Non aspettò che all'isola giungesse

Tornata al mondo qualche nuova Eléna,

Che co' begli occhi e le dorate e spesse

Ricciute chiome, in amorosa pena

Ed in voglie caldissime il ponesse,

Talchè obblïasse desinare e cena;

Ma fece seco in modo che in un mese

D'una donna dell'isola s'accese.

62

Cosa più brutta certo di costei

Non fe' natura, e farla non la puote.

Di statura simìle era a pigmei,

Con un gran capo, tutta bocca e gote,

Gran ventre, gambe grosse e lunghi pièi,

Le schiene grosse; e l'altre cose ignote

Eran nefande tanto, che mi viene

Stomaco, ognora che me ne sovviene.

63

Gli occhi poi tutti bianchi e infora infora,

Siccome le locuste, e sopra il petto

La lana avea, qual di pecora mora,

Che giù scendeva e s'univa al boschetto,

Che a darle fuoco, certo la baldora

Sarìa durata qualche buon pezzetto:

Stiacciato il naso, e i denti lunghi e storti,

Come si dice che il cinghial li porti:

64

Corte le braccia e grosse, e corta e grossa

La mano: in somma pareva una Furia.

Ma vedi del tristo abito la possa

Ed i prodigj della rea lussuria!

Che siccome fa bere acqua di fossa,

De' fonti e de' ruscelli la penuria

A chi si muor di sete, e di letame

Cibarsi quei che muorsi dalla fame:

65

Così quando dal senso l'uomo è preso,

Ogni cosa gli piace e gli par bella;

E per tal via il buon romito acceso

Restò di quella cosa trista e fella.

E perchè questo fatto è male inteso

Nell'isola, e mal pur se ne favella,

Un dì con questa strega maladetta

Fuggissi il frate sopra una barchetta.

66

E perchè la sguajata lagrimava

Abbandonando il patrio suo terreno,

Il fraticello stretta l'abbracciava,

E le diceva: Anima mia, pon freno

A questo duol che l'anima ti cava;

Chè se tu miri bene in questo seno,

Vedrai che c'è chi ti porta più amore

Della tua madre e del tuo genitore.

67

A queste voci quella cosa brutta

Rise, qual ciuca in sul fiutar l'orina;

Ed al suo collo gettatasi tutta,

Pian pian gli dice all'orecchia mancina:

Ovunque io sarò mai da te condutta,

Per terra estrania o lontana marina,

Mio cor, mia vita e mia dolce speranza,

Sarà l'usata mia paterna stanza.

68

Il capitano e la gente di barca,

Ch'erano, se non sbaglio, d'Inghilterra,

Stimaro il frate de' pazzi il monarca,

Mentre sì brutta cosa al sen si serra:

E quinci il ciglio ciascheduno inarca

Per vedere or quel mostro della terra,

Ora quel frate impazzito per lui;

Nè sanno qual più ammirin di que' dui.

69

Ma consolata la sozza piangente,

S'accorse Ferraù come il padrone

Si rideva di lui apertamente;

Onde gli diede un cotal sorgozzone,

Che gli fece inghiottire più d'un dente.

Danno i soldati di mano al bastone

Per castigare il pazzo temerario;

Ma la cosa per loro andò al contrario.

70

Perchè una spada datagli alle mani

La maneggiò sì presto su coloro,

Che li fe' tutti dell'anima vani.

Onde soli rimasero fra loro,

E poi per rabbia si davano a' cani;

Ch'ei non sapeva il nautico lavoro,

Nè quando dare, oppur raccor le vele,

O come governarsi in mar crudele.

71

Ma tanto egli è il piacer ch'egli risente

Nel rimirarsi l'amor suo sì presso,

Che il mare e l'aura non gli cal nïente,

E non gli cal se in lui rimane oppresso.

O Ferraù briccone veramente,

Deh apri gli occhi omai, torna in te stesso:

L'offender Dio per cosa sì bestiale,

Se tu nol sai, ti fa peggior nel male.

72

La barca intanto su l'onde galleggia;

Chè il vento e la corrente non la move.

