Onde non sa come fuggir di mano

Al fiero amante, a cui già già rincresce

D'esser trattato in modo così strano.

Esser vorrebbe la meschina un pesce,

O qualche augel, per gir da lui lontano;

Ma in questo mentre il desiderio cresce

Nel sir di Nubia in sì fatta maniera,

Che o la vuol morta, o vuolla per mogliera;

11

E le dice: Despina, assai cortese

È chi domanda quel che ha in suo potere:

Io vorrei l'amor tuo senza contese;

Ma quando questo non possa ottenere,

Avrollo a forza. E furibondo stese

Vêr lei le braccia vinto dal piacere;

Ond'ella il prega che in Nubia la guidi,

Oppur di Cafria ne' paterni lidi:

12

Ed ivi gli sarà, conforme ei brama,

Sposa e regina; e finse serenarsi.

Il principe, che sì l'adora ed ama,

Le crede, e giura che potrà sforzarsi,

E porrà fine alla cocente brama;

E i marinari suoi prega a sbracciarsi

Quel più che ponno, e prega i Dei del mare

E i venti che lo vogliano ajutare.

13

E gli fur sì benigni e tanto amici,

Che una nuvola in ciel non fu mai vista;

Ed aure dolci, placide e felici

Spiravan sì, che un dì vennero a vista

Delle africane ed aride pendici:

Di che fu nel suo cor dolente e trista

L'infelice Despina, e in suo segreto

S'affligge, e di fuor mostra il volto lieto.

14

Spedisce con la picciola barchetta

Un marinaio al porto, a dare avviso

Com'egli è giunto; e dal porto a gran fretta

In Nubia passa con allegro viso

Al padre suo spedito per staffetta

Un giovinetto, che di polve intriso

E di sudore non corre, ma vola;

E con tal nuova la corte consola.

15

Serpedonte nel porto a mezzo giorno

Entra; e di voci barbare risuona

Il porto e tutto quanto il lido intorno.

Egli era grande assai della persona,

E bello ancor, ma nulla affatto adorno

Di quelle grazie che natura dona;

Chè aveva aspetto e maniera superba,

Un parlar aspro e guardatura acerba.

16

Discende questi; e la bella Despina

Presa per man da lui discende ancora.

Egli impera a ciascun che in sua regina

Lei prenda da quel punto e da quell'ora:

E mentre ognuno l'adora e l'inchina,

E gode avere sì gentil signora,

Ecco di Serpedonte il vecchio padre

Tutto attorniato da guerriere squadre,

17

Che il figlio abbraccia, e della lunga assenza

Ristora i danni e le passate angosce,

Vedendol sano. Alla real presenza

Despina ei guida; e perchè in lei conosce

Quanto puote modestia e riverenza,

Non temer, dice, chè in te riconosce

Mio padre a più d'un segno, che tu sei

Figlia di regi, oppur di sommi Dei:

18

E non sol goderà d'averti in nuora,

Ma farà fare anche l'usate feste.

E in ciò dir la conduce al padre allora,

E dice: Questa che in sembianze oneste

Vi meno avanti, di Cafria è signora,

Ed è mia sposa. Il rege manifeste

Dimostrò sue allegrezze a tale avviso;

Tanto piacer gli comparve sul viso:

19

Ed ordinò la giostra di tre giorni,

E che frattanto se ne desse parte

Non sol nel vicinato e ne' contorni,

Ma alle genti remote; e messi e carte

A dame invìa e a cavalieri adorni;

E quindi forma con mirabil arte

Su la spiaggia del mare uno steccato,

Che mai più bel si vide in nessun lato.

20

Fece spiantare dai boschi vicini

Abeti e faggi, e querce alte ed annose,

E platani e cipressi ed alti pini;

E tutti quanti in bell'ordin dispose,

Perchè il cocente Sole non rovini

Con le sue fiamme troppo luminose

Il piacer della festa; e mise in giro

Sedili d'oro ornati di zaffiro.

21

Il vano poi della nuova boscaglia

Fece coprire d'un candido bisso

Tutto a fior d'oro che la vista abbaglia.

