VII.

Da Ploaghe ad Ardara.

Si presentano altre collinette rivestite di verzura; qua e là qualche

elce, o qualche quercia fan capolino — diventano più spessi — si

moltiplicano. Attraversiamo una giovane foresta ricca di teneri

arbusti, riuniti in gruppi di tre, di quattro, di cinque. Essi

circondano un decrepito nuraghe. Diresti che salutino, riverenti, il

vecchio venerando.

A destra abbiamo uno dei più caratteristici monti della Sardegna —

il Monte Santo, dalle tinte azzurrugnole, tutto solo, imponente, e

visibile per un immenso tratto del Capo settentrionale. Esso si disegna

in contorni vaporosi sull’orizzonte, ora in forma di cono, ora di

piramide tronca. La sua cima, piatta, è coronata di folta boscaglia,

rifugio un giorno di malandrini e di banditi.

Gli elci e le quercie tornano a farsi rari sopra un terreno incolto

e sassoso. Dinanzi ai finestrini del convoglio passano rapidamente e

colli, e campi, e arbusti, e quercie rachitiche; ma il Monte Santo,

impassibile, è sempre là — non si muove.

Ed ecco lassù, a destra, sopra una delicata altura, dieci o dodici

case di misera apparenza, sparse sull’altipiano. Sul davanti, in tinte

brune, spicca una chiesa antica dai muri anneriti, ma superba nel suo

abbandono e nella sua solitudine. Più in là della chiesa gli avanzi di

antiche mura e di un’antica torre.

Non sfuggirono ad Annetta quelle brune case che si raccoglievano

silenziose attorno a quei ruderi dimenticati; e mostrandomele col suo

ditino color di rosa mi domandò:

— Come si chiama quel villaggio?

— È Ardara. Un povero paesuccio che oggi non conta 300 abitanti;

che nulla possiede — neppure il suolo dov’è fabbricato, poichè gli

ozieresi, che si spinsero fin là, divennero i principali proprietari

delle sue terre.

«Eppure — continuai — quel villaggio — fiero nella sua povertà

— sopporta, rassegnato, la sventura. Noncurante del presente e

dell’avvenire, non vive che nei ricordi di un glorioso passato.

Sdegnoso d’ogni progresso, gli basta la gloria degli avi.

— È un orgoglio non lodevole!

— Chi può dirlo? Forse no. Un giorno era grande — ed oggi, sapendo

di non poter più conseguire il suo antico splendore, si compiace

dell’umile condizione in cui vive, noncurante di tutto — anche

dell’altrui pietà. È il sentimento degli ambiziosi caduti: —

preferiscono la squallida miseria ad una mediocrità che credono

umiliante.

— Rispetto le sue convinzioni, ma non le divido. I sentimenti della sua

Ardara non sono degni di lode.

Così mi rispose Annetta con un sorriso: e poi soggiunse con curiosità:

— E la ragione di questo orgoglio? Che fu Ardara nel passato?

— La reggia dei Giudici di Torres, quando abbandonarono quest’antica

città per la crudezza del clima.

— Si gode di un’aria eccellente, ad Ardara?

— Oggi non certo — anticamente, sì!

Annetta mi guardava con meraviglia; ed io era ben lieto che la recente

lettura della storia dei Re di Torres mi ponesse in condizioni di

appagare il desiderio della bella viaggiatrice.

— Vede lei, lassù, quella chiesa? Ha circa otto secoli e mezzo di vita;

fu inalzata da Georgia, sorella del Giudice Comita di Torres, nel 1050,

se non erro. È una chiesa con due fila di colonne di differenti ordini

d’architettura, e dicesi vi sia seppellito un Regolo.

«Vede quei ruderi? Erano fortificazioni che difesero Ardara, assediata

nel 1326 dagli Aragonesi, e nel 1476 da Leonardo Alagon.

— Vede quell’avanzo di torre? — apparteneva alla sontuosa reggia dei

Giudici Turritani — dove morì Costantino I nel 1127; dove si tenne un

Concilio nazionale, presieduto dall’arcivescovo di Pisa, nel 1135; dove

il Papa Gregorio IX, nel 1236, inviò un suo Legato che vi soggiornò

oltre un anno; dove Federico II di Germania mandò suo figlio Enzo per

sposarvi la vedova di Ubaldo Visconti; dove, infine, dicesi che finisse

i suoi giorni, prigioniera, la sventurata Adelasia di Torres.

— E chi era codesta Adelasia?

— Una bella e giovane regina, che si rese celebre per le sue sventure.

— Ne conosce la storia?

— Gliela dirò brevemente, se le fa piacere. — Figlia di un Re di

Torres, Adelasia diè la mano di sposa, nel 1219, a Ubaldo Visconti, che

l’anno prima aveva invaso il Giudicato di Gallura. Ma non fu l’amore

che guidò all’ara la bella giovinetta; le nozze le furono imposte

dal padre per far cessare una guerra accanita già impegnata col suo

futuro genero, a riguardo della Gallura. La bella principessa, che

nell’entusiasmo de’ suoi diciotto anni sognava un amore appassionato ed

eterno, non tardò a veder crollare tutte le sue illusioni. Ella sperava

d’esser felice; ma quando non è il cuore che fa la scelta del compagno

della vita; quando s’impone all’anima un affetto che non sente; quando

un padre, od una madre tiranna, spezzano il cuore della propria figlia

pur di soddisfare una stolta ambizione, ben di rado, o signorina, si

può raggiungere la felicità!

Io pronunciai queste parole con vivo trasporto; la fisonomia di Annetta

si era d’improvviso turbata. Gli occhi della bella viaggiatrice si

affissarono ne’ miei; e vidi le sue guancie impallidire, e le sue mani

tremare.