Il Sol già cade, e nel cader s'ombreggia

L'aria di nubi, e fra non molto piove,

E con la pioggia tuona e lampaneggia,

E fassi un tempo da spaventar Giove;

Ed ecco cade un fulmin d'improvviso

Della donna bruttissima sul viso;

73

E non contento d'averla bruciata,

Sfonda la barca, e d'acqua è già ripiena,

E già s'affonda, anzi ella è già affondata,

E già si posa su l'ultima arena.

Il frate con la donna fulminata

Sul collo, nuota come una balena.

Cessa la pioggia, e Dori e Galatea

Corron pel mar che placato ridea:

74

E visto quel bruttissimo romito

Nuotar con peso di tanta bruttezza,

Un Tritone mandâr di lito in lito

Próteo ad avvisar che con prestezza

Dall'orrido suo gregge circuito

Colà venisse; e pieno d'allegrezza

Spediro da per tutto l'Oceàno:

Sì lor sembrò lo spettacolo strano.

75

Nè guari andò che al regnator del mare

Giunse tal voce; onde fe' porre il freno

A due balene; e là si fe' portare,

Ove il romito veniva già meno

Per lo timor di doversi annegare:

E le belle Nerëidi non meno

Quivi n'andaro pe' flutti marini,

Portate da prestissimi delfini.

76

Non tanta festa, non tanta allegrìa

Fanno d'attorno al gufo gli augelletti,

Come di riso e di piacer moría

Nettuno; e vuol che Próteo suo s'aspetti

Con quella d'atri mostri aspra genía;

Chè veder vuol se fra cotanti aspetti

Orridi e spaventosi un se ne veda,

Che la bruttezza della morta ecceda.

77

Ed ecco il gran pastor del marin gregge,

Che dal Carpazio mar tutte traea

Le foche e l'orche ch'ei governa e regge,

Per ubbidire all'alma Galatea;

Chè per lui ogni sua parola è legge:

Alla cui vista ogni Nume, ogni Dea

Gli andaro incontro, e gli accennâr con mano

Quel nuotator col carico sì strano.

78

Ancorchè avvezzo a cose spaventose,

Próteo s'inorridì per quella vista;

E le sue bestie divennero ombrose,

E fuggîr via: così lor parve trista

Colei che tanto amabil foco pose

Nel romito, che par che ancor persista

In adorarla: e pur questi è quel frate

Che d'Angelica amò sì la beltate.

79

Di che n'ebber trastullo singolare

Que' Numi; e rider Ino fu veduta

La prima volta da che cadde in mare;

E Scilla che crudel tanto è tenuta,

Che fa Triquetra e il mar vicin tremare,

Dall'antro uscita e colà pur venuta,

Non volendo, sorrise; e rise ancora

Cariddi che le navi si divora.

80

Ma Teti con lo stomaco rivolto,

E perchè gravida era, intimorita

Di non fare un figliuol con simil volto,

In un pesce ordinò che convertita

Fosse colei, e sì gli fosse tolto

Sì strano aspetto e vista sì sgradita.

Fu fatta seppia: indi partissi ognuno;

E del frate pensier n'ebbe Nettuno,

81

Che gli fe' far dugentomila miglia

In una notte, e trasportollo in Francia.

Di che cotanta il prende maraviglia,

Che crede di sognare, e tien per ciancia

Quel che pur vede con aperte ciglia:

E il bello è, che scudo, spada e lancia

Si mira appresso; onde quel più s'imbroglia:

Ma più parlar di lui or non ho voglia.

82

Mi sta nel core il mesto Ricciardetto,

Che chiama l'amor suo, e non l'ascolta.

Oh se sapessi, meschin giovinetto,

Come Despina tua si sta sepolta

Viva dentro un avello oscuro e stretto,

Solo perchè dall'amor tuo disciolta

Esser non vuole; se di duol si muore,

T'ucciderebbe certo il gran dolore.

83

Come dicemmo, i forti cavalieri,

Ucciso il fiero mostro, s'imbarcaro

Inverso Nubia, dove i suoi pensieri

Avea Ricciardo, chè del furto amaro

Troppo gli duole, e assai mal volentieri

Soffre ogn'indugio; e già col crudo acciaro

Esser vorría con l'empio Serpedonte,

Col suo rivale combattendo a fronte.

