Il capitano allor soggiunge: Assai

Chiaro è, signora, il tuo crudel talento:

Chè se la vecchia, a cui confidato hai

L'opera indegna, non faceva attento,

Nè rilevava i suoi vicini guai

Al buon Leon, tu l'averesti spento.

E qui narrommi allor, cosa per cosa,

Ciò che disse la vecchia maliziosa.

119

Rodrigo (io dissi allor; chè tale egli era

Il nome di quel fido capitano),

L'anima mia in foco eterno pêra,

Se ferro alcuno mai strinsi con mano

Per dare al mio Leon morte sì fera.

Mi fece Emilia l'intelletto insano

Per la gran gelosìa ch'ebbi di lei:

E s'io mento, lo sanno i sommi Dei.

120

Ma la perfida vecchia ella fu solo

Che m'indusse a far quello onde fui presa

(Come credesti) in manifesto dolo:

Perchè facil le fue, a donna accesa

D'amore, e strutta da geloso duolo,

Persuader sì temeraria impresa

Di trar di sangue due o tre gocce almeno

Del mio marito dal piagato seno:

121

Che certo impiastro n'averebbe fatto,

Che l'amore d'Emilia avrìa disciolto.

Rodrigo a questo dire stupefatto

Rimane, e di pietà copre il suo volto:

E scritto un foglio, invìa quello ad un tratto

Al rege, che per ira anco era stolto;

E gli scrive la cosa come ella era;

Ma una falsa ei mi crede e menzognera:

122

E rispedisce subito, e comanda

Ch'io entri in mare, e si sciolgan le vele.

Così si fece; e dopo una nefanda

Tempesta, ed un mar orrido e crudele,

Ci spinse il vento in questa estrania banda,

Dove il buon capitano, a mie querele

Fatto pietoso, in modo alcun non volle

Fare del sangue mio la terra molle:

123

E qui lasciommi sola, ove a ventura

Un pastor vecchio mi venne davante,

Che si prese di me pensiero e cura:

E perchè lo mio parto era in istante,

E mi vedea d'affanno e di paura

Ricolma, con la sua mano tremante

Prese la mia, e guidommi bel bello

Al suo tugurio onesto e poverello:

124

E consegnommi alla sua vecchia moglie,

Che m'accolse benigna e volentieri.

La stessa sera mi preser le doglie,

E sopra fieni seccati e leggieri

Mi coricai con queste stesse spoglie,

Ed in poche ore con affanni fieri

Diedi alla luce questo mio figliuolo,

Che nel vederlo mi rinnuova il duolo.

125

Tacque ciò detto, e di color di morte

Asperse il viso, e cadde sul terreno.

Climene allora con maniere accorte

Le bagna d'acqua fresca il volto e il seno;

Sicchè richiama dalle stigie porte

L'anima sua, che ormai senza alcun freno

Là s'indrizzava: e tanto le sa dire,

Che le promette non voler morire.

126

Or mentre si consolan fra di loro,

E Climene le narra il suo tormento,

Eguale in parte di Dori al martoro,

Nella stessa spelonca entraron drento

Una donzella coi capelli d'oro,

Tutta vestita di color d'argento,

E a sua difesa nobilmente armati

Due cavalieri, in vista alti e pregiati.

127

La lor venuta m'ha rimesso il fiato:

Così m'aveva la pietà di quelle

Da capo a' piedi tutto sconturbato:

Chè quanto ho più desìo di bagattelle,

E di cantar con allegrezza a lato,

Vie più m'abbatto in cose acerbe e felle,

In piagnistei, in morti, in tradimenti,

E in simili bruttissimi accidenti.

128

Mutiam dunque le corde, e mutiam anco

La cetra e il canto, e in lieti modi e belli

Cantiamo in avvenir; chè troppo stanco

Son d'udir lagrimare or questi or quelli.

E tu mi colma di vin nero e bianco,

Nice, due nappi, e fasciami i capelli

D'edera verdeggiante; e a me discenda

Bacco; ed Apollo il lauro suo si prenda:

129

Chè più godo campare un giorno o due,

Ridendo con gli amici alla distesa,

E nel gregge poetico esser bue,

Che dopo ch'io sarò sepolto in chiesa,

Mi lodin quanto l'Arïosto e piùe,

E sia del nome mio la fama stesa

Per ogni parte: chè questo desire

È da matti, o da chi vuole impazzire.