Quindi nel mezzo di cristallo fisso

Un cilindro è, che par che un miglio saglia,

Dove posa quel cielo e stavvi affisso;

E intorno intorno pon d'oro e d'argento

Tele, che in veritade era un portento:

22

E fe' venir lontano cento miglia

Una fontana d'acque cristalline,

Che in alto sale, e tutta si scompiglia,

E par composta di minute brine;

Poscia cadendo forma a maraviglia

Un bel laghetto, che ha per suo confine

Un orlo di smeraldi: e il cavo spazio

Formato egli è d'orïental topazio:

23

E un'isoletta in mezzo al piccol lago

Compon tutta di perle e di carbonchi;

E quivi un trono fa metter sì vago,

Che innamora a vederlo: interi e tronchi

Vi son coralli, che formano immago

D'un vago scoglio; e da purpurei bronchi

Pendono ove diamanti e dove perle,

Che una rara bellezza era a vederle.

24

Quivi tre sedie nobili fa porre

Per sè, per la regina e per il figlio;

E al vincitore un premio fa proporre,

Che non puote idearsi uman consiglio;

E s'io nol dico, pensarvi che occorre?

Questo di perle egli era uno smaniglio;

Ed ogni perla come un uovo ell'era

O di gallina, o d'anitra cianciera.

25

Ma nel mentre che il re pensa alla giostra,

E Serpedonte l'opera dispone,

Despina nella più segreta chiostra

Nascosta s'è della real magione;

E piange e si dispera, e ben dimostra

Quanto ella adori il bel Franco garzone,

E quanto l'addolori e le dispiaccia

Vedersi di quest'altro infra le braccia;

26

E dice: Dunque non avrà riparo

Questa d'affanni sì terribil piena?

E pur de' casi nostri non è ignaro

Il sommo Giove, che l'aria serena

E il tutto regge, e si diletta al paro

Dar premio al giusto, e al peccator sua pena.

Or come dunque egli potrà soffrire

Vedermi ognora d'affanno morire?

27

Egli ben sa che del mio Ricciardetto

Io porto il cuor, nè posso esser d'altrui;

E che il mio cuore si sta nel suo petto,

E che una cosa sola siamo in dui.

Or perchè dunque si piglia diletto

Che venga un terzo a mettersi fra nui,

E quello al suo, e me tolga al mio bene,

E ci empia entrambi di tormenti e pene?

28

Ah che ho timore, e sia pur pazzo e vano,

Ch'egli, contento in sua beata sede,

Non curi il nostro male acerbo e strano:

Chè chi può rimediare al mal che vede,

E non vuol farlo e stassene lontano,

Ch'egli lo voglia, da ciascun si crede;

E chi senza ragion vuole alcun danno,

È micidiale e barbaro e tiranno.

29

O Ricciardetto mio, o mio tesoro,

dolce sposo, ove adesso sarai?

Io misuro dal mio il tuo martoro,

E i sommi affanni tuoi dalli miei guai:

Ma non temer, che nè beltà, nè oro,

Nè regni a te m'involeranno mai.

A te donommi Amore e mia Fortuna,

Nè a te mi torrà mai cosa veruna.

30

E qui rinforza l'afflitta Despina

I suoi lamenti e l'alte sue querele.

Ma torniamo al garzon che si tapina

Su l'isoletta, e chiama Dio crudele,

Perchè ha permesso l'orrida rapina;

Ed ha veduto già sparir le vele

Della nave che porta furïosa

La sua sì bella e sì diletta sposa.

31

E perchè dietro alla nave fugace

Tutti son mossi, ed ei restato è solo,

In un mare di pianto si disface.

Ma quello per cui più cresce il suo duolo,

È che nel porto niun legno capace

V'è di portarlo; ed ei levarsi a volo

Nè sa, nè puote: onde affatto dispera

Di più trovar l'amata sua guerriera.

32

Quel che si dice della tortorella,

Quando il falcone o il cacciatore avaro

Le ha presa o morta la compagna, ch'ella

All'aer bruno, all'aer puro e chiaro

Sempre geme e sospira, e sempre appella

Lei che non l'ode in quel suo pianto amaro;

Lo stesso di Ricciardo dir si puote:

Con tante strida l'isola percuote.

33

Ma quando alla ragione diede loco,

E il core afflitto rallentò sua pena,

E i generosi spirti preser foco,

Talchè di sdegno ha l'anima ripiena;

Alla sua donna non più pensa o poco,

Ma pensa alla vendetta; e su l'arena

E ne' porti di Nubia esser vorrìa

Apportator d'aspra tempesta e ria.

