Da Torralba a Bonorva.
Oltrepassata la stazione di Torralba, vedesi a sinistra, lontano
lontano, spuntare dai monti il campanile di Giave; e più sotto la
famosa _Pedra Meddarsa_ — un gran sasso isolato e di forma conica, sul
quale il volgo superstizioso fabbrica non so quante storielle strane e
paurose.
Quel campanile e quel sasso continuano a starci dinanzi, per ben
quattro chilometri.
Ecco il famoso _Campu Giavesu_, coll’antica Cantoniera dove le
messaggierie di Calvo solevano fare il cambio dei cavalli. Alla 1 e
22 minuti ci troviamo alla stazione di Giave — al cui fianco vediamo
un povero omnibus rachitico, attaccato alle costole di due cavallini
magri, che aspettano il dolce peso di qualche passeggiero.
Giave è lontano dalla linea forse un tre chilometri; trovasi ai due
terzi del monte, sulla cui cima sono i pochi avanzi del castello di
Roccaforte; il quale, eretto da Nicolò Doria nel 1336 per dominare la
strada centrale dell’isola, fu distrutto più tardi dagli Aragonesi. Il
villaggio di Giave vede a’ suoi piedi le ceneri della propria madre — i
ruderi cioè dell’antica _Hafa_, menzionata nell’itinerario di Antonino.
Lasciata la stazione di Giave, vediamo all’intorno, tanto sulla collina
quanto sulla pianura, una svariatissima gradazione di verdi. Le spighe
dei grani altissime, ingiallite dal sole, si piegano sotto le carezze
del vento.
A destra, come adagiato in seno ai monti, ci si presenta un grosso
paese. Annetta domanda senza voltarsi:
— Come si chiama quel villaggio?
— Bonorva — le rispondo; e null’altro.
Le pietre sparse nei dintorni, formanti i muri di cinta, hanno una
specialità — sono di color verdastro, e sembrano di zolfo.
La vigna ogni tanto fa capolino; serpeggia nel piano, scende
capricciosa nella valle, per poi risalire arrampicandosi sulle roccie
fantastiche.
— E quell’altro villaggio che si scorge alla parte opposta, come si
chiama? — tornò a chiedermi Annetta, ma con più dolcezza.
— È sempre Bonorva. Da destra è passato a sinistra.
— È strano!
— Strano? Ciò succede assai spesso anche ai nostri deputati nella
Camera!
Annetta guardava il paesaggio, ed io continuai.:
— Vede quel paese? — è uno dei più importanti della Sardegna. Arcigno
un tempo, assai superstizioso, e centro di fazioni che si dilaniavano
a vicenda, oggi ha un aspetto spigliato e gioviale. — È come una
fanciulla piena di vezzi; e il treno lo sa, perchè le fa la corte,
girandole intorno. Essa non vuol saperne, e si dilegua. L’amante,
indispettito, sbuffa e fischia, fingendo allontanarsi; ma Bonorva
allora gli si accosta sorridendo, per poi tornare indietro a voltargli
la faccia, o le spalle.
— Bonorva teme dunque la strada?
— Tutt’altro. Un tempo, è vero, la temeva, perchè era gelosa delle sue
vigne e delle sue foreste; e difatti nel 1840, se non erro, e nel 1854
fece disordini, e mostrò i denti agli ingegneri, perchè non voleva
vie nazionali. Oggi è ben diverso il suo scopo: — Bonorva ed il treno
sono due innamorati che s’inseguono ogni giorno, alla stess’ora, per
non toccarsi mai. Di chi l’audacia? Non lo so. Talora pare Bonorva
che corra incontro al treno — tal altra il treno che ronzi intorno a
Bonorva. Per lo meno, sono matti tutti e due.
Il treno intanto si era fermato alla stazione di _Bonorva_, una delle
più eleganti della linea. Alla sua sinistra è un giardinetto ricco di
fiori, con una mezza dozzina di bellissimi eucaliptus e un delfino in
sedicesimo che getta un filo d’acqua dentro una vaschetta di marmo.
Si continua la strada. Dopo aver attraversato altre vigne e nuovi
frutteti; dopo aver corso fra roccie e strati curiosi, i quali
somministrano le pietre bell’e squadrate a’ muri di cinta di quella
regione, il treno si trova nuovamente di fronte al paese.
— E quel villaggio? — domandò Annetta.
— Sempre Bonorva. Non glie l’ho detto? Sono due innamorati che si
cercano. Sanno di esser soli, e non badano a riguardi di sorta.
— E che significa tutto ciò?
— Potrebbe significare che la speranza ha forse misteriosi rapporti con
questo fatto. Essa difatti, come il treno, segue l’obbietto dei nostri
sogni per circondarlo di carezze; ma questo le sfugge e si dilegua.
Nondimeno la speranza non si dà per vinta. Un raggio improvviso
riaccende talora i palpiti del nostro cuore — e allora torniamo
all’assalto, per ricadere, più spossati che mai, sotto il peso delle
nostre illusioni svanite. Ma allora è lei — questa larva incantata
e incantatrice — che, alla sua volta, ci circonda, ci seduce, ci
abbaglia; ed a lei sola noi ci abbandoniamo, colla cieca fiducia degli
illusi. Farfalle volubili e senza posa, corriamo intorno alla fiamma
delle nostre illusioni, pur sapendo che finiremo per lasciarvi le ali,
od incontrarvi la morte.
