S'era, e piangeva lo suo Dio prigione;
Quando il Fracassa vôlto al popol tutto
Incominciò una bella orazïone,
Che fece, grazie a Dio, di molto frutto:
Perchè dimostrò loro in conclusione,
Che il vero Iddio è in cielo ed è immortale,
E che quel loro era un brutto animale.
93
Quindi spiegògli della santa Fede
I misteri più alti e più nascosti;
E che niun giunge alla beata sede,
Se al battesimo fia che non s'accosti.
Onde ciascuno il battesimo chiede;
E a tutti quanti in lunghe file posti
Dan battesmo i giganti e Ferraù;
E grida ciaschedun: Viva Gesù.
94
Poi don Fracassa s'accosta alla bestia,
E fa che monti maggiormente in ira;
Onde non vi so dir come s'imbestia,
E se adopra le granfie, e il grugno gira:
Ma per trarla alla fine di molestia,
Prende la rete, e intorno la raggira;
Poi sopra d'una pietra egli la scaglia,
E spezza il mostro come un fil di paglia.
95
Così col sorcio noi vediamo il gatto,
Che si mette talvolta a giocolare;
Poscia nojato di spasso sì fatto,
L'afferra sì che non può più scappare,
E vivo vivo se lo ingolla a un tratto.
Sì la volpe alla lepre usa è di fare;
Che scherzando con lei s'imbroglia e mischia,
Poi nel più bel del giuoco glie la fischia.
96
Morta la fiera, e gettata nel mare,
Disse il buon Ferraù: Son risoluto
Di qui fermarmi, e Cristo predicare
A queste genti, ed esser lor d'ajuto.
E mi vo' questa fune anco levare;
Chè il dïavol qui può sonare il liuto;
Chè donne così brutte e sì sgraziate
Al par di queste non ne son mai nate.
97
E se con queste il diavol non m'adesca,
Per altra via di certo non m'acchiappa:
Con un bell'occhio ed una faccia fresca
Di man della ragion tutto mi strappa.
Or qui non sarà mai che gli rïesca,
E su gli ugnelli si darà la zappa.
Approvano i giganti il suo concetto,
E vien da lor più volte benedetto.
98
Il dì seguente ritornano in mare,
Seguendo gli altri il lor preso cammino;
E Ferraù si mise a predicare
E a far del ben, se mal non l'indovino.
Ma non so già come abbia a terminare
Questo istituto suo tanto divino:
Guardilo il ciel che a quel lido non giunga
Qualche donzella, e l'anima gli punga.
99
Or mentre questi prega, e quelli vanno
Per le gran vie del gran padre Oceáno,
Venite meco a morire d'affanno,
Se avete il cor pieghevole ed umano,
Donne gentili, che all'estremo danno
Giunta vedrete sul lido africano
La bella e infelicissima Despina,
Che a crudel morte ognora s'avvicina.
100
Il giorno eletto alla giostra reale
Ed all'odiato e barbaro imeneo,
Giunse sopra d'un carro trïonfale
(Là dove in suo dolore acerbo e reo
Stava Despina pensando al suo male)
Il fiero sposo; e con quanto poteo
Terribil voce, lei chiama che scenda
Sul nobil carro, e la mano gli stenda.
101
Tremò la giovinetta a quella voce,
Come al rombo di falco tortorella,
Od al ruggito di lïon feroce
Sola nel bosco timida vitella;
E gela, e suda, e della morte atroce
Già l'immagine scorge acerba e fella;
Ma tanto è il ben che al suo Ricciardo vuole,
Che il perder lui più del morir le duole.
102
E nel suo cor magnanimo propone
Quel giorno per l'estremo di sua vita;
Ed affacciata al vicino balcone
Senza speranza, e però fatta ardita,
Dice: Signor, se in te puote ragione,
Sarò con pace e ancor con laude udita;
Ma se fuor sei di suo dominio o possa,
Io là ritornerò, donde son mossa.
103
Come ladron di via che a salva mano
Crede spogliar l'incauto passeggiero,
Che aveva discoperto da lontano,
E vagli addosso impetuoso e fiero;
S'ei gli resiste, onde fallito e vano
Rïuscire si veggia il suo pensiero,
Per l'impensato caso si tapina;
Tal Serpedonte restò per Despina:
104
Chè in testa mai non gli sarìa caduto
Di vederla sì torbida e pensosa,
E quasi in atto di fargli un rifiuto
D'esser donna di Nubia, e in un sua sposa.
