II.

Cugina e zia.

Mia zia e mia cugina — venute a Sassari per una ventina di giorni — vi

erano rimaste cinque mesi, sempre aspettando da Genova il benedetto

commerciante; il quale, alla sua volta, aspettava sempre dalle Indie

il suo carico di coloniali. — Stanca dal lungo aspettare, finalmente la

zia si decise di far ritorno a Genova con la bambina.

Non sfumarono però, colla partenza de’ miei parenti, le idee sul nostro

matrimonio. In ogni lettera della zia Antonica si accennava sempre a

quell’avvenimento in erba; e lo zio non mancava mai di comunicarmelo

vagamente, con tutta prudenza, per non mettere in malizia i miei

tredici anni. Si voleva, dirò così, ungere la mia tenera memoria, per

non farvi irrugginire i ricordi della cuginetta.

Partita la sorella, mio zio si ritirò meco a Cagliari, dove avevamo

amici e parenti; e di più era stato colà invitato per concorrere ad

un’impresa stradale, che poteva esser fonte di lucrosi benefizî — come

la fu di fatto.

I guadagni che traeva dalle sue speculazioni, ed il clima di Cagliari

che confaceva alla sua salute, invogliarono e sedussero mio zio a

stabilire definitivamente il suo domicilio in quella città. Sapendosi

troppo solo, ed abbisognando di qualcuno che mi sorvegliasse, egli

ritirò presso di sè una sorella di mia madre — una vecchia sulla

cinquantina, la quale non aveva mai voluto sapere di mariti, forse

perchè i mariti in erba non vollero mai saper di lei. — La mia zia

materna aveva dello spirito ed una certa qual pratica degli affari —

motivo per cui aiutava lo zio nella corrispondenza commerciale.

Io rimasi sempre con loro. Fatti gli studi liceali, mio zio mi

consigliò di lasciar le scuole per dedicarmi addirittura al commercio;

perocché — diceva lui — di medici e di avvocati ce ne sono troppi, e

sorpassano di gran lunga il numero degli ammalati e dei delinquenti.

Io dunque aiutavo mio zio negli affari; e siccome avevamo a Sassari un

corrispondente socio, così il mio còmpito era quello di andar su e giù

per l’isola, come un commesso viaggiatore, per contrattazioni, imprese,

aste, e che so io.

Vi dirò francamente che non mi sentivo la vocazione per il commercio —

tutt’altro: — lo subivo, e nulla più. Di mente un po’ esaltata, tratto

tratto mi divertivo a cacciarmi nelle nuvole, e là mi permettevo di

sognare. Qualche occupazione, però, bisognava averla; ed io non volevo

recar dispiaceri allo zio, il quale mi amava teneramente e pensava al

mio avvenire.

Domanderà il lettore: — ma qual’era la tua vocazione? Non saprei per

vero accertarla. Se il dolce far niente fosse stato un mestiere, forse

avrei scelto quello.

Pure, mi sentivo contento; non mi mancava nulla, ed ero soddisfatto

in tutti i desideri. E sarei stato completamente felice, se la zia

stabilita a Genova mi avesse lasciato in pace colle sue stranezze.

Ella però, nelle lettere che scriveva al fratello, non mancava mai di

mandarmi i saluti a nome della sua Mariannina, dicendo che _quanto

prima_ sarebbe venuta a Cagliari per combinare _quel certo affare_,

il quale era sempre _in cima_ a tutti i suoi pensieri. — Per fortuna,

il caro zio genovese, colle sue Indie e co’ suoi coloniali, non si

decideva ad abbandonar Genova, nè voleva affrontare una traversata di

34 ore di mare per venirci a trovare in Sardegna.

Queste lettere mi avevano perseguitato per ben dieci anni — ma poi

erano diventate sempre più rare, o, per meglio dire, mi si leggevano a

lunghissimi intervalli.

La zia non mancava mai di prendere informazioni sulla mia condotta,

su’ miei costumi, su’ miei studi: e poi scriveva, che la Mariannina

s’era fatta grande, belloccia, spiritosa, e che se io avessi fatto _da

bravo_, ecc. ecc.; e qui il _Gloria_ del solito salmo.

Lo ripeto: bastò siffatta insistenza, ed il continuo supplizio della

zia, per farmi prendere avversione al matrimonio, che detestavo

con tutta l’anima. Amavo la libertà; e quel legame a _corso

forzoso_, quella trista _predestinazione_, mi producevano uno strano

malumore, che non riuscivo a vincere. Capivo il matrimonio come una

disgrazia, come una tegola che ci caschi sulla testa, come la _forza

irresistibile_ di certi legali; ma non potevo capire il matrimonio

premeditato, senza circostanze attenuanti. Mi facevo bensì un’idea del

volontariato — non però della Leva matrimoniale.

