[10] Questi applausi infruttuosi crebbero nel quinquennio che visse

dopo la morte di Benedetto XIII. Ecco che cosa scrive il Prior

Bernardino: «In questo mentre è da notarsi come era gratissima a

questo Papa (Clemente XII) la conversazione di Monsignore, quale

dovea rassegnarsi per due sere d'ogni settimana destinateli dal detto

Papa, che volentieri lo accoglieva, e con istraordinaria confidenza

servendosi di lui non poche volte per affari di somma importanza;

ed avendo piacere di sentirsi spesso leggere da lui le varie dotte

composizioni, che per proprio suo divertimento faceva, le quali tutte

si noteranno con ordine in fine di questa Relazione, perchè stanno

appresso di noi.» I due luoghi già citati (e che non sono de' peggio)

giustificheranno, spero, il giudizio da me dato su questa _Vita_. Le

composizioni del fratello che si vogliono notare, _tutte e per ordine_,

già lo sappiamo, non sono, per il Prior Bernardino, che _cinque_; e i

_Capitoli_, s'intende, non entrano nel conto.

[11] Capitolo X, secondo la numerazione della edizione Milanese

(Società Tipografica de' Classici italiani, 1813), che noi seguitiamo

sempre in queste citazioni.

[12] La già citata lettera di Nidalmo Tiseo ad Aci Delpusiano ci dà

notizia precisa dell'incominciamento del poema. Quanto al termine del

lavoro ho detto pensatamente _non prima_ del 1725, perchè è certo

che dopo la elezione di Papa Clemente XII (1730) egli ne modificò

la chiusa per celebrare le lodi di lui, abbandonando su questo punto

l'antecedente lezione, che è forse quella che si vede in un manoscritto

della privata libreria del Cav. Forteguerri.

[13] Cantù, _Storia della letteratura italiana_, pag. 358, Firenze, Le

Monnier 1865.

[14] Che il Venerosi fosse uomo di molto sapere e autorità ce lo

provano, oltre questa intimità poetica col Forteguerri, l'essergli

stata confidata dal Card. Fabbroni la magnifica librerìa che lasciò

alla nostra città. Attesta del suo sapere anche E. Bindi nelle

annotazioni alle tre Epistole pubblicate da Luigi Vangucci nel 1851. È,

molto probabilmente, sua una canzone a stampa (con le iniziali L. V.)

per il Padre Giuliano di S. Agata, Scolopio, che predicava nella nostra

Cattedrale nel 1717. Poichè è tanto raro e scarso quel che può trovarsi

di questo amico del Forteguerri, ecco, come saggio del suo scrivere, la

VI strofa di questa canzone:

A trar dal forte inganno ove riposa

Il cieco Mondo nel suo male assorto

Per infinito provvido Consiglio

Sorgean Profeti, e in voce disdegnosa

Lui minacciando del crudel periglio,

Spargean d'ira e di morte orridi segni;

Ma quale a vendicar l'iniquo torto

In sì grand'uopo è sorto

Con più bell'ire e più soavi sdegni?

E qual temprando il minacciar feroce

Con le dolci speranze, in nuovi modi

Strinse di più bei nodi

E ricongiunse alla Divina Croce

Il traviato popol, che in oblio,

Se Tal non era, avria se stesso e Dio?

Alla stessa persona del Venerosi così accenna ridendo col suo bel

faccione il nostro Niccolò:

..... sei così sparuto e asciutto

Che sembri a saltabecche esser pasciuto.

Fu fratello al noto versificatore Brandaligio, chiamato _di arcade

fama_ dal Carducci nella Prefazione al _Lucrezio_ del Marchetti, Ed.

diam. Barbera 1864.

[15] «Giuseppe Tolomei pistoiese, filosofo e matematico assai dotto,

che contribuì non poco a stenebrare le patrie scuole dai vecchiumi

peripatetici. Studiò prima in Perugia e poi in Firenze, dove godè

la stima e l'amicizia del Viviani, del Magalotti, del Buonarroti,

del Quirini e di altri insigni. Lasciò manoscritti vari opuscoli

di matematica, e una _Relazione sopra lo stato del territorio di

Pistoia_.» Così annota il Bindi nella già citata pubblicazione

del Vangucci. Il Forteguerri amava moltissimo il Tolomei; entra

scherzosamente ne' fatti suoi quando ripiglia moglie, e chiede sempre

al Venerosi se codesto amico, _ravvolto nelle sue matematiche figure_,

lo abbia dimenticato.