Quindi le dice: Io qui non son venuto
Per veder quanta è in te virtù nascosa,
Ma per condurti alla gran giostra, e poi
Queto dormir tra i dolci amplessi tuoi.
105
E monta sopra gli argini del carro,
E verso del balcon salta, anzi vola;
Indi con viso torbido e bizzarro
La guarda alquanto senza far parola.
Ma perchè queste cose ora vi narro,
Pietose donne, e in mezzo della gola
Io non chiudo gli accenti? Chè son certo,
Come tacendo acquisterei più merto.
106
Ma giacch'egli v'è in grado ch'io favelli,
Come voi mi mostrate a più d'un segno,
Udite dunque. In aspri modi e felli
Prende la verginella, e con disdegno
Sul carro la strascina pe' capelli.
Nubia turbossi all'atto acerbo e indegno,
Ancorchè fosse barbara e villana,
E poco avesse della mente umana.
107
E con Despina più morta che viva
Al campo giunge; e cavalieri e dame
Si muovono a incontrarlo; e mentre arriva,
Il vecchio padre anch'esso, del reame
Con la più illustre e nobil comitiva,
Vàllo a trovare, e del nuovo legame
Del bramato imeneo scherza con esso,
Ignaro ancor di quel ch'era successo.
108
Quando egli s'ode dir: Padre, costei
O in questo punto diverratti nuora,
O io fo giuro a tutti i sommi Dei,
Che in questo punto converrà che mora.
La sciocca sdegna i dolci affetti miei,
Perchè d'un altro ella è invaghita ancora:
Perciò risponda e dica ciò che vuole;
O viva o mora per le sue parole.
109
S'alza Despina in piedi, e attorno attorno
Guarda le donne, i duci e i cavalieri;
Indi col viso d'ogni grazia adorno,
Che fuor mostrava i nobili pensieri,
Vôlta colà dove si muore il giorno,
Quasi guardasse i suoi perduti imperi,
Un cenno fece con la bianca mano
D'essere udita, e non lo fece in vano.
110
Ed ecco ognun s'affolla per udire
Ciò che dirà l'illustre pellegrina.
Ma io che so com'ella vuol morire,
Spezzo la cetra, e di questa meschina
Non vo' nulla ascoltare e nulla or dire.
Oh di fede e d'amor bella eroina,
Letta non avess'io tua trista istoria,
O almen mi fosse uscita di memoria!
111
Chè tal pietà di te mi serra il core,
Che mei soffoga, e perdo i sentimenti.
O dove sei, Ricciardo? ove dimore,
Ora che giunto agli ultimi momenti
Per troppo amarti è il tuo sì dolce amore?
Ahi donde ei stassi, l'arrechino i venti
Su le libiche spiagge, acciò che porte
A te soccorso, o veggia almen tua morte!
112
Ma dove volgo le mie triste rime
A chi non m'ode, o non sente pietade?
Omai dalle supreme alle parti ime
Mi prende un gelo, onde a terra mi cade
La mesta lira, nè più il labbro esprime
L'usate voci; ma di tronche e rade
Note tesso i miei versi, e di gran pianto
Tutte le aspergo: onde lasciamo il canto.
CANTO DECIMOQUINTO
ARGOMENTO
_Despina condannata a star sepolta,_
_Dal padre prigioniero è visitata._
_Carlo risana, e porta gente molta_
_Nella Spagna da' Mori assassinata._
_Ferraù torna all'uso un'altra volta_
_Con una brutta vecchia sganganata._
_Ricciardo tragge fuor con largo scempio_
_Despina sua dall'africano tempio._
1
Penso sovente che l'umana vita
Ricolma ell'è di tutti quanti i mali,
E che niuna dolcezza è mai compita;
Ma quali in guerra viva i dardi e strali
Vibransi ognor su la città assalita,
Così piovon su i miseri mortali
Da ogni parte miserie e sciagure;
Ond'è mirabil cosa, come dure.
