Si disacerba molto il suo dolore;
Onde in sè ritornato, il capo piega
Pentito al crocifisso suo Signore:
Ed il medico allor lieto lo slega.
Circonda il padricello almo splendore,
Il qual con quella luce alzato in piede,
E colmo il petto d'una viva fede,
119
Comanda a Ferraù ch'esca di letto:
Ed egli n'esce risanato in guisa,
Che a' suoi giorni non fu mai sì perfetto.
Poi con voce che l'alme imparadisa,
Gli fece uno strettissimo precetto
Di ritornare alla montagna Elisa,
Dov'ei faceva prima penitenza
Con una esemplarissima astinenza.
120
Ferraù gli si getta ginocchioni;
E la sua confessione generale
Fatta ch'egli ebbe con molti atti buoni,
Vestitosi da Fra Conventuale,
Gettata la camicia ed i calzoni,
Partissi, come a' piedi avesse l'ale,
Verso il monte d'Elisa; e vangli avanti
Ambo i suoi dilettissimi giganti.
121
Or vanne, fraticello, al monte sacro,
E là ti scorda della tua Climene
Con digiun aspro, onde diventi macro;
E con cilizi e nerbi in su le rene
Fàtti di sangue proprio un bel lavacro;
E fa talora anche per me del bene,
Chè n'ho bisogno. Ma tempo ben parmi,
Donne gentili, omai di riposarmi.
CANTO DECIMO
ARGOMENTO
_Invisibil Despina in barca appare_
_Al suo Ricciardo, e scioglie le ritorte._
_Buttano l'empio Fiorentino a mare._
_Nalduccio ed Orlandin frustan la Morte._
_Despina giunge in tempo a liberare_
_E Climene e Guidon da dura sorte._
_Risponde Carlo all'amara imbasciata._
_Scende Orlando nell'isola incantata._
1
Quei gode lieta e avventurosa sorte,
Che vive in parte solitaria ed erma,
Nè sa che cosa sia cittade o corte;
Nè ora si distrugge, ora s'inferma
Per van desìo di viver dopo morte;
Nè le sue voglie ognor stringe e rafferma
A' cenni altrui; nè tra speme e timore
Misero invecchia, e più miser si muore.
2
Quel piacer che si cerca, e che si crede
Che stia ne' gran palazzi e in grembo all'oro,
Tempo è che ignudo alla superna sede
Rimenò delle Grazie il santo coro;
E delle spoglie sue rimase erede
Per nostro scherno il barbaro martoro,
Il qual vestito de' suoi lieti panni,
Chiunque lo ritrova, empie d'affanni.
3
Solo tra' boschi e le romite ville
L'allegra del piacer dolce famiglia
Alloggia, e gode l'ore sue tranquille:
Ed ei spesso dal cielo il cammin piglia
Verso le selve, ed or nel cor di Fille,
Ora alberga di Nice in su le ciglia;
Quindi ritorna a rallegrar le stelle,
Ne fa distinzïon tra Giove e quelle.
4
Ond'è che in verno si lusinghi e spere
Unire a signorìa vero diletto,
Chi tien parte del mondo in suo potere;
Chè acerbe cure egli ha a covare in petto,
E d'ogni cosa sempre ha da temere:
E con ragion, perchè il Fabro perfetto,
Che con peso, con numero e misura
Fa il tutto, in questo pose ancor gran cura.
5
Povero sì, ma dolce e saporito
Il cibo diede al rozzo villanello;
E gli diè sonno placido e gradito,
Se letto non gli diede ornato e bello.
Nè per quanto sia grinzo e incanutito,
V'è chi lo brami chiuso in un avello,
Per dar di mano all'oro ed all'argento,
E poter dissiparlo a suo talento.
6
La vecchierella alla più fredda bruma
Si siede al fuoco con la sua conocchia,
E le dita filando si consuma,
E tien la nuora in luogo di sirocchia;
Talchè lite fra lor non si costuma:
Nè v'ha chi scaltro ed amoroso adocchia
La donna altrui; chè al villano par bella
La propria, e amor per altra nol martella.
7
Non s'odono per quelle amene spiagge
Furti, veleni e sporchi tradimenti;
Nè chi, presente voi, vi palpi o piagge,
E poi lontan vi laceri co' denti,
E vostro onore e vostra fama oltragge.