84

E già sei volte e sei fuora dell'onde

Il Sole era comparso, ed altrettante

S'era in esse sommerso; e lido e sponde

Non si vedeano ancora: e il fido amante

Se si dispera, e le sue chiome bionde

S'egli si strappa, e Scirocco e Levante

Prega che soffi, ed empia ben le vele,

Sel pensi chi d'Amor servo è fedele.

85

Ma pur l'ottavo giorno in su la sera

Veggon la terra tanto desïata,

E la deserta ed orrida riviera

Sol da lïoni e da tigri abitata,

Dove sepolta viva Despina era:

E quando di bei fiori inghirlandata,

Vergognosetta in ciel splendea l'Aurora,

Toccare il lido con l'acuta prora.

86

Primiero sul terren Ricciardo scende,

Di poi le donne e i due forti cugini,

E da un vecchio nocchiero i casi intende

Della sua donna, e gli orridi destini.

Pensate voi se d'ira egli s'accende;

E vestiti gli usberghi e gli elmi fini,

S'invìano a gran passo inverso il tempio,

Di far vogliosi un memorando scempio.

87

Il Cavalier del Pianto, l'infelice

Misero padre dell'alma Despina,

Sebbene molto prega e molto dice,

Perchè si tolga da tanta ruina,

E faccia lui e faccia sè felice,

Nulla intanto la smove: e già vicina

È l'ora ch'egli deve in su la tomba

Morire; e roca già suona la tromba.

88

Piange Despina il duro caso acerbo

Del genitore, e vorrebbe morire

In cambio suo; ma il principe superbo

Nulla affatto del cambio vuole udire;

Anzi le dice: In vita ti riserbo,

Perchè mi piace vederti patire.

Ed ecco fuor dell'avello crudele

Son tratti il padre e l'amante fedele.

89

D'un nero panno ricoperto egli era

L'avello tutto; e la tagliente scure

Teneva in mano un uom d'orrida cera.

Vicine al duro ceppo in vesti oscure

Stavan le donne, che mattino e sera

Piangevan di Despina le sventure;

E in mezzo a loro v'era un basso scanno

Coperto pur d'un nerissimo panno.

90

Quivi fa porre il barbaro Africano

La misera Despina, acciò che veda

Morire il padre, il qual dolce ed umano,

Figlia, diceva, il giusto Dio proveda

Al tuo dolore: il mio fato inumano

E il tuo ci han fatti una misera preda

Di questo mostro, che ragione e Dio

Non cura, e segue solo il suo desío.

91

Un pezzo io ti pregai che tu stringessi

La tua con la sua mano, e in questa guisa

Te alla tomba, e a morte me togliessi:

Ma quanto or lieto nella valle elisa

Vo, perchè dura a' miei comandi espressi,

Figlia, tu fosti! che piuttosto uccisa

Io ti vedrei, che consorte a costui,

Di cui peggior non v'è tra' regni bui.

92

Segui dunque, dolcissima Despina,

Ad odiar questo mostro: e se riserba

L'alma in passar la stigia onda divina

Il giusto sdegno e la giusta ira acerba,

Temi, ribaldo, pur, temi vicina

La vendetta che Giove a te pur serba.

L'African non risponde, e fa con gli occhi

Cenno al ministro che il gran colpo scocchi.

93

Alza quegli la scure; ma nell'atto

Che vibrar vuole il reo colpo fatale,

Sorge Despina furibonda a un tratto,

E il feritore abbraccia: e tanto vale

Sua forza, che al ministro non vien fatto

Troncar del padre lo stame vitale;

Ma dura gran fatica e stenta molto,

Che il ferro dalla man non gli sia tolto.

94

Or mentre questo succede nel tempio,

Già co' mille attaccata era la mischia

Da' tre guerrieri, che ne fanno scempio.

Tristo è colui che alla pugna s'arrischia;

Chè danno colpi che son senza esempio:

E il rombo delle spade tanto fischia,

Che s'ode dentro al tempio; e d'ira insano

Esce fuor Serpedonte al caso strano.