130

Ma ve' che Nice vien con due gran fiaschi.

Beviamo dunque. Oh che liquor celeste!

Felice il loco ove germogli e naschi,

Vite gentil! De' tuoi pampin la veste

Bacco si faccia, e sopra te non caschi

Grandin sonante, e capro non t'infeste.

Ma già mi sento rallegrare: or via,

Principio al nuovo canto omai si dia.

CANTO DUODECIMO

ARGOMENTO

_Le dame e i cavalier menando vanno_ _Con le villane in balli il giorno

lieto._ _Rinaldo, Alfonso togliendo d'affanno,_ _Scopre alla vecchia

ria tutto il dereto._ _I due cugini a contrastar si danno_ _Contro i

Folletti, e cascano ad un peto,_ _Il quale fu sì puzzolente e strano,_

_Che Dio ne scampi ogni fedel Cristiano._

1

La vita umana ell'è com'una stanza

Di varj quadri vagamente ornata.

Colà vedi Maria, nostra speranza,

Sul Figlio estinto afflitta, addolorata:

Qui ravvisi di Giobbe la sembianza

Piagato, ignudo; e la mogliera il guata:

Là mari e monti, e terre erme e diserte:

Qui Táidi e Frini e Veneri scoperte.

2

Così l'uomo ora balla, ora sospira;

Ora bestemmia, ed or si batte il petto;

Ora d'amore, ora s'accende d'ira;

Or dona qualche cosa al poveretto,

Or fura a un altro, conforme gli gira;

Or l'avarizia il priva d'intelletto.

Si muta in somma ogni ora, ogni momento,

Siccome banderuola ad ogni vento.

3

E questa cosa qualche volta è male,

E questa stessa alcuna volta è bene.

Ma non voglio qui farla da morale,

E dir quel che conviene e non conviene

All'uomo, come bestia razionale;

E quando a colpa grave egli perviene,

E quando neppur pecca leggermente,

S'egli si muta d'animo e di mente.

4

Quel che ho da dire (e lo voglio dir presto;

Chè a raccontarlo ci ho troppo piacere)

È, che non vedo più turbato e mesto

Il volto di Climene, e che godere

Dori vegg'io, che or ora a pollo pesto

Era ridotta, e quasi al miserere;

Tanto i lor volti fûro serenati

Dalla donzella e dai garzon pregiati.

5

Senza che il dica, già ciascun m'intende,

Ch'io parlo di Despina e di Ricciardo,

E di Climene, e di lui che l'accende

Come esca foco con un solo sguardo.

Guidon, dich'io, che umile al suol si stende,

Senza ch'ei s'abbia il minimo riguardo;

E le chiede perdono, e l'assicura

Che lei sol ama, e Lidia più non cura.

6

Climene l'accarezza e gli perdona,

E l'abbraccia con tanta tenerezza,

Che non lasciollo per un'ora buona.

O ve' s'ell'era donna di saviezza,

Lieta e gentil, non burbera e scorzona,

Com'esser suol chi ha il don della bellezza,

Conforme avea costei, che, a dirla schietta,

Pareva propriamente un'angeletta.

7

Indi saputo il caso di Dorina,

Le fanno cuore, e le danno promessa

Di far che torni ad essere reina.

Obbligo immenso ai cavalier confessa

La donna; e già le par d'esser vicina

A godere, nè più si sente oppressa

Dal giusto duol, che sino a quel momento

L'avea colma d'affanno e di tormento.

8

Escon fuor della grotta, e fra non molto

Giungono in parte ove son molte insieme

Capanne, e in un drappel veggion raccolto

Coro di donne, che ballando preme

Col piè scalzo il terren rozzo ed incolto.

Cetre e zampogne che han dolcezze estreme,

Suonano; ed ivi tanto gaudio piove,

Che par che vi villeggi Amore e Giove.

9

All'apparir dell'armi luminose

Si turbaron le belle forosette;

Ma le tre donne vaghe e grazïose

Fêr sì che niuna più in timor si stette.

Despina le sue vesti prezïose

Depone, e d'altre rozze sì, ma schiette

Si veste: fa lo stesso ancor Climene;

Nè più d'esser regine a lor sovviene:

10

E vestite così da villanelle,

Posta di fiori in capo una corona,

Liete sen vanno a carolar tra quelle:

E perchè si sonava la ciaccona,

Dorina col figliuolo alle mammelle

Move sì gentilmente sua persona,

Che ogni Ninfa e pastor si maraviglia,

E la bocca apre, e inarca ambe le ciglia.