Puri costumi in somma ed innocenti,
Contrarj affatto alla vita civile,
Albergan sempre in quella gente umìle.
8
Ma questa conoscenza più m'accora;
Chè son costretto in così chiara corte
A stare infin che non avvien ch'io mora.
Deh, perchè non trovai chiuse le porte,
Roma superba, in quel punto e in quell'ora
Che a te guidommi la mia trista sorte!
Chè ritornato indietro allor sarìa,
E vivrei lieto in qualche villa mia.
9
Chè sebbene m'hai dato onore e robba,
M'hai messo ancora un grave peso addosso;
Onde forza è che con la schiena gobba
Vada, e mi dolga ciascun nerbo ed osso:
Chè quel destrier che più s'orna e s'addobba
Di briglia d'oro e di pennacchio rosso,
Par, ma non è, di più felice stato
Di quei che sciolti corron per lo prato.
10
Ma che ha da far con questa nostra istoria
Il mio travaglio e la disgrazia mia,
Che quasi m'ha levato di memoria
Quel che cantar di Ricciardo volìa?
Il qual sul lido s'affligge e martoria,
Mentre Despina sua fugge e va via.
Torniamo dunque a lui; e ognun frattanto
Su' mali suoi versi in segreto il pianto.
11
Se vi sovvien, lasciammo Ricciardetto
Che s'affannava intorno alla marina;
Chè del suo caro ed amoroso oggetto
Ne fêro i venti subita rapina.
Or mentre ei piange e si percuote il petto,
Piccola barca al lido s'avvicina,
Ma spogliata è di vele e di nocchiero,
Ed era anche un po' rotta, a dire il vero.
12
Il giovin che non vede altra per l'onde
Nave aggirarsi, per quanto egli guardi
Di qua di là fino all'estreme sponde
Dell'orizzonte, senza altri riguardi
Vi monta sopra, e s'addrizza là onde
I suoi desiri fervidi e gagliardi
Lo van spingendo, fermo d'affogare,
O la sua donna per tal via trovare.
13
Ma che far puote senza remi e vele,
E senza chi per quelle ondose vie
Lo guidi? O germe nobile, e fedele
Amatore! io vorrei in men d'un die
Condurti a lei che ti fugge crudele:
Ma poco ponno in mar le forze mie:
Però, se non ci veggo altra maniera,
Poco ti scosterai dalla riviera.
14
Or mentre Ricciardetto si tapina,
E del flusso e riflusso il moto prende,
Ch'or l'allontana ed ora l'avvicina
Alle spiagge, di cui tanto s'offende,
Che pria vorrebbe una tigre vicina;
Preso dal sonno sul legno si stende;
E quando dorme, ecco una fusta inglese
Di pirati, che lui e il legno prese:
15
E perchè veggon ch'egli è ben disposto
Della persona, con cento catene
Lo legano, e gli stanno anche discosto.
Appena egli dal sonno si rinviene,
Che muover non si può punto dal posto
In cui l'han messo; e ne sente tai pene,
Che fa fuoco per gli occhi, e dalle labbia
Gli cola giù la bava per la rabbia.
16
Despina intanto da Silvano ha inteso
Cose stupende, e segreti sì belli
Ella ha da lui e da sue figlie appreso,
Che ne san meno certo i farfarelli.
Ad essa egli donò di leggier peso
Una pietra che spezza i chiavistelli;
E di ferro non è catena o toppa,
Ch'ella non rompa come un fil di stoppa:
17
Ed altra le ne diede ancor più rara,
Che invisibile fa chi tienla in mano;
E può passar (vedi che cosa cara!)
Con questo sasso certamente strano
Ovunque vuol, nè alcun glie lo ripara;
Chè come spirto rende il corpo umano:
E questa pietra non è l'Elitropia,
Che nasce ne' deserti d'Etïopia;
18
Ma è una pietruzza gialla, liscia liscia,
Ch'ora nasce nel cuore, or nella testa
D'una feroce e velenosa biscia,
Che come un gallo in capo ell'ha la cresta,
E suona un campanello quando striscia,
E va correndo dentro alla foresta.
Ma queste cose tutti non le sanno;
Nè tutti che le bramano, pur l'hanno.