Qual sentimento aveva turbato in quell’istante l’anima di Annetta?

Avevo io, senza volerlo, ridestata una dolorosa memoria? Avevo riaperto

una ferita? Violato un segreto? Non lo so. Tacqui, pentito della mia

imprudenza; ma la fanciulla, con un fil di voce, mi disse:

— Continui pure — l’ascolto.

— Ubaldo — il marito di Adelasia — non era altro che un tristo, un

ambizioso. Egli sposava la bella fanciulla solamente per assicurarsi

la corona. Nel 1236 fu assassinato a Sassari il giovine Barisone re

di Torres, fratello di Adelasia. Fra gli assassini era pure Ubaldo,

perocchè costui ben sapeva che morendo quel giovine la corona sarebbe

passata sul capo di Adelasia... che era sua moglie. Ignara forse di

quest’infamia, la infelice regina si ritirò nel suo castello d’Ardara

per piangere il suo giovine fratello, e si querelò col Papa Gregorio

IX, il quale fulminò la scomunica contro gli autori del misfatto; altro

non poteva fare! La Corte Romana, ingorda dei dominii di Adelasia,

pensò di raggirare la bella principessa; e Gregorio inviò un suo Legato

alla Corte di Adelasia, nelle cui mani quella regina, col consenso

del marito, prestò il giuramento di riconoscere dalla Corte di Roma il

Regno di Torres, e di sottomettersi intieramente al dominio dei Papi,

ai quali dovevano poi ritornare gli stati di Adelasia, se essa moriva

senza discendenza. E tutto ciò — come dice l’atto stipulato in Ardara

— _per la salute della sua anima, e per il perdono dei peccati dei

parenti_. Il Legato allora rilevò dalla scomunica gli assassini, forse

perchè non ignorava che fra essi era Ubaldo. Ma sapeva ciò Adelasia? La

storia lo tace; io credo di si!

— Povera donna! — esclamò Annetta — e gettò uno sguardo ed un sospiro

alle brune casette di Ardara che ci stavano sempre dinanzi.

Io continuai:

— Non finirono però qui le sventure di Adelasia. Morto Ubaldo, il Papa

Gregorio mandò sollecitamente un altro messo in Ardara per proporre

alla vedova un nuovo marito — un certo Guelfo dei Porcari, molto ligio

ai papi. Un altro grande ambizioso, però, aveva adocchiato il Regno

di Torres. Federico II, imperatore di Germania, nipote del famoso

_Barbarossa_, aveva spedito messi alla bella Adelasia, proponendole

le nozze con un suo figlio naturale: Enzo. O perchè stanca dei

raggiri della Corte romana, o perchè lusingata dalla protezione di un

Imperatore germanico, l’imprudente Regina accettò le nozze proposte; le

quali furono celebrate con pompa nella reggia di Ardara.

— E fu felice col secondo marito?

— Tutt’altro. Peggiore assai d’Ubaldo, Enzo cominciò col togliere

ad Adelasia il comando; la maltrattò, la torturò con modi iniqui e

brutali, e finì per rinchiuderla nel solitario castello del Goceano,

che trovasi quasi incastrato fra i tre villaggi di Burgos, Esporlatu e

Bottida.

— E quell’infame?

— Enzo partì per la guerra d’Italia, e lasciò a rappresentarlo nel

Regno quel certo Michele Zanche, che Dante mette all’inferno fra i

barattieri. Il quale Zanche, saputo che Enzo era caduto prigioniero

nelle mani del nemico, si appropriò addirittura il Regno, senza punto

darsi pensiero dei due sovrani — marito e moglie — che un avverso

destino aveva gettato nell’ombra e nell’oblio di due prigioni.

— E Adelasia?

— Sola, nell’abbandono, senza un amico, insidiata dai potenti, giacque

in fondo al castello del Goceano a piangere le sue sventure. Tradita

nel suo amore, delusa nelle sue speranze, si vide all’improvviso priva

del trono, spogliata d’ogni prestigio, e sepolta viva in un castello

solitario. Chi ha raccolto i sospiri e le lagrime di quella derelitta?

— Chi ha contato i suoi spasimi e le sue imprecazioni? La storia

non certo; forse i quattro muri di un carcere, che noi non possiamo

interrogare perchè ne furono disperse le pietre. Chi lo sa? forse più

che la perdita del trono, ella sentì il dolore del suo amore tradito.

Morì prigioniera, abbandonata da tutti; anche da coloro che aveva

beneficato. Anche la storia la dimenticò, non registrando nè la data,

nè il luogo della sua morte. Chi la dice morta nel Castello di Goceano,

e chi nel castello d’Ardara, di cui vediamo, lassù, i ruderi.

Sugli occhi d’Annetta brillava una lagrima. La storia di Adelasia aveva

commosso la gentile viaggiatrice.

Tacqui; nè Annetta, questa volta, si dolse del mio silenzio. I suoi

occhi erano sempre fissi sui neri ruderi, sparsi sulla melanconica

collina che ci stava dinanzi.

— La bella regina è sparita — continuai — ma la città d’Ardara, fatta

villaggio, è sempre lassù. Vedova d’Adelasia, non ha ancora deposto il

lutto; ed invano le sorride ai piedi la vegetazione; invano il Monte

Santo, che le sta alle spalle, cerca di consolarla. Ardara era una

gloria — oggi non è che un ricordo!

Annetta guardò un’ultima volta la vecchia chiesa, le povere case e

le antiche rovine; e poi, a me rivolta, pronunciò lentamente queste

parole:

— Lei ha ragione; ed io perdono ben volentieri l’orgoglio della sua

Ardara!

Dopo alcuni minuti, il treno, che si era fermato ad Ardara, continuò la

sua corsa.

Da Sassari a Cagliari e viceversa · 第 19 / 54 题