Da Macomer a Bauladu.
Dalla stazione si fa un larghissimo giro per scendere nella vallata di
Macomer. La strada ferrata, serpeggiando in tutti i sensi per l’aspro
vallone, ottenne due scopi — fece risparmiare molte gallerie alla
Società, e si procurò la soddisfazione di rivedere la sua corteggiata
Macomer, che, questa volta, noi vediamo in alto, sul cocuzzolo della
bruna montagna.
Le roccie ed i terreni di quei dintorni sono tutti di color grigio
oscuro, come le pietre colle quali sono costrutte le case di Macomer ed
i muri di cinta dei campi e dei poderi.
Passiamo, senza fermarci, dinanzi alla stazione di _Birori_, — che non
ha nulla di particolare, tranne parecchi nuraghi, qualche _sepoltura di
gigante_, e molti telai.
Entriamo in altra immensa pianura incorniciata da monti. La strada
serpeggia sempre fra roccie, trincee e muri a secco, che questa volta
han cambiato colore: da grigi sono diventati giallognoli.
Guardo dal finestrino. Passano rapidamente, ad uno ad uno, i casotti
della ferrovia. Vestiti di bianco, col berretto di rosse tegole, e
segnati con un grosso numero alle spalle, essi sembrano galeotti evasi
dal Bagno. La famigliuola del cantoniere si fa alla porta per guardare
il treno che fugge. Il papà ha in braccio il lattante; la mamma stende
al sole i panni del bucato; i bambini battono le mani alla vaporiera; e
la figlia maggiore, reggendo con la mano destra la bandiera, reca colla
sinistra un lembo del fazzoletto alla bocca, per nascondere il rossore,
o per meglio fissarci con due occhi assassini.
Fatti soli tre chilometri di strada, ecco il villaggio di _Borore_
con una chiesa mezzo diroccata, colle sue modeste case sparpagliate,
e colla sua parrocchia che fa pompa di una cupola superba. Questo
villaggio è la seconda patria di Piercy. Riconoscente all’ingegnere
inglese, per la vicinanza della ferrovia, gli ha offerto il decreto
di cittadinanza. Borore ebbe fama per eccellenti cavalli — i migliori
che figurarono nelle corse del Campidano. Ha parecchie paludi, circa
ventidue nuraghi, e molte di quelle tombe dette _sepolture di giganti_.
Da Borore fin quasi ad Oristano, per una quarantina di chilometri,
abbiamo sempre a destra la catena dei monti di S. Lussurgiu e di
Seneghe, fra cui primeggiano le tre punte di monte Entu, monte Urticu e
monte Pertusu.
Dopo aver attraversato altre terre dalle tinte grigie, troviamo due
gruppi di casupole di qua e di là della ferrovia; — siamo alla stazione
di _Abbasanta_, l’_Ad Medias_ dei latini. Dicono che gli abitanti di
Abbasanta siano tutti brava gente; forse perchè l’_acqua santa_ fa
fuggire i demoni... e quindi le tentazioni del peccato.
Il maestro di scuola esclamò rivolto all’ex consigliere di Bosa:
— Guardi laggiù la _Tanca Regia_, dove si allevavano i cavalli per
conto del Governo. Di essa si fa menzione in un documento del 1481. Che
splendore un tempo! Ed oggi che miseria! L’allevamento fu sospeso nel
1834, ristabilito nel 1851, e poi andato alla malora nel 1873 — anno in
cui il ministro della Guerra finì per vendere la Tanca ad una società
privata. Ministri cani! essi spogliano la Sardegna, e la vendono al
primo venuto. Non è così?
— Proprio così! — rispose il consigliere con un profondo sbadiglio.
Il paesaggio ha sempre la stessa intonazione: terreni a pascolo sparsi
di macchie di lentischio — campi seminati e da seminare — e pietre nere
dappertutto.
E dopo sei chilometri si arriva a _Paulilatino_, la cui stazione
possiede un piccolo giardinetto, dovuto alle cure degli impiegati
ferroviari; i quali si dedicano tutti all’agricoltura, per ammazzare la
noia di una solitudine sconfortante.
Il maestro di scuola tornò a dire all’ex consigliere:
— Si ricorda, eh, signor Giuseppe? quando esisteva la buon’anima
della Messaggeria, le due _diligenze_ facevano onore al proprio nome,
trovandosi qui alla stess’ora.
— Quelli eran tempi! — si contentò di rispondere il bosano; e tornò
a chiudere le palpebre. Ma il maestro continuò il suo discorso, ben
sapendo che l’uomo, anche tenendo gli occhi chiusi, può benissimo
aprire le orecchie.
— Paulilatino è il _Pauleti_ menzionato dal Fara — ed anche il _Padulis
a latere_: la palude che venne prosciugata da un parroco benemerito.
Questo villaggio trovasi nel centro della Sardegna — voglio dire
a uguale distanza da Cagliari e da Sassari, motivo per cui le due
_diligenze_...
Il maestro interruppe la frase, perchè si accorse che il bosano russava
— segno manifesto che aveva chiuso anche le orecchie.
E si continuò la corsa per una campagna che non presentava nulla di
particolare — aveva sempre lo stesso tono, la stessa tinta, lo stesso
carattere. Non vi si notava che un’abbondanza di lentischio, e qualche
albero d’ulivo dalle spesse foglie e dal colore verde cupo, lasciato a
sè stesso, con certi lunghi polloni al ceppo, che amava come figliuoli.
D’improvviso si assiste ad un cambiamento di scena. Dall’altura
in cui ci troviamo, ci si presenta l’immensa distesa del Campidano
oristanese. A destra, per un largo tratto, il versante di una bassa
collina rivestita tutta di macchie di lentischio; in lontananza il
mare; lo stagno di Cabras; il famoso bosco degli aranci di Milis,
che si presenta come una lunga striscia verde, sotto una catena di
piccoli monti. Qua e là il campanile di qualche villaggio, o la punta
di qualche nuraghe; sotto al nostri occhi i rossi tetti di _Bauladu_,
villaggio che non vuol far plauso alla bella natura che lo circonda,
solo perchè gli uomini non lo hanno fabbricato in altura.
Il treno è passato fra due enormi massi di granito, che sfavillano al
sole come se fossero tempestati di diamanti. Sono le stupende trincee
di Bauladu, una delle opere più costose delle ferrovie sarde.
Usciti dalla trincea, il Campidano ci appare in tutta la sua
magnificenza. Sono terreni immensi da cui spunta, di quando in quando,
il ciuffo d’una palma solitaria. Da nessun punto della Sardegna si
abbraccia collo sguardo una maggior distesa di terre e di acque, di
campi e di villaggi.
Quell’armonia di colori, quella gradazione di verdi a seconda la
lontananza, quei fertili terreni che si perdevano nell’orizzonte,
quelle palme, quei campanili e quelle cupole che in contorni vaporosi
spiccavano da un cielo caldo e senza macchia, ti trasportavano col
pensiero alle incantevoli regioni dell’Oriente. E per certo noi avevamo
sott’occhi un vero paesaggio orientale!