19
Le diede ancora in una scatoletta
Erbe diverse, che col tatto solo
Fan medicina subita e perfetta;
Di modo che trattengono nel volo
L'alma, quando d'uscir da noi s'affretta.
Ma de' morti quando un scritto è nel ruolo,
Non han virtù di farlo tornar vivo:
Nè dico cose false, e non le scrivo.
20
Di queste alcune fanno addormentare;
Altre col solo odor tengono in vita.
Ma a tempo suo l'udirete contare;
Ch'or non importa. Or dunque sì arricchita
Despina d'erbe e di pietre sì rare,
Nella capanna sua lieta e romita
Lascia Silvano con le sue figliuole,
Dopo aver fatto insieme assai parole;
21
E torna al lido, e vede in su la riva
De' naviganti; onde in mano si pone
La gialla pietra, e in mezzo a loro arriva;
Ma non intende l'anglico sermone:
E monta in barca, che del tutto priva
Era di gente, in fuora che al timone
Vi stava un marinajo, e al destro lato
Del legno vide un uomo incatenato.
22
S'accosta, e vede ch'egli è Ricciardetto;
E per pietà si mette a lagrimare:
Ma pur chiudendo il suo dolor nel petto,
A consiglio miglior vuolsi appigliare.
Prende quell'erba del sonno perfetto,
E fa il nocchiero tosto addormentare;
E poi taglia le gomene, e discioglie
Le vele; ed il naviglio se la coglie.
23
All'impensato caso i marinari
Si gettaro nel mar tutti di botto;
Ma i venti freschi i due leggiadri e rari
Amanti si portavano di trotto;
Ond'essi ritornaro afflitti e amari
Al lido, affatto privi di biscotto.
Ma di costoro non m'importa un fico;
Però li passo, e nulla più ne dico.
24
Despina, poichè fu molto inoltrata
Nell'ampio mar, s'accosta a Ricciardetto;
E fisso fisso sì dolce lo guata,
Che par che l'esca l'anima dal petto.
Egli intanto sospira, ed aspra e ingrata
Chiama sua sorte e il destin maladetto,
Che lo conduce a morte sì crudele,
Lontano dalla sua donna fedele.
25
Despina non volea farsi vedere;
Ma finalmente si levò di mano
La pietra gialla c'ha tanto potere,
E lui scoperse il suo bel volto umano.
Se Ricciardo di ciò n'ebbe piacere,
Sel pensi pure ogni fedel Cristiano.
Io credo che ne avesse tanto e tale,
Ch'è impossibile al certo averlo eguale.
26
Poi con la pietra spezza-chiavistelli
Gli ruppe le catene tutte quante,
Come fossero state vermicelli.
Vistosi sciolto il fortunato amante,
Di Despina negli occhi accesi e belli
Volse la faccia sua tutta tremante,
E disse: Non se' già, vaga Despina,
Morta, e fatta su in ciel cosa divina?
27
Chè nel viso e nell'opre e in ogni cosa
Non serbi più della natura umana.
Ed ella a lui, ridente e grazïosa,
Dice: Ancora non sono un'ombra vana;
Ancora in questo velo sta nascosa
L'alma, ed ancora è per amore insana,
Nè la posso guarire a te d'appresso;
Tanto l'amor di te m'ha il core oppresso.
28
Nè l'ombra nera del german tradito
(Da te tradito, o dolce mio Ricciardo)
Nulla m'ha l'aspro incendio intepidito,
Nel quale ognora io mi consumo ed ardo.
Cercai fuggirti, e roppe il legno al lito;
E quando men ci penso, ecco al mio sguardo
Amor di nuovo, e Fortuna ti mena,
Perchè non abbia fine unqua mia pena.
29
Ricciardo umìle le si getta al piede,
E dice: Traditore io non fui mai.
Despina lo conforta, e che gli crede
Soggiunge, e dice: Poniam fine a' guai,
Parliam di noi; giacchè, la Dio mercede,
Siamo qui soli, e siam lontani assai
Da' nostri alberghi; e giuriam, se ti piace,
Sempiterni fra noi amore e pace.
30
Ma perchè senza remi e senza guida
La navicella va dove la mena
Il mare, al quale è pazzo chi si fida,
L'erba che fa svegliar, sul viso mena
Del marinajo, ed alto il chiama, e grida.
Quegli si sveglia, e risvegliato appena
Non sa dove si sia; tal maraviglia
Gli occupa il cuore, e confonde le ciglia.
