Da Tissi-Usini a Ploaghe.
Si continuò a correre fra le due catene di colline, seguendo sempre
la valle serpeggiante. Dappertutto una gradevole e amena variazione
di verdi — dal verde chiaro dei grani al verde cupo della meliga e
dei ceci. Sparsi qua e là, sulla tenera erbetta, erano i panni del
bucato, esposti al cocente sole di luglio, e sorvegliati da quattro o
cinque lavandaie color di bronzo, intente a ripiegarli o a distenderli
a terra. Pareva un immenso campo preparato per il pranzo di mille
cacciatori; non mancavano che le posate, i bicchieri... e le vivande.
Il fiumicello che serpeggia per quella valle, delizia delle lavandaie,
rifletteva il cupo verde delle colline rivestite d’oliveti, e l’alto
fusto di qualche pioppo solitario.
Ecco a sinistra, ai piedi d’una collina, (per metà vestita e per
metà nuda, come la figlia di Madama Angot) un bel molino idraulico,
primitivo.
Il caldo era soffocante. Io applaudiva coll’anima innamorata quella
natura rigogliosa; ma la vaporiera, quasi per farmi dispetto,
fischiava, fischiava sempre. Essa era ne’ suoi diritti, perchè forse
non era contenta dello spettacolo. Era un’abbonata — io invece avevo
pagato il mio biglietto alla stazione di Sassari: venti lire, e
sessanta centesimi!
Più in là altro molino pittoresco, circondato da quattro o cinque
salici piangenti; i quali salici non so perchè piangessero in mezzo
alla festa della natura, mentre i pioppi presentavano al sole le
tremule foglie dalle faccie a due colori, ed i canneti si dondolavano
con vezzo, agitando in aria i loro ciuffi all’americana.
Ed eccoci arrivati alla stazione di _Scala di Giocca_ — pittoresca
scala a chiocciola che venne posta in oblìo dopo la costruzione delle
ferrovie. Il treno vi arriva da Sassari in trenta minuti; cioè a
dire, quasi nello stesso tempo che s’impiega recandovisi a piedi; e
ciò per il giro vizioso della linea di ferro, che ha voluto evitare
ponti e gallerie. La _Scala di Giocca_ è alta più di 200 metri; «essa
sarà sempre un piccolo Moncenisio, ed un monumento nell’arte moderna»
— scrive Lamarmora, a cui lascio tutta la responsabilità della sua
asserzione. Gli amanti delle emozioni possono vedere da questo punto la
famosa rocca di _Chichizzu_, a cui la tradizione annette non so quanti
suicidii, e che pur oggi dà origine ad una delle bestemmie del popolo
sassarese.
La natura, in quel giorno, parlava un nuovo linguaggio. Io l’ammirava
dai finestrini, i quali me la presentavano in una svariatissima
collezione di paesaggi addirittura incorniciati. La presenza della
bella ragazza, nell’angusto ambiente del vagone, mi aveva reso poeta.
Io dava nell’idillio — nell’arcadico!
Un solo dubbio mi torturava. Dove andava quella famiglia? Avrebbe
essa continuato il viaggio fino a Cagliari — oppure sarebbe discesa
in qualche vicina stazione? — Per certo si trattava di forestieri che
venivano la prima volta in Sardegna; perocchè la curiosità colla quale
la fanciulla guardava dal finestrino ben me lo diceva.
Ma chi erano costoro? — chi era quel signore dall’aria nobile e
distinta? Non vi era dubbio — un alto personaggio traslocato, un
impresario di strade, o un ingegnere di miniere venuto da Roma per
qualche perizia. In questo caso non poteva essere diretto che a
Cagliari, a Iglesias, o a San Gavino Monreale. Restava un dubbio:
perchè in _seconda classe_? Capriccio forse — forse economia!
Si camminava già da mezz’ora, e nessuno di noi aveva aperto bocca. E
accade sempre così. Si comincia con un silenzio, profondo; ognuno si
chiude in sè stesso, ma allo stesso tempo non trascura di sbirciare i
compagni di viaggio, per avere un’idea, all’ingrosso, del loro valore
sociale. Ogni ritegno è però inutile — si ha bisogno di rompere un
silenzio angoscioso, che rende più insopportabile la noia di una strada
interminabile. Si transige allora colla propria severità — e si finisce
per diventare affabili, compiacenti, e cortesi, verso gli stessi
compagni che si guardavano prima con diffidenza.
Io cercavo di attirarmi l’attenzione della vecchia con certe occhiate,
nelle quali ponevo tutta la grazia e la bontà che mi riusciva
raccogliere dal cuore e dal cervello. Mi accorsi però che la vecchia
era una fortezza inespugnabile. Chiusa in sè stessa, non mi lasciava
trasparire il minimo segno che mi autorizzasse alla confidenza.