11

Ma perchè l'aria si faceva oscura,

Fu posto fine alle belle carole;

E dentro una capanna la più pura

Sono invitate con schiette parole

Da quella rozza gente; e ognun procura

Di far loro, non già quello che vuole,

Ma quel che puote; e i forti cavalieri

Già deposto han gli usberghi ed i cimieri.

12

Or mentre stanno a mensa, ecco da un canto

Una fanciulla con un chitarrino,

Vestita di colore d'amaranto;

E dirimpetto a lei molto vicino

Sedeva, pronto al boscareccio canto,

Un assai destro e giovin contadino.

Or mentre che le corde ella percuote,

Egli sciolse la lingua in queste note:

13

L'amore ch'io ti porto, Lisa mia,

La non è mica cosa naturale:

Io stimo ch'ella sia qualche malìa

Fattami da talun che mi vuol male;

Perchè a far nulla non trovo la via:

Se mangio l'erbe, non vi metto sale;

Nè distinguer so il vino dall'aceto;

E penso andare innanzi, e torno indreto.

14

La notte tengo spalancati gli occhi,

Nè si dà il caso ch'io li serri mai;

E in qua e in là, a guisa de' ranocchi,

Saltello per li palchi e pe' solai;

E grido, come se il fuoco mi tocchi.

E tu la cagion se' di tanti guai:

Perchè, s'io non t'amassi, dormirei,

Nè che cosa è dolore ancor saprei.

15

Ma pure soffrirei con pazïenza

Il male che mi fa questo assassino,

Se tu mi usassi un poco di clemenza:

Ma tu sei dura più d'un travertino.

O maladetta, Amor, la tua potenza!

Ma se un giorno t'acchiappo, o malandrino,

Del mio pagliaio vo' legarti in cima,

E dargli fuoco, e farti lima lima.

16

E quando egli sarà tutto arrostito,

Allor più non sarai sì fumosetta;

Nè col tuo viso arcigno, inferocito,

Mi darai più quella continua stretta,

La qual m'ha morto e quasi seppellito.

Ma che dich'io, o dolce mia Lisetta?

Amore è un Nume, ed io sono un villano;

E tu se' bella, ed hai il mio core in mano.

17

Tu hai il mio core; il tuo non ho già io,

Nè sperar posso mai che tu mel doni:

Ma se di far da ladra hai tu desìo,

Ruba le mie galline e i miei capponi,

Ruba il giovenco e ruba l'asin mio,

Rubami il sajo e rubami i calzoni;

Ma rendimi il mio core, o mi concedi

D'essermi moglie in meno di tre credi.

18

Qui tacque Ciapo; e Lisa stropicciosse

Gli occhi e la fronte con la bella mano;

E fatto un pocolin le guance rosse,

Tossì due volte; e poi con volto umano

Guardando intorno, della cetra scosse

Le corde sì, che udissi da lontano;

E incominciò: Ciapin, ti vo' più bene,

Che tu non pensi; e dà pur fede a mene.

19

Quando io ti cominciai a ben volere,

Erano i grani del color dell'oro,

E le cerase diventavan nere:

Io me ne stava all'ombra di un alloro

Il dì che Amore mi ti fe' vedere:

Egli era teco Gianni e Ghirigoro:

Festi un starnuto alla presenza mia,

Ed io ti dissi allor: Buon pro ti fia.

20

Eri vestito d'una pelle d'orso,

Ed avevi un berretto di scarlatto:

Mi festi un ghigno, e al cor mi desti un morso.

E con quel morso m'hai tutto disfatto.

E solo trovo conforto e soccorso,

Quand'io cicalo teco di soppiatto,

Che la mamma ed il babbo fan la nanna,

E vieni al buco della mia capanna.

21

Beata mene! s'io t'ho per marito,

Sono più ricca d'una cittadina;

E allora il cielo toccherò col dito.

Ma la fortuna mia sì mi trassina,

Che ho timor che tu cerchi altro partito.

So che vatti a fagiuol la Gelsomina,

Nè ti spiace la Sandra nè la Cecca.

Deh non mi far, Ciapino, la cilecca.

22

Che se d'altra tu se', i' vo' morire.

