E lo prega d'andar seco in Egitto,

Ove già al padre ella ha spedito un messo,

E di questo amor suo a lungo ha scritto:

E certo tien che le sarà concesso,

Sendo egli figlio di Ruggieri invitto.

Di cui il Soldano have il ritratto appresso;

E dì non passa ch'ei non ne favelle

Or con queste persone, ora con quelle.

38

E tanto sa ben dire e consigliare,

Che Guidone s'acqueta e s'addormenta.

Lo stesso pur Climene viene a fare;

E de' begli occhi l'alma luce spenta,

Vicino al frate si lascia cascare:

Lo quale tanto il diavoletto tenta,

Che le voleva fin col braccio rotto

Darle, non so in qual parte, un pizzicotto.

39

O vizio maledetto della carne,

Che di senno ci spoglia e d'ogni cosa!

Felice chi ti fugge, e chi può starne

Lungi, come da peste mostruosa!

Nè sì dal falco fuggono le starne,

Come da donna bella e grazïosa

Fuggir dovrebbe chi brama conforto

In questa vita, e dopo ch'egli è morto.

40

Ora in quel moto al misero romito

Uscîr di sesto l'ossa un'altra volta,

E mugghiava come un toro ferito.

Ma per quanto egli gridi, niun l'ascolta;

Tanto era dolce il sonno e saporito

Della gente che quivi era raccolta.

Pur si sveglia Climene, e lo richiede

Di che si dolga; ed ei grida: Mercede!

41

E le mostra pendente il braccio destro:

Ed ella che sapea di chirurgìa,

Glie lo raggiusta proprio da maestro,

E lo lega con tanta leggiadrìa,

Che preso il frate di dolcissimo estro,

Su la man, che d'avorio par che sia,

Dà un bacio, e dice: Suora, Iddio vel merti,

E suoi don sopra voi sien sempre aperti.

42

Ma già per più spiragli entra la luce

Nella capanna, e cantan gli augelletti.

Guidone, il forte e generoso duce,

S'alza, e prega con dolci e grati detti

Il frate (giacchè a tale lo conduce

La sua fortuna) che a guarire aspetti;

E gli promette mandargli tra poco

E medici e chirurgi, e servi e cuoco.

43

E per man presa la bella Climene,

Parton dalla capanna allegramente;

E appena usciti, veggono che viene

In verso loro un nano egro e dolente.

Ma della guerra più non ti sovviene?

(V'è chi mi dice disdegnosamente).

Me ne sovviene; e se aspettavi un poco,

Vedevi ch'era giunto ora il suo loco.

44

Dietro allo Scricca, che il diavol sel porta,

Va Orlando e seco gli altri paladini;

Giacchè tutta è disfatta e quasi morta

L'Egizia gente. Il Cafro, che vicini

Ode i nimici, al mare si trasporta,

Ove ha sue navi; ed ancore ed uncini

Fa tagliare in un attimo, e si parte

Con tutte l'ampie vele all'aura sparte.

45

Sopra Franco naviglio entrano anch'essi,

E dan la caccia alle fuggenti vele:

Ma già per l'aria spaventosi e spessi

I nuvoli appariscono, e crudele

Minaccian pioggia; onde umili e dimessi

Pregano i naviganti che si cele

La nave lor nel sen d'un'isoletta,

Ch'è nominata l'Isola Perfetta.

46

Questa era l'isoletta della Giara,

Conforme scrive il nostro Garbolino,

A' signori di Scozia un dì sì cara,

Finchè non cadde nel crudel domìno

Di Manganoro e di sua gente amara,

Tutta quanta del rito Saracino;

Il qual la fece con ripari assai

Sicura sì, da non pigliarsi mai.

47

E voltata la prora a quella via,

Tanto fêro, ch'in tempo v'arrivaro,

E scampâr da procella iniqua e ria.

La notte entro del porto si fermaro

In una bella e comoda osterìa.

Venuto il giorno, lieti si levaro;

E quale andò per l'isola a diporto,

E qual volle fermarsi dentro il porto.

48

Astolfo pose il piede in un boschetto,

E andò tant'oltre, che smarrì la strada.

Ritornò verso il mare, e un ruscelletto

Vede sì chiaro, che molto gli aggrada

La sua vista, e di gioja gli empie il petto:

E mentre all'erba, ed ora all'onda ei bada,

Vede un angiol del cielo addormentato

Su quell'erbetta; ed ei gli siede a lato.

