E pien di santa collera l'acchiappa

Per li capelli, e il mostaccio le sbruffa

Con l'acqua santa. Ella si copre e tappa

Meglio che puote, e seco s'abbaruffa;

Ma nelle mani de' giganti incappa;

E si attacca di subito una zuffa

Tra loro e i paladini; e si dan botte,

Che fanno in brani i piviali e le cotte.

38

Ferraù grida: Da parte di Dio

Io vi comando, spiriti dannati,

Che danno non facciate al clero mio,

E stiate sotto me subordinati.

Ma quelli che di pugna hanno desìo,

Van lor sopra, e dan lor colpi spietati.

Ferrautte a quel dir dice ai giganti:

Meniam le mani, e non facciam più i santi;

39

Chè questi son demonj, a quel ch'io veggio,

Che non hanno paura d'esorcista.

Risposero i giganti: Farem peggio.

A queste voci Ferraù s'attrista;

E vôlti gli occhi verso il divin seggio,

Dice: Signor, perchè l'iniqua e trista

Progenie ora da te sì si protegge

Contro chi segue la tua santa legge?

40

E tutti tre si metton ginocchioni;

E i paladini si metton da parte,

Nè dan loro più calci nè sgrugnoni.

Da' compagni Climene si diparte,

E a Ferraù che stava in orazioni,

Dimmi, gli dice, sacrosanto Marte,

Che credi tu che siamo? Egli la guarda,

E fa un sospir che pare una spingarda;

41

E si fa segni di croce a bizzeffe;

Ma vedendo che punto non si muove,

Dice tra sè: Queste non son già beffe

Di spirti, che non reggono a tai prove:

E volle fare come il buon Gioseffe,

Fuggire; ma nel mentre che si move,

Climene piglia in mano il suo cordone,

Ed al romito vien la tentazione;

42

E lo leva sì tosto di cervello,

Che l'asperges gli cade giù di mano;

E fisso in riguardar quel volto bello,

Ch'altre volte lo fece di Cristiano

Diventar Turco, e mandar in bordello

La pazïenza, il cappuccio e il gabbano,

Disse: O tu sia Climene, od il demonio,

Vorrei far teco il santo matrimonio.

43

Allora don Tempesta sacerdote,

Che sua mercede ebbe il battesmo santo,

Si fece come un peperon le gote,

E disse: Padre, or sfacciam noi l'incanto

Con sì calde orazioni e sì divote?

Io mi vergogno di più starti accanto.

Dov'è la tua virtude e il tuo giudizio?

Ritorna indietro, e fuggi il precipizio.

44

E don Fracassa anch'ei sèguita a dire

Parole sacre, tratte dal breviario;

Cioè che pensi come ha da morire;

E che non può pigliarsi un tale svario

Chi voto feo di castità soffrire.

Talchè principia sul suo calendario

Ferrautte ad averli tutti due;

E segni fa, che non ne può già piùe;

45

E dice loro: Quando io feci il voto

Di vivere e morir come la zucca,

Il core e il capo avea del tutto vuoto

Di quel visin che l'alma mi pilucca;

Ed era umìl, pazïente e divoto:

Ma quella vita tanto santa stucca;

E per quanto uom s'ingegni di star fermo,

Il senso ci travia guasto ed infermo.

46

Se in voi facesse quell'effetto stesso

Che in me fa sempre il volto di costei,

In breve avreste il vostro voto smesso,

E piangereste e gridereste oimei.

Così il severo giudice il processo

Fa con somma giustizia contro i rei;

Che se dovesse a sè formarlo poi,

Quanto men giusto lo vedreste voi?

47

Ci vuol pur poco a mettere a romore

Il vicinato, e biasimare altrui,

E un frate lacerar vinto d'amore.

Figliuoli miei, che vi credete vui

Che il tonachino ci pari l'ardore

Che mandan fuori largamente dui

Occhi leggiadri, nè possano i frati

Diventare in niun tempo innamorati?

48

Forse ci manca nulla ch'altro uom abbia,

O siamo fatti di quercia o di faggio?

Benchè arbore non sia, in cui sua rabbia

Non sfoghi Amore, e tenga in suo servaggio.

Altro ci vuol che dir: Domine, labbia,

E bever acqua, e cibarsi d'erbaggio,

Per non sentire o vincerli sentiti

Gli orgogliosi d'amor dolci appetiti.