Qui disse un vecchio: Il canto è buono e bello,

Ma questa è l'ora d'andar a dormire.

Tacque allor Lisa, e Climene un anello

Donolle, che valea trecento lire.

Un altro pur su lo stesso modello

Diede a Ciapo Despina, e di contento

Tutto l'empiè, come un otre di vento.

23

Le tre regie donzelle insieme accolte

Stanno a dormire, e avanti alla capanna

I cavalieri in su le paglie folte;

Quando ecco, mentre il buon Titon s'affanna

Perchè la sposa con le trecce sciolte

Gli esce di braccio, ed a star sol lui danna,

E di purpurei fior, candidi e gialli,

Orna il freno e la testa a' suoi cavalli:

24

Un cavalier sopra un nero corsiere

Veggiono, ed esso ancor con bruna veste,

E tutte l'armi sue pur eran nere:

Avea dipinto su la sopravveste

Di candido colore un can levriere,

Che smarrito abbia per aspre foreste

Il caprïol, col motto: O ch'io t'arrivo,

O che tra poco non sarò più vivo.

25

Al comparire di quest'uomo armato

Si sbigottîr le Ninfe ed i pastori,

Non già Guidon nè Ricciardo pregiato;

Ma, dato mano all'armi e a' corridori,

Gli vanno incontro: e perch'egli è peccato,

E di quelli che vanno tra' maggiori,

Contra un combatter due, Guidon Selvaggio

Dà della pugna a Ricciardo il vantaggio,

26

Sol perch'egli era nel cammin più innante,

E non per altro; ed ei stassi a vedere.

Il negro cavaliere aspro e arrogante

Grida: Chi al mondo altro non vuol nè chere

Che trovar morte, di morte è sprezzante.

Però nel mezzo a mille aste e bandiere

A por m'andrei; chè ho in odio quella vita

Che forse a te, baron, sarà gradita;

27

Però non mi chiamare alla battaglia,

Chè i nostri fini ên troppo diseguali.

Tu pugni sol perchè il tuo nome saglia

In laude e stima, e perchè si propali;

Io di dentro e di fuor tutto a gramaglia

Cerco le strade onde il mio spirto esali;

Ma le cerco da forte; chè viltade

In regio cor di rado o mai non cade.

28

Quindi si tace; e Ricciardo ripiglia:

Campion, si vede ben che grato sei

Alla celeste ed immortal famiglia;

Mentre tal grazia t'han concessa i Dei,

Che spavento di morte non t'impiglia,

Anzi mostri desìo d'andar da lei.

Ond'io spero, se soglio esser lo stesso,

Che quel che brami ti sarà concesso.

29

Finito appena ha di parlar Ricciardo,

Ch'egli impugna la lancia, e disdegnoso

Lenta la briglia al suo destrier gagliardo

Contro Ricciardo: e quegli furïoso

Si move anch'esso; e senza alcun riguardo

S'incontran sì, che sul terreno erboso

Cadono entrambi: colpa de' destrieri,

Che non potêr soffrir colpi sì fieri.

30

Le belle donne giunsero in quel punto

Ch'essi cadéro, e si morser le labbia

Per vaghezza di riso: di che punto,

Fu sì il cor di Ricciardo, che per rabbia

Nudato il ferro sovra il Nero, e giunto,

Dàgli un fendente, e su l'asciutta sabbia

Lo fa cadere: ed è sì inviperito,

Che lo vuol morto a ciaschedun partito.

31

Gli aveva sì intronate le cervella

Con quel rovescio il forte paladino,

Che il Nero non vedea se sole o stella

Faceva chiaro il bello aere turchino;

Ma senza moto, e privo di favella,

Pareva morto, od a morir vicino:

Onde Climene gli disse: Non fare,

Ma lascial pria ne' sensi ritornare.

32

E in questo dir gli slaccian la visiera:

Qual visto è appena, che quella boscaglia

Divenne per tal giorno e per tal sera

Il bosco del piacere; e la battaglia

Fu di pace e d'amor nunzia e foriera.

Ma sebben di saper molto vi caglia

Chi sia costui, scusatemi, se alquanto

Taccio or di lui, e volgo altrove il canto.

33

Un'ora egli è che il sir di Montalbano

Dalle rive di Spagna, ov'egli è sceso,

Mi fa, com'egli può, cenno con mano

Che di lui parli, e dal cammino preso

Ritolga i passi; e ben sarei villano,

S'io mi fingessi non averlo inteso:

Ch'innamorato son del suo valore,

E gli darei, non che la voce, il cuore.

