Alla stazione di Ploaghe.
Fermi alla stazione, aspettando l’arrivo del treno, erano alcuni
passeggieri coi rispettivi bagagli; e fra essi una donna, accompagnata
da cinque o sei belle ploaghesi, dalla taglia elegante, dal vitino
delicato, e dal pittoresco costume. E in verità, quelle gonnelle
nere dal lembo color celeste e dalle saccoccie di scarlatto — quei
busti ricchi di galloni d’oro e d’argento — e le pezzuole dalla croce
gialla in campo azzurro, acconciate con tanta grazia sulla testa —
davano risalto alle snelle forme di quelle graziose creature dal roseo
colorito, dagli occhi lampeggianti, e dal sorriso furbo e malizioso.
— Oh il bel costume! — esclamò con gioia infantile la mia gentile
compagna di viaggio, alzandosi in piedi. E rivolgendosi direttamente a
me:
— A qual paese appartengono?
— Sono le donne di Ploaghe — risposi subito, temendo che l’antipatico
cappellone mi chiudesse la bocca con un’altra sfuriata storica.
— Belle davvero! — ripetè la fanciulla, cogli occhi sempre fissi sulle
forosette; ed io allora, per aver motivo di farmi ascoltare, continuai:
— Se fosse stata qui l’anno scorso — e precisamente nei primi di
luglio! Immagini una quarantina di queste donne, scelte fra le più
belle, schierate lungo la stazione per salutare il treno inaugurale
tra Sassari e Cagliari! In quel treno erano il ministro Baccarini e
molti ospiti che vollero approfittare dell’occasione per visitare la
Sardegna. Era un quadro stupendo che attirò l’attenzione generale.
Fermatosi il treno, gli artisti scesero per riprodurre sui loro
taccuini l’impressione ricevuta, o i ritratti di quelle paesane
flessuose, vispe, biricchine; la maggior parte delle quali avevano
preso d’assalto i carrozzoni, non appena furano invitate a salire
dalle signore e signorine che si trovavano negli scompartimenti.
Fu una vera festa — una splendida festa sarda. Vi era qualche cosa
d’ineffabile in quelle movenze graziose — qualche cosa d’ingenuamente
malizioso nel lampo di quelli occhi neri! — Paolocci, il disegnatore
dell’_Illustrazione Italiana_; Desanctis e Sciuti, i famosi pittori;
Cossa, l’autore del _Nerone_; Marchetti, l’autore del _Ruy Blas_;
D’Arcais, il valente critico musicale; i rappresentanti del _Diritto_,
della _Gazzetta Ufficiale_, del _Fanfulla_, del _Daily News_, e
molti altri valenti artisti e scrittori, assistevano a quella scena
campestre, degna del pennello di Massimo D’Azeglio.
— È proprio un bel costume! — esclamò per la terza volta la bella
viaggiatrice: e dopo avermi ringraziato con un leggero movimento di
capo, e con un sorriso più affettuoso del solito, si rimise a sedere.
Il ghiaccio era rotto, e pensai ad approfittare della circostanza. Mi
feci coraggio, e le chiesi:
— È forse la prima volta che la signorina viaggia in Sardegna?
— La prima volta! — mi rispose ella, con altro sorriso, grazioso come
il primo.
Io era contento della mia fortuna; ma doveva capitarmene una maggiore.
Prima che il treno si fermasse, l’uomo dalla barba alla Cialdini si era
alzato in piedi, intento a preparare i bagagli ed a raccogliere qua e
là i suoi pacchi e pacchettini.
Egli dunque era già arrivato _a destinazione_ — ed a me spettava di
prendere il suo posto... In faccia a _lei_!
E così avvenne.
Quando la vecchia madre vide il posto di Cialdini occupato da me, non
potè celare un brusco movimento.
Le fortune, però, sono come le ciliegie e come le disgrazie — l’una
tira l’altra. Era appena disceso Cialdini, che due altri passeggieri
montarono sul vagone: un magro signore di piccola statura, il quale
quasi scompariva sotto un antico cappello a cilindro, che aveva
perduto il pelo, come la volpe, ma non l’importanza; — ed uno spigliato
ozierese col corto cappotto di fino orbace, e col berretto ripiegato
sulla testa. Il primo aveva la comunissima valigia di tela; il secondo
l’inseparabile bisaccia, alla quale sono sempre rimasti fedeli i
figli d’Ozieri, anche dopo che la ferrovia ha fugato gli omnibus ed i
cavalli.
Ho sempre osservato una cosa curiosa. Quando viaggiamo sulla ferrovia,
e si è già stabilita fra i passeggieri una certa qual famigliarità,
il viaggiatore che sale nel nostro scompartimento, da una stazione
intermedia, è sempre accolto come un intruso, come da importuno, come
uno che non abbia pagato il suo biglietto. E il nuovo arrivato, a
sua volta, prova una specie di soggezione entrando nel vagone; egli
è confuso, domanda scusa, cerca un buco per ficcarvi i suoi bagagli,
e non osa collocarli comodamente, per paura di smuovere le valigie
altrui. Saluta; non sa dove, e come sedere; teme di disturbare, e se ne
sta lì rincantucciato, come uomo a cui si fa l’elemosina; fino a che,
alla sua volta, non diventi tiranno coi nuovi passeggieri.
Non so che cosa pensassero gli altri; dal mio canto fui sul punto di
gettarmi fra le braccia dei due arrivati, ai quali ero debitore della
mia felicità.