2
La povertà ci affanna, e la ricchezza
Ci fa odiosi, superbi ed ignoranti:
L'amore ci rïempie di tristezza;
L'ira e lo sdegno ci turba i sembianti:
Un mar turbato sembra giovinezza,
Pieno di rotte sarte e legni infranti:
È la vecchiezza languida e da poco,
E la virilità dura pur poco.
3
In somma in ogni tempo, in ogni stato
Non ha mai requie e non ha mai conforto:
E quegli al parer mio solo è beato,
Che nato appena, o poco dopo è morto.
Perchè, sebben c'è qualche fortunato
Il cui naviglio già si trova in porto,
Pure in guardando le miserie altrui,
Moveransi a pietà gli affetti sui.
4
Perchè, siccome le diverse corde
D'uno strumento, se son ben temprate,
Fanno un suono dolcissimo e concorde,
In cotal guisa le genti create
Convien fra loro che natura accorde;
Onde non ponno l'une esser toccate,
Che non rispondan l'altre: e di qua viene
Che abbiam tanto dolor dell'altrui pene.
5
Che se non fosse questa gran catena,
E si vivesse come querce o abeti
Fissi ad ogn' or su la paterna arena;
Siccome a quei non duol che spezzi e inquieti
La scure l'altre piante, e non han pena;
Così staremmo noi contenti e lieti
Su le miserie di questo e di quello:
Ma natura ci diè senso e cervello;
6
E ci diede per quello gentilezza,
E per quest'altro senno e intelligenza:
Onde per l'una il male altrui s'apprezza,
E fassi nostra ancor la sua doglienza;
E per l'altro s'accresce l'amarezza:
Chè (come dice il Savio in sua sentenza)
Quei che aggiunge sapere, aggiunge affanno,
E men si dolgon quelli che men sanno.
7
E oh quanto volentieri or mi porrei
In cotal truppa! e viverei più lieto,
E tra me stesso non maledirei
Il dì ch'io presi in mano l'alfabeto,
Onde a leggere appresi, e m'abbattei
In quel racconto, in quel crudel decreto,
Che, come dissi, per sua dura sorte
Condannava Despina a fiera morte.
8
Fatto ella dunque con la man di neve
Segno a ognun che tacesse, diede in pria
Un ardente sospiro, e quei fu breve;
Poi disse ad alta voce: Io non son mia,
Nè di quel d'altri disponer si deve
Senza permissïon da chi che sia.
A Ricciardo donai me stessa e il core;
Ond'egli è solo il dolce mio signore.
9
Ed ho sì gran piacer di questo dono,
Che niun tempo verrà ch'io me ne penta;
E se ben tanto presso a morte io sono,
Che già mi vedo trucidata e spenta,
Odio la vita, e pongo in abbandono
Quanto oggi qui da te mi si presenta,
Principe ingiusto, che discioglier brami
Questi dell'amor mio sacri legami.
10
Serpedonte a quel dir, come mastino
Che veduto abbia la nemica fera,
Con l'aspra mano il collo alabastrino
Le serra, e vuol che onninamente pera.
Ma tante strida il popol Saracino
Diè, che interruppe quell'opera nera;
E colmo d'ira in verso lui si volse,
E in guisa tale la sua lingua sciolse:
11
Se voi sapeste quale alberga in questa
Donna, anzi furia del tartareo chiostro,
Alma crudele ed agl'inganni presta,
Risparmiato avereste il pianto vostro,
Nè la sua morte vi saría molesta:
Ma voi le bianche perle ed il vivo ostro
Di lei mirando, e i suoi begli occhi neri,
Più là non penetrate coi pensieri.
12
Questa adescommi, un lustro è già compiuto,
Nell'amor suo in maniera sì strana,
Ch'io n'ero morto, e ancor ne son perduto;
Ed al principio mi comparve umana;
Poi di me fece un barbaro rifiuto,
E si fuggì, resa d'amore insana,
Con uno, alla cui morte ella col padre
In Francia andò con tante armate squadre.
13
Ma non rende ragione a' suoi vassalli
Di quel ch'egli opra un supremo signore:
E perchè lieve pena a tanti falli
È presta scure e subito dolore,
Di lunga morte i tormentosi calli
Voglio che prema in un perpetuo orrore.