[16] Niccolò Buti, pistoiese (1668-1748),

Piccol di membra e nel saper sì magno

come lo chiama il Forteguerri, fu Avvocato e Maestro abilissimo di

lettere e filosofia in Pistoia. (V. Lombardi St. della Lett. it. vol.

6; Mazzucchelli Scrittori ec. vol. II, e G. Arcangeli Biog. ec. del

Tipaldo vol. VII). Sono del Buti le epigrafi latine che adornarono

il tempio dell'Umiltà nella festa della incoronazione, e che si

riportano nella Relazione a stampa già da noi ricordata. Molte cose di

lui sono inedite; ed E. Bindi scrisse nel 1852 (V. Ediz. pratese del

_Sacerdozio_ del Giacomelli) di avere presso di se un MS. di lettere e

orazioni latine, epigrammi ec.

[17] Basti citare, tra gli altri, questo che si legge in un Capitolo

del 5 Nov. 1718, a Giuseppe Tolomei: _Ho scritto alla peggio, in fretta

e tutto d'un fiato: quello che ho scritto lo saprete voi, perchè io non

lo so e non ho tempo di rileggerlo_.

[18] Capitolo IV.

[19] Capitolo I.

[20] Cap. I.

[21] V. le belle parole che chiudono la Vita di Niccolò scritta in

latino da Ang. Fabbroni. Vitae Ital. Vol. IX.

[22] Vita d'Agricola.

[23] Capitolo XIII.

[24] Capit. XIII.

[25] Capitolo XXII.

[26] Capitolo II.

[27] Capitolo XXV.

[28] Capitolo XV.

[29] Capitolo IV.

[30] Capitolo IV.

[31] Capitolo X.

[32] Capitolo IV.

[33] Canto I, ott. 3.

[34] Che Niccolò avesse in gran conto l'Arcadia è chiaro, oltre che

per la bella ottava 3ª del Iº Canto del _Ricciardetto_, anche per vari

accenni a codesta istituzione nei _Capitoli_, come in questo luogo, nel

quale dopo aver parlato seriamente di sè, esclama:

Nè perdut'ho la purità d'Arcadia

Nè perderolla, e non m'importa un ette

Se poi ogni cosa a me solo mal vadia.

E non è da credere che l'essere ammesso tra gli Arcadi fosse un onore

che avesse almeno il pregio della rarità, perchè G. M. Crescimbeni,

General Custode, nell'adunanza del 1712 (22 anni dalla istituzione)

potè con suo gran diletto annunziare che i Pastori erano già il bel

numero di 1300, _tra cui Cardinali, Principi, Prelati d'ogni ordine

e finalmente non poche dame_. Ma mostrerebbe di mal conoscere gli

uomini chi facesse le meraviglie per la importanza che allora davano

scienziati e letterati a codesta ammissione. Il numero non guastava per

gli Arcadi del 700, come non guasta per i Cavalieri dell'800.

[35] Ho cavato questo Sonetto dai manoscritti, credendolo inedito,

ma ho trovato poi che fu pubblicato in una Raccolta lucchese del 1719

intitolata — _Rime scelte di Poeti illustri de' nostri tempi_.

[36] È pubblicata nella Raccolta che va sotto il nome del Gobbi

(Bologna, Pisarri 1711).

[37] «Inter carmina Nicolai meo judicio praestat omnibus ode illa

amatoria, cuius initium est

Qualora io penso e qualor gli occhi volgo

grandis illa quidem, splendida, ingeniosa, concinna, in qua plura

admiscuit ex intima Platonicorum philosophia. _Vitae Ital._ 1. c.

[38] Anche le _Raccolte_ del 700 rappresentanti il movimento letterario

pistoiese, me le ha somministrate la _Collezione Cassigoli_.

[39] La similitudine di Ecuba è nella Canzone, quella d'Ifigenìa nel

Capitolo al Petrosellini (XVI).