34

Venti miglia vicino alla Corogna

Scese Rinaldo sul calar del sole:

E perchè d'ombra più non gli bisogna,

Che nella state ricercar si suole,

Va lungo il mar, che contende e rampogna

Col lido, che fermar suo corso vuole:

E mentre così tacito cammina,

Pargli udire una voce assai vicina.

35

Si ferma, e vede che tra scoglio e scoglio

D'ora in ora una fiaccola balena.

Ei va in quel verso allor zitto come oglio;

E in quel tempo Fortuna ivi lo mena,

Che, in tal guisa ripiena di cordoglio,

Distesa sopra della molle arena,

Diceva una fanciulla a Dio rivolta,

Tutta piangente, e il biondo crin disciolta:

36

Rendimi il dolce mio marito fido,

Giusto Re de' mortali e degli Dei.

Qui mi fu tolto; e tu su questo lido

Per tua giustizia render me lo dêi:

E se mel neghi, io mi ferisco e uccido.

E sebben far tal opra io non dovrei,

Pur quando il duolo passa la misura,

D'oprar con senno chi più s'assicura?

37

Stavano intorno a lei due damigelle

Triste così, che facevan pietade.

Entra improvviso il paladin tra quelle,

E domanda che cosa loro accade.

S'intimoriro pria le tapinelle;

Poi asciugate degli occhi le rugiade,

In ripensando al lor misero stato

Si rallegrâr d'avere un uomo a lato;

38

E gli disser cortesi: Almo signore,

Elmira questa misera s'appella,

Del regno di Leon donna ed onore;

Che sì amica finora ebbe ogni stella,

Che ha saputo oggi sol cosa è dolore.

Ch'oltre all'esser regina e l'esser bella,

Ella ebbe per marito i dì passati

Il più bello di quanti ne son stati:

39

E s'amavan così, che neve schietta,

In suo paraggio, è l'amorosa fiamma

Che scalda il cervo per la sua cervetta,

O il caprïol per la sua lieve damma.

Avean de' cuori un'amistà perfetta;

Nè mai del suo velen pur mezza dramma

Vi pose la Discordia: in ciel neppure,

Dico per dir, vi son tali venture.

40

A visitar l'Apostol di Galizia

Uscimmo di Leone oggi fa un mese.

Ma mentre andiamo pieni di letizia

Ora guardando il mare, ora il paese,

Or de' pesci, or de' frutti la dovizia,

Ecco venire a noi lieto e cortese

Un nano sopra d'un bel cavallino,

Che ci saluta, giunto a noi vicino,

41

E dice: Son più giorni che v'aspetta

Al suo palazzo la padrona mia.

Qui intorno non vi è casa nè villetta

Da potervi alloggiar, nè osterìa;

Però venite meco. E sì ci alletta,

Che dal nostro cammino ci disvìa.

Egli va innanzi, e noi lo seguitiamo,

E là in quel bosco prestamente entriamo.

42

Non torre e non palazzo; un corto e angusto

Pozzo troviamo, e lì si ferma il nano,

E dice: Confacente al vostro gusto

Qui nulla appar; ma appena per lo vano

Voi calerete, che superbo, augusto

Edifizio vedrete, e nuovo e strano.

Così dicendo, per lo pozzo scende,

Ch'era a gradini, e per la man me prende.

43

Alfonso, chè in tal guisa il re si noma,

Guarda la donna nostra che sospira;

E le dice ridendo: O qui si toma,

O qui la volpe certo si ritira.

Quindi a scender principia, e in dolce idioma

Pur la lusinga, e seco giù la tira:

Noi pur scendiamo; e siamo scese appena,

Che un'aria ritroviam pura e serena.

44

Non ti pensar che negromante o fata

Abbia ciò fatto per virtù d'incanto;

Che questa è una montagna traforata,

Come vedrai 'n un angolo, 'n un canto,

Se di vederla ti fia cosa grata,

O s'hai qualche pietà del nostro pianto:

E quel forame poscia ci conduce

In un bel piano, e nell'aperta luce.

45

Intorno intorno la montagna gira

Alta così, che augel su non vi vola.