34

Nè or più nell'amorosa anima pinge

Il dolce Amore a lui gli occhi e i capelli

Della sua donna, nè con rose cinge

I bei denti d'avorio, e i grati e belli

Modi con cui sì lo incatena e stringe;

Ma in mano del furor sono i pennelli,

Che a colore di sangue orrido e nero

Pinge di Serpedonte il volto fiero:

35

E gliel dipinge nella guisa stessa

Con cui lo vide quando portò via

La sua Despina da dolore oppressa.

S'arma egli adunque, e quasi si ricrìa,

Pensando al giorno che gli sia permessa

Quella battaglia ch'or tanto desìa:

E già gli par la temeraria fronte

Aver recisa all'empio Serpedonte;

36

E di ascoltare dalla sua Despina

Gli sdegni e l'arti e i fortunati inganni

(Di cui n'hanno le donne ampia fucina)

Ch'ella usò in mezzo a quei fieri tiranni

Per conservarsi sua sera e mattina;

E gli pare anco de' passati danni

Seco parlando averne tal gioire,

Che può pensarlo, e non lo può ridire.

37

Con la dolcezza di questi pensieri

Gli torna in mente come tutte ha seco

Della sua bella donna in un forzieri

Le pietre e l'erbe, che nell'alto speco

A lei donò Silvano; e a lui fur jeri

Date da lei, prima che l'atto bieco

Commesso fosse: e principia a sperare

Di poter quinci, lor mercè, scappare.

38

E la pietruzza gialla in man si prese,

Che invisibile fàllo a chi che sia;

Ed all'estremo lido indi discese

Per vedere se alcun legno giungìa.

Or qui lasciamlo, ed in altro paese

Andiam seguendo della Musa mia

Il presto volo; e parliam, se v'è grato,

Di Rinalduccio e d'Orlandin pregiato.

39

Dopo aver navigato cinque giorni,

Giunser costoro con la lor barchetta

'N un mar che non ha lido che il contorni;

Sol giace in mezzo ad esso un'isoletta

Bella ed aprica, e d'alti faggi ed orni

Ornata sì, che a vederla diletta.

Quivi pregano Argéa, quivi Corese

Di scendervi, e di starvi almanco un mese.

40

Il suo nome non sanno i naviganti.

Nè qual gente vi stanzi, o a chi s'aspetti;

Ma Naldin disse: Non pensiam più avanti,

E a pigliar terra ognun di noi s'affretti.

Già il giorno scoloriva i suoi sembianti,

E già mossa era da' suoi neri tetti

La notte, che ricchissima di stelle

Par che ci tolga, e dà cose più belle;

41

Quando son presso all'isoletta tanto,

Ch'odon le voci e veggion le persone.

Ma perchè l'aria ell'era oscura alquanto,

Veggiono poco o nulla. In conclusione

Starsi nel porto quella notte intanto

Pensa il piloto, come è di ragione;

Ch'entrare in casa d'altri all'impazzata,

È cosa che non puote esser lodata.

42

E prender lingua frattanto procura,

E che si stia su l'armi ognuno avverte;

Benchè non v'è pericol di paura,

Ma che più tosto l'isola diserte

De' due cugini l'immensa bravura;

Che avean le mogli lor sotto coperte,

E stavano a vedere su la poppa

Giocare i marinari a massa e toppa.

43

Passò presto la notte; chè in quel loco,

Qual è vicino alla fascia bruciata,

Il miserello Sol riposa poco;

Ma da' suoi raggi è tanto travagliata

L'isoletta, che par fatta di foco:

Pur delle piante fa la dolce e grata

Ombra, e le fonti che scorron per essa,

Che l'abitazïon vi sia permessa.

44

Venuto il giorno, saltan sul terreno

Le donne, i cavalieri e i marinai;

E lo veggion di popolo ripieno,

Ma brutto molto e scontraffatto assai.

Quand'ecco sotto un baldacchin di fieno

Balzar tra ginestreti e gineprai

Il rege e la regina, e per l'incolto

Luogo trar seco un popol lungo e folto.