L’uomo è creato per cader da sè nella pania; ma guai se egli si accorge

che lo si vuole impaniare! Vantate la libertà ad uno scappolo — ed egli

persisterà a voler diventar schiavo; condannatelo alla schiavitù — ed

egli vorrà esser libero ad ogni costo.

E così fu di me. Mia zia scriveva che io facessi _da bravo_; ed io

cercavo di fare il discolo, sperando di allontanare dal mio capo la

tegola di mia cugina — di quella fanciulla dalla fronte bassa e pelosa,

e dal colorito giallo-olivastro, la quale si era divertita a tirarmi

sul muso i noccioli delle ciriegie e la buccia degli aranci.

Vi era un’altra ragione che mi rendeva odiosa mia cugina: il suo

nome. Molte volte, mentre passeggiavo per Cagliari ripensando alla

mia infanzia, sentivo cantare per le vie quella canzone triviale:

_Mariannina sta malata_; e provavo una stretta al cuore.

Lo ricorderò sempre. La zia Efisia — sorella di mia madre — mi pregò un

giorno di recarmi al Mercato per far la spesa. Prendo meco un monello

(_piccioccu de crobi_), e dopo un’ora torno a casa. Giunto sotto la

statua di Carlo Felice, il monello comincia a intonare con voce acuta e

stridula:

Mariannina sta malata,

L’è vinutu lu dolori.....

Mi rivolsi a quel mascalzone, e gli gridai inferocito:

— Finiscila, maldicente!! — E poi tra me: — fosse ammalata davvero, e

crepasse!

Eppure, anche in mezzo a siffatti spasimi, fino all’età di vent’anni

non ebbi l’ardire di oppormi al desiderio dello zio, che mi parlava

della cuginetta con tanto trasporto.

Un bel giorno mi feci coraggio, e gli dissi risolutamente che non

pensavo a prender moglie perchè non ne sentivo il bisogno; e se la

cugina a Genova rifiutava i partiti per mio riguardo, faceva una grossa

corbelleria; e se poi non trovava mariti lassù, che avesse pazienza,

perchè io non doveva servire di _para cugine_.

Un altro giorno mi spiegai più chiaramente. Dissi allo zio

che il matrimonio era un sacramento come l’estrema unzione, e

l’amministrarmelo in quel modo significava che mi si credeva un giovine

morto — ciò che non era vero, perchè avevo gli occhi aperti ed ero più

vivo di quello che credessero i miei parenti.

Come crescevano gli anni, sentivo in me crescere l’avversione per

la zia di Genova. Cominciavo a persuadermi che il suo affetto era

_interessato_; che ella cercava di pescare un marito alla figlia — e

che io doveva essere il pesce pescato.

Non so dirvi ciò che pensasse mio zio; so solamente che da quel giorno

mi lasciò in pace; ed io non pensai che a divertirmi, facendo all’amore

anche con tre donne alla volta.

Una domenica, a pranzo, lo zio mi annunziò che la madre di Mariannina

m’invitava a Genova per passare un mesetto presso la sua famiglia. Io

mi guardai bene dall’accettare, e pregai lo zio di rispondere che gli

affari commerciali non permettevano la mia assenza dall’isola.

Un mese dopo ricevemmo la notizia che la zia Antonica aveva deciso di

recarsi colla figlia a Cagliari. Un telegramma da Genova ci avrebbe

indicato il giorno della partenza, e così noi potevamo assistere al

loro arrivo sul molo.

Potete immaginare il mio rammarico! Ogni qual volta entrava un

piroscafo nel porto, sentivo venirmi la pelle d’oca. In ogni donna che

sbarcava io vedeva Mariannina o la zia Antonica.

Ero appunto in preda a quest’agitazione febbrile nei giorni che da

Cagliari mi recai a Sassari ed a Sorso — e da Sorso di nuovo alla

stazione di Sassari, per approfittare del treno delle 10, che doveva

ricondurmi al centro dei nostri affari e d’ogni mia sventura.

Vedrete ora come vanno le cose del mondo; e come talvolta, fuggendo

da una donna, si finisce per cadere in un’altra; — vedrete il mezzo

escogitato per liberarmi dalla mia cuginetta, mandando in fumo i

progetti della zia; — vedrete come basta talvolta una piccola scintilla

per produrre gran fiamma — e come un malanno da noi prescelto si

preferisca ad un malanno che ci viene imposto.

Da Sassari a Cagliari e viceversa · 第 13 / 54 题