E qui rivolto alla donzella il viso,
Guardolla con disprezzo e con sorriso:
14
Ed ordin diede a quattro cavalieri
Che la guardasser dentro d'una tenda
Insino a tanto che de' suoi pensieri
Tutta la somma il fabbro non comprenda,
Che formar deve il misero quartieri
Della donzella, anzi la tomba orrenda:
E perchè questa presto sia finita,
I lavoranti a molto prezzo invita.
15
Nell'isoletta, se ve ne sovviene,
Dove le regie tende egli fa porre,
Vuol che si formi il loco delle pene.
Onde la gente tutta colà corre,
E fan gran fosso nelle asciutte arene:
Nè in questo mentre alcun viene o soccorre
L'innocente fanciulla; e intanto bolle
L'opra, e sul fosso un gran tempio s'estolle.
16
A guisa del famoso Panteonne
Formato sembra; e v'è di più, che attorno
Ci son di nero porfido colonne;
Di neri marmi ancora è tutto adorno
L'infausto tempio: e di abbrunate donne
Un drappel vuol che dentro al suo contorno
Abiti; e questo quasi ogni momento
Mandi fuori un mestissimo lamento.
17
Poi fa dipinger sopra d'ampie tele
Tutti i casi di donne sventurate,
Ch'ebbero il cor superbo, o pur crudele;
E di queste le mura sono ornate
Della gran volta: e di nere candele
Vuol che arda in esso tanta quantitate,
Che a lui, che il giorno splendido ne adduce,
Soprastar possa la racchiusa luce.
18
Quindi in mezzo del tempio erge un avello
D'un bel dïaspro che ha la porta d'oro;
E d'oro ha pure il grosso chiavistello,
Per cui dal cieco sotterraneo foro
Vassi al carcere iniquo, orrido e fello,
Dove Despina per suo reo martoro
Deve condursi a terminar sua vita.
Ed oh che l'opra omai è già finita!
19
Finita l'opra, d'un gran manto nero
Fanno vestir la povera Despina;
E ogni altra donna, ogni altro cavaliero
Si veste a bruno per quella mattina:
E verso il loco dispietato e fiero
Tacita e pensierosa ella cammina:
Entra nel tempio, e Serpedonte è seco,
Che la riguarda minaccioso e bieco.
20
Apre un soldato la dorata porta,
E, Qua, le dice, misera fanciulla,
Entrar convienti e rimanerci morta.
Essa lo guarda, e non risponde nulla:
Quand'ecco il vecchio rege che l'esorta
A non passar sì presto dalla culla
A tomba sì crudele e spaventosa,
E ch'esser voglia a Serpedonte sposa.
21
Le dame e i cavalieri a mille a mille
Le son d'intorno, e le stesse preghiere
Le fanno: ed ella in sembianze tranquille
Lor si dimostra, e quelle lusinghiere
Voci non cura; ma con le pupille,
Di cui natura non fe' le più nere,
Si fissa in Serpedonte, e immantinenti
Tali gli vibra al cor detti pungenti:
22
Eccomi giunta alla soglia fatale,
Donde si varca al regno della Morte.
Questo è l'ospizio, uomo micidiale,
Questo è il palazzo e la superba corte
Ove tu alloggi una donna reale?
Or vanne pure, e vantati di forte;
E la fama di te dica, ovunque erri,
Come vive le femmine sotterri:
23
E le sotterri, perchè troppo fide
Sono agli sposi loro, a' lor mariti.
Africa sola e le spiagge Numide,
E più d'ogni altro della Nubia i liti
Veggon tai cose: altrove sol si uccide
Chi fede rompe per minacce o inviti,
O per forza d'amore al suo consorte;
E qui sol chi è fedel si danna a morte.
24
Crudel, se data t'avess'io parola
D'esser tua sposa, e t'avessi mancato,
Ben mi starebbe addolorata e sola
Viver morendo in loco tanto ingrato;
Nè mi dorrebbe vedermi alla gola
Pungente ferro, o il petto mio piagato;
Chè merita abbreviare i giorni sui
Chi tradisce il suo sposo, e dassi altrui.
25
Ma a voi, donne di Nubia e cavalieri,
I Genj di queste orride contrade,
E su del cielo e degli abissi neri,
E i Numi ancor che le marine strade
Scorrendo vanno placidi e leggieri,
E i gran Numi di fede e di onestade
Parlino a mia difesa; e chiara sia
La sua calunnia e l'innocenza mia.