49

Fuggir bisogna al primo primo sguardo

Di donna che ti piaccia, e allor diviene

Il nostro cuor magnanimo e gagliardo:

Ma se non dài di subito le rene

A quel bel viso, diverrai codardo;

E Amor porratti pesanti catene

Al collo, a' piedi, a' fianchi ed alle mani.

E giorno e notte farà darti a' cani.

50

Così fatto avess'io quel dì fatale

Ch'io vinsi gli altri, e me vinse costei.

Ma chi potea pensar che tanto male

Da sì bel volto ritratto ne avrei?

Il pianger dopo il fatto a nulla vale;

Nè il mio danno fuggir seppi o potei.

Sola mercè del guasto mio consiglio;

Chè veggo il bene, ed al peggior m'appiglio.

51

Però se avete un po' di caritade,

O di prudenza, o di discrezione,

Che tra noi altri sono cose rade,

Dite un po' voi la santa orazione

Da mandar via da queste contrade

I demonj; sebbene ho tentazione,

Che se 'l diavol può farsi un sì bel viso,

Di seco star senz'altro paradiso.

52

A tal bestemmia il savio don Tempesta

Lascia il breviario, e piglia la sua rete,

E sovra Ferraù la scaglia, e resta

Quegli prigion. Come creder potete,

Climene e gli altri ne fanno gran festa;

E la furbetta con sembianze liete

Gli va d'intorno, e vistolo in tal guisa,

Pianger vorrebbe, e le scappan le risa.

53

E quindi risonar l'isola tutta

S'ode di pentolacce e di fischiate.

Come di carneval, quando in bautta

Ed in maschera vanno le brigate,

Che in larga piazza la gente ridutta,

In veggendole fàlle le risate;

Così i demonj, a vederlo in quel modo,

Ridevan fra di loro sodo sodo.

54

Ma non durò gran tempo il piacer loro;

Chè don Tempesta a esorcizzar si mise

L'isola tutta con sommo decoro;

Talchè il diavol, se prima allegro rise,

Ora si trova in un crudel martoro.

Risponder non vorrebbe in niune guise;

Ma lo costringe il buon prete sì forte,

Che bisogna che parli, e parli forte;

55

E dice come ha nome Foratasca,

Ed ha seco di diavoli un milione;

E che se il sole dal cielo non casca,

D'abitar quivi è sua opinïone.

Taci, gli disse, mozzorecchio e frasca,

Il prete; ed incomincia l'orazione;

E mentre egli la canta, il lido freme,

E par che sia tutto l'inferno insieme.

56

Incalza il prete la bestia infernale,

E le comanda che prima d'uscire,

Gli narri, come dispiegasse l'ale

In questo lido, e chi le diè l'ardire.

Mostra ben ella avere ciò per male,

E a patto alcun non lo vorrebbe dire;

Ma Dio vuol per sua lode e per sua gloria,

Ch'egli lo dica, e ne resti memoria.

57

Comparve dunque in figura di nano

Il demonio, e montò sopra uno scoglio;

E sopra il fianco tenendo una mano,

Guardava il prete, tutto pien d'orgoglio:

Poi d'ira e di dolore ebro ed insano,

Disse: Giacchè a colui, al quale io voglio

Perpetuo male, or piace ch'io ragioni,

Udite tutti quanti i miei sermoni.

58

Questa una volta fu la più beata

Isoletta che mai bagnasse il mare;

Ma divenne in un dì sì sfortunata.

Ch'altra simile a lei non so pensare,

Pigliando dalla Caspia onda gelata

Alla sì calda che potrìa scottare.

Udite or come, di tanto felice,

La meschina si fe' trista e infelice.

59

Il signore dell'isola e la moglie

Moriro un dì da fulmine percossi;

Talchè tutto s'empì d'affanni e doglie

Il bel paese: e qual da turbin scossi,

Gli alber che prima avean sì belle foglie,

E sì bei pomi, verdi, bianchi e rossi,

Fan paura e pietade ai riguardanti;

Tali eran di quell'isola i sembianti.

60

Nulladimeno infra cotanto amaro

Qualche poco di dolce e di ristoro

Le genti di quell'isola trovaro;

Chè due figliuole, come coppe d'oro,

Gli estinti genitori a lor lasciaro,

Nate ad un parto, e con assai martoro

Della misera madre, e belle tanto,

Che parevano fatte per incanto.