95

Despina intanto, generosa e forte,

Discioglie il padre, e intrepida e sicura

Corre del tempio a spalancar le porte;

E già dentro del core si figura

Che il suo Ricciardo per benigna sorte

Il guerrier sia che lei salvar procura;

E gli altri due che pugnano per lui,

Sieno i tanto famosi cugin sui.

96

Ricciardo appena Serpedonte ha visto,

Che lo corre a investir, siccome toro

Il suo rivale, e grida: Iniquo e tristo

E perfido ladrone, ove è il decoro

Di real sangue? per rapina acquisto

Far delle donne, e a forza di martoro,

Di catene, di carceri e di morti

Tentar di superar l'alme più forti?

97

Con questo (che pur anco e fuma e gronda

Del vil sangue de' tuoi) ferro che stringo,

Perchè l'altrui superbia si confonda,

Di trapassarti il core io mi lusingo.

Qual torbido torrente che la sponda

Rompa improvviso, e del villan guardingo

Ogni riparo, e con l'altera fronte

Tutto abbatte; tal féssi Serpedonte.

98

Fumo dagli occhi e foco dalla bocca

Usciva all'Africano in copia molta;

Chè Amore in mezzo all'anima lo tocca,

E pel sangue gli corre un'ira stolta,

Ch'assai di là dal giusto lo trabocca;

E invêr Ricciardo la spada rivolta,

Gli tira un colpo sopra dell'elmetto,

Che gli ebbe il capo a tagliare di netto.

99

Ma il Fato amico e la tempera fina

Lo salvaron; perchè calò di piatto

Il ferro, e non oprò quella ruina

Che col taglio averìa di certo fatto.

Ricciardo intanto un colpo a lui destina

Di punta (chè lo vuol morto ad un tratto)

In verso il core; ma il ferro non passa,

E nell'usbergo la punta gli lassa.

100

Di ciò si duole il forte Ricciardetto,

E con le braccia quanto può lo cinge

Per trarlo a terra a suo marcio dispetto:

Ma l'Africano anch'esso sì lo stringe,

Che a veder quella lotta era un diletto.

Pur l'un dall'altro alfine si discinge;

E riprese le spade, si dan botte

Da far vedere il Sole a mezza notte.

101

Di Ricciardetto intera è l'armatura.

Dell'altro quasi tutta è rotta o guasta;

Talchè non più trovando cosa dura,

Fa piaghe il ferro ovunque il corpo attasta.

Ma l'Africano, privo di paura,

La vittoria col brando a lui contrasta;

E gli dà così dura e rea percossa,

Che fa la terra del suo sangue rossa:

102

Per cui di tanta collera s'accende

Il Franco giovinetto, che a due mani

(Terribil cosa!) la sua spada prende,

E l'alza, e poi (il ciel ne guardi i cani)

Glie la piomba sul capo, e glie lo fende

Insino al mento: vedi colpi strani!

Muor Serpedonte, e Ricciardo meschino

Pur di sua piaga a morte egli è vicino.

103

Corre Despina, e fascia le ferite

Colli recisi suoi capelli biondi;

E di lagrime calde ed infinite

Lo bagna; e tanto avvien ch'il duolo abbondi

In lei, che manca. Le dame compite

Le disciolgono il busto, e fiori e frondi

Ed acque fresche le spruzzan sul volto,

Perch'ella si riabbia o poco o molto.

104

Lo Scricca intanto con olio pietrino

(Ma di quello di pietre prezïose,

E non del nostro, ovver del Casentino,

Che val tre soldi, o due crazie fecciose)

Della figlia unse il volto alabastrino,

E tornò in vita: molto poi ne pose

Nella piaga del vago giovinetto,

Che lo guarì prestissimo in effetto.

105

Quanta allegrezza i due fedeli amanti

Provassero in vedersi, ognun sel pensi;

Ch'a dirlo non ho io forze bastanti.

Ora coi volti come fiamme accensi

Si guardaro, or con pallidi sembianti;

Ed or perdendo or ripigliando i sensi,

Aprìan le bocche, e non potevan dire,

E si sentivan di piacer morire.