L’ozierese si era cacciato alla mia sinistra, fra me e la vecchia; e
l’uomo incilindrato alla sinistra del vecchio, fra padre e figlia.
Erano stati due pianeti provvidenziali che avevano provocato due
eclissi parziali, per me vantaggiosissime.
Non potrei dirvi l’impressione prodotta nella vecchia dalla nuova
distribuzione dei posti, poichè non avevo il coraggio di guardarla in
viso; anzi, cercavo sempre di tener la mia testa a livello del berretto
dell’ozierese, perchè la vecchia non potesse vedermi il naso.
Vi fu un momento in cui la fanciulla sporse la testa dal finestrino per
guardare non so che cosa. La vecchia allora le disse, con tono quasi
minaccioso:
— Che fai, Annetta? Finirai per lasciar cadere il cappello sulle rotaie!
La fanciulla si ritirò mortificata, arrossì, e rispose a lei:
— Smetti, mamma, i rimproveri! Non sono mica una bambina!
Ero finalmente riuscito a sapere il nome di quella creatura; ero
riuscito ad udire quella voce argentina dall’accento toscano, che
pareva una musica; ero riuscito ad assicurarmi che la vecchia era
propriamente la madre della bella viaggiatrice.
Presi ardire, e rivolto alla fanciulla:
— Scusi — le domandai — la signorina è toscana?
— Nacqui in Piemonte, ma fui educata a Firenze.
— Deve farle, allora, un po’ d’impressione la povertà delle nostre
campagne!
— Al contrario; sono invece lietissima di essere in Sardegna.
— Ecco per esempio un’asserzione molto lusinghiera per noi sardi, i
quali d’ordinario veniamo giudicati con soverchio rigore.
— Ed è un’ingiustizia. Per giudicare un paese bisogna prima conoscerne
la storia, le tradizioni, i costumi. È arduo còmpito quello di emettere
facili giudizi, quando non si è addentro nella vita intima di un
popolo.
Erano parole saggie, assennate, che rivelavano un’intelligenza non
comune ed un cuore ben fatto. Inutile dirvi che i nuovi pregi che io
scuopriva in Annetta non fecero che aggiungere nuov’esca alla cieca
simpatia che provavo per la giovane viaggiatrice.
Da quel momento non pensai che ad alimentare la conversazione, perchè
non languisse; cercavo tutte le occasioni per poter dire qualche cosa
ad Annetta, e per sentirla parlare. Ed ella mi ascoltava con molta
attenzione, e mi rispondeva con quella confidenza e bontà d’animo,
proprie di una fanciulla ingenua, la quale non vede la necessità di una
sciocca riservatezza o di una biasimevole finzione.
Di tanto in tanto rivolgevo la parola anche al papà, che rivoltava in
tutti i sensi i giornali, trovando sempre di che leggere; — ed alla
mamma che si faceva il vento, con sussiego. — Volevo dimostrare, che,
se mi era cara la figlia, non dimenticavo i genitori.
L’accorta genitrice, però, mi rispondeva sempre con parole tronche, con
piglio severo, e con fronte corrugata. La materna austerità tanto più
aumentava, quanto più diminuiva l’austerità figliale. La vecchia voleva
quasi farmi intendere, che le spiaceva quella mia troppa famigliarità
coll’Annetta, così ingenua ed inesperta; come pure con certe occhiate
significanti voleva far capire alla figliuola, che non era conveniente
discorrere con tanta espansione e confidenza con un uomo che non
conosceva, e che poteva anche essere un birbaccione.
Ma doveva io rinunziare ad una cara conversazione, per futili riguardi
ai genitori della fanciulla? Io facevo il sordo ed il cieco; e, felice
accanto a lei, dimenticavo tutte le convenienze di questo mondo.
Io ed Annetta ammiravamo l’azzurro del cielo o il verde dei campi, che
sorridevano intorno a noi. La natura ha sempre un linguaggio eloquente
quando la interroghiamo al fianco di una creatura amata. Si dice
comunemente che un paesaggio è bello, e un altro è brutto; l’uno troppo
caldo, l’altro troppo freddo. È un’idea falsissima. La natura non ha
gradazioni di bellezze; essa è sempre armonica, sempre grandiosa nelle
sue manifestazioni. Un arido campo sotto un cielo infuocato, e un monte
gigantesco sotto un masso di ghiacci, non sono meno belli e seducenti
d’un colle rivestito di pampini, o d’una valle seminata di boschetti.
Lo scroscio di un torrente vale il canto dell’usignolo; una notte
tempestosa d’inverno vale una splendida serata d’estate. — Sedete al
fianco d’una bella fanciulla, e mi darete ragione.
Ad ogni modo io aveva raggiunto il mio scopo: potevo parlare ad Annetta
con più libertà. Il signore cilindrato scambiava qualche parola col
vecchio padre; — l’ozierese guardava in alto; — e la vecchia appoggiava
la testa all’angolo del vagone, socchiudendo gli occhi. Il sole di
luglio e l’ora meridiana dovevano pur fare un certo effetto sulle
palpebre de’ miei compagni di viaggio.
Il treno erasi allontanato da Ploaghe, seguito per un buon tratto —
come sempre accade — dallo sguardo dei passeggieri ch’erano discesi
alla stazione. Essi forse, riconoscenti, volevano dare un ultimo
saluto ai mastodonte di ferro che li aveva portati, per un’ora, nel suo
ventre!