61

Nè rosa a rosa mai, nè stella a stella

Simil tanto è, quanto simile ell'era

Una sorella all'altra sua sorella.

Io stesso, che a tentarle giorno e sera

Mandato fui dalla prigion mia fella,

Sbagliai più volte: di cerasa nera

Ambe una voglia avean nel braccio manco,

Ed un bel neo nel fin del destro fianco.

62

Le grazie, il brio e l'estrema dolcezza

Che avevano parlando, chi dir puote?

Or giunte queste a quella giovinezza

Che alla vista dell'uomo si riscuote,

E s'allegra d'aver grazia e bellezza

Per lui piacere, un perfido nipote

Del morto padre, di sfrenate voglie,

Arse d'avere l'una e l'altra in moglie.

63

Pensate or voi se in così tristo foco

Io soffiassi di cuore e giorno e notte;

Talch'ei, non più pace trovando o loco.

Ad una villa sua l'ebbe condotte;

E quivi in suono tremolante e fioco,

E con parole da pianto interrotte

Aperse loro il suo folle desire,

Che nell'udirlo elle ebbero a morire.

64

E tutti e tre racchiusi in una stanza,

Giurò di non voler quindi uscir mai,

S'ei non giungeva al fin di sua speranza:

O di finir per fame ivi i suoi guai,

Ed esse seco. In orrida sembianza

Disser le giovinette: E tu morrai,

E noi teco morremo volontieri;

E inventa pur, se sai, modi più fieri.

65

Il primo giorno scorse ed il secondo;

E già, qual fior che per troppo calore

Illanguidisca, il bianco e rubicondo

Color del volto lor d'atro pallore

Si ricoperse, e non fu più giocondo.

Allora quel maligno traditore

Cercò con acque e balsami possenti

Rinvigorir le forze lor cadenti.

66

Ma le oneste sorelle si abbracciaro;

E vôlti i prieghi a lui che mai è crudele,

Io dico a Dio, sì ben si confortaro,

Che, in cambio di lamenti e di querele,

Vicine al morir lor si rallegraro;

E quasi due bianchissime candele

Ch'ardano, e il vento le assalga improvviso,

Restò d'entrambe il bellissimo viso.

67

Viste morte le due vaghe sorelle,

Il misero squarciolle a brani a brani,

E poi li sparse in queste parti e in quelle,

Pasto di volpi, d'avoltoi, di cani.

Quella notte dal ciel fuggîr le stelle,

In veder fatti sì crudeli e strani;

E Dio sdegnato volle in carne e in ossa

Ch'ei giù piombasse nell'eterna fossa;

68

E diede a noi quest'isola in domìno.

Or tu, come entri a farci dipartire?

Qui il folletto si tacque, e a capo chino

Stiè del gigante la risposta a udire.

Ed egli: Io voglio, brutto malandrino,

Ajutato dal mio superno Sire,

Che quinci tu ti parta, e parta adesso;

Se no, ti frusto senz'altro processo.

69

E fattogli il comando nelle forme,

Ecco che tutta quanta si riscuote

L'isola, e sveglia, se alcun v'è che dorme:

E dalla parte di verso Boote

L'aria annerisce: e come vanno a torme

I negri stormi e fanno larghe ruote,

Così dall'isoletta a schiere a schiere

Givan fuggendo quelle bestie nere.

70

Liberata la terra da sì dura

Ed aspra servitude, ecco ad un tratto

Corese e Argéa che han tuttavìa paura

Di qualche strano incantamento e matto:

E la coppia sì franca e sì sicura

Dei due che tante belle imprese han fatto,

Io dico d'Orlanduccio e di Naldino,

Che han proprio braccio e spirito divino:

71

Ed ecco Orlando e il sir di Montalbano,

Che quivi in ritrovare i figli loro

Segni di croce si fecer con mano:

Ma usciron presto d'affanno e martoro,

Quando essi con parlare umile e piano,

Ma colmo di grandezza e di decoro,

Disser le cose come eran passate,

E lor mostraro le lor donne amate.

