La brutta vecchia per la gran paura

Inaffiò d'acqua lanfa assai terreno,

E più di pria si fe' brutta figura;

Talchè un demonio egli era brutto meno.

Pur prende lena; e fatta più sicura,

Dice: Signore, all'amoroso freno

Siamo tutti soggetti, e non accade

Aver per fuggir lui canuta etade.

70

La bellezza d'Alfonso m'ha levato

E senno e libertade; onde piuttosto

Ho meco di morir determinato,

Che di viver, s'ei fia da me discosto.

Dice Rinaldo: Viso d'impiccato,

Anzi d'un porco abbronzito ed arrosto,

Ti pare egli ora, spennata civetta,

Di tor l'amante a vaga giovinetta?

71

Insegnami la torre ed il castello

Dove sta chiuso, o ch'io viva ti squarto:

E la prese pe' piedi: ed il guarnello

Le andò sul capo, e l'uno e l'altro quarto

Mostrò di quel paese orrido e fello,

Che avea bisogno di pialla e di sarto:

Tanto era da una parte rilevato,

E dall'altra sdrucito e sconquassato.

72

La disgraziata tutta si dimena,

E chiede ajuto; ma niuno la sente:

Pur vinta in fine da vergogna e pena,

Di dargli Alfonso piangendo consente.

La capivolge allora, e su l'arena

La posa; ed ella lo guida piangente

Al castello; ed apertol, fa venire

Alfonso, e nel vederlo ebbe a morire.

73

Ma restò fuor de' sensi affatto affatto,

Quando lo vide accinto alla partenza.

Egli la guarda stomacato in atto,

Ed ha di vomitar grande appetenza.

Indi le dice: Vorre' il tuo ritratto

Per consolarmi nella fiera assenza.

Ma quel che Alfonso dice, ella non ode:

Tanto dolor l'alma le opprime e rode.

74

E senza metter punto tempo in mezzo,

Salgono il monte; e giunti all'aer chiaro,

Rinaldo prende d'un gran sasso un pezzo,

E il butta dentro il pozzo, e lo turaro;

E così seppellîr l'obbrobrio e il lezzo

Di natura e del mondo; e a paro a paro

Andaron verso il lido; e mira mira,

Non veggon più la desïata Elmira.

75

Vanno sul luogo dove la lasciaro,

E veggon de' capelli, e veggon anco

Cosa di che poi tanto lagrimaro:

Veggon d'Elmira in terra un velo bianco,

E più d'un altro segno infausto e amaro:

Onde Rinaldo, ancor che baron Franco,

Si fe' di gelo, e dolsesi in segreto,

Benchè mostrasse speme e volto lieto.

76

Lo sventurato Alfonso poi rimane

Quasi di sasso, e guarda sbigottito

Con gli occhi fatti di pianto fontane

Ora il piano, ora il monte ed ora il lito;

Quando Rinaldo, che a foggia di cane

Non lascia intatto della spiaggia un dito,

La trova, e grida: Cavalier, qua vola;

Che vedrai lei che l'amor tuo consola.

77

Come se uscir l'avaro veduto abbia

Alcun, di dove il suo tesoro stanza,

E rotti gli usci, e smossa ancor la sabbia,

Sotto cui d'occultarlo avea speranza,

Si muor di tema, d'affanno e di rabbia;

Ma mentre l'occhio con la mano avanza

Nel ripostiglio, e vede l'oro e il tocca,

Per lo piacer si sviene e al suol trabocca:

78

Così l'afflitto prence di Leone

Dall'improvviso gaudio a terra cade;

E cade ancor per la stessa ragione

Elmira. Il buon Rinaldo per pietade

Sospira, e invidia delle due persone

La bella fede e la gran caritade;

Poi dice alle donzelle: Io vo' partire:

Salutate madonna e il vostro sire.

79

Ma lasciamo ir Rinaldo al suo cammino,

E lasciamo gli amanti tramortiti,

E torniamo a Nalduccio e ad Orlandino,

Che mi sono sì cari e sì graditi,

Che a Bacco non è sì gradito il vino,

Nè i pampinosi tralci delle viti.

Quando io li veggo, oppur n'odo parlare,

Mi sento proprio tutto ricreare.