31
Despina il guarda, e gli chiede chi sia.
Ed egli disse: Io sono un Fiorentino,
Che andava in mare a far mercatanzìa,
Perchè, annojato d'esser poverino,
Volli tentare la fortuna mia.
Io feci da ragazzo il vetturino;
E per nulla tacervi, alta signora,
Io feci l'oste, e feci il birro ancora.
32
Ma que' nostri paesi son sì tristi,
Che non si può rubare anco a volere:
Onde bramoso un dì di fare acquisti,
Incominciai del mar l'aspro mestiere;
Ma mi fecero presto il repulisti
D'ogni guadagno mio, d'ogni mio avere
I padroni di questo navicello,
Che in non vederli mi gira il cervello;
33
Chè tu stavi legato, e tu non v'eri;
E te veggio, e non loro, e tu disciolto:
Onde fan l'arcolajo i miei pensieri,
Nè capisco l'ingergo o poco o molto.
Disse Ricciardo: Di questi misteri
Nulla capisco anch'io. In lieto volto
Riprese allor Despina: Il ciel cortese
Ad oprar sì gran cose egli m'apprese.
34
E qui raccontò lui una per una
La virtù delle pietre sì stupende,
E dell'erbe qual ha forza ciascuna.
Il Fiorentin, che tali cose intende,
Prestare non le vuol fede veruna,
Se non le vede; e schiamazza e contende.
E dice che son ciance e be' trovati
Di romanzieri pazzi e spiritati.
35
Ma non sì tosto Despina si pone
Nella man destra la pietruzza gialla,
Che via dispare; e per quanto tentone
La ricerchi Ricciardo, ognor gli falla
Il pensier d'incontrarla. Si ripone
Il sasso in seno, ed ecco torna a galla:
Ritorna, dico, a farsi rivedere
La giovinetta con suo gran piacere.
36
Aveva ancor di marmo bianco e schietto
Una figura ignuda; e questa pure
Era d'un pregio sì raro e perfetto,
Che non si trova nell'altre figure.
S'uno covava dentro l'intelletto,
Contro di chi l'avea, torti e sciagure,
La bella figurina in un momento
Cangiava in nero il suo color d'argento.
37
Il Fiorentino a tal vista sorpreso
Della pietra che fa sparir la gente,
Di desìo di rapirla fu sì acceso,
Che cominciò a rivolger nella mente
Pensier crudele, e in Scizia appena inteso,
Di dare in capo la notte veniente
Prima a Ricciardo, e dopo lui a Despina,
E far la bramatissima rapina.
38
Ma sua sventura, e la bontà di Dio,
Che l'innocenza protegge da vero,
Fece andar male un così reo desìo;
Chè il marmo dato a lui diventò nero:
Onde Despina: Uom malvagio e rio,
Ho ben compreso ciascun tuo pensiero;
E rivolta a Ricciardo, disse: A questo
Bisogna dare in capo, e dargli presto;
39
Chè nera questa pietra non diventa,
Se non in man di chi ci vuol far male.
In questo dir Ricciardo se gli avventa,
E dice: Infame, ti vo' porre in sale;
E dalla barca fuor lo scaraventa,
Come fatto averebbe d'un boccale.
Cade il meschino, e van subito a quello
Pistrici ed orche, e ne fanno macello.
40
Ricciardo liberossi volentieri
Dal Fiorentino con fargli da boja,
Perchè molto impediva i suoi piaceri:
Chè non è cosa che guasti la gioja
Di due bei cuori innamorati veri,
Che un terzo sciocco apportator di noja;
Anzi non credo che al mondo si dia
Tormento più crudel, pena più ria.
41
Rimasti soli i due fedeli amanti,
Donne gentili, che vi dice il core?
Quai credete che fosser lor sembianti?
Voi mi direte, che mel dica Amore.
Ma io saper non voglio ora più avanti;
Chè vo' tornare a Carlo imperadore,
Che in un momento libero si vede
D'assedio sì crudele, e appena il crede.
42
Qual fosse l'allegrezza ed il piacere
Del nobil vecchio e di tutto Parigi,
Il non più rimirare aste e bandiere,
Nè afflitti udir ognora i bianchi, e bigi,
E neri frati struggersi in preghiere;
Sel pensi chi di questi aspri litigi
Ha qualche prova, e da vicino ha visto
Il ceffo della guerra orrendo e tristo.