72

Di che i lor padri n'ebbero piacere;

Ma la festa s'accrebbe in infinito,

Quando fra tante e sì diverse schiere

Di genti capitate entro a quel lito

Potêr Despina e Ricciardo vedere,

E Guidone e Climene ed il romito,

Che nella rete tutto si dimena,

E mostra averne gran vergogna e pena

73

Onde Rinaldo prega don Tempesta

Che lo disciolga; e udita la cagione

Perch'ei gli pose quella rete in testa,

Gli dà parola e fa promissïone

Ch'ei farà vita in avvenir modesta:

Tanto più che Climene ella ha padrone.

Lo scioglie dunque, ed egli si ritira

In un cantone, e lagrima e sospira.

74

Or mentre qui si fan gli abbracciamenti,

Ecco che s'empie l'isola a romore;

Chè non so come, portati da' venti,

Qui si trovaro i piagati d'amore

Per la bella Despina, i re valenti

Che in Francia venner per mostrar valore,

Ed uccider Ricciardo, e per mercede

Aver Despina della Cafria erede.

75

V'era il persiano Oronte e il Signor trace,

E il re di Nubia di tal gagliardìa,

Che seco Marte vorrebbe aver pace.

Questi prende Despina, e fugge via,

Non altrimenti che lupo rapace

Semplice agnella che pel bosco stia;

E salta ardito sul primo naviglio

Ch'ei trova, e lascia l'isola in scompiglio.

76

E a tutti quanti i marinari impera

Che sciolgano le vele; e quelle sciolte,

Gonfia al principio un'auretta leggera,

Che sempre cresce: onde già miglia molte

Ha fatte, ed oramai viene la sera.

Su le altre navi vanno d'ira stolte

Le genti Franche; e il mesto Ricciardetto

Piange, e si batte per la doglia il petto.

77

Di questo fatto n'ho tanto dolore,

Che non ne posso mica più parlare,

Almen per qualche poco, onde il mio core

Si possa rïavere e confortare;

E vo' frattanto dell'isola fuore

Gire ancor io, e lo Scricca cercare,

Che giunto in Cafria si morde le mani,

Per esser stato vinto da' Cristiani.

78

E senza figlia e senza baronìa,

E senza erede, e inoltrato negli anni

Si muor di noja e di malinconìa.

Pur vuole, per scemare i gravi affanni,

Cosa provar che men dura gli sia;

E dispogliato de' suoi regj panni,

Al Fiacca e al Ficca lascia in guardia il regno,

E prende seco un baron forte e degno;

79

E vuol con esso andar girando il mondo,

E in tal guisa tentar la sua fortuna;

Chè spïando la terra a tondo a tondo

Di là dove il Sol muore e dove ha cuna,

Spera avviso trovar lieto e giocondo

(Se sempre il Fato la via non gl'impruna)

Della sua figlia: e con questo pensiero

Lascia il paterno suo famoso impero.

80

Si fa chiamare il Cavalier del Pianto;

E giunto un giorno in riva alla marina,

Ode di pescatori un lieto canto,

A' quai cortesemente s'avvicina;

E vede come ciascun tiene accanto

Una leggiadra e lieta contadina;

E cocendo sardelle in su la brace,

Se le mangian cantando in santa pace.

81

In vederli restaro un qualche poco

Gli allegri pescatori, e con buon viso

Poi gli guardaro, e lor fecero loco,

E seguitaron l'allegrezza e il riso.

Il Cavalier del Pianto anch'esso al foco

S'accosta; e presso a una fanciulla assiso,

Una sardella anch'egli ponsi in bocca,

Che nel mangiarla l'anima gli tocca.

82

Or questi seguitando il mestier loro,

Una a solo cantava dolcemente;

La qual tacendo, ripigliava il coro.

Cantava dunque: O fortunata gente,

Che aveste vita nell'età dell'oro,

E che viveste sempre allegramente,

Perchè non vi diè mai pena e cordoglio

Desìo di roba, o ambizïon di soglio!

83

Ma come or noi viviam, viveste voi;

Poveri sì, ma senza tema alcuna.

L'acqua de' fonti è dolce vin per noi;

E il verde prato, il mare e la laguna

Cibo ci dà, che non ci aggrava poi;

Nè sappiamo cosa è sorte o fortuna.

E ripeteva la bella brigata:

O gente felicissima e beata!