[40] In questo Capitolo Galileo mette in ridicolo la prammatica che

astringeva i Professori dello Studio Pisano a fare uso della Toga

non solo leggendo in cattedra, ma ancora passeggiando per la città

o visitando gli amici. L'autenticità di questo componimento poetico,

oltre la confessione che resulta dalla seguente terzina:

. . . . . io non son mica Ebreo,

Sebbene e' pare al nome ed al casato

Ch'io sia disceso da qualche Giudeo;

vien confermata dal Padre Ranieri lettore in Pisa in una sua lettera

del 26 Febbraio 1641 a Galileo, la quale si conclude col seguente

periodo: «Di nuovo non ho che dirle: solo che il sig. Auditor Fantoni

ha fatto spolverar le toghe a' Dottori, onde adesso non si vede

altro che togati, e sarebbe molto a proposito il Capitolo che fece

già Vossignoria Eccellentissima, alla quale bacio affettuosamente le

mani.» Così annotano i dotti pubblicatori delle Opere Galileiane, Ediz.

fiorentina Vol. XV, pag. 207.

[41] Vita d'Agricola.

[42] Circa Ippolito Neri vedi i _Cenni biografici e critici_ scritti

dall'egregio mio collega ed amico Prof. Mariano Bargellini — Empoli

Tip. Monti, 1873.

[43] «Ho aspettato, e dovevo aspettare, la giustizia del governo: devo

credere che non mi mancherà. Se mai mi mancasse... non perciò gl'iniqui

sfuggirebbero alla mia giustizia: perchè Dio mi ha dato una potenza

che nessun re mi può togliere, mi ha dato un'artiglierìa che tira

più lontano, tuona più lungo, e conquassa più forte de' cannoni.» P.

Giordani, Opere; Appendice — Tip. Le Monnier 1851.

[44] V. Rime Burlesche di Eccellenti Autori, raccolte, ordinate e

postillate da P. Fanfani — Firenze, Felice Le Monnier, 1856.

[45] Ibid.

[46] V. Nuova Antologia (vol. V, Fasc. VIII, 1867), Discorso di P.

Fanfani sulla poesia giocosa in Italia.

[47] Queste frasi sono del Capitolo Primo, che è una supplica per

ottenere un lenzuolo ad un soldato. Dice che il supplicante ha varie

speranze di far denari, ma, sopra tutto, spera in uno Zio prete, il

quale ha grosse entrate...

Ma canta come il nibbio: _mio, mio_.

Ed ha tutte le oneste intenzioni

Ch'hanno i . . . . moderni; è menzognere.

Ama le sottigliezze e i buon bocconi.

E vuole a lui quel ben che lo sparviere

Vuole all'acceggia, o Satanasso a quello

Arbor che aperse al mortal' uom le spere.

E sente gran piacer ch'egli in bordello

Sen venga là per la marina egea

Perchè spera di mai non rivedello.

Or l'altra notte a Bartolo parea

Sognando appresso il dì che questo. . . . .

Di zecchini e di doble il sen gli empiea;

Onde ha fatto pensier con tai monete

Il lenzuolo pagarvi, e tutte l'altre

Partite cancellar che seco avete.

La cautela dell'editore, come vedete, è resa inutile dalla evidente

rima di _monete_ con _prete_. Infatti nell'esemplare che ho davanti

(appartenente alla _Collezione Cassigoli_) un vecchio lettore del

secolo passato ce l'ha già scritta codesta parola. L'edizione da noi

citata è di Venezia, MDCXXXIV, appresso Giov. Pietro Perelli.

[48] Francesco Ambrosoli, Manuale della Letteratura italiana (Firenze,

Barbera editore) vol. III, p. 244.

[49] Discorso sulla vita e sulle opere di G. Parini, Firenze, Le

Monnier, 1856.

[50] «Ritrovandosi il detto Sig. Girolamo in Roma (scrive il Corsetti

nella vita del Gigli) per sodisfare alla curiosità di alcuni suoi

amici in Siena, soleva spesso comporre foglietti di finte ingegnose

novelle, e quelle mandare al Sig. Canonico Mariani, che con la sua

facilità a credere de le frottole, et ancora insinuare altri a crederle

dava occasione al novellista di calcar sempre la penna.» La serie di

codeste novelle, o avvisi ideali, prese il nome di _Gazzettino_. Ne

abbiamo due recenti edizioni, una fiorentina del 1861 in CXXV esemplari

numerati, curata da P. Fanfani; l'altra milanese del 1864 fatta

per la _Biblioteca rara_ del Daelli da Luciano Banchi; il quale ne

pubblicò poi un'altra Spedizione (la 18.ma) nel Vol. III della _Piccola

Antologia Senese_, intitolato: «Scritti satirici in prosa e in verso

per la maggior parte inediti raccolti e annotati da Luciano Banchi»

Siena, L. Gati editore, 1865 — È da questo volume che noi citiamo i

versi del Gigli.

