Uscito il treno dalla stazione di Sassari, e collocati a posto i miei
bagagli, tolsi dalla mia borsa un berretto grigio da viaggio, che mi
cacciai in testa; e mi diedi a gettare occhiate all’intorno, per far
l’analisi de’ miei compagni d’infortunio.
Lo scompartimento di _seconda classe_, dove mi avevano cacciato quasi
per forza, non conteneva che quattro individui, disposti ai quattro
angoli del vagone.
Alla destra del convoglio (verso ponente) erano due vecchi di diverso
sesso; alla sinistra una fanciulla ed un uomo sulla quarantina: due
coppie che appoggiavano le teste agli angoli comodi e privilegiati, i
quali spettano di diritto al primo occupante.
Io formava il N. 5, e mi ero seduto fra la vecchia e l’uomo sulla
quarantina — vicino, però, a quest’ultimo; e, per conseguenza, quasi di
fronte alla fanciulla. I quattro fortunati avevano a loro disposizione
un finestrino per ciascuno; la mia testa era invece condannata a
dondolare come il pendolo d’un orologio.
Data la prima occhiata in giro, provai uno sconforto ed una speranza:
lo sconforto di non poter fumare perchè vi erano delle signore — e la
speranza che qualche mio compagno scendesse ad una stazione intermedia,
per lasciarmi godere i comodi del viaggio. E questo desiderio non mi
si ascriva a malignità. Dentro un vagone siamo tutti egoisti; e mentre
per compiacenza sorridiamo al compagno, dandogli magari il ben trovato,
in fondo all’anima desideriamo di rimaner soli, per star meglio. Siamo
egoisti, e non se ne parli più!
Rassegnato, per il momento, al mio destino, cominciai l’esame de’
miei quattro testimoni, in compagnia de’ quali correvo il pericolo di
rimanere per nove ore e quaranta minuti!
L’uomo sulla quarantina, che sedeva alla mia destra, aveva un largo
cappello di paglia, un fazzoletto di seta al collo, una corta giacca di
velluto verdone, ed una stupenda barba alla Cialdini. Dai molti pacchi
e pacchettini che aveva vicino, e da un piccolo fagotto che teneva
con delicatezza sulle ginocchia, rilevai che era un proprietario dei
villaggi; forse un medico, un assessore, od anche un sindaco venuto
a Sassari per questioni di carta bollata, e incaricato in pari tempo
dalla famiglia dell’acquisto di oggetti cittadini. Di costui però non
voglio occuparmi.
Sedute a destra — come dissi — erano due persone attempate: un signore
ed una signora. Il vecchio, (come la fanciulla) dava le spalle alla
vaporiera; la vecchia gli stava di fronte.
La signora, quantunque appassita, vestiva con una certa eleganza — e
ci teneva! Veduta alle spalle si sarebbe scambiata per una fanciulla
ventenne: veduta di faccia le si sarebbero dati sessantacinque anni;
fatta la media non poteva vantare che un mezzo secolo. Il suo volto
era tutto a grinze ed a rughe. Aveva occhi piccini, naso aquilino,
sopracciglia folte, labbra sottilissime, e capelli grigi, ma pettinati
all’ultima moda. Le sue mani erano secche, piccole, e con tre tendini
in rilievo che ti facevano pensare alle corde d’un contrabasso. Aveva
un’aria piuttosto distinta, ma la sua fisonomia era tutt’altro che
simpatica. Vi era della strega in quello sguardo; vi era del maligno su
quella labbra!
Fu questa l’impressione da me ricevuta; nè potei modificarla durante
il viaggio, quantunque ben sapessi che una donna vecchia, la quale
accompagna una giovane fanciulla, ci riesce d’ordinario pesante.
E che la vecchia fosse una madre, o una stretta parente della
fanciulla, non tardai a indovinarlo dalle occhiate rapide, ma
significanti, che le rivolgeva ogni momento, pur fingendo discorrere
col vecchio marito, o di guardare fuori del finestrino.