49

Donzella sì gentil non fe' natura,

Com'ella era costei; onde l'Inglese

Ringraziando la sua buona ventura,

Senz'altro dire in braccio se la prese.

Ella svegliata, colma di paura,

Grida: Villano! e fa le sue difese.

A quelle grida vengono infiniti

Uomini d'arme e cavalieri arditi.

50

Astolfo, ch'era lieve di cervello,

S'era levato l'elmo, ed in disparte

Posta la lancia per parer più bello;

Onde assalito poi per ogni parte,

Cesse al destino suo crudele e fello;

Nè gli valse virtù, vigore ed arte;

Chè colto all'improvviso e in quel contrasto

Ercole ancora vi sarìa rimasto.

51

Egli dunque restò preso e legato,

E condotto davanti al Saracino,

Che Manganor per nome era chiamato.

V'era Fioretta sua, che 'l paladino

Avea di sottomettersi tentato,

La quale se ne stava a capo chino.

Giunto davanti al Turco il cavaliero,

Quei più dell'uso dimostrossi altero;

52

E disse: Brutto traditor villano,

Tu porre insidie al mio reale onore?

Tu di mia figlia ardisti, iniquo e insano,

Macchiare il puro e virginal candore?

Or ti voglio impiccar di propria mano,

E aprirti il petto, indi strapparti il core.

Ma non è da capestro il tuo peccato;

Vo' che di dietro un pal ti sia ficcato.

53

Quindi ordina che sia condotto in piazza,

Ed impalato all'usanza turchesca.

Astolfo guarda la gentil ragazza,

E pietà chiede in favella moresca;

Ma di parole anch'ella lo strapazza,

E dice: Come vuoi che mi rincresca

Di vederti far male, se testè

Tu volesti far male ancora a me?

54

Singhiozza Astolfo, e le dice fra' denti:

Poter di Giove! i nostri mali sono,

Bella Fioretta, troppo differenti.

Io mi pensai di farti un dolce dono,

Dono che seco non avea tormenti;

Ma tu mi lasci al boja in abbandono.

Deh! almeno non voler, bella Fioretta,

Che m'impalin costor con tanta fretta.

55

Muori pur, disse la cruda donzella,

E dal balcone vo' starti a vedere.

Or mentre seco Fioretta favella,

Egli è tratto da' birri a più potere

Nella gran piazza in maniera aspra e fella;

E quivi il boja gl'ignuda il messere,

Ed a' ginocchi poi le man gli lega.

Sospira Astolfo, e tutti i Santi prega:

56

E chiede per pietade un quarto d'ora

Per Dio pregare; e il sir glie lo concede:

Ma quel palo in veder tanto lo scuora,

Che d'apprensione pria morir si crede.

Pensa all'entrata, e come ha da uscir fuora:

Già per la gola passar se lo vede,

E dice, vôlto al cielo, umile e queto:

Domine, non vorrei quel palo dreto.

57

Ma se le colpe mie sì gravi e spesse

Meritan questo sì crudel martoro,

Le voglie mie ho nelle tue rimesse:

Vissi Cristiano, e da Cristiano io moro.

Non ho colpa di boria o d'interesse:

Sopra la carne ho fatto un reo lavoro.

Signor, riguarda a tua bontà infinita,

Non alle colpe di mia trista vita.

58

Ma il quarto è già passato, e dalla loggia

Fa cenno Manganor ch'egli s'impali.

Tratto è per aria in aspra e crudel foggia

Il mesto Inglese da due funi eguali;

E il boja dietro il palo omai gli appoggia;

Quale in sentirlo diede in smanie tali,

Che legato com'era fece un moto,

Che il messer per allor gli restò vôto:

59

E faceva sì bene all'altalena,

Che il boja non potea far ben l'offizio.

Or lo tocca col palo in su la schiena,

Nelle cosce or, nè mai nell'orifizio.

Tutta rideva la di popol piena

Ritonda piazza a sì strano esercizio;

Quand'ecco il buon Rinaldo ed ecco Orlando

Che van slargando la folla col brando;

60

E giunti dove Astolfo era pendente,

Lo sciolser presto presto, ed un macello

Fecer di quella saracina gente.

