Da Bonorva a Macomer.
Dopo alcuni minuti si entrò nell’eterne foreste di Campeda. Sopra
terreni incolti e di color rossiccio, tempestati di fiori campestri,
erano migliaia di quercie secolari; tronchi distesi al suolo e per metà
scorzati, come viandanti assassinati e spogliati sulla strada. Qua e là
mandrie, e null’altro.
Quella pianura tutta alberata, monotona, triste, immensa, pareva
fosse capitata là per condividere il mio malumore e per esortarmi alla
penitenza del mio peccato.
Il maestro di scuola chiacchierava sempre a voce alta. Egli spiegava
ai compagni come la ferrovia, là presso, seguiva quasi sempre l’antico
stradone nazionale; diceva, che essendo Campeda molto lontana dai
villaggi, era stata sempre un sicuro ricovero per i malviventi, i quali
trovavano fra i vergini boschi un sicuro scampo; raccontava che verso
il 1847 fu là derubato un incaricato del taglio delle foreste; che nel
maggio del 1867, a metà della salita di San Simeone, là vicino, era
stata assaltata la _Diligenza_ da una banda di grassatori, i quali
avevano ferito il conduttore ed ucciso un tenente dei bersaglieri;
aggiungeva infine, che l’altipiano di Campeda, a 680 metri sul livello
del mare, è il punto più culminante delle strade ferrate sarde, ed
anche di quelle del continente.
Io ed Annetta eravamo diventati muti. Dopo usciti dalla galleria, non
una parola, non una occhiata scambiata fra noi.
Ripensai alla mia avventura. Ero stato mortalmente ferito da quella
fatale rivelazione.
— Maritata! — pensavo. — Ed io, bestia, che doveva accorgermene subito!
Quei sospironi, quando le narravo la storia di Adelasia; quel rossore,
quando accennai alla parola _ricordo_; quelle carezze fatte al serpente
d’argento, dono di _lui_, quasi volesse attingere a quel pegno la
vacillante fedeltà coniugale; quello spavento e quei gemiti, quando le
dissi che io l’amava, erano indizi certi di nozze effettuate!
Donna d’altri? Dunque, senza saperlo, io era in contravvenzione con
uno dei dieci comandamenti di Dio! — Mi vergognai di me stesso, e
ringraziai il cielo d’essermela cavata abbastanza bene.
Poco dopo facevo fare a’ miei pensieri un’altra evoluzione.
— Maritata, così giovine? Con quella sua ingenuità? Impossibile! E le
lezioni di Suor Maria, fra una scala e l’altra? E la sua confessione di
fidare in me? E quel guardarmi con tanta bontà?
Parliamo schietti, via! Annetta era un angelo; ma se per _fanciulla_
era troppo semplice, per _maritata_ era troppo leggera.
Che doveva io credere? Un lampo rischiarò la mia mente.
— Ecco — l’ho trovata! Annetta è una moglie infelice — una vittima
sagrificata dai genitori, come lo fu Adelasia di Torres. Ma voglio
venirne a capo!
*
* *
Le quercie si facevano sempre più rare; fino a che passammo dinanzi
alla stazione di Campeda, dove erano molte cataste di traversine, molta
legna da ardere, e molto carbone ammontichiato — tre testimoni d’accusa
che provavano la distruzione dei nostri boschi e delle nostre foreste,
alla quale la Sardegna deve le peggiorate condizioni del suo clima, e
la scarsità delle acque per uomini, per bestie, e per vegetali.
Attraversammo altri campi svariati, ma calvi come la palma della
mano. A sinistra un nuraghe vicino ad una casupola; gli avanzi d’altro
nuraghe a destra. Qua vacche che pascolavano, sferzando colla coda i
propri fianchi; là vitelli impauriti, che fuggivano all’avvicinarsi del
treno.
Le alte trincee scavate nel calcareo e nel tufo (che noi attraversammo
veloci) pareva minacciassero di seppellire il treno con tutti i
passeggieri.
Ecco a sinistra — sopra una collina, quasi a picco — il famoso nuraghe
di Santa Barbara, uno dei più belli, illustrato dal Lamarmora. Altro
nuraghe voi avete a destra; ma non dovete farne le meraviglie, perchè
siamo sui terreni dove abbondano questi monumenti preistorici, che
ascendono in Sardegna a più di tremila.
Un gruppo di case basse, brune, sotto tetti brunissimi e sopra un bruno
terreno, ci avvisano della presenza di Macomer — villaggio che trovasi
ad un’altezza considerevole, epperciò esposto a tutti i trentadue venti
segnati nella bussola.
— Dove siamo, ora? — domandò il padre nobile, con un grosso sbadiglio
che cercò invano di strozzare.
— Alla stazione di _Macomer_; — rispose l’ex consigliere di Bosa.
— Macomer?
— Sì; un paese a cui non mancarono mai le occasioni di farsi strada, ma
che non volle mai saperne. Sede di antiche società italiane di legnami
e scorze; — centro di quasi tutte le comunicazioni dell’isola; — sbocco
di Nuoro e di Bosa, Macomer poteva tirar partito dalla sua fortunata
posizione; ma si contentò di mettere denari a parte, coll’intento di
abbellirsi col tempo. Da pochi mesi vi fu costrutto un acquedotto;
e l’inglese Piercy, che ne è alquanto innamorato, ha fatto già
acquisto di molti terreni, ed ha già disposto per farvi sorgere alcuni
ragguardevoli fabbricati. Macomer ha certo un bell’avvenire dinanzi a
sè — ma il suo presente lascia qualche cosa a desiderare!
— Ebbe però un bel passato storico! — interruppe il maestro di scuola,
che non stava muto neanco ad ammazzarlo, e che possedeva il bernoccolo
della storia sarda.
— Del passato non mi preoccupo — fece il bosano, stringendosi nelle
spalle. E il maestro continuò gravemente:
— Macomer è l’antica _Macopsissa_ dei Romani; e dei tempi antichi non
so altro. Nel medio evo, però, divenne celebre per alcuni fatti d’armi,
di cui fu teatro. Là passò l’infelice Gerardo di Cervellon, quando nel
1347 conduceva un rinforzo di truppe a suo padre, il quale si era mosso
da Sassari per andargli incontro. Il poveretto morì due giorni dopo,
nella famosa battaglia di _Aidu de turdu_, presso Torralba. — Nel 1478
Macomer fu occupata dal valoroso Leonardo Alagon, ultimo marchese di
Oristano, alla vigilia della famosa battaglia contro gli Aragonesi;
nella quale egli subì la tremenda disfatta che doveva annientarlo. Lo
sfortunato marchese lasciò in questi campi il suo figlio Artaldo, che
vi cadde trafitto, vittima del proprio valore...
E il maestro continuò di questo tono, dando i suoi pareri, raccontando
episodii, e citando con gravità Manno, Martini, Tola, Spano e
Lamarmora.