I.

Zia e cugina.

Se il Commercio avesse avuto una faccia — parola d’onore! — gli avrei

dato un pugno sul muso. Figuratevi! partire nei primi di luglio da

Cagliari per Sassari, dove mi fermai due giorni per sbrigare in fretta

certe faccende commerciali; prendere a nolo una vettura da Zoppi;

recarmi di buon mattino a Sorso per assaggiare certi vini vecchi da

spedirsi in Francia; e ripartire poi in tempo per prendere il treno

delle 10 antimeridiane, che doveva ricondurmi a Cagliari — erano tutte

cose da far crepare un Ceccone, non che un Cecchino, come son io!

Perocchè voglio sappiate, che al fonte battesimale (per un certo

riguardo a mio padrino, cavaliere) mi fu imposto il nome di Francesco

— nome che conservai per pochi giorni, finchè piacque a mio padre

di accorciarmelo con quello economico di _Cecco_, ed a mia zia di

allungarmelo con quello vezzeggiativo di _Cecchino_.

Taccio delle peripezie del mio secondo stadio, quando cioè le nostre

serve, in buona fede, mi storpiavano il nome; e la mia nutrice,

baciandomi, esclamava con dolore:

— Povero cherubino! hai gli occhi così belli, e ti chiamano _cieco_!

Dirò solo: che oggi ho 26 anni e 29 denti — sono molto robusto e ben

tarchiato, e nondimeno si continua a chiamarmi Cecchino, con mio sommo

dolore, e con soddisfazione della vecchia zia, la quale si ostina a

voler vedere in me il ricciutello e roseo nipotino di venti anni fa.

Potete immaginare la mia disperazione quando ogni primo d’anno vengono

a visitarmi i teneri miei nipotini, i quali, per un caso singolare,

hanno nomi colla desinenza in _one_.

Essi mi dicono con voce di zanzara:

— A molti anni, zio Cecchino!

Ed io rispondo con voce di toro:

— Grazie, Ottone! — Grazie, Gastone! — Grazie, Timoleone!

Ho tentato in famiglia di farmi chiamare col nome primitivo, ma non

ci sono riuscito. E sì che Francesco è il nome di un celebre canonico

innamorato!

E sono rimasto _Cecchino_ — e _Cecchino_ scenderò nella tomba, co’ miei

cinquanta, settanta, o novant’anni.

È una vera umiliazione; ma che farvi? bisogna ch’io mi rassegni!

*

* *

Prima di cacciarmi in ferrovia, ho bisogno di darvi un’idea del mio

individuo — di ciò che fui, di ciò che sono, e di ciò che potrei

essere.

Dovete dunque sapere, che io nacqui dai soliti poveri, ma onesti

genitori. Non conobbi madre, perchè morì nel darmi alla luce; e contavo

appena dodici anni quando perdetti mio padre.

Un buon zio, senza prole, volle educarmi e tenermi seco; una mia zia,

pur sorella di mio padre, mi colmò d’attenzioni. Ella amava teneramente

i suoi fratelli; e, quando mio padre morì, concentrò in me tutto il suo

affetto, perchè rassomigliavo alla _buon’anima_ — come diceva lei.

E per verità avrei desiderato d’esser meno amato da mia zia; perocchè

il suo sviscerato amore fu appunto causa del mio odio implacabile per

il matrimonio; e ve ne dirò la ragione.

Mia zia erasi maritata con un impiegato delle dogane — un cagliaritano

— il quale aveva recato seco la moglie a Genova, dov’era stato

traslocato per ragioni di servizio. Mia zia, dopo soli quattr’anni di

matrimonio, era rimasta vedova, e pianse amaramente la perdita del suo

adorato marito. Però, nella disgrazia, ebbe una fortuna. Un amico del

compianto estinto seppe rasciugarle le lagrime, e riuscì co’ suoi leali

consigli a mitigare il dolore della vedovella; la quale in ricompensa

di tante attenzioni, offrì la mano e passò a nuove nozze col pietoso

genovese, che l’aveva consolata mentre era sola, in terra straniera,

lontana dai parenti.

— Sarei rimasta eternamente vedova — diceva mia zia al secondo marito

— ma, sposandomi all’unico amico della _buon’anima_, mi sembrerà di

continuare le antiche nozze.

Non voglio qui discutere il filosofico ragionamento di mia zia; dirò

solo a suo onore, che ella pensava sempre ai fratelli ed ai nipoti

lasciati in Sardegna, i quali avevano lo stesso suo sangue — rosso, per

lo meno.

Sterile col primo marito, mia zia ebbe un frutto col secondo: una

femmina. Il commerciante attaccato alla sua Genova e a’ suoi interessi

non si era mai lasciato persuadere ad abbandonare i suoi affari per

venire in Sardegna a visitarvi i parenti della moglie.

Ammalatosi gravemente mio padre, e partecipata la infausta notizia

alla sorella, costei venne subito a Sassari in compagnia della

sua piccola Mariannina, che contava sette anni. Il marito non potè

allora accompagnarle, ma promise formalmente che le avrebbe raggiunte

a Sassari non appena sarebbe arrivato a Genova un certo barco di

coloniali, che aspettava dalle Indie.