26
Nè gran tempo anderà ch'aspra vendetta
Faran di me più spade peregrine:
E forse forse l'amor mio s'affretta
Per ritrovarmi su l'onde marine.
Deh, se prego mortale in ciel s'accetta
Da quelle immense potestà divine,
Fate, gran Dii, che in questa tomba io viva,
Sino a che il mio Ricciardo non arriva;
27
E non ti tragga, traditor, dal petto
L'indegno core, e dica a me: Tel dono.
Quel poi guardando entrambi con diletto,
Diremo entrambi ancor: Quivi ebbe il trono
L'amor da prima, e poi l'ira e il dispetto
Contro una che lasciata in abbandono
Era da tutti; e questo uomo sì forte
La racchiuse tra barbare ritorte.
28
Nè ti allegrar con la vana speranza
Che una lagrima sola, un sol sospiro,
Un pallor breve su la mia sembianza
Abbi a vedere in tanto mio martiro.
Al par di tua ferocia avrò costanza:
E s'egli è ver che, terminato il giro
Di questa vita, ogni anima disciolta
Si trovi con chi ell'ama un'altra volta;
29
Qual sarà il mio piacere e il mio conforto
Nel ritrovarmi col mio Ricciardetto?
Qual gioja trarrem noi da questo torto,
Da questo sdegno e questo tuo dispetto?
Io lui dirò come in crudele e corto
Carcer fui spenta per l'estremo affetto
Ch'io volli conservargli; e più gradita
Mi fu santa onestà, che lunga vita.
30
Questa sola speranza ella è bastante
A farmi lieta in compagnia di Morte.
Ma tu nulla rispondi, e nel sembiante
Ti cangi, e tieni le tue luci smorte?
Forse ti duol che alla tua gente avante
Spalancate del vero abbia le porte,
Onde veggano a qual tristo signore
Debbano soggettar la roba e il core?
31
Povera Nubia e misere pendici,
Che aspettar vi potete da costui?
Se me distrugge, farà voi felici?
Me che tanto d'amore accesi in lui?
E se chi ama, tratta da nimici
Dannando a morte in luoghi acerbi e bui,
Di color che avverrà ch'egli non cura,
Se non la stessa sorte, e ancor più dura?
32
Però, s'io mal non veggo, il più beato
Sotto costui è quel che muorsi presto.
Misero certo e doloroso stato
Ad un cor vile che non pensi al resto;
Ma felice, soave e fortunato
A chi il futuro è tutto manifesto,
E che legge ne' fati e nelle stelle
Il gran tragitto alle cose più belle.
33
Però, donne amorose e cavalieri,
Non vi prenda pietà del morir mio.
Ch'oltre ch'io muojo tanto volentieri,
Ch'altro non ho che di morir desìo,
Ho gran piacer che questi si disperi
In non avermi, e sì ne paghi il fio;
E mi diletta più d'ogni altra cosa,
Ch'io muojo onesta, e di Ricciardo sposa.
34
Volea più dir; ma generosa e forte
Varcò la soglia, e con l'eburnea mano
A sè tirò le spaventose porte,
E si riacchiuse nell'oscuro vano,
U' nera face con fiammelle smorte,
Che la luce movea poco lontano,
Le fe' vedere il tenebroso avello,
Più crudo assai di qualunque coltello.
35
Chiusa Despina, si fece un gran pianto
Dalle abbrunate femmine pietose;
E Serpedonte infurïato intanto
A custodia del tempio mille pose
Uomini d'armi, che famoso vanto
S'acquistaro per opre glorïose:
A guardia poi della tomba spietata
Egli si pone, ed altri non la guata.
36
E vuol, chïunque nel tempio penètra,
Despina rea, e lui giusto confessi;
E chi ciò nega, fa scrivere in pietra,
O che coi mille alla pugna s'appressi;
O se pur grazia dalle stelle impetra,
Essendo ei sol, che quei restino oppressi,
Debba seco pugnar, del cui valore
Libia avvezza ai spaventi n'ha terrore:
37
E chi vinto rimane (odi che furia,
Odi che mostro orribile e spietato!)
Vuol che di tutto patendo penuria,
Sia vivo per tre giorni riserbato;
Poi con affanno e con estrema ingiuria
Sopra l'avello rimanga scannato;
E fuor venga Despina in quei momenti,
Acciò vegga il suo sangue, oda i lamenti.