L’uomo che le stava di fronte aveva invece una fisonomia simpatica;
un viso grasso di un bel colorito, con una corta barba brizzolata;
un sorriso di bonarietà sulle labbra; una dignità diplomatica nello
sguardo. Vestiva con eleganza, e mostravasi quasi fiero della sua
rispettabile pancia nascosta pudicamente sotto la candidezza di un
corpetto a bottoni di madreperla, sul quale scintillava una grossa
catena d’oro, con relativi ciondoli.
Il contegno di quell’uomo era tra l’indifferente e l’annoiato. Aveva
con sè un fascio di giornali, che scorreva da capo a fondo cogli occhi
semichiusi, armati d’occhialini montati in oro. Di tanto in tanto
interrompeva la lettura per rispondere sorridendo alla vecchia; ma
era un sorriso distratto, di pura compiacenza. Non posso dirvi quali
erano le debolezze di quell’uomo — certo, fra queste, non contava la
curiosità. Era un buon marito — ma rigido, metodico, ordinato. Dico
marito, perchè una donna vecchia non può viaggiare che in compagnia del
marito o del figlio.
Non mi resterebbe a parlarvi che del quarto personaggio — della
fanciulla — ma la penna si rifiuta a descriverla. Era sui diciott’anni,
svelta, dalle forme fidiache, le quali si rivelavano in pronunciati
contorni, mercè le esigenze del _figurino_ che imprigiona il corpo
delle donne in vesti succinte, ma ricche di pieghe, di sbuffi, e di
altri ammenicoli della specie.
Che dirvi? Immaginatela: capelli neri raccolti con artistica noncuranza
sotto al cappellino, con certi riccioli che scendevano sul collo, sulle
tempie e sugli occhi, senza essere importuni — anzi desiderati, perchè
la mano, lungi dallo scacciarli, li carezzava ogni tanto invogliandoli
a rimanere; un paio d’occhi neri, grossi, espressivi; un mento
rotondo con tendenza a duplicarsi; labbra rosee con certi denti che
approfittavano del più leggero sorriso per mostrare la loro candidezza;
un paio di braccia grassotte, per metà nude, e terminanti in una mano
piccina con dita affusolate; insomma, una di quelle creature in cui noi
c’imbattiamo una volta nella vita, e che decidono talvolta del nostro
avvenire.
Chi era dessa?... la fanciulla che sbucciava dalla bambina; la bambina
spensierata che sorrideva all’abito lungo cui andava incontro, pur
voltandosi con dolore a riguardare la bambola che si lasciava dietro.
Aveva l’ingenuità della collegiale — la fiducia illimitata della
giovinetta — il ritegno istintivo della donna. Ella per certo entrava
in quella fase delicata in cui la mamma prescrive alla fanciulla certe
regole di contegno, che la _bambina_ non comprende; età molto critica
per le cure materne. Come gli orologi usciti appena dalla fabbrica,
queste fanciulle-bambine, o bambine-fanciulle, sono ben difficili a
regolarsi. Non c’è caso — o anticipano... o ritardano troppo!
Una sola cosa non sapevo spiegarmi: Perchè quella profonda impressione
al solo vederla? — Quali cause avevano provocato quella simpatia
fulminante?
Le cause forse erano tre.
Prima causa: la convinzione di aver trovato nella cara fanciulla ciò
che in altre non avevo ancora trovato: l’armonia cioè di quel complesso
di qualità fisiche di cui si subisce il fascino senza aver tempo
di discuterlo. Chi lo sa? forse era suonata la mia ora; la società
reclamava l’opera mia di marito e di padre; la natura, inesorabile, mi
aveva fatto sentire la sua voce prepotente nella velocità di un treno
ferroviario.
Seconda causa: l’insistenza tiranna della zia Antonica, la quale voleva
impormi il legame di una moglie antipatica; e per ciò il bisogno in me
di trovare più amabili tutte le altre donne.
Terza ed ultima causa. Il trovarmi rinchiuso in un vagone di seconda
classe, condannato a rimanervi per dieci ore di seguito, aveva in me
destato il bisogno di amare qualche cosa. In quella solitudine, e con
quel caldo soffocante, la bella fanciulla mi apparve come un’oasi nel
deserto.
Oh, quanto avrei dato per sederle di fronte! Quanto avrei dato per
poter buttar fuori dal finestrino quel sindaco, assessore, o medico
importuno!