[51] Anton Maria Fede, o Fedi, del contado pistoiese, è menzionato

e deriso sopra tutti nel _Gazzettino_, e soprannominato il Conte di

Culagna. Ministro di Cosimo III a Roma, gran furbo e gran bacchettone,

entrò in grazia d'Innocenzio XII, di Clemente XI, e di molti cardinali

e ministri esteri. Ne fa liberamente il ritratto anche il Galluzzi

nella _Storia del Granducato di Toscana_. Nel Capitolo di Pasquino

zelante, attribuito al Settano, è chiamato

Il Conte Fede, il conte di Culagna,

Superbo contadin del pistoiese

Nodrito di farina di castagna.

Morì in Roma il 15 Giugno 1718.

[52] Pochi furono gli esemplari del _Vocabolario_ che si salvarono

dalla condanna del bruciamento eseguito in Roma a richiesta di Cosimo

III, per le ingiurie contenute in quel libro contro la _Crusca_ e la

lingua e la pronunzia fiorentina. Codesti pochi esemplari sono tutti in

egual modo mutilati al principio e alla fine, come si vede in due che

se ne conservano nella Biblioteca del Liceo Forteguerri, provenienti

l'uno dalla Librerìa Franchini-Taviani e l'altro dalla Librerìa

Puccini.

[53] Ciò dice nella _Scivolata_, e ripete nell'ottava XLI del

_Seminario degli affetti_.

[54] _Scritti satirici_, Ediz. cit.

[55] Ibid.

[56] Ecco le due ultime ottave: (IL e L)

Nemmen Pistoia al Sacerdozio infido

Prestò ricetto ed inalzò gli altari:

L'Ombrone illustre, alla nostr'Arbia fido,

Uguali all'Arno e all'Arbia ha gli umor chiari.

Volgete il guardo là nel lazio lido,

Ove di Pier la nave da contrari

Venti agitata, al combattuto regno

Ha da Pistoia il suo maggior sostegno.

E tu, pastor gentil, cui siedo accanto,

Che sei di Siena e di Pistoia onore,

E che alla nave ormai t'accosti tanto,

Ministro eletto al suo nocchier maggiore,

Per tua luce sincera il vel fia franto

A ogni coperto mascherato errore;

Come scopristi le profonde cose

Che l'avara natura ci nascose.

Queste ottave (annota il Tondelli) le disse il Gigli sedendo a lato

a Mons. Forteguerri nell'Accademia Senese, dov'egli aveva detto il

suo discorso pastorale intorno alle cose maravigliose sotterranee. E

aggiunge Luciano Banchi pubblicatore degli _Scritti_: «Il Forteguerri

era di Pistoia, di quella cara città, madre a tanti eletti ingegni,

da Cino poeta all'Arcangeli.» Io mi sento in dovere di ringraziare

l'egregio amico mio delle parole benevole e affettuose per la nostra

città. Fra Pistoia e Siena fu sempre ricambio di affetti sinceri; ed

anche recentemente un bravo Pistoiese, Pietro Odaldi, chiamava Siena

_sua seconda patria_. In codesto tempo in cui ci fu il Forteguerri,

dimorava in Siena un altro pistoiese, il Cav. Aurelio Sozzifanti che vi

fu auditore generale del governo dal 1699 al 1727.

[57] _Barboni_ per frati dice spesso il Gigli. V. il ritratto del P.

Campana negli _Scritti satirici_, Ed. cit., pag. 6, nota 1. — Per il

culto di San Cresci, vedi Annot. 1.ª alla Spediz. XVI del _Gazzettino_,

Ediz. Fanfani. Il Santo ricordato scherzosamente dal Boccaccio, fu una

grande occupazione pei bacchettoni di quel tempo, e un grande spasso

pei letterati. Il Padre Campana, il Canonico Mozzi, l'Abate Gondi e il

Conte Fede sono i _Cresciani_ più derisi dal Gigli.

[58] Lettera di Francesco Onorato Tondelli scritta al Gigli per ordine

del _Serenissimo Gran Principe Giov. Gastone_; premessa alle Lettere

Medicee nel Vol. degli _Scritti satirici_.