80

Se vi sovviene, co' lor dolci amori

Nalduccio ed Orlandino s'imbarcaro

Per Francia, a ritrovare i lor maggiori,

E per più giorni lieti navigaro.

Ma, come in terra nascon funghi e fiori,

Sì le tempeste in mar nascon del paro.

Ebbero una tempesta indiavolata,

E rimase la nave sconquassata.

81

Nè qui ci son delfini nè tritoni,

Che li portino al lido; nè ci ên Fate,

Che vengan suso per la via de' tuoni

Apportatrici lor di sanitate:

Ma ci son, grazie a Dio, de' tavoloni,

Sopra li quali le donne affannate

Si condurranno co' mariti loro

In qualche luogo, ed avranno ristoro.

82

Dopo lunga fatica e lungo stento

Giunsero tutti quattro a un'isoletta,

Ch'è detta l'Isoletta del Portento.

Orna le spiagge sue fiorita erbetta;

Ed un ruscello, che di puro argento

Ha l'acque sue, ed al mar corre in fretta,

Or quinci or quindi in tortuosa foggia

La bagna sì, che non cura di pioggia.

83

Questa isola, per voce antica molto,

È fama che l'alberghino i Folletti,

Che fan con tanti scherzi ogni uomo stolto:

Or tiran le lenzuola di su i letti,

Ora prendon di donna o d'uomo il volto,

Or si fanno orsi, or gatti, ora micchetti.

In somma chi si abbatte in questo loco,

Diviene di color favola e gioco.

84

Ma non fan male alcuno; anzi sovente

Fanno del bene, e insegnano tesori

E modi da campare allegramente,

E di birbanti divenir signori.

Sopra la rotta nave finalmente

Tutti bagnati e tra mille timori

Quivi le donne e i giovani sbarcaro,

E come bisce al sole s'adagiaro.

85

Quindi asciugati, presso alla marina

Veggono un vago e nobile edifizio

D'architettura tal, che par divina.

Disse Orlandin: Deh fosse qualche ospizio;

Chè andrei a pormi di botto in cucina:

Chè il navigar è un buono esercizio;

E mangerei, s'egli mi fosse dato,

Un cane, un lupo, un asino attempato.

86

Ride Nalduccio, e dice: Fratel mio,

Se tu senti la fame, ed io la veggio.

Che cosa brutta fe' Domeneddio!

Secondo me, non poteva far peggio.

In vederla mi viene il tremolìo:

Più volentieri con la morte armeggio,

Che con costei, che rosicate e strutte

M'ha le interiora e le budella tutte.

87

Ma siam pur pazzi, ripiglia Orlandino,

A star qui fermi, e non andare al loco

Che c'è, come veggiam, tanto vicino.

Lì troverem buona cucina e cuoco;

E se il padrone non è Fiorentino,

Ci darà da mangiare o molto o poco.

Ciò detto, a quella volta se ne vanno;

E giunti, l'uscio ivi trovar non sanno.

88

Girano intorno intorno il gran palazzo,

Nè da niun canto vi trovan l'entrata.

Odon gente che mangia e sta in sollazzo,

E sentono l'odor della frittata,

E de' brindisi spessi lo schiamazzo.

Con alta voce lor fan la chiamata;

Ma niun risponde, e seguono a mangiare:

Onde questi si danno a taroccare;

89

E tirano sassate dell'ottanta

Nelle finestre, e rompon l'invetriate.

In questo mentre ecco che un mostro agguanta

Le donne; e gridan come spiritate;

E se le porta via con fretta tanta,

Che appena pôn seguir le sue pedate

I giovanetti, e gridan: Posa, posa,

Con terribile voce ed affannosa.

90

Ma quei, come la volpe quando è côlta

Da' cani, che si dà tosto a fuggire,

Nè pel timore indietro mai si volta;

Ma quando li ode sì presso venire,

Che ne comprende vicinanza molta,

Allor fa cosa che ho rossor a dire;

Sì tristo fiato fassi uscir di dreto,

Che per la puzza i can restano addreto;

91

Così quel mostro porco un così strano

Vento egli fece, e cotanto fetente,

Che Nalduccio e Orlandin caddero al piano,

E il mostro dileguossi di repente.

Rïavutosi poscia, ognuno insano

Rimane pel novissimo accidente,

E si guardano in viso, ed hanno pena

Che un peto gli abbia stesi su l'arena.