Poi van dove del rege era l'ostello;

E Manganoro, già di sdegno ardente,

Lor viene incontro armato d'un martello,

Che dove batte, stritola e rovina,

Se fosse una colonna adamantina.

61

Fioretta anch'essa del padre in soccorso

Manda la gente in arme la più chiara.

Rinaldo verso il rege a tutto corso

Si move, e con la sua nodosa e rara

Lancia lo fere; ma, come ape all'orso,

Fu quel suo colpo al sire della Giara,

Il quale tira a lui tal martellata,

Che n'ebbe quasi a fare una frittata.

62

Cade Rinaldo, e sembra come estinto:

Orlando piange sotto dell'elmetto;

Poi trae la spada, e verso il re si è spinto,

E grida: Hai morto il mio cugino eletto;

Ma tosto fia che del tuo sangue tinto

Io vegga il suolo, e il corpo tuo negletto.

Ed in ciò dir gli dà colpo sì strano,

Che il martello gli fa cader di mano;

63

E con un altro gli taglia la testa;

Quindi torna a Rinaldo, e si consola,

Chè vede come ancora in vita ei resta.

Sen fugge l'altra gente, anzi sen vola

Al rudo aspetto di sì rea tempesta,

E lasciano Fioretta sola sola;

Alla qual corse Astolfo, e disse in fretta:

Bella mozzina, chi la fa l'aspetta.

64

Io voglio impalar te con quello stesso

Palo con cui tu me impalar volesti.

Piange Fioretta, e con volto dimesso

E con accenti dolorosi e mesti

Lo prega che non dia 'n un tale eccesso;

Chè non mancan mannaje nè capresti.

Quando ei voglia usar seco sua sevizia.

E fare un'apertissima ingiustizia.

65

Rispose Astolfo ripieno d'orgoglio:

Non ragionar di forca o di mannaja;

Hai da morir di palo: io così voglio,

E godo che ciò asprissimo ti paja:

E per non perder tempo, già ti spoglio.

Fioretta allora, come una ghiandaja

Grida, ed un morso appicca su le mani

Ad Astolfo, che fallo dare a' cani.

66

Orlando, ch'ode sì fatta contesa,

Disse ad Astolfo: Di che si quistiona?

Ed egli al conte: La medesma offesa

Vo' fare a questa ragazza poltrona,

Ch'ella a me fare era pur dianzi intesa.

Rispose Orlando: Il Cristiano perdona,

E rende ben per male: e spezialmente

Quando del fatto il nimico si pente.

67

Ma quando d'una femmina si tratta,

Non vedrai libro di cavalleria,

Che niuno, se non è persona matta,

Esorti a farle affronto o villanìa.

Ancor se del tuo sangue ella s'imbratta,

La donna è gentil cosa, e non è ria.

La bellezza è il suo dono di natura;

Nostro è il senno, l'ardire e la bravura.

68

Però non ponno, e non san fare offese,

E van del paro con li fanciulletti,

Che capaci non sono di difese,

Per non aver ben fermi gl'intelletti,

E senno tal da maneggiare imprese.

Però, se vuoi tra' cavalier perfetti

Aver luogo, convienti perdonare.

Rispose Astolfo: Io non lo posso fare.

69

Vedi quel palo là di sorbo o fico?

Se tu tardavi, d'ordin di costei

M'entrava ove si soffia al beccafico.

Or questo palo entri un po' dietro a lei:

E s'io non faccio questo che ti dico,

Di dietro a me ne possano entrar sei.

Rispose Orlando: Corpo di san Piero!

Astolfo mio, tu se' pazzo da vero.

70

Alla Fioretta poi si volge il conte,

E le domanda che gli voglia dire

Per qual cagione tali offese ed onte

Fêsse ad Astolfo. Ed ella: Eccelso sire,

(Disse con bassa e vergognosa fronte)

Il padre mio dannò questi a morire,

E non già io; se ben l'opere sue

Furon degne di morte e ancor di piue.

71

Io me ne stava un giorno per piacere

In una selva alla città vicina,

Con le compagne mie cacciando fere.

In seguirne una, verso la marina

Mi trovo, e stracca mi pongo a sedere

Su l'erba presso l'onda cristallina

D'un fiumicello; e la stanchezza e il loco

Mi fêro addormentare appoco appoco.

