Da Ploaghe ad Ardara.
Si presentano altre collinette rivestite di verzura; qua e là qualche
elce, o qualche quercia fan capolino — diventano più spessi — si
moltiplicano. Attraversiamo una giovane foresta ricca di teneri
arbusti, riuniti in gruppi di tre, di quattro, di cinque. Essi
circondano un decrepito nuraghe. Diresti che salutino, riverenti, il
vecchio venerando.
A destra abbiamo uno dei più caratteristici monti della Sardegna —
il Monte Santo, dalle tinte azzurrugnole, tutto solo, imponente, e
visibile per un immenso tratto del Capo settentrionale. Esso si disegna
in contorni vaporosi sull’orizzonte, ora in forma di cono, ora di
piramide tronca. La sua cima, piatta, è coronata di folta boscaglia,
rifugio un giorno di malandrini e di banditi.
Gli elci e le quercie tornano a farsi rari sopra un terreno incolto
e sassoso. Dinanzi ai finestrini del convoglio passano rapidamente e
colli, e campi, e arbusti, e quercie rachitiche; ma il Monte Santo,
impassibile, è sempre là — non si muove.
Ed ecco lassù, a destra, sopra una delicata altura, dieci o dodici
case di misera apparenza, sparse sull’altipiano. Sul davanti, in tinte
brune, spicca una chiesa antica dai muri anneriti, ma superba nel suo
abbandono e nella sua solitudine. Più in là della chiesa gli avanzi di
antiche mura e di un’antica torre.
Non sfuggirono ad Annetta quelle brune case che si raccoglievano
silenziose attorno a quei ruderi dimenticati; e mostrandomele col suo
ditino color di rosa mi domandò:
— Come si chiama quel villaggio?
— È Ardara. Un povero paesuccio che oggi non conta 300 abitanti;
che nulla possiede — neppure il suolo dov’è fabbricato, poichè gli
ozieresi, che si spinsero fin là, divennero i principali proprietari
delle sue terre.
«Eppure — continuai — quel villaggio — fiero nella sua povertà
— sopporta, rassegnato, la sventura. Noncurante del presente e
dell’avvenire, non vive che nei ricordi di un glorioso passato.
Sdegnoso d’ogni progresso, gli basta la gloria degli avi.
— È un orgoglio non lodevole!
— Chi può dirlo? Forse no. Un giorno era grande — ed oggi, sapendo
di non poter più conseguire il suo antico splendore, si compiace
dell’umile condizione in cui vive, noncurante di tutto — anche
dell’altrui pietà. È il sentimento degli ambiziosi caduti: —
preferiscono la squallida miseria ad una mediocrità che credono
umiliante.
— Rispetto le sue convinzioni, ma non le divido. I sentimenti della sua
Ardara non sono degni di lode.
Così mi rispose Annetta con un sorriso: e poi soggiunse con curiosità:
— E la ragione di questo orgoglio? Che fu Ardara nel passato?
— La reggia dei Giudici di Torres, quando abbandonarono quest’antica
città per la crudezza del clima.
— Si gode di un’aria eccellente, ad Ardara?
— Oggi non certo — anticamente, sì!
Annetta mi guardava con meraviglia; ed io era ben lieto che la recente
lettura della storia dei Re di Torres mi ponesse in condizioni di
appagare il desiderio della bella viaggiatrice.
— Vede lei, lassù, quella chiesa? Ha circa otto secoli e mezzo di vita;
fu inalzata da Georgia, sorella del Giudice Comita di Torres, nel 1050,
se non erro. È una chiesa con due fila di colonne di differenti ordini
d’architettura, e dicesi vi sia seppellito un Regolo.
«Vede quei ruderi? Erano fortificazioni che difesero Ardara, assediata
nel 1326 dagli Aragonesi, e nel 1476 da Leonardo Alagon.
— Vede quell’avanzo di torre? — apparteneva alla sontuosa reggia dei
Giudici Turritani — dove morì Costantino I nel 1127; dove si tenne un
Concilio nazionale, presieduto dall’arcivescovo di Pisa, nel 1135; dove
il Papa Gregorio IX, nel 1236, inviò un suo Legato che vi soggiornò
oltre un anno; dove Federico II di Germania mandò suo figlio Enzo per
sposarvi la vedova di Ubaldo Visconti; dove, infine, dicesi che finisse
i suoi giorni, prigioniera, la sventurata Adelasia di Torres.
— E chi era codesta Adelasia?
— Una bella e giovane regina, che si rese celebre per le sue sventure.
— Ne conosce la storia?
— Gliela dirò brevemente, se le fa piacere. — Figlia di un Re di
Torres, Adelasia diè la mano di sposa, nel 1219, a Ubaldo Visconti, che
l’anno prima aveva invaso il Giudicato di Gallura. Ma non fu l’amore
che guidò all’ara la bella giovinetta; le nozze le furono imposte
dal padre per far cessare una guerra accanita già impegnata col suo
futuro genero, a riguardo della Gallura. La bella principessa, che
nell’entusiasmo de’ suoi diciotto anni sognava un amore appassionato ed
eterno, non tardò a veder crollare tutte le sue illusioni. Ella sperava
d’esser felice; ma quando non è il cuore che fa la scelta del compagno
della vita; quando s’impone all’anima un affetto che non sente; quando
un padre, od una madre tiranna, spezzano il cuore della propria figlia
pur di soddisfare una stolta ambizione, ben di rado, o signorina, si
può raggiungere la felicità!
Io pronunciai queste parole con vivo trasporto; la fisonomia di Annetta
si era d’improvviso turbata. Gli occhi della bella viaggiatrice si
affissarono ne’ miei; e vidi le sue guancie impallidire, e le sue mani
tremare.