106

Pure alla fine sciolse Ricciardetto

La debil voce, e disse: Ancor ti veggio,

Despina, mio conforto e mio diletto?

Ed ella: Son pur desta, e non vaneggio:

Questo del mio Ricciardo egli è l'aspetto,

A cui me stessa ed ogni cosa io deggio.

Rispondeva or con voci, or con singulti;

Quando s'odon vicini aspri tumulti.

107

O questo fatto sì che mi vien nuovo,

E viemmi in tempo che molto m'incresce:

Che in somma se una volta mi ritrovo

A qualche istoria che lieta rïesce,

Ecco che viene chi mi rompe l'uovo,

E mi strappa la rete, e fugge il pesce.

Mi porti in avvenire l'aversiere,

Se mai più vo' cantare istorie vere.

108

Che se non avev'io sì forte impegno,

Nè seguitassi l'opera intrapresa,

Tutte le forze del mio scarso ingegno

Spender voleva solo in questa impresa;

E d'un amante così bello e degno,

E d'una donna sì d'amore accesa

Voleva dir con dolcezza infinita,

Da farvene leccar forse le dita.

109

Perchè le guerre e l'orride battaglie

E l'opere famose degli eroi

(Donne gentili, può esser ch'io sbaglie)

Non sono cose da me nè da voi.

Gli archibusi, gli spiedi e le zagaglie,

Per vostra fede, che hanno a far con noi?

Maneggin questi gli uomini spietati,

Ch'odiano Amore, e i servi suoi pregiati.

110

E noi, s'egli è di verno, intorno al foco,

Oppur d'estate all'ombra ragioniamo

Quanto piacere e quanta festa e gioco

Apporti Amore, e lui benediciamo.

Ma spero in Dio ch'ell'abbia a durar poco

L'aspra battaglia che noi ci aspettiamo;

Ma pur, s'ella durasse troppo troppo,

Io son persona da farci un intoppo.

111

Frattanto riposiamci, e in questo breve

Spazio di tempo pensiamo a Despina,

Che da' begli occhi di Ricciardo beve

L'ambrosia vera, e quella più divina,

Che tal su in cielo certo non riceve

Dal bel garzone Ideo sera e mattina

Il sommo Giove; e pensiamo a Ricciardo,

Chè versa tutta l'anima in un guardo.

FINE DEL VOLUME PRIMO

INDICE

Giovanni Procacci: _Niccolò Forteguerri e la satira toscana

dei suoi tempi_ Pag. 9

_Nidalmo Tiseo ad Aci Delpusiano_ » 59

RICCIARDETTO

Canto primo » 75

» secondo » 99

» terzo » 117

» quarto » 137

» quinto » 164

» sesto » 190

» settimo » 219

» ottavo » 252

» nono » 280

» decimo » 311

» undecimo » 342

» duodecimo » 375

» decimoterzo » 404

» decimoquarto » 432

» decimoquinto » 461

A MILANO,

NELLE OFFICINE DELL'ISTITUTO EDITORIALE ITALIANO,

compose e stampò questo volume la maestranza: _Ubaldo Antoniani,

Pietro Betteni, Serafino Nicolini, Giuseppe Riva_; curarono la

rilegatura: _Francesco_ e _Gino Radice_.

Collazionò il testo l'avv. _Tommaso di Pella_.

Disegnò i fregi il prof. _Duilio Cambellotti_.

NOTE:

[1] _Nidalmo Tiseo ad Aci Delpusiano, salute e felicità_. Lettera

premessa al _Ricciardetto_ in quasi tutte le edizioni.

