XIV.

Da Bonorva a Macomer.

Dopo alcuni minuti si entrò nell’eterne foreste di Campeda. Sopra

terreni incolti e di color rossiccio, tempestati di fiori campestri,

erano migliaia di quercie secolari; tronchi distesi al suolo e per metà

scorzati, come viandanti assassinati e spogliati sulla strada. Qua e là

mandrie, e null’altro.

Quella pianura tutta alberata, monotona, triste, immensa, pareva

fosse capitata là per condividere il mio malumore e per esortarmi alla

penitenza del mio peccato.

Il maestro di scuola chiacchierava sempre a voce alta. Egli spiegava

ai compagni come la ferrovia, là presso, seguiva quasi sempre l’antico

stradone nazionale; diceva, che essendo Campeda molto lontana dai

villaggi, era stata sempre un sicuro ricovero per i malviventi, i quali

trovavano fra i vergini boschi un sicuro scampo; raccontava che verso

il 1847 fu là derubato un incaricato del taglio delle foreste; che nel

maggio del 1867, a metà della salita di San Simeone, là vicino, era

stata assaltata la _Diligenza_ da una banda di grassatori, i quali

avevano ferito il conduttore ed ucciso un tenente dei bersaglieri;

aggiungeva infine, che l’altipiano di Campeda, a 680 metri sul livello

del mare, è il punto più culminante delle strade ferrate sarde, ed

anche di quelle del continente.

Io ed Annetta eravamo diventati muti. Dopo usciti dalla galleria, non

una parola, non una occhiata scambiata fra noi.

Ripensai alla mia avventura. Ero stato mortalmente ferito da quella

fatale rivelazione.

— Maritata! — pensavo. — Ed io, bestia, che doveva accorgermene subito!

Quei sospironi, quando le narravo la storia di Adelasia; quel rossore,

quando accennai alla parola _ricordo_; quelle carezze fatte al serpente

d’argento, dono di _lui_, quasi volesse attingere a quel pegno la

vacillante fedeltà coniugale; quello spavento e quei gemiti, quando le

dissi che io l’amava, erano indizi certi di nozze effettuate!

Donna d’altri? Dunque, senza saperlo, io era in contravvenzione con

uno dei dieci comandamenti di Dio! — Mi vergognai di me stesso, e

ringraziai il cielo d’essermela cavata abbastanza bene.

Poco dopo facevo fare a’ miei pensieri un’altra evoluzione.

— Maritata, così giovine? Con quella sua ingenuità? Impossibile! E le

lezioni di Suor Maria, fra una scala e l’altra? E la sua confessione di

fidare in me? E quel guardarmi con tanta bontà?

Parliamo schietti, via! Annetta era un angelo; ma se per _fanciulla_

era troppo semplice, per _maritata_ era troppo leggera.

Che doveva io credere? Un lampo rischiarò la mia mente.

— Ecco — l’ho trovata! Annetta è una moglie infelice — una vittima

sagrificata dai genitori, come lo fu Adelasia di Torres. Ma voglio

venirne a capo!

*

* *

Le quercie si facevano sempre più rare; fino a che passammo dinanzi

alla stazione di Campeda, dove erano molte cataste di traversine, molta

legna da ardere, e molto carbone ammontichiato — tre testimoni d’accusa

che provavano la distruzione dei nostri boschi e delle nostre foreste,

alla quale la Sardegna deve le peggiorate condizioni del suo clima, e

la scarsità delle acque per uomini, per bestie, e per vegetali.

Attraversammo altri campi svariati, ma calvi come la palma della

mano. A sinistra un nuraghe vicino ad una casupola; gli avanzi d’altro

nuraghe a destra. Qua vacche che pascolavano, sferzando colla coda i

propri fianchi; là vitelli impauriti, che fuggivano all’avvicinarsi del

treno.

Le alte trincee scavate nel calcareo e nel tufo (che noi attraversammo

veloci) pareva minacciassero di seppellire il treno con tutti i

passeggieri.

Ecco a sinistra — sopra una collina, quasi a picco — il famoso nuraghe

di Santa Barbara, uno dei più belli, illustrato dal Lamarmora. Altro

nuraghe voi avete a destra; ma non dovete farne le meraviglie, perchè

siamo sui terreni dove abbondano questi monumenti preistorici, che

ascendono in Sardegna a più di tremila.

Un gruppo di case basse, brune, sotto tetti brunissimi e sopra un bruno

terreno, ci avvisano della presenza di Macomer — villaggio che trovasi

ad un’altezza considerevole, epperciò esposto a tutti i trentadue venti

segnati nella bussola.

— Dove siamo, ora? — domandò il padre nobile, con un grosso sbadiglio

che cercò invano di strozzare.

— Alla stazione di _Macomer_; — rispose l’ex consigliere di Bosa.

— Macomer?

— Sì; un paese a cui non mancarono mai le occasioni di farsi strada, ma

che non volle mai saperne. Sede di antiche società italiane di legnami

e scorze; — centro di quasi tutte le comunicazioni dell’isola; — sbocco

di Nuoro e di Bosa, Macomer poteva tirar partito dalla sua fortunata

posizione; ma si contentò di mettere denari a parte, coll’intento di

abbellirsi col tempo. Da pochi mesi vi fu costrutto un acquedotto;

e l’inglese Piercy, che ne è alquanto innamorato, ha fatto già

acquisto di molti terreni, ed ha già disposto per farvi sorgere alcuni

ragguardevoli fabbricati. Macomer ha certo un bell’avvenire dinanzi a

sè — ma il suo presente lascia qualche cosa a desiderare!

— Ebbe però un bel passato storico! — interruppe il maestro di scuola,

che non stava muto neanco ad ammazzarlo, e che possedeva il bernoccolo

della storia sarda.

— Del passato non mi preoccupo — fece il bosano, stringendosi nelle

spalle. E il maestro continuò gravemente:

— Macomer è l’antica _Macopsissa_ dei Romani; e dei tempi antichi non

so altro. Nel medio evo, però, divenne celebre per alcuni fatti d’armi,

di cui fu teatro. Là passò l’infelice Gerardo di Cervellon, quando nel

1347 conduceva un rinforzo di truppe a suo padre, il quale si era mosso

da Sassari per andargli incontro. Il poveretto morì due giorni dopo,

nella famosa battaglia di _Aidu de turdu_, presso Torralba. — Nel 1478

Macomer fu occupata dal valoroso Leonardo Alagon, ultimo marchese di

Oristano, alla vigilia della famosa battaglia contro gli Aragonesi;

nella quale egli subì la tremenda disfatta che doveva annientarlo. Lo

sfortunato marchese lasciò in questi campi il suo figlio Artaldo, che

vi cadde trafitto, vittima del proprio valore...

E il maestro continuò di questo tono, dando i suoi pareri, raccontando

episodii, e citando con gravità Manno, Martini, Tola, Spano e

Lamarmora.

Da Sassari a Cagliari e viceversa · 第 26 / 54 题