45

All'apparir che fecero costoro,

I giovani e le donne stupefatte

Restaro, e si ammutiron tra di loro:

Chè nella valle star di Giosafatte

Stimâr; chè di tai genti il tristo coro,

Siccome da natura furon fatte,

Avea le membra; e quelle eran sì sporche,

Che a vederle parean pistrici ed orche.

46

Uomini e donne con la testa calva,

E senza pelo ancor le ciglia e il mento,

Avean la pelle di color di malva,

Schiacciato il naso, e le due labbra indrento,

Lunghe le mani; e chi da lor si salva,

Può dir ch'egli è simile ad un portento,

Tanto son ladri; ed hanno brevi e corti

I piedi, e gialli come gli hanno i morti.

47

Giunti costoro avanti a' paladini,

Incominciaro a far risa da matti,

Parendo lor che fossero orsacchini,

O simili animali scontraffatti.

Disse Nalduccio: A questi burattini,

A queste scimie, a questi brutti gatti

Mi vien pur voglia di levare il ruzzo;

Chè già principia ad annojarmi il puzzo.

48

Ed Orlandino pur presa la muffa

Avea per quello così pazzo riso:

Onde, senz'altro dire, a fiera zuffa

Venne con essi; e fu di sangue intriso

Il suolo sì, che il ginocchio vi tuffa;

E tanto fuvvi popolaccio ucciso,

Che pochi la scamparo, e solo resta

Il re con la regina afflitta e mesta;

49

E chieggono pietade ad alta voce

A' due guerrieri, e giuran, se vorranno,

L'isola dargli, e scampar cotal croce;

Chè scegliere de' due il minor danno

È gran saviezza: e se ben molto nuoce

L'alta discesa dal reale scanno,

Nulladimeno quel salvar la pelle

Si ripon sempre tra le cose belle.

50

I due guerrieri, onor del nome Franco,

Rinfodraro le spade a tali accenti,

Ed abbracciare i regi, e lor fêr anco

Mille gentili e grati complimenti;

E messisi ambidue presso al lor fianco

Con le lor belle donne, che lucenti

Astri pareano per la gran beltade,

Con essi entrâr nella real cittade.

51

Non torri, non palazzi o templi augusti,

Non larghe piazze, non teatri o logge,

Non statue, nè obelischi alti e vetusti

In essa son; chè a differenti fogge

Formata ell'è, e di diversi gusti;

Perchè a fuggire il sole e le gran piogge

Han buche e grotte ed altri ripostigli,

A maniera di tassi e di conigli:

52

Ed un gran sasso è la porta di casa;

Ma dentro, dalle provide formiche

Han preso esempio. Qui pulita e spasa

Evvi una stanza, ove non grani e spiche,

Ma v'ên di mele, di pere e cerasa

(Cibo lor proprio) monticelli e biche:

Qua varie celle; e di tutte l'uscita

È facile oltre modo ed è spedita.

53

Non vogliono che il Sol mai vi penétri,

Tanto è cocente; ma certi animali,

Che sembran fatti di cristalli e vetri,

E tutti luce, lor fan da fanali.

Di questi ornan lor tombe e lor ferétri;

Alla lucciola nostra in parte eguali

Sono; ma questa di dietro riluce,

E quelle sono tutte quante luce.

54

Il palazzo reale era il più basso

E il più profondo d'ogni altro tuguro.

Così forse tra noi la volpe e il tasso

Hanno lor tane e lor luogo sicuro.

L'atrio era grande, e tutto era di sasso;

E quinci e quindi alzato v'era un muro

Non già di quadri adorno o fregi illustri,

Ma di canne lievissime palustri.

55

Nella gran sala, ovvero nel gran piano

Della regia spelonca, il più bel fiore

Accolto s'era del popolo strano,

Che, come dissi, di verde colore

Avea la pelle, e lunga assai la mano.

Ora questi, per fare un qualche onore

Agli ospiti sì forti e valorosi,

Fecer lor feste e giuochi curïosi.

56

Dodici donne co' piedi legati

Di dietro, e con le mani alla cintura,

Ballavan come gatti innamorati,

A cert'aria di suono acerba e dura,

Che il ballo esser parca de' spiritati.

Venivano poi loro in dirittura

Dodici giovinetti, anch'essi presi

Per ambo i piedi, ed ambo i contrappesi.