[59] Morì a 58 anni nel 1853. Fu prete, e come il Forteguerri,

buono d'animo, vivace d'ingegno, e nemico d'ogni ipocrisia e d'ogni

affettazione. Se il Forteguerri ebbe pei suoi sali il soprannome

di _Lepido_, anche le facezie dell'Jozzelli erano e son rimaste

popolari in Pistoia. Noi che siamo stati suoi alunni, sappiamo quanto

nell'imparare ci risparmiasse di fatica la sua parola chiara ed arguta,

e sappiamo anche la differenza del piacere e del profitto tra la sua

e la lezione d'ogni altro. Poco egli scrisse sì in verso che in prosa,

e questo poco fu raccolto dopo la sua morte e pubblicato, con un cenno

biografico, da Giuseppe Arcangeli (Pistoia Tip. Cino 1853). Ci è anche

qualche altra cosa d'inedito, che può essere pubblicata, e spero che

sarà presto. Ecco intanto il Sonetto contenente il suo ritratto che

mandava al suo caro e spiritoso amico Dott. Luigi Capecchi, sonetto

che il compianto Capecchi mi dava già il permesso di pubblicare nel

_Giornale dei Comuni_ di Pistoia (Febbraio 1867) e che qui riproduco

con la letterina che l'accompagna:

Caro Dottore

Pistoia 5 Giugno 1845.

Eccoti in quattordici versi un Ritratto che potrai, volendo, appiccare

ad una pagina del tuo bellissimo _Album_. Ho voluto delineare nel

fisico, nel morale e nelle sue circostanze, un prete amico nostro,

di buonissimo umore, a me caro tra quanti ne conta la Tribù di Levi.

Io lo conosco _intus et in cute_ perchè visse continuamente con

me, e nacque da mia madre, nel medesimo giorno, anno ed ora in cui

nasceva io stesso. È prete spicciolo che non è nulla nella Gerarchia

Ecclesiastica; neppur Canonico.

Pallido, emunto, ma sereno il volto

Che mal nasconde del pensier l'arcano;

Il piè leggiero, agile il fianco e sciolto;

Asciutto il ventre e scarso il deretano;

Festivo ingegno e poco in se raccolto;

Libero spirto ma temprato e piano;

Tenero cuore all'amicizia vôlto,

Avverso ai tristi ed ai bigotti estrano.

Lingua che ratta come dardo scocca,

Sincera, audace, arguta, e che a gran stento

Morir si lascia una parola in bocca;

Miglior ventura a fabbricarsi intento,

Prete si fè; ma dieci lustri or tocca

E di prete non ha che il sacramento.

Il _miglior ventura a fabbricarsi intento_ rammenta le _chieriche fatte

per economìa_; e davvero anche l'Jozzelli, figlio di poveri contadini,

non potè a meno d'esser prete. Del suo destino si vendicava scrivendo

degli scherzi sulle coperte del _Calendario_, tra i quali trovo questo

distico:

Hic liber a nobis emptus ter quinque per annos

Abstulit argentum, tempus et ingenium.

[60] Questo Sonetto e tutti i versi del Carli, che successivamente

si citano, sono tolti dalla pubblicazione carliana fatta dall'ottimo

amico mio il Cav. Avv. Amerigo Seghieri nella _Viola del Pensiero_

(Nuova Serie), Livorno, 1863, pei Tipi di Francesco Vigo. Sono otto

Sonetti, che egli non garantisce (sebbene lo creda) che sieno tutti

del Carli e tutti inediti. Gli Scherzi poetici dell'_Accademia dello

Scherno_ formarono un grosso volume che, a proposta del Carli, doveva

intitolarsi: _Il Campanaccio sonatosi dagli Accademici dello Scherno

per lo scoprimento del Cristo trino fatto da M. Bietolone da Lucardo

l'anno 1711_.

[61] Lettere a Luigi Medici. Lett. IV. _Scritti satirici_ ec. Ed. cit.

pag. 44.

