Si dileguano le nubi.
Il nuovo e largo orizzonte, che si schiudeva a’ miei occhi, ebbe
la facoltà di togliermi a quella specie di stordimento che aveva
paralizzato i miei sensi, dopo la tremenda rivelazione d’Annetta nelle
tre gallerie di Bonorva.
Avevamo percorso circa sessanta chilometri di strada, da Campeda a
Bauladu, sempre col broncio. Due ore circa di raccoglimento!
Anche la fisonomia d’Annetta si era alquanto rischiarata. I lineamenti
di quell’angelico viso avevano ripreso la consueta serenità. Mi parve
vedere un raggio di sole fra le nubi tempestose.
Forse, colla lunga riflessione, Annetta si era persuasa che, in fondo
in fondo, io non aveva commesso un delitto così grave da non meritare
perdono. Alla fin fine io era stato un amante troppo vivace — non però
uno sfacciato volgare. Fors’anco, la mia mestizia e la mia compunzione,
dopo l’accaduto, avevano destato in lei una gentile pietà — il rimorso,
forse, di avermi mortificato. E voleva ripararvi, pentita del suo
eccessivo rigore.
Più volte, nel tragitto da Campeda a Paulilatino, avevo tentato di
esplorare l’animo suo nei lineamenti del suo volto; ma ogni qual
volta i miei occhi si erano incontrati ne’ suoi, ella si era voltata
bruscamente verso il finestrino.
Poco a poco, però, Annetta divenne più umana.
Quando il treno uscì dalla trincea, e ci trovammo dinanzi alle immense
pianure di Oristano, non potei fare a meno di esclamare a voce alta:
— Che bel panorama!
Si turbò Annetta alle mie parole, ma si guardò dal rispondermi. Essa
ben comprendeva, che una sua parola, in quel momento, avrebbe avuto il
significato d’una formale dichiarazione di assoluto perdono; e a tanto
non voleva arrivare!
Si contentò nondimeno di sporgere il capo fuori del finestrino, per
guardare il panorama che io le aveva decantato.
Era per me una vittoria; ma doveva io gioirne? La mia posizione avea
subìto un notevole cambiamento. Da Sassari a Bonorva io era stato un
giovine entusiasta, preso d’amore per una fanciulla da marito; da
Bonorva in avanti non potevo essere che un volgare seduttore delle
mogli altrui.
Avrei desiderato soddisfare una mia curiosità: domandare a lei
informazioni di suo marito. Ma, me le avrebbe essa date? Smaniavo di
averle — temevo di chiederle.
Cominciai col togliere dalla mia borsetta alcuni aranci di Milis,
che offersi prima a’ miei compagni di viaggio, come voleva la buona
creanza. Tranne il maestro di scuola, che ne accettò uno, gli altri mi
risposero con un cortesissimo _grazie_. La madre nobile, sovra tutti,
fece un brusco movimento, avendo notato che tra me e la sua figliuola
vi era un certo qual broncio, che poteva aver rapporto collo spavento
di Annetta nella galleria di Bonorva.
Senza preoccuparmi del rifiuto materno, mondai accuratamente un
arancio, lo divisi in ispicchi e lo presentai ad Annetta.
— Posso offrire?
La bella fanciulla, presa così di soprassalto, si turbò, divenne rossa,
e rimase alcuni minuti indecisa.
Col braccio sempre teso, io la guardava negli occhi, aspettando la sua
decisione. Finalmente mi feci coraggio.
— Signora! — esclamai in modo che gli altri non potessero udire le mie
parole — dicesi che un giorno, in un pranzo di nozze, un pomo abbia
gettato la discordia tra Venere e Giunone. Vuol’ella farmi sperare, che
un arancio possa invece stabilire la pace fra una saggia fanciulla...
ed un povero insensato?
Per tutta risposta Annetta allungò la mano; afferrò con due dita lo
spicchio dell’arancio, e lo recò alle labbra, dopo avermi ringraziato
con un leggero movimento di testa... ma senza un sorriso.
— È tanto dolce! — esclamai con espansione. Ma io non aveva giudicato
l’arancio!
Ero contento del buon esito ottenuto: non dovevo però lasciar languire
la conversazione.
Approfittando sempre delle chiacchiere dei miei compagni di viaggio, e
specialmente del maestro di scuola, io dissi rivolto ad Annetta:
— Le chiedo le più umili scuse per l’accaduto. Dopo la sua rivelazione
la mia colpa acquista un peso maggiore; io sento vergogna di me stesso.
Annetta ricominciò col torturare il suo povero ventaglio, come per lo
passato; e, poi, volse prestamente la faccia verso il finestrino, per
nascondermi i suoi occhi lagrimosi.
Non mi rispose, ed io continuai:
— Vorrà la signora separarsi da me, col rancore nell’anima?
A queste parole, Annetta, senza guardarmi, mi disse:
— Certo, non lo desidero. Ho bisogno di crederla incapace di commettere
una brutta azione, indegna di un gentiluomo.
— Dunque, mi perdona?
— Forse: ma ad un patto.
— Quale?
— Che dimentichi per sempre ciò che è passato fra noi.
— Lo ricorderò; ma solo per rimproverarmelo. Sarà questa la mia
punizione. Ed ora.... vorrei chiederle un’ultima grazia.
— Sentiamo.
— Vorrei che ella rispondesse ad alcune mie domande.
— Ancora?!
— Non riguardano me!
— Nè saranno indiscrete?
— Oso sperarlo.
— Domandi pure: l’ascolto.
Si era fatto un po’ di silenzio nel treno; ed io aspettai una
favorevole occasione per domandare le informazioni che desideravo. Dopo
tutto bisognava essere prudenti, e non abusare della bontà del destino.