57

Le funi delle donne in man tenea

La regina che stava sopra il trono;

Ed il re quelle degli uomini avea.

Or quando il loro ballo era sul buono,

La regina una fune a sè traea;

Onde se stata forte più d'un tuono

Fosse la donna, ella è ben cosa chiara

Che far doveva una caduta amara.

58

Così la fune tirando ambidue,

Andaro in terra tutti i ballerini,

Con la pancia sul suolo, e il dorso in sue:

E mentre questi miseri e tapini

Stavan col volto in guisa tale in giùe,

A suono di chitarre e vïolini

Il re e la regina e i cavalieri

Pizzicando gli andavano i messeri.

59

Poi terminato il ballo, d'odorosi

Fiori e d'erbette altrettante corone

Portava un paggio, e su' capi dogliosi

Le riponeva di quelle persone

Che fur gettate a terra; e con giocosi

Canti, da farsi in casa di Plutone,

Li menavano in giro per la stanza,

Finchè non serenasser lor sembianza.

60

Quindi sopra un gran palco erano posti,

Ch'era maggior del regio trono ancora;

E qui, siccome a Dei, gli eran proposti

Indovinelli e dubbj a ciascun'ora:

Ed essi or a' vicini, or a' discosti

Davan risposta senza far dimora;

Talchè del giuoco Naldino s'invoglia,

E porta un dubbio, e vuol che se gli scioglia.

61

Ed il dubbio fu questo: Se si possa

Una donzella conservar fedele

Al primo amante, se d'un altro in possa

Si trovi, che lei chiami aspra e crudele,

Ed or tremante, or con la faccia rossa,

Or dolente, or pietoso si querele;

Massime quando quell'altro è lontano,

E di più averlo lo sperar sia vano.

62

Risposer tutti ad una voce sola,

Che fedeltade in donna non alligna.

Canaglia! voi mentite per la gola,

Disse Corese con la faccia arcigna.

Argéa di poi non sale già, ma vola

Sopra del palco, ed i denti digrigna,

E strappa le corone a questo e a quello,

E vacca par fuggita dal macello:

63

Ed ecco a un tratto tutti le son sopra.

A questa vista i forti paladini

Fan lama fuora, e si comincia un'opra

Che passa del credibile i confini.

Va il palco a terra, e la gente sossopra:

Chi più fugge, ha più senno: i re meschini

Non scendono dal trono per paura,

E stan guardando de' suoi la sventura.

64

La bella Argéa fu presto liberata;

Tanto spavento ciascheduno impiglia.

Ma mentre quella coppia infurïata

Uccide, storpia, rovina e scompiglia,

Eccoti cosa barbara e spietata,

Che in un mi fa spavento e maraviglia:

Una furia, un fantasma, un mostro tale,

Che ha di demonio più che d'animale.

65

È nero assai e grosso come un porco,

Ed ha la testa e il dorso e piedi e coda

Tutta piena di zampe, e sembran d'Orco:

Ha lunghi i denti, e la pelle sì soda,

Che vince il bronzo; ed un grugno sì sporco,

Che cola sempre di sanguigna broda.

Or questi apparve in meno d'un baleno,

Non si sa come, rompendo il terreno;

66

E con le branche e con l'ugne d'arpìa

Ghermì le belle donne, e presto presto

Ritornò sotto terra, e fuggì via.

Nalduccio, ch'era un garzoncello lesto,

Non istà punto a misurar la via,

Ma salta dietro il mostro: afflitto e mesto

Resta Orlandino, ed al trono reale

S'invìa alla peggio, come un animale.

67

Ma quelli non lo stettero a aspettare,

E si precipitâr di dietro al trono;

Poi si misero entrambi a sgambettare

Per certe buche, e già salvati sono.

Orlandino non sa più che si fare;

Ma non per questo dassi in abbandono;

Anzi in man prende un di quelli animali

Che fanno lume a guisa di fanali;

68

E per le buche, dove entrò la bestia

Con le donne leggiadre e Rinalduccio,

Passa sicuro; e non gli dà molestia

Entrar, come dir suolsi, in bocca al luccio;

Anzi grida feroce, e più s'imbestia

Quanto più scende: sì lo tocca il cruccio

Pel suo cugino e per la sua consorte,

Ch'odia la vita, ed ha in desìo la morte.

