_ORESTE dalla destra. DETTI._
NANNI. — Sicchè si va o non si va?
ORESTE. — L'acqua è tanto fredda! Guarda che geloni!
FIOR. — Sei in un bello stato! Se arrivo a comprarmi una macchina da
cucire, coi primi guadagni ti vesto di nuovo...
NANNI. — Sì, brava, vestilo di nuovo; non venderà più nè un giornale, nè
un mazzo di zolfini!
FIOR. — Ne venderà anche di più, perchè nessuno avrà paura
d'accostarglisi... Alla fin fine non chiede l'elemosina! Ora vai, e
corri.
ORESTE _(colla solita voce lamentosa)_. — Io ho i geloni.
NANNI. — Corri, li perderai per la strada.
ORESTE. — Come faccio a correre con queste ciabatte?
NANNI. — Vuoi giuocare che ti fo' correr io?
ORESTE. — Cuccù! _(fugge dal fondo)_.
NANNI. — Bel rispetto al padre gl'insegnate!
MARIA. — È meglio che io stia zitta.
NANNI. — Vi farà un bell'onore uno sbarazzino di quella fatta! _(una
pausa)_.
FIOR. — Babbo, lascia che ti faccia una domanda. Io aveva pochi anni
quando la zia buon'anima mi prese con sè... Ella fu per me quasi una
madre. Dopo dieci anni io ritorno con voi, e quando parlate di me alla
gente del vicinato mi levate a cielo perchè ho voglia di lavorare, mi
piace di essere pulita, ed ho imparato, in grazia della povera zia, un
mestiere, e so leggere e scrivere... Dunque se la zia ch'era una povera
donna potè educarmi così, e voi siete tanto contenti di me, perchè non
tirate su nello stesso modo anche Oreste?
NANNI. — Chiedine alla sua mamma. Io non ho tempo da buttar via con lui.
MARIA. — Senti, almeno, almeno non lo fare uscire di casa con quelle
povere scarpe rotte...
NANNI _(cantarella fra i denti)_.
MARIA. — Nanni, mi pare che lavorando tutte e due giorno e notte si
abbia pure il diritto di dire una parola.
NANNI _(si alza e scende)_. — Ma che diritto? Ma che mi state a rompere
le tasche col figlio, le ciabatte e il diavolo che se le porti! Io so
dove volete venire coi vostri discorsi... Ebbene sì, ho giuocato, giuoco
e giuocherò fino a che non abbia vinto... Oh!
FIOR. — Intanto tu perdi un monte di denari.
MARIA. — Ah, se tu dessi retta a chi ti vuol bene!
NANNI. — Non vi voglio forse bene io? Non è forse per vedervi felici,
ricche, che mi sacrifico tutte le settimane?
MARIA. — Tu sacrifichi te e noi, perchè con quello che possiamo
guadagnare, avremmo tanto da campare discretamente ed onoratamente...
NANNI. — O cos'è questo onoratamente, signora avvocatessa? Che faccio
del torto a qualcheduno io?
MARIA. — A te e a noi!
FIOR. — Sicuro!
NANNI. — Oh! sentiamo anche la figliuola ora!
FIOR. — Ma credi tu che io non sappia che non c'è più una bottega in
tutto il borgo in cui possiamo trovare una libbra di riso a credito?
Credi che non sappia che quel po' di roba che t'ha portato la mamma, è
tutta al Monte di pietà? Non sai che la tua figliuola non può passare
una volta dinanzi a certe botteghe senza sentir parole che le fanno fare
il viso rosso dalla vergogna?... Oh! se tu non facessi soffrire che me,
io non mi lagnerei; sono giovane, ho coraggio, ho fede... Ma la mamma!
Sentile un po' le mani... ha la febbre addosso! _(moto di Nanni)_ e tu
mi parli di non fare torto a nessuno!
NANNI _(confuso)_. — Sta zitta! sta zitta! _(chiamandola a sè con un
certo mistero)_. Gli è sabato, sai, oggi? E io ho giuocato certi
numeri... ma che numeri! Tutti cabalati! E che cabala! E son cinque,
nientemeno! Senti che bei numeri: 13, 33, 55, 90, 81... Eh? Tu vedrai se
non escono tutti! To'... o che non ho a vincere anch'io una volta?
FIOR. — Dio! Dio! questa speranza sarà la nostra rovina!
NANNI. — Ma che rovina! Dio volesse fossi ancora a tempo a rovinarmi! Ma
siamo rovinati di già, e appunto per questo non voglio rinunziare alla
sola speranza che ci può arricchire. Oh sono tanti, tanti anni che
l'aspetto questa fortuna! Un giorno viene a tutti grande o piccina, a
chi ha costanza; e non verrà a me, proprio perchè sono Nanni? Ma allora
lassù non ci sarebbe più senso comune!
MARIA. — Tu mi farai prima morire di crepacuore!
FIOR. — Allora... quando non avrete più la vostra Maria, e la vostra
figliuola sarà disgraziata per sempre... che cosa ne farete della vostra
ricchezza?
NANNI _(stizzito)_. — Ma guarda: per fare il loro bene mi squattrino, e
loro si ostinano a non volere capir nulla!... Vado via, chè se resto ne
dico più che non ne vorreste sentire!
MARIA. — Nanni, per carità!
NANNI. — Ma che carità, che Nanni! Aria! aria! E quando qui e quando
là..... Quando sarai morta, amen, ne sposerò un'altra! _(esce dal fondo
brontolando)_.
FIOR. — Babbo! — Oh! mai più sarà contento Andrea che il suo figliuolo
mi sposi!
MARIA. — Speriamo ch'egli non sappia nulla... Di', Fiorenza, io salgo su
da quei pigionali...
FIOR. — Domando io come si fa a lavorare con queste spine nel cuore,
come si fa a cucire quando si hanno gli occhi gonfi dall'aver pianto!
Andrea mi raccomandò questo lavoro... lo aspettano in bottega... Ma
pure, aspetta... verrò con te a darti una mano.
MARIA. — No, lascia stare... andrò a dire che per oggi mi scusino... Oh
che vita. Vergine santa! _(via dal fondo)_.
FIOR. _(si asciuga gli occhi e si pone a lavorare)_. — Ho le mani
intirizzite dal freddo e lo scaldino è spento... Chi ti avrebbe detto,
Fiorenza, quando eri colla zia che avresti dovuto mangiare di questo
pane con tuo padre?... Ma se Andrea che è così contento del mio lavoro
mi desse per marito il suo Luigi, con lui non avrei certo mai a patire
questi guai! Non ha che il vizio di fumare... ma lavora tanto! E poi mi
dice che i sigari sono sempre più cattivi... Tanto meglio, dico io, così
smetterà più presto... A proposito di fumare, quel signore che sta sul
canto della strada, e che quando esco di casa ed alzo gli occhi, lo vedo
sempre là dietro le invetriate che fuma e mi saluta..... scommetto che
era lui quello che mentre svoltava stamane il canto della strada mi ha
detto: addio, angiolo del mio paradiso! Se è lui, se crede di farmi
piacere, si sbaglia; preferisco il mio purgatorio... Ah! se fosse
Luigi... allora sì che lo capirei il paradiso!