43
Si fecer feste per ogni contrada,
E in ogni piazza v'eran giochi e balli.
Di frondi e fior coperta era ogni strada;
E in vece del nitrito de' cavalli,
E suon di trombe che sì poco aggrada,
V'eran di bianco avorio e bossi gialli
Flautini così dolci e delicati,
Che appo lor gli usignuoli son men grati.
44
D'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni stato
Si rallegra la gente parigina:
E non vedendo più veruno armato,
Esce del bosco fuor la contadina
Con monsù Menco e monsù Gianni a lato,
Che van ballando una minuettina;
E in poco tempo per il regno tutto
Si volge in riso il trapassato lutto.
45
Degli amanti storpiati e affatto morti
Si scordano le vaghe damigelle,
E van girando i lor begli occhi accorti
Per fare in luogo lor prede novelle.
V'è chi vaghi li vuol, chi li vuol forti,
E chi di bianca e chi di fosca pelle;
Chi li vuol rozzi, e chi complimentosi,
Chi senza un pelo, e chi tutti pelosi.
46
Alla corte ogni dì si fa banchetto,
E vi si mangia e vi si beve bene.
In somma da per tutto erra il diletto;
E i passati travagli e l'aspre pene
S'affogano in un mare di claretto:
Chè dell'oblìo le favolose arene
Hanno men forza assai di quel liquore,
Onde sale Avignone in tanto onore.
47
Ma perchè il vino è padre delle risse,
E di tragiche cose e dolorose,
Come in più luoghi quel gran Savio scrisse;
Di Carlo a mensa più donne vezzose
Erano un giorno; e in lor tenendo fisse
Orlandino le luci dispettose,
Orlandino d'Orlando il primo figlio,
Disse: D'Amor non sarò mai famiglio.
48
E Rinalduccio, il figlio di Rinaldo,
Rispose acerbamente motteggiando:
Tu farai bene ancor; chè il troppo caldo
Non fa gran bene alla schiatta d'Orlando,
Che aver suole il cervello poco saldo.
A questo dire diè di mano al brando
Orlandino, e lo stesso l'altro fece,
Fatti per ira neri come pece.
49
Carlo, in vedere si strana baldanza,
Diè nelle furie, e li cacciò di corte,
E lor diè bando da tutta la Franza
Sotto pena d'infame e trista morte;
Di che s'allegra Gano di Maganza.
Il dì seguente all'aprir delle porte,
Fatta pace tra loro, i due cugini
Si misero pel mondo pellegrini.
50
Avevano venti anni i giovanetti,
E quanto i padri loro avean valore:
Eran poi belli come due angioletti;
L'un bionde avea le chiome, e l'altro more:
Leggiadri in tutti i moti e in tutti i detti,
E pieni l'alma di desìo d'onore;
Talchè, se avranno vita, io spero certo
Che adegueranno dei lor padri il merto.
51
Ma prima d'uscir fuor della cittade,
Spediron messi per mare e per terra
Ai padri loro per tal novitade:
Dico a' due lampi, a' due fulmin di guerra,
Rinaldo e Orlando, onor di lance e spade.
Or mentre vanne così sola, anzi erra
Questa coppia gentile e valorosa,
Si oscura il cielo in foggia spaventosa,
52
E comincia la grandine e la piova;
Talchè s'intimoriro i lor destrieri:
Quando Orlandino una gran buca trova
Nel monte nominato de' Sparvieri:
Discende da cavallo, indi si prova
D'entrare in essa, e v'entra volentieri:
Chè stavvi asciutto; e Rinalduccio chiama
Che venga a lui, se di star bene ei brama.
53
V'accorse Rinalduccio; e con del fieno
Accesero un bel foco e s'asciugaro.
In questo mentre a guisa di baleno
Una luce lontana rimiraro
Dentro del monte: onde Orlandin ripieno
D'ardire, e seco Rinalduccio a paro
Vanno in quel verso, e giungon finalmente
Là dove usciva la fiammella ardente;
54
Per cui la grotta sì chiara appariva,
Come di mezzo giorno, o poco manco.