69

Or mentre egli va innanzi, ode un rumore

Di gente che combatte, e insieme ascolta

Sospiri e pianti e voci di dolore.

Ma diremo di questi un'altra volta;

Perchè ora, tra l'affanno e tra l'orrore,

Non so che dirmi; e se non si rivolta

Fortuna a lor favore, ho gran spavento

Che non muojano tutti colà drento.

70

La gioventù va via, e non riflette,

Che dopo il danno, a quel che vien da poi;

Però quando uno imbianca le basette,

Guida in altra maniera i fatti suoi.

Ma così fanno tutti, e non si mette

Giudizio che col tempo: ancora noi

Femmo lo stesso; e gli altri che verranno

Dopo di noi, lo stesso pur faranno.

71

Però diceva ben quell'uomo saggio,

Che giovin non si loda per saviezza,

Come per frutti non si loda il maggio,

Nè l'inverno per fiori. Ha giovinezza

I proprj doni; e ben le arreca oltraggio

Chi prudenza in lei vuole, e vuol fermezza:

Il meno pazzo al mio parere è quello

Che tra' giovani ha un'oncia di cervello.

72

Ma io vi veggio in sì strano dolore,

Se lascio in tal periglio, in tale affanno

I bei garzon, che ve ne scoppia il core;

Ed ho timor che non n'abbiate danno,

Donne gentili: onde per vostro amore

Salto l'istoria; e quelli che la sanno

Non mi sgridin per questo; chè alla fine

De' poeti le donne son regine.

73

Or dunque per seguir la tela ordita,

Venghiamo a don Tempesta e a don Fracassa,

E insieme al pentitissimo eremita,

Che col suo pianto ogni gran fallo cassa,

Di cui abbonda la sua trista vita;

E tale esempio, dovunque egli passa,

Dà d'umiltade e di devozïone.

Che vien preso per santo Ilarïone.

74

Tiene una fune a' fianchi ed una al collo;

Nude ha le spalle, e tanto se le batte,

Che par ch'egli percuota un qualche stollo,

O sia sua pelle cuojo da ciabatte.

Guarda la terra, e par gallina o pollo

Quando per pioggia grondante s'abbatte;

E dice misereri e de profundis.

_Ut salvetur a diabolis immundis_.

75

E perchè don Tempesta tien per certo

Che sia opera santa il dar soccorso

A lei, che già nel libico deserto

Portata s'è, qual caprïola l'orso,

Il sir di Nubia, che un torto sì aperto

Fece a Ricciardo senza alcun rimorso;

Però vuole imbarcare, e seco chiama

Anche Ricciardo, che cotanto egli ama.

76

Ed in quel giorno appunto (ve' che sorte!)

Giunse all'isola un legno di Levante,

Sbalzato da burrasca orrenda e forte;

Di che se s'allegrasse il saggio amante,

Il pensi chi fu mai di quella corte.

Dalla testa tremò fino alle piante

Pel soverchio piacere, ed improvviso

Ei fe' di latte e poi di rosa il viso.

77

La travagliata nave in tempo breve

Le rotte vele e le troncate sarte

Ricompone, e al soffiar d'un'aura lieve

Scioglie dal lido; e seco si diparte

La compagnìa, che in sè mai non riceve

Timor, sebben nemico avesse Marte;

E giunser presto presto all'isoletta

Da me poco anzi nominata e detta.

78

E giunser ivi appunto nel momento

Che venne il mostro, e portò via le donne;

Ed Orlandin nella buca entrò drento,

Gridando forte Kirieleisonne,

Per cristiana pietà non per spavento,

Che mai non fia ch'egli di lui s'indonne;

E l'isola faceane un gaudio strano

Con corni e pive e battere di mano.

79

Di piacer tanto chiede don Tempesta

La cagione a color ch'eran nel porto;

E gli fu detto che quella gran festa

Si fea a cagion, che a favor loro insorto

Era il Nume dell'isola, che mesta

S'era ridotta per lo strano torto

Che le fêr due garzoni e due donzelle,

Spinte colà da lor nemiche stelle.