72

Or quando sono nel sonno più forte,

(Vedi, signor, quanto rossor mi tinge

Il volto, e pare che a tacer m'esorte;

Ma la giustizia a favellar m'astringe)

Ecco costui che con maníere accorte

M'annoda con le sue braccia e mi stringe:

Mi sveglio, e grido, e fo cose di fuoco;

E cielo e terra a mio favore invoco:

73

E mentre io mi difendo, ed ei m'assale,

Ecco i miei cacciatori all'improvviso

Che fan prigion quest'uomo sensuale,

Ed un corre a mio padre a darne avviso.

Pensate voi se glie ne seppe male.

Accesa brace si fece il suo viso:

E m'incontra gridando: Figlia mia,

Ov'è colui che ti fe' villanìa?

74

Ed ecco in questo dire il baron degno:

Ed egli tosto condannollo a morte.

Vedi, signor, se un cotal fatto è indegno,

E se merito avea di miglior sorte.

Orlando ch'ebbe sempre un buon ingegno,

Disse a Fioretta: Le tue guance smorte

Rallegra pure, e non temer di nulla;

Chè oprasti da onestissima fanciulla.

75

Duolmi sol di aver dato acerba e trista

Morte a tuo padre, a cui non si dovea.

Poi disse a Astolfo: Or vedi che si acquista

Per gir dietro a una voglia iniqua e rea?

Che bella cosa, degna d'archivista,

Sarebbe stata, se in quella platea

Eri ammazzato in foggia così brutta,

Con tua vergogna e della Francia tutta?

76

Astolfo disse sospirando: Io veggio

Che feci mal; ma fu l'occasïone

Che il mio giudizio fe' balzar di seggio,

E lo mandò in un'altra regïone;

Che spesso un vede il bene, e segue il peggio,

Nè sempre al senso domina ragione:

E s'io potessi disfare il già fatto,

Vorrei col sangue disfarlo ad un tratto.

77

Riprese Orlando: Or parli da Cristiano:

E perdona anche a lui, Fioretta bella.

Rinaldo intanto se ne vien pian piano

Là dove il conte ed Astolfo favella;

E narrano anche a lui di mano in mano

L'opra d'Astolfo temeraria e fella:

Onde gridò: Se lo sapeva io prima,

Lasciava il corso libero alla lima;

78

Chè daresti di naso a quante sono

Donne del mondo, o sieno belle o brutte;

E sempre abbiam per te qualche frastuono.

Rispose Astolfo con le labbra asciutte:

Odi il nuovo Giuseppe: odi in che tuono

Parla, contrario all'amorose lutte,

Come se al mondo egli non fosse chiaro

Che se' peggior d'un gatto di gennaro.

79

Disse Rinaldo: Io non ti dico mica

D'aver fatte ad ogn'ora opere pie;

Ma usato non ho mai forza o fatica

Per far le belle donne tutte mie.

Voglion sferze di rose, e non d'ortica

Femmine e mule, quando son restìe:

Uomo che ha senno, forza non adopra

Contro esse, e sol mette il pregare in opra.

80

Finiamola, disse Orlando: non sta bene

Parlar così davanti a una fanciulla;

E vediam che per noi far si conviene,

Ond'ella senta almeno poco o nulla

Di tante che le demmo acerbe pene.

Fortuna co' mortali si trastulla,

E fa nascere il ben dopo alcun male;

Chè quando scende l'un quell'altro sale.

81

Onde disse a Fioretta: Il danno fatto

Non può disfarsi; ma se utile alcuno

Vi possiam far, ve lo faremo a un tratto.

Disse Fioretta: Amor m'ha preso d'uno

De' miei baroni; ed egli è sì disfatto

Per l'amor mio, che uguale a lui fu niuno

Nel vero amor: ma per amarmi troppo,

Diede il meschino in un crudele intoppo;

82

Chè il padre mio, il qual di ciò s'accorse,

Lo mise in ceppi dentro un'aspra torre,

Donde non può, nè potrà mai ritorse;

Chè un fier gigante, detto Bicciborre,

Evvi a sua guardia, e seco son due orse;

Ed evvi un fiume a cui simìl non corre

Torrente alcuno, e non si può guadare,

E non v'è ponte sopra cui passare.

83

Andiamo a questa torre, disse il conte.

Andiamci, ch'ella vi è poco lontana

(Disse Fioretta con allegra fronte).