92

Ma quando poi non veggion le dilette

Consorti loro, e credono sicuro

Che quel mostro se n'unga le basette,

E se le spolpi in qualche luogo oscuro,

Fanno versacci che pajon civette;

E tal sentono affanno acerbo e duro,

Che lo star 'n una fervida caldaja,

Appetto a quel, lor parrebbe una baja.

93

In questo stato ascoltano una voce

Flebile sì, che non si può sentire.

In quel verso Naldin corre veloce,

E gli pare la sua consorte udire.

Pensate voi se ciò lo punge e cuoce.

D'amore acceso e ripieno d'ardire

Là corre, e regge con l'orecchio i passi,

Nè cura sterpi, nè bronchi, nè sassi.

94

Vede Orlandino poi dall'altra parte

in man d'un satiraccio una donzella

Mezza spogliata e con le chiome sparte,

E in qua e in là strappata la gonnella.

S'inferocisce subito, e qual Marte,

Quel satiro col ferro egli martella;

E tanto più lo fa di buona voglia,

Che pargli Argéa colei cui vede in doglia.

95

Ma quando crede aver piagato e morto

Il satiro, e disciolta la fanciulla,

L'un si rannicchia, e fassi corto corto,

E corto sì, che si riduce a nulla;

L'altra diviene una mummia, un aborto.

A vista tal, come un bambin di culla

Orlandino rimane; e tra sè stesso

Non sa capir quel che gli sia successo.

96

E Nalduccio arrivato a piè del monte,

Donde la voce gli parea che uscisse,

Vede una fresca, oscura e bella fonte,

E in un alber vicino crocifisse

Due giovanette, ed una che la fronte

Mostrava, e il tergo l'altra; ed a lui disse

Una di loro: Rinalduccio ingrato,

Così presto di me ti se' scordato?

97

Rinalduccio a tal voce si riscuote,

E grida: O mia dolcissima Corese,

Non dubitare. E col ferro percuote

L'albero; e quando con le braccia stese

Vuole abbracciarla, e nelle belle gote

Porre di casto amor le labbra accese,

L'alber principia subito a girare

Come paléo, e non si può fermare.

98

Nalduccio alla sua donna dà di piglio,

E con essa principia anch'egli il giro:

Quando ad un tratto d'un color vermiglio

L'alber diventa, e i rami di zaffiro,

E le foglie più candide del giglio.

Quindi le belle donne dispariro;

Chè l'una e l'altra subito divenne

Un vago cigno dalle bianche penne;

99

E volando tuffossi in un laghetto,

E dolcemente si mise a cantare;

Indi a non molto dall'alber suddetto

Tutte le foglie si veggon volare,

Fatta chi uno, e chi altro uccelletto;

Ed il fusto si vede al suol cascare,

E caduto diviene una gran biscia,

Che giù pel monte sibilando striscia.

100

Or mentre l'uno e l'altro disperati

Erran pel bosco, e colmi di stupore,

Corese e Argéa de' cavalier pregiati

Vanno cercando, e piangon di dolore:

E giunte appena in mezzo a certi prati,

Li veggon morti, e di sanguigno umore

Veggon tinta l'erbetta: onde a tal vista

Chi dir può quanto ognuna si rattrista?

101

E strappansi i capelli, e il petto bianco

Si laceran con l'ugne; e fan lamenti,

Che par ch'abbian le doglie o il mal di fianco;

E dan di mano alle spade taglienti,

Ch'eran de' lor mariti al lato manco,

Per ammazzarsi: ed ecco, alti portenti!

Le due spade si cangiano in lor mano

Una in giunchiglia, e l'altra in tulipano.

102

I cadaveri poi (chi 'l crederebbe?)

Si strusser come cera al foco appresso;

E l'uno e l'altro in bella fonte crebbe.

Rimaser come due statue di gesso

Le donne, e lor tal cangiamento increbbe;

Chè segno alcuno, alcun vestigio impresso

Non vedevano in lei de' lor mariti,

Come prima, se ben morti e finiti.

103

Dallo stupore alquanto rïavute

Si risolsero entrar nella fontana,

Indi bagnarsi, e far delle bevute

Di quell'acqua che pria fu carne umana.