[2] Tanto il _Ricciardetto_ che i _Capitoli_ furono pubblicati dopo la

morte del Poeta. La prima edizione dei Capitoli è intitolata: _Raccolta

di Rime piacevoli di Niccolò Forteguerri fra gli Arcadi Nidalmo Tiseo

non mai per avanti pubblicate_, Genova, 1765. Il primo volume contiene

undici Capitoli. Il secondo volume, del medesimo formato e titolo, è

del 1773, contiene quattordici Capitoli, ed è fatto con gran cautela

di puntini nei luoghi dove si ricordano nomi di città, di persone,

ecc. Le edizioni venete del _Ricciardetto_ riproducono anche la prima

parte della Raccolta genovese delle Rime. L'edizione citata da noi

è quella di Milano, in tre volumi (Società Tipografica dei Classici

Italiani, 1813); nella quale sono pubblicati, dopo il _Ricciardetto_,

trentatre _Capitoli_. Altri tre, non compresi nella edizione milanese,

furono pubblicati, insieme ad un _Poemetto imperfetto_, nella Raccolta

intitolata: _Poemetto e Capitoli, opere postume di Mons. Niccolò

Forteguerri date in luce in applauso poetico alle fauste nozze del

Sig. Giuseppe Forteguerri colla Sig. Luisa Albergotti_, Pistoia, 1812,

presso Gherardo Bracali. Il Capitolo dato come _forse inedito_ da

Enrico Bindi (in nome di Luigi Vangucci) nella Raccolta intitolata:

_Tre Epistole Poetiche ed altri versi di Niccolò Forteguerri pubblicati

a festeggiare le fauste nozze del Sig. Giuseppe Albergotti-Forteguerri

con la sig. Luisa Casini_ (Pistoia, Tip. Cino, 1851), è pubblicato

fino dal 1813 nella edizione milanese sopra accennata, e nell'altra,

con falsa data di Lugano del 1831, che riproduce precisamente la

milanese. Queste due edizioni sono le più pregevoli per le varianti

del Poema e per l'abbondanza dei Capitoli. Anche i quattro Capitoli

pubblicati (non integralmente) dall'Ab. Lodovico Lotti nel 1874 per

Nozze Forteguerri-Guicciardini, sono compresi nelle edizioni milanese

e luganese già ricordate. Oltre i trentasei Capitoli contenuti nelle

citate edizioni, ce ne sono altri dieci inediti, che si conservano

gelosamente con gli altri manoscritti del Poeta, nella biblioteca

privata del Cav. Giuseppe Forteguerri, che mi ha dato graziosa licenza

di consultarli.

[3] Michelangelo Giacomelli nacque in Pistoia nel 1696 e morì a Roma

nel 1774. Vedi la _Notizia Biografica_ premessa dal Can. Professor

Enrico Bindi al Volgarizzamento del _Sacerdozio_ di S. Gio. Crisostomo,

Prato, Tip. Guasti 1852. Egli era tra quei giovani pistoiesi che nel

1716 facevano corona a Niccolò Forteguerri quando nacque l'idea e il

primo esperimento del _Ricciardetto_.