Questa è la torre detta della Rana;

Perchè una Fata di bellezze conte

Usciva spesso fuor d'una fontana

Con quelle spoglie, e giunta sul terreno

Si fea bella fanciulla in un baleno.

84

Questa s'accese un dì d'un cavaliero

(Come dice l'istoria del paese),

E parmi il nome suo fosse Ruggiero;

E tanto affetto e tanto amor gli prese,

Che temendo cangiasse un dì pensiero,

Fe' quella torre in meno assai d'un mese;

E vi pose quelle orse e quel gigante

A guardia, e il fiume rapido e sonante.

85

Or chïunque alla torre s'avvicina,

Scappa un'orsa, l'acciuffa e dentro il porta:

Ma pure egli fuggissi una mattina

Su l'ali d'un augel, senza aprir porta.

Onde cadde d'affanno la meschina;

Poi mangiò d'erbe una certa sua torta,

Che fa dormire; e quindici anni sono,

Che tien tra il sonno i sensi in abbandono;

86

Chè negato il morire egli è alle Fate:

Onde dormendo, il male suo non sente.

V'ha dentro damigelle assai garbate,

Che trattano i prigioni gentilmente.

Astolfo allor le disse: Che mi date,

Se dello sposo vi faccio un presente?

Chè questa impresa a me solo appartiene,

Nè ad altri mai potrebbe avvenir bene.

87

Rinaldo guarda Orlando, indi sogghigna,

E dice: Astolfo s'è scordato presto

Del mo' che qui si tiene in palar vigna.

Poco fa tu non eri sì rubesto,

Gli dice il conte. Ed Astolfo digrigna

I denti, e dice: In questa lancia e in questo

Braccio vedrete voi quel ch'io so fare.

Ed ecco omai che la gran torre appare.

88

Rinaldo vanne il primo; e giunto a riva,

Ecco un'orsa che vienlo per ghermire.

Ei si ritira a tempo, e quella schiva;

Poi con Fusberta la cerca ferire:

Ma par di senso quella bestia priva;

Chè niun de' colpi suoi mostra sentire:

Or mentre con quest'orsa egli combatte,

Eccoti l'altra dietro che l'abbatte;

89

E come lupo che s'arreca in spalla

La pecorella, e nel bosco sen fugge;

O come il ragnol porta la farfalla

Nelle sue reti, e po' il sangue le sugge;

Così pel fiume, come fosse galla,

Va l'orsa col prigion che d'ira mugge.

Ma null'altro può fare; chè perdute

Son tutte le sue forze e sua virtute.

90

Orlando a questo fatto estranio tanto

Si ferma un poco, e dice: Ho fatto male,

Quando si tratta di cose d'incanto,

A lasciarvi ir Rinaldo. Astolfo vale

Contra il demonio; non perchè sia santo,

Ma per quell'asta che a tutte prevale

Incantagioni di qualunque sorta;

Tanta seco virtù quest'asta porta.

91

Ordina dunque ad Astolfo che vada

A quella impresa; ed ei vi va di botto.

S'affaccia al fiume; e mentre l'orsa il guada,

La prende in mira a guisa d'un merlotto,

Senza dubbiar che al primo colpo cada.

Uscita l'orsa di serrato trotto,

Vien per la ripa incontro Astolfo, il quale

La tocca; ed ella muor senz'altro male.

92

Al cader della prima, immantinente

Viene l'altra orsa orribile e feroce;

Ma cade quella ancora similmente,

E nel cader diè un urlo tanto atroce,

Che fe' tremar la più lontana gente.

Quand'eccoti il gigante che a gran voce

Grida; ed era tanto alto e smisurato,

Che con un salto il fiume ha trapassato.

93

Nelle mani ha una trave grande e grossa,

Che alber di nave è scarso paragone.

Astolfo dice: Una mezza percossa

M'avanzerebbe di questo bastone.

Però lo schiva con tutta sua possa,

E con l'asta lui fere nel tallone

Leggier leggieri; e subito trabocca

Quel gran gigante, e si rompe la bocca,

94

E muore anch'egli. Ma che serve questo,

Ripiglia il conte, se il guadar ci è tolto?

Astolfo dice: Or noi faremo il resto;

Chè s'il fiume è per incanto raccolto,

Io lo rasciugo, conte, presto presto:

E nel fiume che rapido era molto,

Immerge l'asta d'oro; ed oh portento!