84

Ma perchè il sole già si tuffa in mare,

E l'ombre van cadendo giù da' monti,

Tempo lor par nella capanna entrare;

E cenno fanno con allegre fronti

Al cavalier, che voglia seco andare.

Egli, che molto più de' duchi e conti

Stima coloro, accetta il dolce invito,

Entra nella capanna, e lascia il lito:

85

E quivi entrato, nel mentre che or questi

I pesci lava, e quell'altro li cuoce,

Intorno al fuoco co' visi modesti

Stanno le donne, e con soave voce

Propongon giuochi, onde si tengan desti

I giovinetti; or quello della Noce.

Or quel dell'Uovo: e fatti questi e quelli,

Ne propongono sempre de' più belli.

86

Ma quel che piacque più, fu quel del Fiore;

Perchè una d'esse a un pescator dicea:

Tu se' un bel fiore. Ed egli pien d'amore:

Che fior son io, fanciulla? rispondea.

Ed ella co' begli occhi tutt'ardore

Guardandolo, diceva, e insiem ridea:

Tu sei, se non isbaglio, un fior di pero:

Dici d'amarmi, ma non dici il vero.

87

E quegli rispondeva similmente:

Voi siete un fior di rosa e di vïola,

E siete in beltà sola veramente.

E così intanto il tempo fugge e vola,

E si fa l'ora da sbattere il dente,

Ora che tanto gli uomini consola.

Viene la cena; e il Cavalier del Pianto

Anch'ei s'asside, e si rallegra intanto.

88

E dopo aver mangiato bene bene,

E bevuto anche meglio, un pescatore

Dice: Signor, dopo le nostre cene

Abbiamo un uso, che non è il peggiore,

Di cose dir piacevoli ed amene;

E il novellar ci dà gusto maggiore:

Però, s'egli v'aggrada, a lunghe e corte

Paglie vedremo a chi tocca la sorte.

89

Chi tira la più lunga, a quel s'aspetta

Dir la novella. Un uomo vecchio prese

La paglia in mano, e la teneva stretta:

Toccò la sorte a un pescator cortese,

Che tace in prima, e a ragionar si assetta;

Poi 'l viso di rossor tutto s'accese,

E detto ch'era rozzo parlatore,

Principiò sua novella in tal tenore:

90

In un paese assai di qua lontano

Donna trovossi sì piena d'amore

Del suo marito, che fu caso strano;

Talchè venendo quello all'ultime ore,

Vinta dal duol, prese un coltello in mano

Per trapassarsi banda banda il core:

Ma questo parve a lei poco tormento,

E si risolse di morir di stento.

91

Colla sua fante dunque ella s'invìa

Al loco ove il marito era sepolto:

Nel sepolcro discende, e vuol che stia

Seco ancor ella, e di lagrime il volto

Bagna, e sospira, e nulla si ricrìa;

Chè mangiare non vuol poco nè molto.

E già il secondo giorno egli è passato,

Che ha sempre pianto, e non ha mai mangiato.

92

La supplica la fante e la scongiura

A non voler morir sì crudelmente;

Ma l'amorosa donna nulla cura

Il suo pregare. E più già d'un parente

Ivi è giunto, e di vincere procura

Tanta durezza; ma non fa nïente;

Chè ferma ell'è voler così morire:

Serra l'avello, e niun più vuole udire.

93

Era il sepolcro del suo buon consorte

Fuora della cittade un trar di sasso;

E in quei contorni soleva la corte

Alzar le forche sopra un certo masso.

Avvenne dunque che dannato a morte

Fu un uomo tristo, detto il Satanasso;

Tanto era iniquo, e tanti latrocinj

Fatto egli aveva, e stupri e lenocinj.

94

Ed il giudice savio, per esempio

Degli altri, volle che niun lo spiccasse;

E giurò fare un memorando scempio

Di chïunque dal legno lo staccasse:

Nè palazzo real nè sacro tempio

Lo farà immune, se in lui si salvasse:

E vuole a questa pena sottoposto

Anche il soldato che a guardia ci ha posto:

95

Chè se per oro, o pur per negligenza

Lascerassi rubare il corpo morto,

Lo condanna alla stessa penitenza,

E allungheragli il collo, se l'ha corto:

E per le piazze affissa la sentenza.

Un giovine soldato bene accorto

In guardia delle forche fu lasciato;

Lo che del morto afflisse il parentato.