Nel piano poi una città si mira,

Nel mondo tutto certamente sola;

Piena zeppa di gente che delira,

Dedita al senso e dedita alla gola.

La governan le donne, e i magistrati

Sono tutti di femmine formati.

46

Gli uomini stanno in casa; e se talora

Per alcuna bisogna son forzati

Ad uscir, vanno con la fante fuora;

E quando in casa si son ritirati,

Ora da questa, or da quella signora

Cortesemente sono visitati,

E trattenuti all'ombre, a' tarocchini,

A primiera, a tresette, a' trïonfini.

47

E come il cavalier fa con la dama,

Quivi la dama fa col cavaliere.

Ciascuna di servirlo anela e brama,

Ed è per questo capo un bel piacere:

Ma se in privato o in pubblico si trama

Cosa alcuna, si sta l'uomo a vedere.

In somma, in fuor che non è sì gentile,

L'uomo là in tutto a femmina è simile.

48

Miseri noi, se questa strana usanza

S'introducesse nel nostro paese;

E che mentre ne stiam soletti in stanza

Leggendo istorie ovvero forti imprese,

Avesser tanto ardir, tanta baldanza

Le donne di trovarci! Allor le chiese

Si potrebber serrare: almen fintanto

Che bella gioventù ci stesse accanto.

49

Donna e madonna di questa cittade

Ella è una vecchia orribile e severa,

Nemica acerba della castitade,

Che d'ogni cittadin fassi mogliera.

E di più il nano per tutte le strade

Manda a cercar di gente forestiera;

E trovatala poi, conforme ho detto,

Giù glie la mena per quel pozzo stretto.

50

Giunti che fummo alla città donnesca,

Ebbimo incontro mille damigelle

Vestite tutte all'usanza moresca,

Armate d'archi e fieramente belle;

Che in maniera tra brusca e gentilesca

Ci salutaro, e chiesero novelle

E del mondo e di noi e della terra

Nostra, e se siamo in pace, oppure in guerra.

51

E date le risposte convenienti,

Siamo condotti al palazzo reale,

Dove giunti, di musici strumenti

Veggiam pieno il cortil, piene le scale:

E dier principio a così bei concenti,

Che non ci parve cosa naturale;

E un musico gentil sopra una loggia

Sciolse la voce al canto in questa foggia.

52

O pellegrini che venite a noi,

Si vede ben che Giove vi è cortese;

Chè non vedeste e non vedrete poi

Simile a questo mai verun paese:

Qui niuna cosa fia ch'unqua v'annoi,

Non dispetti, non risse e non offese;

Ma dovunque anderete, in ogni loco

Verran con voi e l'allegrezza e il gioco.

53

Qui non si muor che di troppa vecchiezza,

E niuno invecchia mai per gran pensieri,

Che fan la febbre e fanno la magrezza,

Ed empiono gli avelli e i cimiteri.

I suoi piaceri ha qui la giovinezza;

E chi s'invecchia ha pure i suoi piaceri.

E o voi beati, seguiva a cantare;

Quando ecco la regina che compare.

54

Era zoppa, era gobba e alquanto lusca,

Vestita d'un tabì candido e schietto,

Con una cresta del color di crusca,

E come un tavolino aveva il petto.

La barba ha al mento, qual barbon che busca,

Larga di faccia e bocca, e capo stretto;

Piccola, nera, tutta culo e pancia;

E ride e si dimena, e guarda e ciancia.

55

Dà nel gomito Alfonso alla consorte

In vedere quell'orrida befana;

E poco andò non si tenesse forte,

E non facesse una risata strana.

Pure sta saldo, e con parole accorte

La inchina: ed ella già d'Alfonso insana

Non gli risponde, e parte con tal fretta,

Che, così zoppa ancor, sembrò saetta.

56

Noi restiamo ammirati; e ch'ella sia

Scema di senno, concordiam tra noi:

Quando ecco che ripien di cortesìa

Alfonso appella uno de' paggi suoi,

Dicendo che madonna lo desìa;

E a noi rivolto: Rimanete voi,

Ci dice; indi si parte; e noi restiamo

Sole, e che in breve ei tornerìa, pensiamo.