Fugge la ripa e il fiume in quel momento.

95

Lo stesso accade alla torre incantata,

Che vanne in fumo per virtù di quella

Asta, abbastanza non giammai lodata

Nè si vede alcun paggio o damigella,

Ma v'è di cavalier molta brigata;

E veggon sul terreno una donzella

Con una face accesa, e morta sembra,

Sì forte sonno lega le sue membra.

96

Ma non sì tosto l'Inglese la tocca,

Ch'ella si sveglia, e tiensi per tradita,

Non più vedendo gigante nè rocca:

Onde ponsi a fuggir pronta e spedita.

La segue Astolfo; ma quella trabocca

Nel fonte, ed èssi in rana convertita.

Torna Astolfo a' compagni, e narra il fatto

Strano sì, che qualcun lo tien per matto.

97

Fioretta già si stava con Aliso,

Il suo vago e pregiato giovinetto;

E spesso spesso scoloriva il viso,

Mentre per man se lo teneva stretto.

Orlando disse lor con un sorriso:

Del piacer vostro, amanti, io n'ho diletto;

E già che sì v'amate, egli è ben giusto

Che onestamente vi pigliate gusto.

98

Ma voglio prima una grazia da voi,

Che abbandoniate la fè saracina,

E in quel crediate, che crediamo noi.

E qui si mise a fare la dottrina

Orlando, capo de' famosi eroi;

E convertito Aliso e la regina,

L'isola diede loro; ma con patto

Che mandassero ogni anno a Carlo un piatto.

99

Ma giacchè la mia Musa è in braccio a' venti,

E quasi Galatea corre pel mare,

Di Ricciardetto i miseri lamenti,

O di Despina vogliam noi narrare?

O del re Cafro le vele fuggenti

Vogliamo a tutta forza seguitare?

O fermati co' due diletti sposi,

Nell'isola goder dolci riposi?

100

Ordine vuol di bella cortesìa,

Ch'ogni altro io lasci, e ritorni a Despina,

Che nella sua sventura acerba e ria

Un vecchio vede che a lei s'avvicina,

Il quale con maniera onesta e pia

La chiama a nome, e l'appella regina;

Talchè restò, per la cosa impensata,

Tutta da capo a' piè fredda e gelata.

101

Ei fischia intanto, e discendono al basso

Due leggiadre e modeste villanelle,

Che balzando venìan di sasso in sasso

Come cervette o caprïole snelle.

Un dardo aveano in man, dietro un turcasso,

Corte le trecce e corte le gonnelle,

E d'un color sì candido e vermiglio,

Che tal rosa non sembra unita a giglio.

102

Giunte a Despina queste forosette,

La salutaro e la pregaro insieme,

Che salir voglia per quell'aspre e strette

Valli ad un colle che nebbia non teme,

Dove son lor capanne poverette,

Ma dove mai nessun sospira e geme;

Tale è la pace, e tale è l'allegrezza,

Che si ritrova in quella loro asprezza.

103

Si rallegra Despina a questi accenti

E segue le sue liete condottiere;

E dopo gran fatiche e lunghi stenti

Entran, finito l'orrido sentiere,

In un gran prato d'erbette ridenti,

Rotte da chiare e limpide riviere,

Che ornate avean le rive d'arboscelli

Per fronde e frutte estremamente belli.

104

Là vacche e tori, e qui bianchi capretti,

Qui pecorelle candide, là more

Vede; ma non già vede in quai ricetti

Guidate sieno da verun pastore,

Nè forti cani a lor custodia eletti

Per guardarle dal lupo traditore.

Vanno esse a lor talento, e ciascheduna

Dorme ove vuole, quando il ciel s'imbruna.

105

Del suo maravigliar Leucippe accorta

(Una di quelle due Ninfe vezzose)

Le disse: Arturo qui verno non porta,

Ma a sempiterni autunni ed a odorose

Primavere il buon Pan apre la porta:

Nè lupi, nè altre bestie insidïose

Sono per questi boschi e questi prati;

Però non è chi il gregge osservi e guati.

106

Nè s'ascolta fra noi quel duro detto:

Questo gregge egli è mio, mio questo armento;

Ma ciascun bever puote a suo diletto

Il latte, e pigliar puote a suo talento

Vitella, agnello o tenero capretto.

