XV.

Da Macomer a Bauladu.

Dalla stazione si fa un larghissimo giro per scendere nella vallata di

Macomer. La strada ferrata, serpeggiando in tutti i sensi per l’aspro

vallone, ottenne due scopi — fece risparmiare molte gallerie alla

Società, e si procurò la soddisfazione di rivedere la sua corteggiata

Macomer, che, questa volta, noi vediamo in alto, sul cocuzzolo della

bruna montagna.

Le roccie ed i terreni di quei dintorni sono tutti di color grigio

oscuro, come le pietre colle quali sono costrutte le case di Macomer ed

i muri di cinta dei campi e dei poderi.

Passiamo, senza fermarci, dinanzi alla stazione di _Birori_, — che non

ha nulla di particolare, tranne parecchi nuraghi, qualche _sepoltura di

gigante_, e molti telai.

Entriamo in altra immensa pianura incorniciata da monti. La strada

serpeggia sempre fra roccie, trincee e muri a secco, che questa volta

han cambiato colore: da grigi sono diventati giallognoli.

Guardo dal finestrino. Passano rapidamente, ad uno ad uno, i casotti

della ferrovia. Vestiti di bianco, col berretto di rosse tegole, e

segnati con un grosso numero alle spalle, essi sembrano galeotti evasi

dal Bagno. La famigliuola del cantoniere si fa alla porta per guardare

il treno che fugge. Il papà ha in braccio il lattante; la mamma stende

al sole i panni del bucato; i bambini battono le mani alla vaporiera; e

la figlia maggiore, reggendo con la mano destra la bandiera, reca colla

sinistra un lembo del fazzoletto alla bocca, per nascondere il rossore,

o per meglio fissarci con due occhi assassini.

Fatti soli tre chilometri di strada, ecco il villaggio di _Borore_

con una chiesa mezzo diroccata, colle sue modeste case sparpagliate,

e colla sua parrocchia che fa pompa di una cupola superba. Questo

villaggio è la seconda patria di Piercy. Riconoscente all’ingegnere

inglese, per la vicinanza della ferrovia, gli ha offerto il decreto

di cittadinanza. Borore ebbe fama per eccellenti cavalli — i migliori

che figurarono nelle corse del Campidano. Ha parecchie paludi, circa

ventidue nuraghi, e molte di quelle tombe dette _sepolture di giganti_.

Da Borore fin quasi ad Oristano, per una quarantina di chilometri,

abbiamo sempre a destra la catena dei monti di S. Lussurgiu e di

Seneghe, fra cui primeggiano le tre punte di monte Entu, monte Urticu e

monte Pertusu.

Dopo aver attraversato altre terre dalle tinte grigie, troviamo due

gruppi di casupole di qua e di là della ferrovia; — siamo alla stazione

di _Abbasanta_, l’_Ad Medias_ dei latini. Dicono che gli abitanti di

Abbasanta siano tutti brava gente; forse perchè l’_acqua santa_ fa

fuggire i demoni... e quindi le tentazioni del peccato.

Il maestro di scuola esclamò rivolto all’ex consigliere di Bosa:

— Guardi laggiù la _Tanca Regia_, dove si allevavano i cavalli per

conto del Governo. Di essa si fa menzione in un documento del 1481. Che

splendore un tempo! Ed oggi che miseria! L’allevamento fu sospeso nel

1834, ristabilito nel 1851, e poi andato alla malora nel 1873 — anno in

cui il ministro della Guerra finì per vendere la Tanca ad una società

privata. Ministri cani! essi spogliano la Sardegna, e la vendono al

primo venuto. Non è così?

— Proprio così! — rispose il consigliere con un profondo sbadiglio.

Il paesaggio ha sempre la stessa intonazione: terreni a pascolo sparsi

di macchie di lentischio — campi seminati e da seminare — e pietre nere

dappertutto.

E dopo sei chilometri si arriva a _Paulilatino_, la cui stazione

possiede un piccolo giardinetto, dovuto alle cure degli impiegati

ferroviari; i quali si dedicano tutti all’agricoltura, per ammazzare la

noia di una solitudine sconfortante.

Il maestro di scuola tornò a dire all’ex consigliere:

— Si ricorda, eh, signor Giuseppe? quando esisteva la buon’anima

della Messaggeria, le due _diligenze_ facevano onore al proprio nome,

trovandosi qui alla stess’ora.

— Quelli eran tempi! — si contentò di rispondere il bosano; e tornò

a chiudere le palpebre. Ma il maestro continuò il suo discorso, ben

sapendo che l’uomo, anche tenendo gli occhi chiusi, può benissimo

aprire le orecchie.

— Paulilatino è il _Pauleti_ menzionato dal Fara — ed anche il _Padulis

a latere_: la palude che venne prosciugata da un parroco benemerito.

Questo villaggio trovasi nel centro della Sardegna — voglio dire

a uguale distanza da Cagliari e da Sassari, motivo per cui le due

_diligenze_...

Il maestro interruppe la frase, perchè si accorse che il bosano russava

— segno manifesto che aveva chiuso anche le orecchie.

E si continuò la corsa per una campagna che non presentava nulla di

particolare — aveva sempre lo stesso tono, la stessa tinta, lo stesso

carattere. Non vi si notava che un’abbondanza di lentischio, e qualche

albero d’ulivo dalle spesse foglie e dal colore verde cupo, lasciato a

sè stesso, con certi lunghi polloni al ceppo, che amava come figliuoli.

D’improvviso si assiste ad un cambiamento di scena. Dall’altura

in cui ci troviamo, ci si presenta l’immensa distesa del Campidano

oristanese. A destra, per un largo tratto, il versante di una bassa

collina rivestita tutta di macchie di lentischio; in lontananza il

mare; lo stagno di Cabras; il famoso bosco degli aranci di Milis,

che si presenta come una lunga striscia verde, sotto una catena di

piccoli monti. Qua e là il campanile di qualche villaggio, o la punta

di qualche nuraghe; sotto al nostri occhi i rossi tetti di _Bauladu_,

villaggio che non vuol far plauso alla bella natura che lo circonda,

solo perchè gli uomini non lo hanno fabbricato in altura.

Il treno è passato fra due enormi massi di granito, che sfavillano al

sole come se fossero tempestati di diamanti. Sono le stupende trincee

di Bauladu, una delle opere più costose delle ferrovie sarde.

Usciti dalla trincea, il Campidano ci appare in tutta la sua

magnificenza. Sono terreni immensi da cui spunta, di quando in quando,

il ciuffo d’una palma solitaria. Da nessun punto della Sardegna si

abbraccia collo sguardo una maggior distesa di terre e di acque, di

campi e di villaggi.

Quell’armonia di colori, quella gradazione di verdi a seconda la

lontananza, quei fertili terreni che si perdevano nell’orizzonte,

quelle palme, quei campanili e quelle cupole che in contorni vaporosi

spiccavano da un cielo caldo e senza macchia, ti trasportavano col

pensiero alle incantevoli regioni dell’Oriente. E per certo noi avevamo

sott’occhi un vero paesaggio orientale!

Da Sassari a Cagliari e viceversa · 第 27 / 54 题