Da una porta di ferro il fuoco usciva,
E v'era scritto in un bel marmo bianco
Sopra la stessa in lettera corsiva:
Chi non è fuor di modo ardito e franco,
Non s'accosti a quest'uscio, e fugga via;
O pur s'aspetti morte acerba e ria.
55
Letti appena que' versi, ambo ad un tratto
Snudâr le spade, e percosser la porta,
La qual s'aperse prestamente affatto;
Ed una mummia ed una cosa morta
Venne su l'uscio col corpo rattratto,
E disse loro: Qual diavol vi porta
A questo albergo, a questa sepoltura,
Dove or ora morrete di paura?
56
Se nol sapete, in questa buca, in questa
Alberga Morte e la sua corte acerba.
Rinalduccio la guarda, e in su la testa
Le dà col ferro, e come un filo d'erba
Glie la divide; e il colpo non s'arresta,
Ma va più oltre; onde orrida e superba
Esce fuor Morte con la falce in mano,
E grida: Morto sei, guerrier villano!
57
Ma le mena Orlandino un tal roverso
Su quelle dita secche, e bestïale,
Che le cade la falce per traverso,
Sopra di cui fa tanto capitale.
Allor la brutta il ceffo reo converso
Ai giovani, pigliar volle uno strale
Dalla faretra, e stenderli ad un tratto;
Ma, come volle, non le venne fatto;
58
Perchè mentre Orlandin la falce fura,
Rinalduccio al turcasso dà di mano.
Pensate se allegrosse la Natura
In veder Morte che s'arrabbia in vano,
E d'ammazzar perduta ha la bravura!
Ond'ella in suono più cortese e umano
Lor chiese in grazia la falce e gli strali,
Che fanno ed hanno fatto tanti mali;
59
E giura loro di lasciarli stare;
E che saranno fuor di suo domìno,
Se quel che lor dirà vorranno fare.
Favella dunque (le disse Orlandino),
Acciò possiamo i detti tuoi provare.
Ed ella: In questo avello a me vicino
Ci sono due armature così fatte,
Che il mio stral contra loro in van combatte.
60
Aperse Rinalduccio il chiuso avello,
E trovò l'armi, e due lance e due spade;
E vestitele presto il giovin bello,
Disse al compagno: E tu che fai? che bade,
Che non vesti quest'altre? Ed ei: Bel bello,
Ch'io non vo' che costei ci assalga e rade
La testa, mentre stiamo attenti altrove.
All'uom di senno sempre amico è Giove.
61
Vestito Rinalduccio, prestamente
Armossi ancora il nobile Orlandino
D'un'armatura sì bella e lucente,
Che pareva d'un oro schietto e fino.
Morte, di sdegno e di vergogna ardente,
Gridò: Tornate al mio primo domìno
La falce e i dardi. Ed Orlandino: Fuora
Esciamo, e avrai li tuoi stromenti allora.
62
Ed ella: Io qui li voglio. E corse addosso
A Rinalduccio; ed Orlandin le mena
Un colpo in fronte, che le smuove ogni osso;
E Rinalduccio le batte la schiena.
Onde, se far poteva il viso rosso,
Fatto l'avrebbe allor, sì per la pena,
Sì per vedersi far da due ragazzi
In casa propria così gran strapazzi.
63
Ma quando Morte non ci può ammazzare,
Diviene una buffona, una sguajata.
Or ella che si vede malmenare,
E teme di restare disarmata,
Lor dice: A vostro modo io voglio fare;
E perchè siete una coppia garbata,
Vi voglio dire che queste armi sono
Fatte su in cielo, e date a Marte in dono.
64
Ed egli una ne diede a sua sorella.
Ma venuti una volta quaggiù in terra
Per l'orrenda di Troja acerba e fella
E per tanti anni sanguinosa guerra,
Io feci in modo che a Pallade bella
Rapìi la sua; e mentre al sen si serra
Marte la Dea che al terzo cielo impera,
Ancor l'altra rubai presta e leggiera,
65
Per timore che in man d'alcun mortale
Non giungessero mai, ed io restassi
Schernita, e senza forza ogni mio strale.
Ma contro il Fato prevenire i passi,
Od altra cosa fare, a nulla vale.
E in questo dire dagli oscuri sassi
Escono fuora, e dan, conforme il patto,
La falce e i dardi all'aspra Morte a un tratto.