[4] «Questa mattina fu coronata la sacra immagine della SS. Vergine

dell'Umiltà con il Bambino Gesù inter Missarum solemnia per mano di

Mons. Niccolò Forteguerri Can. di S. Pietro di Roma, e fu coronata con

corone di oro a nome del suo Capitolo, e tale funzione fu celebrata

con la maggior pompa che fu possibile, e vi furono presenti il

Serenissimo Giov. Gastone Gran Principe di Toscana e la Serenissima

Gran Principessa Violante di Baviera già vedova del Serenissimo

Prencipe Francesco stato Cardinale, quali tutti apposta si partirono

di Firenze e vennero in questa loro città a dove si trattennero per tre

giorni continui nei quali durante la detta festa Li furono dati nobili

divertimenti di due bandiere corse da' Barberi, fochi artificiati et

un nobile Oratorio nel palazzo de' Signori Priori, a dove da per tutto

vi si trovarono detti principi, et una sera fu data festa di sono nel

Palazzo del Sig. Commissario a dove vi sonò il Laurenti eccellent.mo

sonatore di Viola e Violino che innamorò tutti, e il dº Professore

era bolognese, che le Serenissime Principesse vi ebbero sodisfazione

a sentir sonare quel bravo Professore. La chiesa poi della Madonna

restò tutta nobilmente apparata con nobile simetria e con infinito

numero di torce alla veneziana e molti ceri e lumi di modo che fece

una vaghissima e non più veduta comparsa e in particolare il gran

numero de' forestieri accorsi e il gran contado e terrazzani. In

tutto dissero che nella Città vi era da quarantamila persone, e la

festa si rese grandiosa per diversi motivi et accessori, tra' quali

la comparsa della compagnia di settanta Corazze tanto ben vestite di

una livrea frangiata d'oro e di altrettante Cherubine tutte a cavallo,

di poi delli quattro quarti (sic) dell'infanterìa squadronati per la

città per di dove passava la gran processione la vigilia, e con le

salve reale della Artiglierìa della Fortezza replicate per tre volte

nel coronarsi scoprirsi e ricoprirsi la santissima imagine. E non mi

estendo da vantaggio di descrivere tal festa per avere fatta a parte

una distintissima Relazione di cinque fogli assai più copiosa e non

mancante come un'altra relazione stampata alla quale è molto mancante.»

Ho scelto questo cenno che dà della festa Giov. Cosimo Rossi in certe

sue Memorie inedite di cose pistoiesi dal 1705 al 1730; e la scelta

non è stata fatta, com'è facile capire, per ragione di eleganza, ma

solo di brevità. Ci è anche una Relazione a stampa (Tip. G. S. Gatti

1716) ripubblicata anche nel 1839 (Tip. Cino); e ci sono anche due

Relazioni manoscritte, una del Cav. Annibale Brunozzi, e un'altra di

Pompeo Scarfantoni; ambedue inedite, e che fan parte, come le _Memorie_

surricordate, della ricca _Collezione Pistoiese_ messa insieme con

onorevole zelo dal mio ottimo amico il Cav. Filippo Rossi-Cassigoli.

Tutti codesti documenti fanno promotore e parte principale della Festa

il Forteguerri; al quale pure è dedicata con amplissime parole una

delle due _Raccolte poetiche_ (la più importante), dove è anche una

bella Canzone del Giacomelli.

[5] V. Lettera citata di _Nidalmo Tiseo_ ad _Aci Delpusiano_, in

principio.

[6] Vita di Niccolò del Prior Bernardino. MS. inedito nella

Forteguerriana.

[7] Rime di Eustachio Manfredi, Nizza MDCCLXXXI pag. 18, nel sonetto

che comincia:

Tal forse era in sembianza il garzon fero.

[8] L'ottenne nel 1730. «La segreterìa di Propaganda (nota il Prior

Bernardino) è una carica di molto merito ed onore, perchè tre Segretari

ultimamente uno dopo l'altro senza passare ad altri impieghi, furon

creati Cardinali, che uno fu il Card. Fabbroni, l'altro il Card.

Caraffa, il terzo il Card. Ruspoli, in luogo del quale fu fatto

segretario Mons. Niccolò.» Avrebbe egli avuto la fortuna dei suoi

predecessori? La morte lo liberò forse dall'ultimo disinganno; poichè,

sebbene il Prior Bernardino non ne dica nulla, si sa dal Fabbroni

che il Card. Corsini, fratello del Papa, potè mettergli innanzi

un suo favorito nel Segretariato della Consulta, ufficio dal Papa

stesso destinato al Forteguerri. Egli se n'appagò da prima, ma se ne

pentì poi, e tanto ne fu addolorato, che codesto dolore fu forse la

principale cagione della sua morte.

[9] Dopo la morte di Benedetto XIII il Coscia fu molto perseguitato,

dovè restituire dugentomila scudi, e fuggì da Roma nel Marzo 1731,

trovando appoggio nel conte Harrach vicerè di Napoli. Il Papa lo

scomunicò, ma il Coscia continuò a difendersi. Nell'anno 1732 tornò

a Roma ove visse rinchiuso nel Castello di Santa Prassede fino alla

sentenza pronunziata il 9 Maggio 1733, colla quale veniva condannato

alla prigionia per dieci anni nel Castel S. Angelo, e alla scomunica

che non poteva esser tolta se non dal Papa _in articulo mortis_. Fu

condannato anche alla perdita di tutti i benefizi e provvisioni, e

privato del voto nella elezione del Papa. (V. Muratori vol. XVII p.

49-72).

Il Ricciardetto, vol. I · 第 23 / 24 段