96

Passa quel giorno, e vien la notte oscura

Più del costume, ch'era nuvolosa.

La donna intanto nella sepoltura

Vie più si lagna ed è vie più dogliosa.

Usciva fuor di quella pietra dura

Qualche splendor della lucerna ascosa:

Verso il sepolcro il soldato s'accosta,

Ed ode il pianto e gente ivi nascosta.

97

Alza la pietra, chè robusto egli era,

E vede quella donna addolorata:

E se bene ella avea pallida cera,

Da dolore e da fame consumata,

Vede che bella è molto, e che mogliera

Sia di quel morto crede. Ella nol guata,

E séguita il suo pianto e sue querele,

E chiama sè meschina, e il ciel crudele.

98

Torna il soldato al posto, e prende seco

La fiasca e la sua cena, e là sen riede,

Dove sepolta dentro al freddo speco

La donna tutta amore e tutta fede

Stassi, e la fante, che con occhio bieco

La sgrida, e prega che almen per mercede

Del suo lungo servizio prender voglia

Qualche ristoro, ed allentar sua doglia.

99

Ma la stolta d'amor vie più s'ostina:

Quando il soldato in mezzo a lor si pone,

E dice: Qual pazzìa sì vi rovina,

Bella signora, e leva di ragione,

Ch'esser deve d'ognun donna e reina?

Il vostro sposo è in tale regïone,

Che de' vostri dolori non sa nulla,

E stassi allegramente e si trastulla.

100

Finchè egli visse, voi faceste bene

Ad amarlo con tutto il vostro core;

Ma or ch'è morto, e qual fede vi tiene

Di ritener vêr lui lo stesso amore?

Voi siete pazza da mille catene,

Se vi ostinate in così tristo umore.

Deh lasciate, signora, tanti affanni:

Non mancherà chi rifaravvi i danni.

101

E la prende per mano, e la conforta.

Lo stesso fa la fante; e spiega intanto

La tovagliola, e il morto in là trasporta,

E la sua cena le apparecchia accanto;

E la prega sì bene e sì l'esorta,

Ch'ella pon fine alcun momento al pianto,

E mangia un poco, e beve del vin nero

A un rozzo sì, ma polito bicchiero.

102

E s'inoltra la cosa tanto avanti,

Che del soldato in breve s'innamora;

E fan tra lor, siccome fan gli amanti,

Quando il permette la fortuna e l'ora.

Ma mentre che costoro han vôlto i pianti

In gran dolcezza, e il guardia non è fuora,

I parenti del morto presto presto

Van su le forche, e tagliano il capresto;

103

E se lo portan via subitamente.

Il soldato frattanto si ricorda

Dell'impiccato, e manda immantenente

La fante, perchè vegga se alla corda

Legato egli si stia, e ancor pendente;

Chè dell'aspra sentenza non si scorda.

Torna la fante, e piange e si dispera,

Perchè quell'impiccato più non v'era.

104

A tal nuova il soldato e la matrona

Fecer gran pianti: perchè è cosa certa

Che il pretor la mattina a lui la suona,

S'egli non fugge alla campagna aperta,

E sua donna gentil non abbandona:

Sicchè di nuovo misera e diserta

Si rivede la donna, e ancor non sanno

Come sfuggire l'uno e l'altro danno.

105

In queste angustie e dubbiezza di mente,

Alla donna sovviene in su due piedi

Un ripiego assai bello ed eccellente,

E disse: Sposo mio, come tu vedi,

La Fortuna m'ha in odio veramente;

E se con l'amor tuo tu mi concedi

Sommo piacer, costei colma di sdegno

Si pon tra noi, e guasta ogni disegno.

106

Ma questa volta romperassi i denti

Quella crudele, e non farammi male.

Prendiamo questo morto, e mi consenti

Che salghiam delle forche ambo le scale,

E impicchiam lui, e inganniamo le genti;

Giacchè uomo morto a nulla affatto vale.

Piacque assai la proposta, e in un momento

Traggono il morto fuor del monumento;

107

Ed alle forche l'attaccan di botto;

Nè se n'accorse alcuno la mattina.

Ma non gran tempo stiè tal fatto sotto,

Chè venne a galla, e il seppe la regina,

E al marito suo ne fece motto,

Che assai lodò l'astuzia femminina;

Poi sorridendo disse alla consorte:

Donna che sia pregata, non sta forte.

