XVII.

Da Bauladu ad Oristano.

Oltrepassata di parecchi chilometri la stazione di Bauladu,

scompariscono d’improvviso le roccie, i muri e le pietre di color

grigio. La natura si trasforma completamente, come accade in un teatro

ad un cenno del macchinista.

Ai muri di cinta color piombo, tristi, monotoni, succedono lunghissimi

filari di fichi d’India. Da Bauladu fino a Cagliari la natura cambia

tipo. Prima i terreni rocciosi, i massi granitici, le svariate colline

dalle forme capricciose, le folte macchie di lentischio — ora invece le

interminabili pianure, gli estesi campi di frumento, le case di fango,

i fichi moreschi. Il paesaggio ha qualche cosa d’orientale — talora

d’africano.

Dopo venti minuti di strada, ecco dinanzi a noi una ricca vegetazione.

Siamo a _Solarussa_, uno dei villaggi (nel suo genere) più pittoreschi

della Sardegna. Ha le casette bianche, civettuole, alternate qua e là

da qualche albero di mandorlo, d’acacia, o di melograno, che fanno

maggiormente risaltare la candidezza di quelle abitazioni, eleganti

nella loro modesta apparenza. Dal gruppo di quelle casette spuntano

tre campanili, due dei quali (quelli della chiesa parrocchiale)

fiancheggiano un’alta cupola che vorrebbe avere pretese metropolitane.

Questo paese è la patria della _Vernaccia_ — vino tipo della Sardegna —

il solo che possa aversi in grandissima quantità.

All’intorno dì Solarussa si ammirano i vigneti, stupendamente

coltivati, colle viti spesse, allineate e sorrette da canne. Le siepi

sono fatte a filari di fichi d’India, gradevoli all’occhio, perchè

tutte frammiste a canneti, i quali agitano al vento i ciuffi dalle

foglie larghissime e sempre verdi.

La natura in quei d’intorni è lussureggiante, e dà anima e vita a quel

villaggio, che il viaggiatore guarda con compiacenza.

Anche Annetta pareva commossa dinanzi al nuovo spettacolo. I suoi

occhi scintillavano di una gioia segreta, e sul suo labbro apparve un

incantevole sorriso.

Il treno correva veloce; e gli altri miei compagni conversavano

allegramente, in grazia del maestro di scuola, che non lasciava mancar

esca alle chiacchiere.

Pensai che l’occasione era propizia per reclamare dalla mia bella

viaggiatrice le risposte promesse.

— Posso io cominciare le domande?

— Si provi! — mi rispose Annetta con un benevole sorriso. — Già!

bisogna aspettarsi qualche stranezza, perchè lei è un pochino.....

originale.

Ed io seriamente mi accinsi all’interrogatorio, colla gravità di un

vecchio magistrato.

— Da quanto tempo la signora ha cessato d’esser libera?

— Perdoni... La domanda parmi troppo indiscreta per un compagno di

viaggio che si conosce da poche ore.

— Rammenti che prima del supplizio si accorda qualunque grazia ad un

condannato a morte. Dunque non discuta — risponda.

— Orbene... io sono schiava... da un anno. — Così rispose Annetta con

un sospiro, dopo un momento d’esitazione.

— _Lo_ conobbe dunque in collegio?

Altra esitazione.

— Sì... in collegio; a Firenze.

— E fu Suor Maria che...

— La prego di rispettare la mia maestra di pianoforte. — Ha terminato

le sue domande?

— Ancora due.

— La prima...?

— Mi dica: è _egli_ un fiorentino?

— Sì... un fiorentino.

— Me lo aspettava. I toscani non perdono mai tempo!

— L’ultima domanda...?

— Eccola: — Da quanto tempo è maritata con _lui_?

Questa volta la risposta fu una schietta risata.

— Io?! — ma io non sono maritata, caro signore!

Dovetti certo spalancare gli occhi e la bocca in un modo singolare,

perchè quella fanciulla esclamò con premura:

— Si sente forse male?

— Al contrario: comincio invece a sentirmi bene..... Ma, per carità,

non m’inganni. È ella dunque semplicemente promessa?

— Sì; sono una _promessa_! — esclamò Annetta abbassando la testa. E poi

soggiunse, arrossendo e a voce bassa: — e la promessa è un debito

— Lo so; ma i debiti oggigiorno non si pagano più. Eppoi... siamo noi

tenuti a saldare... i debiti degli altri?

— Alla mia freddura (e più che freddura sconvenienza) Annetta non

rispose.

Respirai più liberamente, nè più oltre la torturai. Capivo che la mia

condizione era sempre seria, ma meno disperata di prima. Annetta era

ancora libera!

Dopo quella risposta, la graziosa fanciulla era rientrata in un

nuovo stadio di malinconia e di raccoglimento. Alla gaiezza era forse

succeduto un po’ di rimorso; alla cieca confidenza era sottentrato

il pentimento. Non volli turbare i suoi pensieri — e mi diedi

distrattamente a guardar la campagna, non preoccupandomi di quanto

accadeva nell’interno del vagone.

Qual mistero mi celava Annetta? Ero bensì riuscito ad accertarmi che

essa non amava il suo fidanzato fiorentino; ma non sapevo spiegarmi

come un amore nato in collegio, sotto la protezione di Suor Maria,

potesse venir imposto dai genitori, ed essere respinto dalla fanciulla.

Spingere più oltre le mie indagini mi pareva sconveniente. Avevo a me

dinanzi quasi due ore di strada; — e, in due ore, un giovine innamorato

cammina più del treno!

*

* *

Avevamo intanto attraversato il Tirso sul famoso ponte di ferro a tre

luci, che è certo il più bello e grandioso dell’isola, e con ragione;

perocchè il re dei fiumi non doveva essere cavalcato che dal re dei

ponti.

Così pure non badammo alla stazione di _Simaxis_, povero villaggio che

non offre nulla di particolare. Sono poche case di fango, modestissime,

freddolose, che cercano addossarsi al proprio campanile per acquistare

un po’ d’importanza. Ed importanza avrebbe il villaggio, se fosse vero

quanto alcuni asseriscono: che sia la patria del papa San Simiaco!

Il treno intanto aveva attraversato i soliti campi arati, o seminati

a grano. I fichi d’india, misti qualche volta ai canneti, si erano

moltiplicati all’infinito.

Il paesaggio non aveva subìto alcuna variazione. Era così grande

l’estensione di terreno da noi dominato, che pareva non si camminasse.

Ad un tratto cominciano a comparire, qua e là, piantagioni di ulivi

dai tronchi neri e dalle foglie di un verde carico; bellissimi orti;

qualche palazzina elegante, e qualche cancello di ferro.

Il fischio della vaporiera ci annunzia che siamo vicini alla stazione

di _Oristano_, di cui da più di un’ora vedevamo le case, i campanili, e

le torri.

Da Sassari a Cagliari e viceversa · 第 29 / 54 题