*

* *

Morì intanto mio padre, raccomandandomi al fratello ed alla sorella;

e l’uno e l’altra gli giurarono che si sarebbero occupati della mia

educazione e del mio avvenire.

Mia zia colla piccola Mariannina si fermarono a Sassari cinque mesi,

aspettando di giorno in giorno la venuta dello zio commerciante.....

che non arrivava mai.

Non potrei descrivere l’affetto che nutriva per me la zia Antonica.

Quando mi vedeva scherzare con la sua Mariannina, sentivasi

ringiovanire di vent’anni. Ella sorrideva maliziosamente e diceva ai

parenti:

— Sono destinati l’uno per l’altra. Cecchino sarà il marito di

Mariannina — e Mariannina sarà la moglie di Cecchino.

La zia parlava sul serio; e sul serio i parenti prendevano le parole

della zia, la quale voleva effettuare questo matrimonio per eternare

la memoria dell’amato estinto. Destinavano noi bambini a far da lapidi

commemorative.

Io contavo allora dodici anni e mia cugina otto.

A tavola ci facevano sedere vicini; quando si andava in campagna ci

facevano camminare a braccetto, a capo della brigata; e noi sentivamo i

parenti ridere e chiacchierare alle nostre spalle.

— È proprio una bella coppia! — essi dicevano. — Sembrano creati

apposta, l’uno per l’altra!

Vi era però un serio guaio. Io provava una profonda avversione per la

piccola Mariannina — e Mariannina mi voleva bene come il fumo negli

occhi.

Figuratevi! — una bambina permalosa, mal educata — una streghetta che

si divertiva a tirarmi sul muso i noccioli delle ciriegie e le buccia

dell’arancia.

Un giorno che io le tenevo dietro, pregandola che mi restituisse una

carrozzina rubatami, mi lasciò cadere sul muso un ceffone che mi fece

venir giù il sangue dal naso.

Un’altra volta che essa ruppe una gamba al più caro de’ miei burattini,

le diedi un tal pizzicotto, che n’ebbe i segni sul braccio per una

settimana.

Vedete bene di qual natura era l’amore che da bambini ci portavamo,

e sul quale si fondavano tutti i sogni matrimoniali della zia e dei

parenti.

Vi era però una cosa assai strana. Tanto l’uno quanto l’altra ci

scambiavamo i dispetti alla chetichella, senza formulare alcun atto

d’accusa. Comprendevamo, sebbene bambini, che il nostro buon accordo

rendeva felici i nostri parenti in generale — e mia zia in particolare.

Eravamo ancora in fasce, e già sentivamo l’utilità delle ipocrisie

sociali.

Un giorno che Mariannina versò sul mio compito scolaresco l’inchiostro

del suo calamaio, le diedi un leggero colpo sulla mano: ed ella, di

rimando, un bel pugno sulla mia tempia destra. Un’ora dopo io aveva

l’occhio gonfio e violaceo.

Spaventati i parenti accorsero a me:

— Che hai, Cecchino?

— Ho dato nello spigolo della credenza e... mi son fatto male.

— Egli correva, poverino! — aggiunse con tutta ipocrisia la cuginetta,

lanciandomi una occhiata tenera, e quasi pregandomi di convalidare la

bugia.

E accadde anche di peggio. Io aveva, come tutti i bambini, una smania

per i fucili, i tamburi e le sciabole. Una sera che io aveva messo in

fila le sedie del salotto, ed armato di due spalline di carta comandavo

il mio reggimento di legno, non so perchè, la cuginetta mi disse

pestando i piedi:

— Perchè parli colle sedie, e mi lasci in un canto come uno straccio?

— Perchè le sedie sono più disciplinate di te! — risposi coll’autorità

di un generale ad un caporale di settimana.

Ma la mia cuginetta non teneva troppo alla disciplina militare.

Furibonda mi strappò la sciabola di mano, e me la lasciò cadere sulla

testa, producendomi una ferita non troppo leggera. Ai miei strilli

accorse la zia; ma io non mi scomposi:

— Sono caduto sulla spada e... mi sono ferito.

— Non è sua colpa, poverino! — esclamò la ragazza con faccia tosta.

Tutto questo per provarvi come si andava d’accordo fra noi due, e qual

dolce preludio si preparava per la nostra futura felicità coniugale,

sognata, progettata, e stabilita dal nostro consiglio di famiglia.

Mariannina era brutta; aveva la fronte bassa e coperta per metà da una

peluria che la faceva somigliare ad una grossa pesca; aveva il colorito

bruno, tendente al verde, ed i capelli raccolti in ciuffo sulla nuca.

Mia cugina mi diceva sempre: — Tu sei magro come un zolfanello, o

Cecchino; e con quel naso adunco sembri l’aquilotto che è dipinto sul

mio libro di lettura.

— E tu, Mariannina — io le rispondeva — con quel ciuffo, sembri il

giapponese che è dipinto sul ventaglio della mamma.

E mentre noi, raccolti in un canto della sala, ci scambiavamo questi

complimenti, la madre di mia cugina diceva a mio zio:

— Osservali bene. Non ti sembrano veramente creati l’uno per l’altra?

Dio li fa — e Dio li accoppia!

Da Sassari a Cagliari e viceversa · 第 12 / 54 题