Nè per amor qui alcun piange scontento;

Chè di venir qua su nè gelosìa,

Nè l'empia infedeltà sanno la via.

107

E Niside seguìo (l'altra sorella):

Leucippe mia la non t'ha detto ancora

Quello che più soggiorno tale abbella,

E i nostri giorni del continuo infiora:

Ma giunta che sarai, Despina bella,

Al nostro albergo, e giungeremvi or ora,

Tu lo saprai; e n'avrai tal diletto,

Che questo dì per te fia benedetto.

108

Or mentre van costoro alla capanna,

Udiam un po' ciò che racconta il nano:

Il nano, che nel dir piange e s'affanna

Alla vaga Climene ed all'umano

Guidon, che chiama sua stella tiranna,

Perchè dar non gli vuol, se non la mano,

La sua sposa leggiadra, e vuol che aspetti

A fare il resto ne' paterni tetti.

109

Disse il nano: Regina, il nostro campo

Egli è disfatto; e quei che non son morti,

Sono fuggiti come razzo o lampo

In verso il mare, pe' sentier più corti.

I guerrieri migliori al vostro scampo

Pensaro un pezzo, e contrastâr da forti;

Ma Rinaldo ed Orlando e due giganti

Li fecero morire tutti quanti.

110

L'esercito Lapponio anch'esso è spento;

I Cafri son fuggiti a rompicollo.

Però venuto a voi ratto qual vento

Sono, e qual vedi, di sudor ben mollo,

Nunzio infelice di sì tristo evento;

Perchè, se il cielo ancor non è satollo

Di tanto sangue, ancora il tuo non versi;

Chè allora sì che noi saremmo persi.

111

Bagnò di belle lagrime le gote

A questo annunzio la real donzella.

La consola lo sposo in dolci note,

E promette in Egitto andar con ella:

E perchè del gran Carlo egli è nipote,

Vuole che seco la sua donna bella

Vada a Parigi; ed ella non disdice

A ciò che il suo Guidon di voler dice.

112

Giunti a Parigi, Guidon non si scorda

Di mandar al romito i due giganti,

Ch'ei fe' cristiani, e tolse dalla lorda

Setta de' Saracini empj e furfanti.

V'andò un dottore, detto Tiracorda,

Ed un chirurgo con unguenti tanti,

Che basterìan per un ampio spedale;

Tanto a Carlo di lui sapeva male.

113

Giunti costoro al mesto Ferrautte,

Lo trovaro che presso era al morire;

Nè serviva lancetta o gammautte,

O impiastro alcuno per farlo guarire.

Bestemmiava il meschino a labbra asciutte;

Onde il dottore lo volle ammonire,

E disse: Signor mio, questa è la pena

Di chi nasce, che nato ei muore appena.

114

Bisogna sopportar con pazïenza

Il mal che Dio ci manda. E questo stesso

I giganti dicean con riverenza.

Al dottore, che stavali più appresso,

Diè Ferrautte con somma potenza

Nel viso un pugno, che restògli impresso

Il segno infin che visse; ond'ei comanda

Che lo leghin ben ben per ogni banda.

115

Quindi per certo fraticello invìa,

Che stava a far del bene in quel deserto.

Giunto all'albergo, dice: _Ave Maria_:

E gli è subitamente l'uscio aperto.

Vieni pur col malan che Dio ti dia,

E come certamente fia il tuo merto,

Ferraù grida, e si morde le labbia,

E getta spuma per l'insana rabbia.

116

S'accosta il buon padrino al letticciuolo,

E gli dice: Fratel, morir bisogna.

Io compatisco il vostro affanno e il duolo;

Ma tanto è il bene al qual da noi s'agogna,

Che a patir tutti i mali un uomo solo

Sarebbe meno che un tagliuzzo d'ogna,

In paragon del guiderdone immenso,

Che Dio ci dona, ignoto al nostro senso.

117

I mali di quaggiù son lieve cosa.

Ferraù, che si sente lacerare

Dalla infiammazion sua tormentosa,

Rinnova il suo tremendo bestemmiare,

Che sembra al frate cosa mostruosa;

Onde si pone ginocchioni a orare,

E prega Dio che ravveder lo faccia,

E gli renda salute, ove gli piaccia.

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Il Ricciardetto, vol. I · 第 14 / 24 段