[62] Fino dal 1859 si diè notizia nel _Piovano Arlotto_, An. II,

pag. 291 e seg., di un MS. carliano posseduto dal Prof. Rigutini,

e ne fu pubblicata una parte. Si è parlato anche di un Ms. della

_Bietoloneide_, posseduto dal Sig. Pietro Fanfani; e finalmente

l'Avv. Seghieri, nella prosa premessa alla pubblicazione livornese

del 1863, dice di avere avuta in mano la _copia originaria_ (sebbene

molto assottigliata) della Raccolta degli Accademici dello Scherno,

offertagli, perchè l'adoprasse a suo talento, dal possessore Sig.

Cammillo Vitelli di Borgo a Buggiano. Intanto pubblichiamo noi, da un

MS. di proprietà del Cav. Cassigoli, un Sonetto che abbiamo ragione

di credere inedito; confortati anche dall'autorevole opinione del

ricordato Cav. Seghieri che ci ha fatto il favore di riscontrarlo col

MS. Vitelli, dove è anche il titolo che qui si legge:

_Riflessione avuta da Bietolone sopra il miracolo che fece Gesù Cristo

nelle nozze di Cana di Galilea._

Sonetto del _Beffa_

Si discorrea l'altr'ier fra più persone

Delle nozze di Cana ove andò Cristo,

Con stupor che sì mal fosse provvisto

Di vin lo Sposo in simile occasione.

Ma non stupite — disse Bietolone —

Perocch'egli era un uomo accorto e tristo,

E, fatti i suoi scandagli, avea ben visto

Ch'era al bisogno ugual la provvisione.

E in verità, di lui tutti appagati

Restaron dal più grande al più piccino,

E si chiamorno molto ben trattati.

Chè se alfin gli mancò quel po' di vino,

Fu perch'egli contò fra i convitati,

Cristo per uno, e poi trovollo trino.

Ma Cristo, acciò il meschino

Non restasse scornato in faccia a tanti,

Gli fe' l'acqua passar per vin di Chianti. —

[63] Reginaldo Tanzini nella dotta Prefazione alla _Istoria

dell'Assemblea degli Arcivescovi e Vescovi della Toscana tenuta in

Firenze l'anno 1787_ (Firenze, Stamp. Granducale 1788) tocca dello

stato della Diogesi pistoiese alla metà del Sec. XVIII; e venendo a

parlare del Vescovo Ippoliti, dice: «Mons. Giuseppe Ippoliti secondò

a maraviglia il piano che gli avea disegnato il suo antecessore, ed

era per condurlo al suo compimento, se la morte non lo avesse rapito

dopo pochi anni del suo passaggio dalla cattedra vescovile di Cortona

a quella della sua patria. Allora fu che cominciarono per opera sua

a girare tra le mani degli ecclesiastici i libri de' Porto Realisti.

L'Arnaldo, il Nicole, il Duguet, il Gourlin, il Quesnello non furono

più per la Diogesi di Pistoia nomi incogniti, nè le loro opere

straniere a quel Clero. Il P. Liborio Venerosi era stato il primo a

farle conoscere e gustare all'Ippoliti nel tempo che dimorò con lui

nell'Oratorio dei PP. di S. Filippo di quella città.»

[64] _Della Poesia Melica italiana e di alcuni poeti erotici_ —

Discorso premesso all'ediz. diam. dei _Poeti Erotici del Sec. XVIII_

pag. XVIII; Fir., Barbera, 1868.

[65] «È la colomba (commenta il Landino) animale molto lussurioso, e

per questo gli antichi dedicarono la colomba a Venere.»

[66] _Del Pievano Jacopo Lori di San Marcello_, Lezione recitata alla

Società Colombaria il 16 Gennaio 1853; nelle Prose del Prof. Giuseppe

Arcangeli (Firenze, Barbera, Bianchi e Comp., 1857), pagina 376.

[67] La missione fu a Gian Gastone, nel Luglio 1773, per alcuni affari

importanti della Congregazione di Propaganda; e ciò si rileva dal

Breve pontificio (che il Prior Bernardino riferisce) molto onorifico

per Niccolò, il quale da Clemente XII è presentato al Granduca come

figlio diletto, _genere virtute doctrinaque conspicuum_. Compiuto

l'alto ufficio con moltissimo suo onore e sodisfazione di tutti, venne

a Pistoia; dove si trattenne fino al 20 Novembre per godere della sua

cara villeggiatura, che fu l'ultima cominciandogli già i segni della

mortale malattia.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

End of Project Gutenberg's Il Ricciardetto, vol. I, by Niccolò Forteguerri

Il Ricciardetto, vol. I · 第 24 / 24 段