Non ero ancor giunto a metà di questa mia lunga tirata, che io già
m’ero accorto d’aver preso un volo troppo lirico. Ma che fare? Una
volta messo il piede in certi abissi, bisogna chiuder gli occhi e
precipitare fino al fondo.
Annetta, cogli occhi bassi, scherzava sempre con quel braccialetto che
mi era diventato uggioso. Appena ebbi finito, dissemi senza levar gli
occhi:
— Troppa poesia!
Non potei contenermi, ed esclamai con amarezza:
— Troppa poesia? Lo so! — Ma qualche cosa bisogna pur dire per uccidere
questo silenzio, che a lungo andare fa troppo male al cuore! — Come
mai può tacer l’anima dinanzi allo spettacolo di questa natura, che
manifesta il suo contento con tanta luce, con tanti colori, con tanta
armonia? A lei, non dice nulla tutto questo?
Il volto di Annetta divenne di porpora; ed i suoi occhi, per la seconda
volta, andarono a cercare la vecchia che dormiva.
Vi furono alcuni momenti di silenzio.
Quando vidi Annetta più tranquilla, le dissi con calma:
— Signorina; lei non crede a quanto le dico. Non è così?
— Dovrei crederlo!
— E perchè non lo può?
— Perchè ad un uomo non si deve mai credere!
Punto da queste parole, pronunciate con tanta ingenuità, non potei
trattenere un movimento di dispetto, che non sfuggì all’amabile
fanciulla. Volendo forse rimediare in parte alla crudezza della frase,
ella mi disse con premura:
— Non ho voluto offenderla, sa?
— Risponda francamente — le chiesi, facendomi serio. — Ha la
convinzione di ciò che ha detto?
— Ecco... veramente la convinzione c’è — ma non è la mia.
— Di chi dunque?
— Di suor Maria.
— Una monaca?
— La mia maestra di pianoforte in collegio; la quale, tra una scala e
l’altra, mi dava qualche lezione di morale.
— Ah... fra una scala e l’altra le dava di queste lezioni?
— Sì.
— E le chiamava lezioni di morale?
— Precisamente.
Immaginate il mio dispetto! La cornetta di Suor Maria che si frapponeva
tra me e la vezzosa viaggiatrice: — due ali inamidate che facevano
ombra alle mie speranze!
— E lei, signorina, sente proprio di non credere alle mie parole?
— Oh no! — io anzi mi sento trascinata a credere ciecamente a quanto mi
dice — e sa perchè? Perchè non arrivo a comprendere il motivo per cui
un uomo non debba dire la verità ad una donna — ed una donna non debba
credere a ciò che un uomo le dice.
— Dunque, crede in me?
— Ci credo; anzi, non so perchè, ci credo troppo; e sento di commettere
un peccato, che Suor Maria e la mamma non mi perdoneranno mai!
Non vi era più dubbio; io aveva a me dinanzi un’ingenuissima creatura.
Inutile dirvi che n’ero innamorato fino ai capelli.
*
* *
Passano come freccie i casoni della ferrovia. Di tanto in tanto
una vecchia, una giovinetta, una bella fanciulla compariscono colla
bandiera arrotolata e col braccio teso, per avvertirci che la strada è
sgombra, e che possiamo inoltrare.
D’improvviso la scena si cambia. Una stupenda valle, in tutta la sua
magnificenza, offresi ai nostri occhi. È la valle di _Consadu_; la
quale, dopo quella di Saccargia, è forse la più pittoresca che trovasi
sulla linea ferrata Sassari-Macomer.
È tutta una distesa di colli dalle forme capricciose; pianure
leggermente ondulate; roccie a frastagli; il tutto diviso, suddiviso da
muricciuoli a secco, i quali (a cominciare dal binario, e a terminare
sul cocuzzolo delle più alte colline) formano i regolari quadrati d’una
scacchiera colossale. Quei quadrati sono a tre colori: o gialli, o
verdi, o neri, a seconda i campi mietuti, da mietere, o seminati.
Entro quei quadrati non mancano gli scacchi — i _Cavalli_ ci sono in
carne ed ossa; qualche vecchio nuraghe fa da _Torre_; i pastori, gli
armenti, e qualche albero secolare, rappresentano le altre pedine.
Il poeta Giuseppe Giacosa si sarebbe innamorato di quella sublime
_Partita a scacchi_, giuocata tra un vecchio padre ed una giovane
figlia: — il Sole e la Terra!
Le trincee, le pendenze, le gallerie, e le opere d’arte esistenti in
questo tronco di strada, sono un vero prodigio del lavoro umano; e
furono paragonate a quelle della ferrovia Pistoia-Bologna.
L’incantevole valle è incorniciata a mezzogiorno da una catena di
colline disposte a ferro di cavallo. La ferrovia doveva rasentare
quell’ampia curva, attraversando tre diverse gallerie, che misurano in
complesso un migliaio di metri.