria del papa San Simiaco!
Il treno intanto aveva attraversato i soliti campi arati, o seminati
a grano. I fichi d’india, misti qualche volta ai canneti, si erano
moltiplicati all’infinito.
Il paesaggio non aveva subìto alcuna variazione. Era così grande
l’estensione di terreno da noi dominato, che pareva non si camminasse.
Ad un tratto cominciano a comparire, qua e là, piantagioni di ulivi
dai tronchi neri e dalle foglie di un verde carico; bellissimi orti;
qualche palazzina elegante, e qualche cancello di ferro.
Il fischio della vaporiera ci annunzia che siamo vicini alla stazione
di _Oristano_, di cui da più di un’ora vedevamo le case, i campanili, e
le torri.