Essa teneva le labbra incollate, per non dar campo al sentimento di
manifestarsi.
Del vecchio non mi curavo perchè leggiucchiava sempre — eppoi era
miope: circostanza a mio favore. Dell’uomo dal cappellone di paglia non
volevo occuparmi, perchè lo ritenevo assente... e ben lontano.
Non rimaneva dunque che la fanciulla, sulla quale era rivolta tutta
la mia attenzione. Ogni qualvolta ella guardava verso la campagna, le
piantavo gli occhi addosso. In quella mezz’ora di viaggio non avevo
fatto che analizzarla dalla punta del cappellino alla punta degli
stivaletti. Tutti i più piccoli particolari del suo abbigliamento, i
disegni delle stoffe, i fiori della sua acconciatura, mi erano noti. La
sapevo a memoria.
Per certo ella si era accorta delle mie occhiate insistenti, perchè
di tanto in tanto aggiustava qualche nastro, o qualche sbuffo, che
supponeva fuori di posto. Più volte i suoi occhi si erano incontrati
ne’ miei; e allora, o si era messa bruscamente a guardare la campagna,
oppure ad accarezzare un braccialetto d’argento in forma di biscia,
attortigliato al suo braccio destro, per metà nudo. Altro braccialetto
d’oro portava al polso della mano sinistra, sul quale era incisa una
parola: ricordo. Lo dirò io? quel motto mi spiacque. Quali ricordi
poteva avere una fanciulla di diciott’anni? A quell’età non si hanno
ricordi, si hanno speranze.
Arrivati alla _Scala di Giocca_ era sfuggito al porta-bagagli un mio
pacchettino, che era andato a cadere in grembo alla giovinetta. Lo
presi delicatamente tra il pollice e l’indice, e dissi e lei rivolto:
— Scusi!
— Nulla! — rispose la fanciulla, e mi sorrise con bontà.
Ricambiai quel sorriso, e rimisi il pacchettino a suo posto.
Era questo tutto l’accaduto in 30 minuti di viaggio; eppure in quel
momento non avrei rinunziato alla mia fortuna per cento Azioni della
Banca Nazionale.
Dopo quel _nulla_ — che per me era _tutto_ — e dopo quei due sorrisi
scivolati nell’ombra e perduti nel vuoto, rientrammo nel silenzio.
Oltrepassata la _Scala di Giocca_, la ferrovia rasenta l’antica strada
nazionale ed entra in una galleria lunga un cento metri, per seguire
poi il serpeggiamento della valle, facendo la scimia allo stradone...
ed al fiume vicino.
Levai gli occhi all’alta roccia di _Can’e Chervu_, il cui battesimo è
dovuto ad una tradizione. Volendo sfuggire ad un cane che lo inseguiva,
un cervo si precipitò da quell’altura e morì sfracellato insieme al suo
persecutore. La pietà del popolo ha voluto immortalare l’eroismo della
vittima ed il coraggio del carnefice!
L’occhio non si riposa che sopra vasti campi e basse colline, seminati
a grano; dove si vedono qua e là gruppi d’agricoltori messi in
fila, e curvi sulla zappa. Qualche cavallino, ancora ingenuo, fugge
all’avvicinarsi del treno e prende la campagna; mentre i vecchi buoi,
diventati furbi per esperienza, si contentano di levare il muso dal
pasto per dare un’occhiata sprezzante al convoglio che passa, grave,
ringhioso, sbuffante.
Mi proposi di rompere ad ogni costo il silenzio che regnava dentro il
nostro scompartimento.
Che cosa dire, però? Si era nei primi di luglio, il sole scottava, e
l’argomento della conversazione era bell’e trovato. Mi feci coraggio,
e, asciugando il sudore che mi grondava dalla fronte, esclamai:
— Che caldo, Dio mio!
Ed aspettai la risposta.
Nulla. Come se avessi parlato ai cuscini.
Non mi perdetti d’animo; e giacchè l’esclamativo non era riuscito,
tentai l’interrogativo.
— Non è vero che si soffoca? — dissi cacciando l’indice e il medio fra
la mia gola e il colletto della camicia.
Peggio che mai. Nessuno fece eco alle mie parole. Invece di rispondere,
i miei compagni pensavano a farsi vento: — il vecchio col giornale —
la vecchia col fazzoletto — l’assessore col cappello di paglia, e la
fanciulla col ventaglio.
Non vi era dubbio. Avevo fatto fiasco.
Dinanzi alla stazione di _Campomela_, come in quella di _Caniga_, il
treno passò senza fermarsi. Il vecchio signore, che in quel momento
guardava verso la stazione, indirizzò la parola all’uomo dal cappellone
di paglia, che sedeva alla mia destra.