Si spoglian dunque da nessun vedute,

E lascian la camicia e la sottana,

Il busto, le mutande e le calzette,

Tutte distese su le verdi erbette.

104

Quando ecco, mentre stan così spogliate

Diguazzando nell'onda maritale,

Di donne e cavalier molte brigate,

Che così nude nell'acqua le assale.

Voller fuggir, ma furon raffermate

Da vergogna, che in lor tanto prevale:

Cercan l'acque turbar; ma sotto è breccia;

Onde si copron con la lunga treccia.

105

Due cavalieri allor saltan nell'onda,

E vanno per ghermirle: in quel momento

Si asciuga l'acqua, e fugge via la sponda,

E dame e cavalier si porta il vento:

E nebbia così folta le circonda,

Che ogni raggio di luce è affatto spento;

Indi l'ombra dispare, ed in breve ora

Ogni cosa di luce si colora.

106

Non tanti aspetti, non tante figure

Soglion le rotte nuvole ben spesso

Formare in cielo nelle notti oscure,

S'Austro piovoso lor svolazza appresso;

Che or si fan navi, e quelle stesse pure

Or si fanno un gigante, ora un cipresso;

Come esse veggion, ma senza diletto,

La cosa stessa ognor mutar d'aspetto:

107

E a sospettar cominciano che quivi

Alberghino le Fate e i diavoletti,

E vi sian que' più perfidi e cattivi

Che fanno dar di volta agl'intelletti:

E vengono in speranza che sian vivi

I lor mariti, e che abbian de' dispetti,

Siccome esse hanno, da que' diavolini

Che fanno i buffoncelli e i mattaccini.

108

Ma per non vi tediar, donne garbate,

Raccontando gli scherzi e le burlette

Ch'ebber costoro per molte giornate,

Che furon certamente più di sette,

Vi dirò come furon liberate.

E mastro Garbolino ci scommette

Un par di guanti, se vi date drento

A indovinar chi sfeo l'incantamento.

109

Vi ricordate voi di Ferraù,

Quando dal bosco risanato uscì,

E fece voto a' Santi ed a Gesù

Di tornare alla cella e morir lì,

Ed a Climene non pensar mai più,

A Climene che tanto lo ferì;

E i due giganti ancor menò con sè,

A' quali fece abbracciar la santa Fè?

110

Or a questo romito serbò Iddio

Il discacciar da quel luogo i demoni;

E fu cagion che del cammino uscìo,

E che in vece d'andarsene pedoni,

Entrasse in mare, e che il provasse rio;

Tante fur le saette, i lampi e i tuoni,

E le tempeste e le piogge ed il vento,

Che se non si sommerse, fu portento.

111

Onde sbalzato fuor dell'onde insane

Tremila miglia e più lunge da Spagna,

Ed in quel lido pien di cose strane,

Piantò sul far del giorno le calcagna

Co' due giganti, vogliosi di pane,

Mercè della gran fame che li magna:

E mentre questi sbarcan da Ponente,

Vi sbarca da Levante anco altra gente.

112

Or qui conviemmi in tutte le maniere

Troncare il canto, e cercar di riposo;

Chè nel canto che vien mi fa mestiere

Star vigilante, allegro e spiritoso:

Perchè son certo di darvi piacere;

E l'udirmi saravvi sì gustoso,

Che se per sorte chetar mi volessi,

Mi preghereste perchè più dicessi.

CANTO DECIMOTERZO

ARGOMENTO

_Rinaldo e Orlando son trasfigurati_

_In dura pietra all'Isola del foco._

_Ferraù gli scongiuri ha preparati,_

_Ma torna per amore al primo gioco._

_I Pretoni di lui scandalizzati_

_Dentro la rete lo tengono un poco._

_Il pescatore racconta allo Scricca_

_D'una che il morto suo marito appicca._

1

La maraviglia nasce da ignoranza:

Perchè chi sa come vanno le cose,

Se fra di lor non dassi discrepanza,

O se affatto non son miracolose,

Non istupisce; e in dire non s'avanza

Contro quel tal, che alcun fatto propose,

Che di cosa impossibile viso abbia;

Nè inarca il ciglio, o si chiude le labbia.