66
Ed essa, per mostrar che disse il vero,
Vibrò rabbiosa uno strale puntuto
Del gentile Orlandino nel cimiero,
Che si fe' in pezzi; e un pezzo io n'ho veduto
A Brava in casa d'un buon cavaliero,
In un museo che raro è assai tenuto,
E v'è scritto: Frammento d'uno strale
Di Morte, che a Orlandin non fece male;
67
Indi nel masso si tornò a riporre:
E i giovinetti allegri oltre misura,
Certi che Morte non li può più côrre,
A ricercare ogni strana avventura
Si miser, qual destrier che al palio corre;
E verso Tramontana in dirittura
Preser la via. E noi lasciamli andare;
Chè d'altre cose or mi convien parlare.
68
Il buon Guidon da Carlo avea già preso
Il suo comiato; e la bella Climene
Avea dell'amor suo Parigi acceso;
E giunti già su le marine arene,
Egizia nave scarica di peso
Aspettavano, ond'essa a vele piene
Li trasportasse, a guisa di saetta,
Dal mar di Francia a quel d'Alessandretta.
69
Venuto il legno, vi saliron sopra,
Ed ebbero la solita tempesta,
Ed al solito il mare andò sossopra:
Ma giunsero alfin salvi; e con gran festa
Fur ricevuti dal Soldan che adopra
Ogni gran gentilezza manifesta;
Ma nel suo cor maligno altri raggira
Pensieri acerbi, e tutti colmi d'ira.
70
Il vedersi disfatto il campo intero,
E che la figlia n'è stata cagione,
Che, donate ad amor voglie e pensiero,
E accesa morta d'un Franco barone,
Per godersi l'amato cavaliero
Avea lasciato il regio padiglione;
Gli fêr venire un barbaro desire
Di far la figlia e il cavalier morire.
71
E senza dirne ad alcuno parola,
Mentre la notte dorme il giovinetto,
In una stanza separata e sola
Legar lo fa da quattro uomini in letto,
E gli fa porre un canapo alla gola;
E legato in tal guisa stretto stretto
Lo fa condurre in un castello forte,
Per dargli a tempo suo condegna morte.
72
Ed a Climene pur fa far lo stesso;
E in un castello a quello dirimpetto
Chiuder la fece senza altro processo.
Ella si strappa i crini, e graffia il petto;
Ed il suo padre, lagrimando, spesso
Chiama tiranno e spogliato d'affetto.
S'ode frattanto per l'egizia corte,
Come gli sposi son dannati a morte;
73
E che fra dieci giorni moriranno
Per man di boja, come traditori.
Ma non vi date mica alcun affanno,
Gentili donne e cortesi uditori;
Chè questa acerba morte scamperanno:
Chè a gioventù non mancan protettori.
Io non lo so di certo, ma lo dico;
Chè troppo son di crudeltà nimico.
74
Le donne d'Alessandria e i cavalieri
Vestiti a bruno andaro dal Soldano,
Perchè mutasse gli aspri suoi pensieri,
E divenisse più dolce ed umano:
Perchè Guidone co' begli occhi neri
Era piaciuto ad ogni cor pagano;
E Climene, oltre all'esser lor signora,
Era gentile e molto bella ancora.
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Ma l'aspro vecchio, fisso in suo decreto,
Si chiude a tutti; e nella gran platea
Già s'alza il palco, ed egli solo è lieto,
Mentre tutta Alessandria egra piangea.
E già il decimo giorno cheto cheto,
Il giorno funestissimo giungea,
Anzi era giunto; e fuor de' due castelli
Uscivano gli amanti cattivelli.
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Climene in rimirare il suo consorte
Così legato, e sì presso al morire,
Diede un sospiro tanto caldo e forte,
Che fece ogni aspro core intenerire;
Poi con le luci e con le labbra smorte
In questa guisa ella gli prese a dire:
Guidon, i Dei lo san, se ho parte alcuna
In questo colpo di crudel Fortuna.
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Ma quando i Fati il lor decreto han fisso,
Fuggire non lo possono, e nol sanno
Consigli umani: e lo guardava fisso.
Ed egli a lei: Mi pesa un tanto danno,
Lo qual ti opprime: e se a me sol prefisso
Avesse il laccio il perfido tiranno,
Morrei contento; ma non so soffrire
Come tu debba, anima mia, morire.
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