80

E appena raccontò come in sembianza

Di fiero mostro feo l'aspra rapina,

E che un di loro con strana baldanza

Gli corse dietro per tanta rovina,

Che il credon morto, o almen n'hanno speranza;

Che di pietade e d'ira si tapina

Il buon Ricciardo, e sbalza sul terreno

Presto così, che rassembrò baleno.

81

Fan lo stesso i giganti e Ferrautte;

E preso uno dell'isola, di morte

Lo minacciano e d'altre cose brutte,

Se non li guida per le vie più corte

Là dove sono in periglio ridutte

Le genti Franche: e per benigna sorte

Diedero in un che li condusse presto

Al luogo infelicissimo e funesto.

82

Giunti alla buca, grida Ricciardetto:

Siete ancor vivi, dolci miei cugini?

Nè sentendo risposta, per dispetto

E per doglia si strappa e vesti e crini:

Indi ancor egli per quel foro stretto

Salta in soccorso de' suoi paladini;

E cade in tempo che la bella Argéa

Per morta dal marito si piangea.

83

Senz'altro dire, con la forte spada

Percuote il mostro, ma il percuote in vano;

Chè par che il colpo sopra un masso cada.

Ond'egli prestamente dà di mano

All'erba tanto prodigiosa e rada

Che fa venire il sonno da lontano;

E con essa percuote il grugno all'Orco,

E fa che dorma e russi come un porco:

84

E con l'erbe salubri il petto e il volto

Tocca d'Argéa e di Corese ancora;

Talchè ritorna in loro il quasi sciolto

Spirto, e le guance loro ricolora:

Ma di tornare in suso il modo è tolto,

E il più star ivi è troppo rea dimora;

Onde grida Ricciardo a voce piena:

Qui d'uopo è di calar fune o catena.

85

Ferrautte a quel dire si discinse

La corda che tenea per penitenza,

E in cento giri su i fianchi si strinse,

E giù calolla con somma avvertenza;

E don Tempesta alla man la si avvinse

Per su tirarli con la sua potenza.

Giunta la fune a basso, quella ria

Bestia legaro per le zampe in pria;

86

E dissero: Tirate allegramente;

Chè viene uno storion di que' paffuti.

A sè tira la fune prestamente

Il buon gigante, e dice: Iddio ci ajuti,

Quando sei vide a' piedi veramente:

Restar on gli altri sbigottiti e muti;

Tanto orrido e feroce egli era in vista,

Da far paura a un San Giovambatista:

87

Ed alla rete dan tosto di mano,

E lo copron così nel sonno oppresso,

Acciò svegliato egli si arrabbi in vano;

Poi ricalan la fune per lo stesso

Terribil tanto e periglioso vano.

Legano a quella i giovani; in appresso

La bella Argéa, e dopo lei Corese;

Di che si dolser poi per più d'un mese.

88

Alfin, per farla corta, ognun fu tratto

Da quella tomba, e rimirò la luce;

Di che n'ebbero tutti un gusto matto.

Perchè là dove tace e non riluce

La bella fiamma, ch'è di Dio ritratto,

E che mantien le cose e le produce,

Non è vita o piacer di sorte alcuna,

Ma inferno, ove ogni affanno si raduna.

89

Riprese Ferraù divotamente

La benedetta fune, e intorno a' fianchi

Se la ricinse tutta strettamente,

Ed abbracciò que' giovinetti Franchi;

Il che fêro i giganti similmente:

Poi disser lor: Questo padre de' granchi,

Questo demonio è bene che si desti,

E che il nostro valor si manifesti.

90

Disse Orlandin: Lasciamolo dormire;

Chè non è bestia al mondo a lui simile;

Chè ha forza tal, che non si può ridire.

Disse il Fracassa: Lo stimo un barile,

Chè con un calcio lo faccio basire.

Ma don Tempesta, che noi tiene a vile,

Disse: Io 'l vo' prima dentro il mio retino;

E poi si desti, e stiamogli vicino.

91

Desta che fu la spaventosa fiera,

Fe' cose ch'io ne tremo a dirne solo;

E se la rete fatata non era,

Squarciata l'averìa come un lenzuolo.

Si storce e sbuffa, e d'una bava nera

La rete imbratta, e ne rïempie il suolo;

Ma don Fracassa ride, e la strascina

Per la cittade insino alla marina.

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Il Ricciardetto, vol. I · 第 21 / 24 段