2

Chi non avesse mai veduto mare,

Nè fiume o fonte, nè acqua nïente,

Noi lo faremmo affè trasecolare

In dirgli come è fatto, e da qual gente

Viene abitato, e le diverse e rare

Nature d'esso, e come è trasparente,

E come nave di piombo ripiena

Vi galleggia, e v'affonda un gran di arena.

3

Chi crederà, come la sacra a Giove

Annosa quercia, che cotanto prende

D'aria e di terra, e che vento non move,

In una ghianda tutta si comprende?

E come nella vacca il bue si trove

Quando ella il toro a compiacer s'arrende?

E come un gran di miglio o di frumento

Sia produttor di cento grani e cento?

4

In somma dico: L'uomo sapïente

Non è siccome chi non ha studiato,

Ch'è protervo, e fa sempre il miscredente;

E ciò che non ha visto, oppur toccato,

Creder non vuole il barbaro nïente.

Onde io sarei del certo disperato,

Se questa storia giungesse in lor mano,

Che ha qualche fatto che pare un po' strano.

5

E trovar non potrei verso nè via

Che mi dessero certa e piena fede;

Massime in questo canto, ove la pia

Mente del sommo Dio sì ben provvede

Al mal di quella sfortunata e ria

Isola, fatta di Folletti sede:

Chè non può venir lor neppur in testa

Il frate co' giganti e la tempesta.

6

Ma grazie a voi, divine ed immortali

Donne gentili, io vo' render tuttora,

Che siete dotte e savie, e tali quali

Cose vi narro, voi credete allora;

E s'io dicessi che un asino ha l'ali,

E il foco va con l'acqua della gora,

Siete tanto discrete e manierose,

Che mostrereste credermi tai cose.

7

A voi dunque mi volgo, e omai ripiglio

Il tralasciato canto; e se non sbaglio,

Io dissi, come con turbato ciglio,

Bagnato, ignudo, ma col suo bagaglio,

Aveva Ferraù dato di piglio

All'Isola dei scherzi e del travaglio

Co' due giganti; e come da Ponente

Pur discesa in quel lido era altra gente.

8

E qui bisognerebbe ch'io dicessi

Ogni minuzia fino ad un puntino.

Ma so che brevitade io vi promessi;

E più tosto restar senza un quattrino

Vo', che mancare a quello ch'io v'espressi.

Dirovvi dunque in mio schietto latino,

Che con le mogli lor Ricciardo e Guido

Sceser senza saperlo in su quel lido:

9

E che Rinaldo ed il signor d'Anglante

Vi sceser pure per diverse strade:

Perchè a chi fa il mestier del navigante,

Domandar suo cammino non accade.

Tal vuol ire in Ponente, e va in Levante.

Il vento è il Dio dell'onde; e ovunque aggrade

A lui di fare andar questo e quel legno,

Conviene andare e romper suo disegno.

10

Sol vi dirò due cose, che mi penso

Che sieno necessarie a raccontarsi:

Una, ch'io vi racconti quell'immenso

Piacer di cui vedeste inebbrïarsi

Le donne e i cavalieri, e senza senso

Restar Dorina, e affatto abbandonarsi,

Conoscendo all'aprir della visiera,

Che il campion nero il suo marito egli era,

11

Acciocchè non istiate con pensiero,

E a lungo andare non m'esca di mente.

Riconosciuta adunque il campion nero

La sua bella Dorina ed innocente,

Più ratto assai che a lepre il can levriero,

Le corse a' piedi, e le chiese piangente

Perdon di quanto aveva e detto e fatto,

Reso per gelosia crudele e matto.

12

Il Garbolin di questi più non dice:

Ma saranno tornati a Saragozza,

Ove avran fatto una vita felice:

In somma qui la storia loro è mozza.

L'altra cosa da dirsi, e che radice

È del canto, e senza essa non si accozza

La storia, è che bisogna che del frate

Vi narri certe cose tralasciate.

13

Come vi dissi, se non prendo errore,

Due canti addietro, Ferraù partissi

Dalla capanna con divoto core,

E co' pensieri risoluti e fissi

Di darsi in avvenir tutto al Signore:

E i due giganti al mondo crocifissi

Partiron seco, e giunsero in Provenza,

Ed in Antibo fecer permanenza.

