III.

Dalla stazione di Sassari a quella di Tissi-Usini.

Era il 3 luglio del 1881, in domenica. Certe date non possono

dimenticarsi!

Arrivai grondante di sudore alla stazione, appena in tempo per prendere

allo sportellino l’ultimo biglietto di _seconda classe_, per Cagliari.

Attraversai in tutta furia la sala d’aspetto — dopo aver sottoposto

il mio bianco biglietto _al taglio secco_ della guardia — ed uscii di

nuovo all’aperto.

Non vi era alcun passeggiero — tutti erano già a posto. Una guardia

mi vide, e, borbottando, riaprì uno sportello di _seconda_, che allor

allora aveva chiuso.

— Faccia presto! — mi gridò con un certo tono esprimente rimprovero,

impazienza, e collera repressa.

Io sudava orribilmente sotto i raggi del sole di luglio e sotto il peso

de’ miei bagagli.

Buttai in mezzo al vagone, alla rinfusa, la valigietta, poi la borsa

da viaggio, il bastone, l’ombrello, un pacco consegnatomi a Sorso, e

un cestino contenente un pollo freddo, pane, prosciutto, formaggio, e

mezza dozzina d’aranci — tutte proviste da bocca, comprate in fretta e

in furia per frenare in viaggio la rivoluzione dello stomaco, digiuno

fin dalla sera precedente.

Già mi accingevo a spiccare il salto nel vagone, quando la mano

invereconda della guardia mi diede una spinta, e chiuse lo sportello

dietro di me.

Mi trovai inginocchiato su’ miei effetti di viaggio, che ingombravano

lo scompartimento.

— Scusino, signori — dissi rivolto a’ miei compagni di viaggio, senza

pur guardarne uno in faccia. E mi accinsi a distribuire ad uno ad uno

tutti i miei oggetti sulla rete dei due portabagagli, approfittando dei

vani lasciati liberi dai miei predecessori. Tutto ciò in un baleno, in

meno che io lo dica.

Tuttavia il treno non si era mosso. Vi erano parole d’ordine da

scambiarsi fra ingegneri e assistenti, fra capo stazione e capo

movimento.

Cacciai la testa fuori del finestrino per salutare la mia Sassari, che

da parecchi anni io non rivedeva che a sbalzi, a lunghi intervalli,

stante l’ufficio di commesso viaggiatore a cui m’avevano condannato.

Fissai quella povera stazione, eterna nella sua provvisorietà, gettata

in mezzo a quel campo roccioso, indecente, accidentato, pieno d’erbe,

di carbone... e di altri commestibili. Oltrepassai, col pensiero, il

tetto della stazione, e vidi al di là le torri smozzicate che domandano

con insistenza il riposo della tomba; vidi quella fetta di melone sulla

cui fronte hanno scritto _Dazio Comunale_; vidi le case rachitiche e

lo steccato imponente che annunzia al forestiero l’ingresso solenne

alla città; vidi il botteghino della stazione, attorno al quale

ronzano quei volatili importuni che vivi si combattono e morti si

temono; notai le guardie daziarie, armate d’un lungo spiedo, che vedono

assessori dappertutto; — e feci caldi voti perchè Governo, Compagnia

Reale e Municipio si mettano d’accordo una buona volta per l’erezione

della stazione definitiva, a cui è affidato l’avvenire della Sassari

settentrionale.

Ma la campana suona; si sente lo squillo del corno, un fischio

acutissimo, ed una scossa che ci fa balzare sui sedili; e finalmente il

treno, lento lento, si muove — mentre i molti passeggieri si fanno ai

finestrini per salutare colla mano o coi fazzoletti i pochi amici ed

i parenti, che son venuti fin là, per amore o per forza, sfidando la

polvere ed anche l’insolazione.

Pare che tutto si muova intorno a noi: — a destra la chiesa di San

Paolo, il Campo dei morti e lo stabilimento Princivalle — a sinistra il

Gazogeno, la chiesa di Santa Maria e lo stabilimento delle Concie.

Si entra subito nei primi oliveti, i quali per un buon pezzo fanno ala

alla ferrovia. Col verde grigio del fogliame e coi tronchi asciutti e

angolosi spirano nell’anima una soave malinconia.

Ecco una pianura coltivata a cardi, e qua e là un po’ di frutteti. E

dopo aver tagliato per due volte la strada nazionale di Alghero, il

treno segue la valle, serpeggiando fra una doppia catena di piccole

colline.

Siamo a _Caniga_, ma il treno non vi si ferma. La stazione è fatta per

comodo dei proprietari e lavoratori delle campagne circonvicine.

Si attraversa una brevissima galleria, sulla cui roccia esterna si

arrampica l’edera. Seguiamo sempre la strada fra le colline rivestite

di frutteti; qua e là pioppi, o qualche casetta microscopica, isolata,

la quale subito sparisce, quasi vergognandosi della sua dimessa

toeletta.

Nei vagoni si balla, perocchè le irregolarità della linea ferrata ci

regalano certe scosse brusche che ci fanno trasalire.

Ecco il fischio d’avviso; siamo alla stazione di _Tissi-Usini_, così

battezzata per avvertirci che siamo ben lontani da Usini, e ben lontani

da Tissi.

Prima, però, d’andare avanti colla ferrovia, sento il bisogno di

tornare indietro colla narrazione. Voglio farvi fare la conoscenza de’

miei compagni di viaggio.

Da Sassari a Cagliari e viceversa · 第 14 / 54 题