Qual sentimento aveva turbato in quell’istante l’anima di Annetta?
Avevo io, senza volerlo, ridestata una dolorosa memoria? Avevo riaperto
una ferita? Violato un segreto? Non lo so. Tacqui, pentito della mia
imprudenza; ma la fanciulla, con un fil di voce, mi disse:
— Continui pure — l’ascolto.
— Ubaldo — il marito di Adelasia — non era altro che un tristo, un
ambizioso. Egli sposava la bella fanciulla solamente per assicurarsi
la corona. Nel 1236 fu assassinato a Sassari il giovine Barisone re
di Torres, fratello di Adelasia. Fra gli assassini era pure Ubaldo,
perocchè costui ben sapeva che morendo quel giovine la corona sarebbe
passata sul capo di Adelasia... che era sua moglie. Ignara forse di
quest’infamia, la infelice regina si ritirò nel suo castello d’Ardara
per piangere il suo giovine fratello, e si querelò col Papa Gregorio
IX, il quale fulminò la scomunica contro gli autori del misfatto; altro
non poteva fare! La Corte Romana, ingorda dei dominii di Adelasia,
pensò di raggirare la bella principessa; e Gregorio inviò un suo Legato
alla Corte di Adelasia, nelle cui mani quella regina, col consenso
del marito, prestò il giuramento di riconoscere dalla Corte di Roma il
Regno di Torres, e di sottomettersi intieramente al dominio dei Papi,
ai quali dovevano poi ritornare gli stati di Adelasia, se essa moriva
senza discendenza. E tutto ciò — come dice l’atto stipulato in Ardara
— _per la salute della sua anima, e per il perdono dei peccati dei
parenti_. Il Legato allora rilevò dalla scomunica gli assassini, forse
perchè non ignorava che fra essi era Ubaldo. Ma sapeva ciò Adelasia? La
storia lo tace; io credo di si!
— Povera donna! — esclamò Annetta — e gettò uno sguardo ed un sospiro
alle brune casette di Ardara che ci stavano sempre dinanzi.
Io continuai:
— Non finirono però qui le sventure di Adelasia. Morto Ubaldo, il Papa
Gregorio mandò sollecitamente un altro messo in Ardara per proporre
alla vedova un nuovo marito — un certo Guelfo dei Porcari, molto ligio
ai papi. Un altro grande ambizioso, però, aveva adocchiato il Regno
di Torres. Federico II, imperatore di Germania, nipote del famoso
_Barbarossa_, aveva spedito messi alla bella Adelasia, proponendole
le nozze con un suo figlio naturale: Enzo. O perchè stanca dei
raggiri della Corte romana, o perchè lusingata dalla protezione di un
Imperatore germanico, l’imprudente Regina accettò le nozze proposte; le
quali furono celebrate con pompa nella reggia di Ardara.
— E fu felice col secondo marito?
— Tutt’altro. Peggiore assai d’Ubaldo, Enzo cominciò col togliere
ad Adelasia il comando; la maltrattò, la torturò con modi iniqui e
brutali, e finì per rinchiuderla nel solitario castello del Goceano,
che trovasi quasi incastrato fra i tre villaggi di Burgos, Esporlatu e
Bottida.
— E quell’infame?
— Enzo partì per la guerra d’Italia, e lasciò a rappresentarlo nel
Regno quel certo Michele Zanche, che Dante mette all’inferno fra i
barattieri. Il quale Zanche, saputo che Enzo era caduto prigioniero
nelle mani del nemico, si appropriò addirittura il Regno, senza punto
darsi pensiero dei due sovrani — marito e moglie — che un avverso
destino aveva gettato nell’ombra e nell’oblio di due prigioni.
— E Adelasia?
— Sola, nell’abbandono, senza un amico, insidiata dai potenti, giacque
in fondo al castello del Goceano a piangere le sue sventure. Tradita
nel suo amore, delusa nelle sue speranze, si vide all’improvviso priva
del trono, spogliata d’ogni prestigio, e sepolta viva in un castello
solitario. Chi ha raccolto i sospiri e le lagrime di quella derelitta?
— Chi ha contato i suoi spasimi e le sue imprecazioni? La storia
non certo; forse i quattro muri di un carcere, che noi non possiamo
interrogare perchè ne furono disperse le pietre. Chi lo sa? forse più
che la perdita del trono, ella sentì il dolore del suo amore tradito.
Morì prigioniera, abbandonata da tutti; anche da coloro che aveva
beneficato. Anche la storia la dimenticò, non registrando nè la data,
nè il luogo della sua morte. Chi la dice morta nel Castello di Goceano,
e chi nel castello d’Ardara, di cui vediamo, lassù, i ruderi.
Sugli occhi d’Annetta brillava una lagrima. La storia di Adelasia aveva
commosso la gentile viaggiatrice.
Tacqui; nè Annetta, questa volta, si dolse del mio silenzio. I suoi
occhi erano sempre fissi sui neri ruderi, sparsi sulla melanconica
collina che ci stava dinanzi.
— La bella regina è sparita — continuai — ma la città d’Ardara, fatta
villaggio, è sempre lassù. Vedova d’Adelasia, non ha ancora deposto il
lutto; ed invano le sorride ai piedi la vegetazione; invano il Monte
Santo, che le sta alle spalle, cerca di consolarla. Ardara era una
gloria — oggi non è che un ricordo!
Annetta guardò un’ultima volta la vecchia chiesa, le povere case e
le antiche rovine; e poi, a me rivolta, pronunciò lentamente queste
parole:
— Lei ha ragione; ed io perdono ben volentieri l’orgoglio della sua
Ardara!
Dopo alcuni minuti, il treno, che si era fermato ad Ardara, continuò la
sua corsa.