Da Ardara a Chilivani.
Annetta era diventata riflessiva. Dopo che io le aveva parlato di
Adelasia, il cui cuore era stato violentato dall’ambizione del padre,
quella fanciulla non aveva più sorriso. Raggirava fra le mani il suo
ventaglio chiuso, nè sentiva più il bisogno della conversazione.
Ero indispettito con me stesso per le parole pronunciate. Ma perchè
quel turbamento? Ella forse amava altri; forse trovavasi nella stessa
condizione di Adelasia. Senza saperlo, avevo in lei ridestata una
memoria dolorosa.
La madre d’Annetta sonnecchiava placidamente. Forse si era convinta
ch’era una follia preoccuparsi della sua figliuola che parlava con uno
straniero. Infin dei conti Annetta era sotto i suoi occhi, e poteva
sorvegliarla a suo bell’agio. Eppoi, che poteva esserci di male?
Quelle nove ore di viaggio dovevano pur trascorrere; e Dio sa quando ci
saremmo riveduti!
Il buon padre pareva avesse trovato il suo passatempo appiccando
discorso coll’uomo dal cappello a cilindro.
Quanto all’ozierese, che mi era vicino, non aveva fiatato. Muto e
prudente era stato lì, sempre immobile — barriera insormontabile fra me
e la vecchia.
L’ozierese, in queste circostanze, è il più desiderabile compagno di
viaggio. Fedele alle antiche tradizioni del suo paese, non bada ai
fatti altrui. Siede con sussiego, nè cerca intromettersi in cose che
non lo riguardano.
Temendo che a Chilivani fosse per svanire la mia felicità, pensai ad
approfittare del tempo che per me fuggiva più veloce dal convoglio
ferroviario. Preoccupato solo della fanciulla, dimenticai la presenza
del mio vicino; il quale, cogli occhi rivolti al cielo, aveva preso una
posa tra il sentimentale e il rassegnato. Ci voleva poco a capire che
avea indovinato i miei entusiasmi, e la sua posizione critica. Quando
io parlava ad Annetta (con voce abbastanza sommessa per sfuggire ai
vecchi, ma abbastanza forte per arrivare all’orecchio della fanciulla e
dell’ozierese) quest’ultimo fingeva fare il filosofo, e sfogava il suo
malcontento col berretto, che ora gettava in avanti, ora all’indietro,
ora sulla spalla destra, ed ora sulla sinistra.
Dalla stazione di Ardara a quella di Chilivani il paesaggio poco varia.
Seguono i campi estesissimi, dove trova largo pascolo il bestiame della
ricca Ozieri.
Qualche casetta solitaria, di modesto aspetto, si mostra di tanto in
tanto. Ecco la cascina di Cosseddu; ecco l’altra palazzina di Mimmia
Campus, vestita elegantemente e sormontata da un lungo terrazzo. È
una giovine bianca dai capelli rossi, la quale non si vergogna di far
all’amore con parecchie quercie, vecchie di cent’anni.
Il Monte Santo ci segue sempre, ma ha cambiato aspetto; pare che abbia
allungato il suo cocuzzolo, e ristretta la base.
Per quei campi immensi non appare che qualche quercia dai tronchi
anneriti, volgendo in alto le sue nere e nude braccia — forse
imprecando, o forse implorando misericordia dal cielo per il supplizio
a cui fu condannata dagli uomini.
A sinistra, in lontananza, la maestosa catena dei monti di Limbara;
sotto la quale spicca in nero il famoso Monteacuto, isolato, aguzzo, e
portante sul dorso lo storico castello, già residenza del Giudici di
Gallura e di Logudoro. Più in qua il _Sassu_ ed il _Sassitu_ — quasi
cornice al fertile ed immenso campo ozierese.
Ad un tratto, una ricca e svariata vegetazione offresi al nostro
sguardo. Sono superbe piantagioni che l’occhio a stento abbraccia. A
destra e a sinistra viti, frutteti, acacie, eucaliptus e arbusti d’ogni
specie, messi in riga, come soldati in una piazza d’armi.
È Chilivani che si è lavata la faccia ed ha messo l’abito nuovo. È la
festa della natura educata: l’inno dell’agricoltura alla civiltà.
Ed è a Piercy, ingegnere capo delle Ferrovie Sarde, che si deve questa
trasformazione. La sua bacchetta magica ha tramutato quella sterile
landa in un giardino. In quel lembo di terra, un dì colpito dalla
malaria, sorgono oggi molti e bellissimi fabbricati.
Qual differenza fra l’Ardara dallo splendido passato, e il Chilivani
dallo splendido avvenire! La prima, una superba baronessa decaduta che
vive del suo polveroso blasone; il secondo un modesto industriale che
ha cieca fede nel blasone della sua officina!
Quando io, da Sorso, mi ero diretto alla stazione di Sassari, non avevo
dimenticato la piccola provvista da bocca per far tacere lo stomaco,
nel caso che questo avesse reclamato i suoi diritti. Ma l’appetito non
si era fatto sentire.
Lo sguardo d’Annetta, parlando all’anima mia, avea fatto tacere il mio
corpo. D’altra parte, mi sembrava sconveniente togliere dall’involto il
prosciutto, o squartare il pollo per mangiarlo dinanzi a lei — dinanzi
ad Annetta che mi stava di fronte, vestita con tanta eleganza! — Era
lo stesso che rinunziare per sempre alla mia speranza; lo stesso che
compromettere la mia candidatura dinanzi al mio collegio elettorale.
Mentre facevo queste gravi considerazioni, il treno entrava trionfante
in _Chilivani_.
Io, però, non pensavo certo alla trattoria ristorante. Un altro
pensiero assorbiva la mia mente. Dopo la colazione, avrebbero i
viaggiatori ripreso lo stesso posto nel vagone? Non avrebbe la vecchia
abusato del suo potere per farmi _traslocare_?
Turbato da questo pensiero mi feci animo, e rivolto alla fanciulla le
chiesi:
— Signorina... scende forse a Chilivani?
— No — mi rispose — noi proseguiamo il viaggio fino a Cagliari.
Provai una gioia così viva, che tardai un bel pezzo a riprender fiato.
— Allora, signorina, l’avverto che abbiamo trenta minuti di fermata; ed
è bene che deponga la sua borsetta nell’angolo del vagone, se non vuol
correre il pericolo di vedere il suo posto occupato da altri.
Così dicendo mi alzai, e collocai al mio posto la mia borsa da viaggio.
Allo stesso tempo due voci si udirono ai due fianchi del treno. L’una
diceva:
— Chilivani! — Per Ozieri e Terranova cambia treno! — trenta minuti di
fermata!
E l’altra voce:
— Chi parte per Ozieri, c’è vettura da Fraigas!
L’ozierese si alzò, prese in tutta fretta la sua bisaccia, ed uscì
bruscamente dal vagone, senza salutare nessuno, e cacciando dal
corpo certi sbuffi che volevano dire: — accidenti agli amori ed alle
ferrovie!
E avesse avuto, almeno, ragione di dirlo!