— Non si ferma il treno dinanzi al villaggio di Campomela?
— Campomela non è un villaggio — rispose l’interrogato — è un campo.
— E perchè si chiama Campomela...?
— Perchè non vi sono mele.
— Ho capito! — fece il vecchio, ridendo. — È la questione del _Golfo
degli Aranci_, così chiamato, come scrisse il _Fanfulla_, perchè non vi
sono aranci.
— Precisamente.
Tutti risero — meno io. Ero indispettito perchè il vecchio erasi
rivolto all’uomo maturo, e non a me, per chiedere informazioni.
Prudenza paterna!
Ad ogni modo, un po’ di voce umana si era fatta sentire.
Dinanzi ai finestrini, intanto, continuavano a sfilare i paesaggi. Di
qua e di là monti calvi, o dai capelli rasi; a destra alcuni oliveti
e frutteti — a sinistra brune roccie adorne di lentischi, d’edera,
d’assenzio, di biancospino, e di qualche rara pianta di fichi d’India.
— Svariata vegetazione all’intorno. A dritta, in alto, a breve
distanza fra loro, i campanili e le casette di due villaggi, posti
sul dorso di una collina, e sotto la sorveglianza di un monte dallo
strano cocuzzolo. Quei due villaggi erano Florinas e Codrongianus, due
fratelli pacifici che si guardavano con compiacenza, senza un’ombra
d’invidia.
Sul dorso della montagna, sempre a destra, il gruppo di casette di
altri due buoni vicini — Muros e Cargeghe — ferme lì come due greggie
di pecorelle bianche.
Pochi minuti dopo si offrì ai nostri occhi una pianura stupenda,
contornata capricciosamente da colli e poggi amenissimi. Nel centro
di quel piano erano parecchie case addossate ad una chiesa e ad un
campanile d’architettura pisana. All’intorno terre fertilissime,
frazionate da muri a secco — armenti pascolanti sotto la custodia dei
pastori — boschetti pittoreschi, e avvallamenti ondulati come il mare.
— Oh, l’originale chiesuola, là in mezzo! — esclamò il signore,
indicandola col braccio teso; e guardava il cappellone di paglia, punto
di ogni sua mira.
E il cappellone prese subito la parola:
— È l’antica chiesa di Nostra Signora di Saccargia, coll’annesso
convento, oramai caduto in rovina. Quella chiesa fu fondata nel 1112,
e si deve a un voto di Costantino di Torres. Il qual Costantino,
portandosi alla sua reggia d’Ardara (in compagnia di sua moglie
Marcuza), passò una notte nel villaggio di Saccargia... che oggi
non c’è più. Appena condotta a termine, la chiesa venne consacrata
solennemente coll’intervento di tre arcivescovi, otto vescovi, e non
so quanti abati, priori, canonici, ed altre notabilità ecclesiastiche e
civili. Accorsero da ogni parte migliaia di persone per assistere alla
religiosa funzione. Quella chiesa campestre racchiude la tomba di un
re: del suo fondatore Costantino di Torres, che vi fu seppellito.
Ben vedete che l’uomo dalla barba alla Cialdini sapeva a menadito la
storia di Sardegna.
La vaporiera intanto, con un fischio prolungato, ci avvisò della
vicinanza di Ploaghe: e il vecchio, in anticipazione, chiese a Cialdini
notizie del paese.
— Ploaghe è ora un grosso villaggio, ma un tempo fu una rispettabile
città. Come Napoleone I, essa cadde e risorse più volte. Venne al mondo
col nome di _Plubium_, fondata, a quanto dicesi, dai Cartaginesi; cadde
e rinacque col nome di _Plovaca_; per cadere di nuovo, e poi rinascere
col battesimo di _Ploaghe_. Si dice che abbia un interesse storico
e geologico. Si è pur detto che avesse templi, statue, e persino un
anfiteatro; ma questa notizia è messa in dubbio, ed io non ne rispondo.
Fu sede arcivescovile nel medio evo, ed oggi vanta una collezione di
quadri di qualche pregio. È la patria di un celebre archeologo sardo,
Giovanni Spano, il quale volle studiarla accuratamente, e illustrarla.
— Il villaggio non si vede?
— La linea ferrata gli passa vicino, ma si guarda bene dal toccarlo,
per non far dispetto alla maggior parte dei villaggi sardi, ai quali è
toccata la medesima sorte.
Feci complimenti al mio compagno di viaggio per la sua erudizione
storica.
— Sono ploaghese, caro signore; e la storia del mio villaggio e de’
suoi d’intorni la conosco abbastanza!
Non aveva ancor finito la frase, che il treno si fermò alla stazione di
_Ploaghe_.