14

Quivi studiaro come disperati,

E si fecero bravi latinanti,

Nè fûro dal maestro mai frustati;

E andaron tanto con lo studio avanti,

Che dal vicino vescovo chiamati

Fûro, e promossi agli ordini più santi:

E da Tolon venivano a Marsiglia

Le genti per veder tal maraviglia.

15

Il dì di San Cristofor disser messa,

Ed ebber facoltà di confessare:

Ma don Fracassa però non confessa,

Perchè il segreto non sa conservare;

Ma l'altro ch'è la segretezza stessa,

Io dico don Tempesta, uom singolare,

Confessa; ed è sì buono e sì clemente,

Che non disgusta verun penitente.

16

Or posto questo, ritorniamo al lido,

E narriamo le cose bestïali

Che avvenner quivi. Di già me la rido,

Vedendo i due giganti co' piviali,

E con l'asperge, e con orrendo grido

Precettare i demonj capitali;

E quinci uscire a farvi missïone,

E intrecciarvi talor qualche sermone.

17

Ma lasciamo per ora i missionari,

E parliamo del conte e di Rinaldo,

Che mentre erran per l'isola, e di vari

Casi van ragionando, da gran caldo

Presi son sì, che fan sospiri amari:

Nè il buon conte potendo star più saldo,

Dice a Rinaldo: Mi par questo loco,

S'io non m'inganno, l'Isola del foco.

18

E van cercando di fontane e grotte;

Ma le fontane tutte son diacciate:

Onde forza è che ognun fra sè borbotte

In veder gelo, e sentir poi l'estate.

In questo mentre li giunge la notte

Con ombre tanto nere e sì serrate,

Che non si veggon più l'un l'altro in viso,

E li prende un gran freddo all'improvviso.

19

Disse Rinaldo: Dolce cugin mio,

In qual paese mai siam capitati?

Rispose il conte: Non tel so dir io;

Ma certo siamo in qualcun di quei lati

Che si è serbato lo sdegno di Dio

A castigare i tristi e scellerati;

Ed è l'inferno, o cosa che somiglia;

Tanto è il dolor che l'anima m'impiglia.

20

Se questo fosse, cugin mio, l'inferno

(Disse Rinaldo), ci sarìa più folla:

E qui, fuor di noi due, niun altro scerno.

Allor, qual tin che per vinaccia bolla,

E di fuor gorgogliando e per l'interno,

Alza all'intorno or una or altra bolla;

Si senton sotto i piè la terra alzare,

E susurrar d'intorno e cigolare.

21

Indi uscîr fuor con accesi tizzoni

Lamie, centauri e simile bestiame;

E vanno sopra a' nobili baroni,

E fan le lor persone afflitte e grame.

Si mette il buon Orlando in ginocchioni;

Chè non ci ên spade di sì buone lame

Da far difesa in simile tempesta;

E qualche volta si gratta la testa.

22

Rinaldo si dibatte e si dimena,

Ed or fère una lamia, ora un centauro:

Ma ridon essi, e a lui sopra la schiena

Battono, e il fanno come Etíope o Mauro.

Ma il buon Orlando con la faccia piena

Di pianto chiede a Dio qualche ristauro;

E mentre ei prega, ogni mostro dispare,

E si tranquilla il ciel, la terra e il mare:

23

E di fiori e d'erbette si riveste

La terra da per tutto; e frutti e foglie

Mostran le piante in quelle parti e in queste:

Ed ogni augel la lingua al canto scioglie,

Da volgere in piacere le più meste,

E le più crude e tormentose doglie:

Ma quel che rallegrar li fece affatto,

Fu la comparsa di più ninfe a un tratto.

24

Venner di non so dove, a sette a sette

Prese per man, le più belle ragazze

Che si vedesser mai, sincere e schiette.

Nude eran tutte; e in una man le tazze

Avevano, e nell'altra le fiaschette:

Parte erano imbrïache e parte pazze.

Una di loro ad Orlando s'accosta,

E gli fa sorridendo tal proposta:

25

Signor, la vita come lampo fugge,

E come pellegrin giunge e va via.

Pazzo è colui che in armi si distrugge,

E su le carte solo si ricría.

Quel vive lieto, che di Bacco sugge

Il buon licore, e la soave e pia

Madre d'Amore inchina, e del suo figlio

Segue i diletti con saggio consiglio.