108

Qui finì sua novella il pescatore,

E ognuno alzossi per ire a dormire.

Al Cavalier del Pianto fanno onore,

Ed alla stanza lo voglion servire.

Li ringrazia egli del cortese amore,

Ed all'albergo suo solo vuol ire.

Vassene adunque, e tosto s'addormenta:

Or noi dunque aspettiam che si risenta.

CANTO DECIMOQUARTO

ARGOMENTO

_Despina a Serpedonte è destinata._

_Libera Ricciardetto i suoi cugini._

_Don Fracassa nell'isola infocata_

_Fa molto frutto co' suoi sermoncini._

_Ferrautte, partendo la brigata,_

_Missionario riman de' Babbuïni._

_Vuol l'afflitta Despina anzi la morte,_

_Che pigliar Serpedonte per consorte._

1

Chi sta nel mondo un par d'ore contento,

Nè gli vien tolta ovver contaminata

Quella sua pace in veruno momento,

Può dir che Giove drittamente il guata,

C'ha il mar benigno, e gli dà in poppa il vento:

Perchè nostra natura ella è formata

Dal Fabro eterno in modo tal, che accanto

Alle allegrezze stassi sempre il pianto.

2

E questa cosa ell'è cotanto vera,

Che a dirla giusta, non fallisce mai.

Però ne' casi avversi il saggio spera,

E in grembo alle fortune ha mira a' guai:

Chè il chiaro Sole ci apporta la sera,

E la sera del Sol ci apporta i rai;

E il bell'autunno al verno reo ci mena,

E il verno a primavera alma e serena.

3

Onde chi ben conosce sua natura,

E come son le cose de' mortali,

Quando ha del bene, goderlo procura,

Pria che s'impiumi, e poi disciolga l'ali:

E quando giace in alcuna sventura,

Sperando il bene disacerba i mali;

E non fa come il nostro Ricciardetto,

Che vuol per doglia trarsi il cuor dal petto.

4

Il re di Nubia ebbe miglior cervello,

Che tanto tempo perduta Despina,

Non cercò di capestro o di coltello

Per fare al suo dolore medicina;

Ma dormì queto; e del buono e del bello

Mangiò sempre la sera e la mattina;

E bevve, ancor che il vieti l'Alcorano,

Per istar lieto, del Montepulciano.

5

Chè per amore volersi ammazzare,

Oltre che è cosa sciocca e pazza bene,

E ad ogni conto si deve biasmare;

Talchè neppur vorrei che su le scene

Sciocchezza tale si vedesse fare;

Son gli affanni d'Amore e le sue pene

Cose da nulla e mere bagattelle,

Rispetto a gotta, calcoli e renelle.

6

E così si potesse egli guarire,

Siccome dall'amor, da questi affanni,

Che alla fin fine ti fanno morire;

Che in pochi giorni, non in mesi o in anni,

Amor dal nostro sen si fa partire:

Basta stringergli addosso bene i panni,

Nè dar fede a' sospiri e lagrimette

Di queste ragazzacce maladette.

7

Ma il mele, che anche agli orsi piace molto,

Fa che il dolce d'amor ci alletti troppo:

Onde ognun corre alla beltà d'un volto,

E nel ritorno egli è inchiodato e zoppo.

Pur quanto in sua virtù s'è un uom raccolto,

Discioglie e rompe ogni amoroso intoppo:

Ma queste cose non si voglion fare,

E però ci conviene lagrimare.

8

Se amicizia avess'io con Ricciardetto,

Vorrei far sì ch'egli si desse pace.

Ma seguitiam l'istoria. Io già v'ho detto

Che il re di Nubia, qual lupo rapace,

Si portò via Despina suo diletto,

Che in lagrime e sospiri si disface,

E lo chiama tiranno ed assassino,

Nè vuole averlo in modo alcun vicino.

9

Il principe feroce usa sovente,

Per addolcirla, pietose parole;

Ma l'affannata giovine non sente,

E del suo caso misero si duole.

Ma quello che l'accora veramente,

E per cui senza fallo morir vuole,

È che la pietra gialla al suo Ricciardo

In man restò, non so per qual riguardo.

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Il Ricciardetto, vol. I · 第 20 / 24 段