57

Stemmo gran tempo, e d'Alfonso il ritorno

Ancor non si vedea. Lo chieggo a molti;

E niun risponde: viene a fine il giorno,

E dalla notte in palazzo siam côlti;

Nè Alfonso pur si vede. Infine un corno

S'ode sonare; e lieti e disinvolti

Uomini e donne ci vengon davanti

Con lieti tranquillissimi sembianti:

58

E ci chiaman beate, e invidia ci hanno,

Che la regina in suo castello ha chiuso

Il bello Alfonso con felice inganno,

Dove ella lo ritiene al suo proprio uso.

Non ci potemmo mai sì strano danno

Immaginare da quel brutto muso;

Onde a fatto sì acerbo ed improvviso

A tutte noi sparve il color dal viso:

59

E questa sfortunata, che tu vedi

Per lo dolore a morir già vicina,

Tanta ira n'ebbe, che corse, e co' piedi

Urtò le porte dell'empia regina.

Poi di noi altre a' costumati arredi,

Che sono i pianti, si volse tapina,

Chiedendo, e noi con lei, il signor nostro

A quell'infame e spaventevol mostro.

60

A questa vista ciaschedun dispare;

Noi restiam sole nel nostro dolore:

Quando un drappel d'armate donne appare,

Che del palazzo ci conducon fuore;

Indi nel pozzo ci sforzano entrare,

E mostran gagliardìa, mostran valore,

Perchè il salghiamo: e quello poi salito,

Ci menano rabbiose a questo lito;

61

D'onde siam ferme non voler partire,

Se il nostro Alfonso non ritorna a noi;

Nè più gran cosa ci sembra il morire.

Credei con tigri, ma dovrò con buoi,

Donne, pugnar, secondo il vostro dire

(Disse Rinaldo): serenate or voi

La vostra faccia, e state allegramente,

Ch'io vi rimeno Alfonso immantinente:

62

E se la cosa ell'è come voi dite,

Non vo' portare nè spada nè lancia;

Ma vo' tagliar due vermene pulite

Da frustar ora il cesso ed or la pancia

Di quella porca la qual v'ha tradite.

Ma il tempo passa, e assai mal fa chi ciancia

Quando ci voglion l'opre. E detto questo,

S'avvïò verso il bosco ardito e presto:

63

Nè fatto aveva ancora un mezzo miglio,

Ch'eccoti il nano sopra il cavallino,

Che l'invita a imbucar, come un coniglio,

Entro del pozzo, e gl'insegna il cammino.

Rinaldo accetta con allegro ciglio

L'invito, e giù nel pozzo a capo chino

Discende prestamente; e giunto al piano,

In verso la città vassen pian piano.

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Giunto alla porta, dugento guerriere,

Che il lor corpo di guardia quivi fanno,

Voglion fermarlo, come è lor mestiere.

Ride Rinaldo; e quelle, che non sanno

Qual sia forte e terribil cavaliere,

Addosso a lui, siccome cagne, vanno

Per farlo schiavo e per dargli tormento;

Ed ei le bacia e le piglia pel mento.

65

Al romor corron l'altre; ed in breve ora

Seimila donne, e tutte quante armate

L'han posto in mezzo; e acciò non esca fuora,

Hanno canapi e corde lì portate,

E lo voglion legar senza dimora.

Rinaldo dice loro: Eh via, non fate;

Che se mi salta punto il moscherino,

Per Dio, che vi diserto e vi rovino.

66

Musana, la regina, anch'ella accorre

Al gran tumulto con la spada in alto,

E grida: Io vo' costui nella mia torre;

E segno fa che gli si dia l'assalto.

Rinaldo omai, che gioco tale aborre,

Sopra un vuoto destrier monta d'un salto,

E va battendo sol con la vermena

A questa il capo ed a quella la schiena:

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E con gli schiaffi e con gli scappellotti

S'è fatto largo sì, che ognuna scappa.

Così smeriglio tra molti merlotti

Ho visto far, che or questo or quello acchiappa,

E fuggon via quelli che son più dotti:

Quando Musana nel guerriero incappa,

Il quale, vista cosa sì deforme,

Ammazzarla volea 'n tutte le forme:

68

Ma udendo dir che la regina ell'era,

La man le pose ne' bianchi cappelli,

E disse a lei: O donna, o furia, o fera,

Che tu ti sia, e conforme ti appelli,

Rendimi il cavaliere che jersera

Rubasti con maniere e modi felli

Alla sua sposa, o ch'io ti fo volare

Sopra que' monti, e ancor di là dal mare.

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Il Ricciardetto, vol. I · 第 18 / 24 段