26

Deh, prima che ti colga il dì fatale,

E poca polve il cener tuo ricopra,

Lascia quest'arme, che a sì poco vale,

Ch'ogni nome perisce, ogni bell'opra,

E godi nosco. Anche il piacere ha l'ale;

Ma per goder, fatica non si adopra.

Però, se saggio sei, come tu mostri,

Spògliati, e vieni negli alberghi nostri.

27

E un'altra al pro' Rinaldo avea già presa

La destra mano, e gli facea carezze;

Talchè, senza la menoma contesa,

Vinti fûro ambiduo dalle dolcezze

Di queste ninfe; ed han la faccia accesa

Di caldo amor, che pare il cor lor spezze;

E vanno sbevazzando, e fanno quello

Che avrei rossor di dirlo anche in bordello.

28

Ma durò poco questo loro spasso;

Chè le ninfe divenner tante botte,

E tanta roba loro uscìa da basso

Di piscio e sterco, che pignatte rotte

Sembravano, o qualcun forato masso,

D'onde l'acqua zampilla giorno e notte:

E gettò tanto questa sporca polla,

Che Orlando qualche poco ancor ne ingolla;

29

E vuol gridare; ma cresce la piena,

Ed a Rinaldo pur passato ha il mento.

Onde pensate voi, donne, la pena

De' paladini, e l'atroce tormento

D'aver sì brutto pranzo e brutta cena.

Orlando pieno di crudel talento

Vuole ammazzarsi, ma non può morire;

Nè sa l'altro che farsi, o che si dire.

30

Quando ecco che lo stagno puzzolente

Tutto s'indura, e fassi bianca pietra;

Ed il buon conte e Rinaldo valente,

Dal capo in fuora, misero s'impietra.

Non han più moto nè senso nïente:

Quando ecco piomba orribile dall'etra

Un fulmine sul masso, e lo dissolve,

Da' paladini in fuor, quanto era, in polve:

31

E ritornati quelli ad esser carne,

Ecco imbandir le dilicate mense;

E v'eran piatti di fagiani e starne,

Ed altre cose di dolcezze immense.

Dice Rinaldo: Io voglio un po' mangiarne.

Rispose Orlando: A ciò non fia ch'io pense:

Sì m'han turbato i pesci di quel lago,

Ch'odio più il cibo, che toccare un drago.

32

Rinaldo dà di mano alla forchetta.

Ed infila un fagiano, e quel sen vola;

Chiappa una starna, e mentre con gran fretta

La vuol tagliar per cacciarsela in gola,

Fugge, e con essa ogni altra pur sgambetta;

Talchè rimasta è la tovaglia sola.

Dice Orlando: Tu hai fatto molto presto!

Tace Rinaldo, e sta turbato e mesto.

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Or mentre con Rinaldo Orlando stassi

Stupido in mezzo a tanta maraviglia,

Ferraù co' giganti a lenti passi

Va per un bosco, e un serpe l'avvinciglia:

E i due giganti sono presi a sassi,

Che vengon sopra lor lontan le miglia;

E gridan, quanto sanno, di concordia:

Nazareno Signor, misericordia!

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A questa voce il serpe si disciolse,

E prese il frate un poco di respiro,

E nessun sasso più i giganti colse.

Perchè il buon Ferraù, dato un sospiro,

Di scongiurar quel loco si risolse;

E la cotta si mise, e si vestiro

Anche i giganti da capo alle piante

Di vesti sacre, e preser l'acque sante.

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Ma prima che comincin lo scongiuro,

Climene e Ricciardetto con Despina

Ecco, e Guidone il giovine sicuro,

Con l'altra gente che il bosco cammina:

E visto il frate in abito sì puro

Con que' due cherchi dalla cappellina,

Dieder 'n un riso sì spropositato,

Che Ferraù ne fu scandalizzato:

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E con arcigno viso là rivolto,

Donde venire udìo sì strano riso,

Crede che di demonj un drappel folto

Volato lì ne fosse all'improvviso;

Ma quando di Climene ei vide il volto,

Allora certamente fu d'avviso

Che un diavol preso avesse quell'aspetto

Per ingannarlo, e per fargli dispetto:

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Il Ricciardetto, vol. I · 第 19 / 24 段