38
Ciò decretato, alle femmine impera
Che attorno attorno all'avello funesto
Facciano un tristo canto in su la sera,
Perchè il carcere a lei sia più molesto.
Onde due giovinette in veste nera
Andaro avanti, e in tuon lugubre e mesto
Il canto principiaro; e l'altre appresso
Piangendo ripetevano lo stesso.
39
O verginella, dove mai ti trovi
Separata da' vivi in una oscura
Tomba, ove morte ancor viva tu provi?
Quando nascesti, ogni mala ventura
Teco pur nacque. A pietà mi commovi:
Ma se non eri al signor nostro dura,
Avresti regno e vita lieta e bella.
E il coro rispondeva: O verginella!
40
E quindi in tuono più roco e languente
Seguìano: O d'Amatunta, o di Citera
Leggiadra Dea, che fai bella e ridente
Del terzo cielo la feconda sfera,
Piega la dura ed ostinata mente
Di questa verginella aspra e severa,
Acciò di sè le incresca, e si rivolga
Al nuovo amore, e dal primo si sciolga.
41
Ma non tardar, se sei così pietosa,
Come fama di te fra noi favella;
Chè dentro all'atra tomba e spaventosa
Potrà poco durar la vergin bella.
Dunque impera alla tua prole famosa,
Che armata di acutissime quadrella
Nel carcere penétri, e il cor le spezzi
Per Serpedonte, e Ricciardetto sprezzi.
42
E mentre quelle cantavan di fuore,
Dalla profonda tomba a lor risponde
Despina, e dice: Del vostro dolore,
Donne, ho pietà; ma pria di sasso l'onde
Del mar faransi, e sentiranno ardore,
O nere si faran le chiome bionde
Del sempre chiaro apportator del giorno,
Ch'io faccia all'amor mio oltraggio e scorno.
43
In questo dir, di guerra aspra nascenza
S'ode fra i mille; onde spezzano il canto
Le meste donne vinte da temenza,
E del gran tempio s'ascondon 'n un canto.
Un guerriero di forza e di potenza
Combatte; e questi è il Cavalier del Pianto,
Il padre della giovine racchiusa,
Che d'uomo ingiusto Serpedonte accusa.
44
Errò tanto costui per aspri e vari
Luoghi, che giunse a quell'orribil porto,
Dove udì della figlia i casi amari,
E n'ebbe per dolore a restar morto:
E se ben sa che con mille contrari
Vincer non puote e vendicar suo torto,
Pur ama meglio una morte spedita,
Che senza lei più mantenersi in vita.
45
Quindi è che disperato egli si caccia
In mezzo a loro, e col brando tagliente
A questi il collo, a quei tronca le braccia.
Ma or più non è quello Scricca valente,
Ch'allora ei fu che su la fresca faccia
La nera barba ruvida e pungente
Segno faceva e mostra di vigore;
Or ella è bianca, ed egli ha men valore:
46
Ond'è che vinto e prigioniero ei resta,
Ed è condotto al fero Serpedonte;
E l'elmo duro trattogli di testa,
Conobbe ei tosto la real sua fronte,
Che gli era per lungo uso manifesta;
E con parole dispettose e pronte
Gli dice: Gran mercè debbo agli Dei,
Se in questo giorno mio prigion tu sei;
47
Chè già la legge ed il fatal decreto
Saper ben dêi del tuo prossimo fine.
Ma s'esser tu vorrai uomo discreto,
Questa sventura tua giunta al confine
Non sol farai ch'ella ritorni indreto,
Ma rose diverran tutte le spine
Che or pungono il cor tuo, e quello ancora
Di tua figlia che tanto ti addolora.
48
Io t'aprirò la porta dell'avello,
E tu discendi seco a parlamento;
E se addolcisci lo suo cor rubello
Per me, cangerò teco anch'io talento:
Sarò suo sposo, e non sarò più quello
Che or sono, ad ambo voi tutto spavento;
E queste squadre e il braccio mio saranno
In avvenir de' tuoi nemici in danno.
49
Nè, gran rege de' Cafri, io ti dimando
Ingiusta cosa. Anzi, se t'enno a core
I patrj Dei, a' quali io raccomando
Me stesso e l'opra e il lor macchiato onore.
