Le tre gallerie di Bonorva.
Le ore volavano. Annetta era lì, immobile, preoccupata. A che
indugiare? Avevo giurato a me stesso di svelarle ad ogni costo la mia
passione. Come avrei potuto riacquistare il tempo ch’io perdeva?
I miei scrupoli erano ridicoli. Non era io forse un giovine onesto?
Che dovevo temere? Non brutto, non vecchio, non povero, e forse non
sciocco, potevo ben aspirare alla sua mano; perocchè le fanciulle, alla
fin fine, sono fatte per diventar mogli, come i giovani son creati per
diventar mariti.
Un tremito convulso s’impossessò della mia persona; il cuore mi battea
forte forte, e sentivo come un zufolìo all’orecchio.
Mi colse la vertigine, e non pensai più a nulla; non all’imprudenza che
stavo per commettere in quel luogo; non all’intempestiva dichiarazione;
non alle conseguenze della mia sciocchezza.
Chiusi gli occhi; e vidi guizzare mille fiamme in un fondo nero nero.
Ebbi paura, e fu un bene. Alla paura attinsi il mio coraggio.
Il maestro di scuola continuava a chiacchierare — l’inglese, cogli
occhi socchiusi, piegava la testa sul petto.
La vaporiera mandò un fischio prolungato, e d’improvviso ci trovammo
nelle tenebre.
Eravamo entrati nella prima galleria di Bonorva, lunga circa 700 metri.
Non volli più oltre riflettere per paura del pentimento.
— Signorina! — mormorai prestamente e con voce concitata, chinandomi
verso Annetta — a che serve il celarlo, quando lo ha diggià indovinato?
Dacchè la vidi mi trovo in preda ad un turbamento, mai provato in mia
vita. Non l’ascolto che da poche ore, eppure parmi di conoscerla già
da molto tempo. Lei non ha più nulla da rivelarmi: io la conosco. La
mia passione non è improvvisa, non è leggera, non è inconsiderata.
Vi sono fanciulle che non si studiano in dieci anni; altre, cui basta
un’ora per rivelare il tesoro d’affetto che racchiudono nell’anima. I
suoi occhi, i suoi sorrisi, le sue parole, i suoi silenzi, mi hanno
già fatto conoscere la bontà del suo cuore, la squisitezza de’ suoi
sentimenti, la soavità del suo animo leale, affettuoso, entusiasta. Non
posso più celarglielo — io l’amo pazzamente!
Un gemito doloroso fece eco, in quelle fitte tenebre, alle mie parole.
Ma io, cieco, inesorabile, fuori di me, continuai senza pietà:
— Sono un giovine educato; i miei sentimenti sono nobili, le
mie intenzioni oneste. Non voglia giudicarmi sinistramente; è la
prima volta che amo, e sono incapace di ingannare la buona fede e
l’inesperienza d’una fanciulla. La prego, non abbia una cattiva
opinione di me: s’ingannerebbe. Le giuro di non meritare i suoi
rimproveri — me li risparmi!
Nessuna risposta.
Aspettai, inorridendo, la luce. Avrei voluto eterne le tenebre per
poter celare il mio rossore!
Ma la luce venne.
Annetta aveva cacciato la faccia fra le mani; e tremava tutta. Io
sentiva che i lobi delle mie orecchie scottavano.
La vecchia notò il turbamento della figlia.
— Che hai, Annetta?! — gridò con vivacità; e poi correggendosi:
— Ho capito! hai temuto le tenebre. Bambina! non vedi che abbiamo
attraversato una galleria?
— E con molto risparmio d’olio per la Compagnia delle ferrovie sarde!
— aggiunse il maestro di scuola, il quale coglieva ogni occasione per
poter spezzare le sue lancie contro qualunque autorità costituita.
Quanto a me, è inutile dirvi che ero contento delle misure economiche
della Compagnia reale, e sarei stato capace... di abbracciare Piercy.
Dopo un minuto il treno rientrò in una seconda galleria, lunga circa la
metà della prima.
Ed io, di nuovo, a chinarmi verso Annetta, sicuro che le ciarle del
maestro e il brontolio della macchina avrebbero soffocate le mie
parole.
— Mi dica, per carità, che mi ha perdonato — esclamai come un pazzo —
altrimenti io crederò di essere un vigliacco!
— Mi ha offeso... mi ha fatto male... ma io gli perdono la troppa
vivacità, perchè credo non l’abbia abbastanza ponderata.
— Per amor di Dio! mi dica almeno che non mi crede un tristo!
— Non un tristo, ma un temerario! Mi faccia credere almeno, che con la
mia condotta non ho autorizzato... una simile audacia.
— Oh no! lei è una santa creatura; e mi ha punito abbastanza con le sue
parole... che io ho ben meritate!
E tornammo di nuovo alla luce.
Annetta era nella stessa posizione di prima; solamente appoggiava la
guancia ad una mano, mentre abbandonava l’altra sulle ginocchia, in
preda ad un tremito convulso.
Dopo un altro minuto di luce, il treno piombò nuovamente nelle tenebre.
Era la terza e l’ultima galleria, lunga quanto la seconda.
In preda ad un’agitazione febbrile, volli esaurire fino all’estremo
la mia sfrontatezza. Il dado era tratto: sciocchezza più, sciocchezza
meno, non aggiungeva ormai peso al mio reato.
— Addio, signorina! Si ricordi sempre di me! Pensi che io non
dimenticherò giammai il giorno memorabile in cui ho gustata, e per
sempre perduta, la sola e vera felicità riserbata in terra alla
creatura umana!
E afferrando con ambe le mani la mano che quella fanciulla abbandonava
sulle ginocchia, la trassi a me con forza, e posai per tre volte la mia
bocca ardente sul braccio seminudo, che io vedeva, anche nell’ombra,
attraverso la febbre che mi abbruciava il cervello.
Un altro gemito, più doloroso del primo, uscì dal petto della
fanciulla. Allo stesso tempo sentii un alito tiepido sfiorarmi la
guancia, ed una voce fievole e tremante susurrarmi all’orecchio:
— Ma non ha capito, che io sono d’altri?!
Un fulmine caduto a’ miei piedi mi avrebbe meno atterrito di quelle
poche parole fredde, vibrate, che io ascoltava nelle viscere di una
montagna, in seno alle più fitte tenebre e fra l’urlo e i fischi d’una
vaporiera.
— Maritata! — gridai con raccapriccio — maritata!
E questa volta fui io che cacciai il volto fra le due mani.
Quando tolsi da’ miei occhi le dita, le tenebre si erano dileguate.
Gettai uno sguardo ad Annetta ed alla vecchia.
La prima era pallida e tremava tutta; — la seconda mi fissava con certi
occhioni spalancati e con un tale aggrottamento di sopracciglia, che
ben dicevano che qualche cosa aveva capito; aveva capito, se non altro,
che Annetta aveva troppa paura del buio, ed io troppa paura della luce!
La situazione però era critica; e la vecchia dovette ben comprendere,
che il più piccolo suo atto avrebbe potuto creare un serio scandalo nel
piccolo mondo del vagone di seconda classe.
Io non badai alla madre, nè alla figlia. Non facevo che ripetere a me
stesso:
— Maritata!... maritata!