Dovresti far con paterno comando
Ch'ella spegnesse il mal acceso ardore:
Chè donna saracina ad uom cristiano
Non deve unirsi, o il matrimonio è vano.
50
E qui raccontò lui di Ricciardetto
E di Despina gli teneri amori;
E come egli rapilla per affetto;
E gli sdegni di lei, l'ire e i furori
Contro di lui per quel suo giovinetto.
S'empie lo Scricca tutto di stupori
A quelle voci, e fassi aprir la porta
Dell'urna, ed alla figlia egli si porta.
51
Ma ritorniamo un poco, se vi piace,
Al nostro Carlo, e partiam da Despina,
Or che col padre suo in santa pace
Si trova dentro a quella sua cantina.
Ma duolmi che ammalato Carlo giace,
Ed ha presa la terza medicina,
E gli han cavato sangue, e messi gli hanno
I vescicanti che gran duol gli fanno.
52
E già s'era ridotto a mal partito,
Quando San Dïonigi di persona
Gli apparve, ed era di bianco vestito,
E disse: Carlo Magno, nuova buona:
Il moccolino tuo non è finito.
Ciò detto, disparisce e l'abbandona.
Carlo s'alza sul letto, per far prova
S'egli è guarito, e sano si ritrova.
53
Di che si rallegrò tanto Parigi,
Che quasi se ne andò tutto in baldore;
E allor fu fabbricato a San Dionigi
Quell'ampio tempio e di tanto valore,
Di cui ancor si veggono i vestigi,
E di cui Francia non vide il maggiore:
E questa grazia ciaschedun più prezza,
Perch'era presso all'ultima vecchiezza.
54
E mentre si fan feste da per tutto,
Ecco che a mezzodì giunge un corriero
D'Alfonso il casto con vestito a lutto,
Che vien di Spagna, e dice come il nero
Popol di Libia ha il suo signor distrutto;
Onde ha sua speme nel francesco impero;
E prega Carlo con sospiri e pianti,
Che a lui voglia mandar cavalli e fanti:
55
Ma che non ponga punto tempo in mezzo;
Chè qual torrente che rotte ha le sponde,
Va l'Africano a fiere stragi avvezzo
Per le ispane contrade, ove confonde
L'umane e sacre cose, e con disprezzo
Insulta tutti, e niuno a lui risponde:
Cotanto de' Spagnuoli è lo spavento,
Che dieci Mori ne disfanno cento.
56
Nè tacque i santi letti maritali,
Nè le sacrate a Dio vergini pure,
Fatte trastullo di quegli animali.
Onde mosso a pietà di lor sventure,
Rispose Carlo, che d'aquila l'ali
Avrìa voluto in quelle congiunture,
Per ritrovarsi vie più presto in Spagna,
E dar principio a una crudel campagna.
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Ma che non averìa troppo indugiato
A mandarvi soccorso e venirvi esso.
E corrieri spedì per ogni lato,
E diede lor comandamento espresso
Di ricercare Orlando suo pregiato,
E il buon Rinaldo che gli andava appresso,
E quale altro trovasser nel cammino
Famoso in armi e chiaro paladino.
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E volle la fortuna dei Spagnuoli,
Ch'Ulivieri e Dudone, ed altri molti
Bravi soldati, in guerra rari e soli,
Giungessero in quel punto, e insiem raccolti
In Parigi: onde avvien che si consoli
Carlo in vederli; e stampò su i lor volti
Baci di gioja e di allegrezza estrema,
E fa dire ad Alfonso che non tema.
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Ed unisce un'armata presto presto
Di trentamila e forse più cavalli,
E pedoni altrettanti; ed esso lesto
Va loro avanti fra trombe e timballi,
E fa il suo ardire a tutti manifesto:
Che non sì corre villanella ai balli,
Com'egli a quella guerra correr sembra,
Col bianco crine e l'invecchiate membra.
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Ma mentre egli cammina in questa guisa,
Torniamo a Ferraù che pur dimora
Nell'isoletta dal mondo divisa,
Ed ha fatto degli occhi doppia gora
Per lavar l'alma sua di colpe intrisa.
Ma il demoniaccio, che sempre lavora,
Gli guastò tanto il debole cervello,
Che ancor di nuovo a Dio si fe' rubello.
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