E s'alzan da per tutto e pianto e strido,
E al nero palco omai sono davanti,
Ecco che giunge una barchetta al lido
Senza piloto e senza naviganti;
Alla cui vista d'allegrezza un grido
Subitamente da ciascun si diede,
Perchè un ottimo augurio esser si crede.
79
Questa è la nave dove vanno a spasso
Il buon Ricciardo con la sua Despina,
Che a tempo giunse a render vano e casso
L'aspro disegno, e salvar sua cugina;
E si presero ancora tanto spasso,
Come udirete, in quella gran mattina,
Ch'ebbe Alessandria per le maraviglie
Ad impazzire e dar nelle stoviglie.
80
Primieramente senza esser veduti
S'accostaro all'orecchie de' prigioni,
E disser loro: Il nostro Dio v'ajuti:
Noi siam vostri parenti e amici buoni.
E dissero i lor nomi e le virtuti
Ch'avean con seco; onde a' due bei garzoni
Tornò tanta allegrezza nel bel viso,
Che Angioletti parean del Paradiso.
81
Il giustiziere al boja aspro si volge,
E dice: Mena sul palco costoro.
Despina intanto l'erba a' ferri avvolge,
E tutto si conquassa quel lavoro,
E la macchina affatto si sconvolge.
Vanno a terra le forche; e per lo foro
Grida ciascuno: Evviva l'innocenza,
Che Iddio protegge con la sua potenza!
82
Ma il Soldan, che ciò vede dal balcone,
Ordina che lor sia tolta la vita
Con la sciabla; ma nel fodero pone
L'erba Despina, e tutto il ferro trita:
Onde fuora di senso e di ragione
Riman la gente attonita e stordita.
Ma quello che li fe' trasecolare,
In modo certamente singolare,
83
Fu quando in mano a Guido ed a Climene
Miser le pietre gialle, e insieme stretti
Minuti più delle minute arene
Divennero, nè fur più d'occhio oggetti.
Perchè quando con man la man si tiene
Di chi ha la pietra di sì rari effetti,
Invisibile anch'egli fassi allora:
E chi nol crede, vada alla malora.
84
Il popol nel veder cosa sì strana,
Corre rabbioso al palazzo reale
Per ammazzar quell'aspra ed inumana
Persona, veramente empia e brutale,
Che uccider volle l'innocente e umana
Sua figlia, e un cavalier di valor tale,
Qual era il buon Guidone: ma non vuole
Climene, e di suo padre assai le duole;
85
E grida non veduta: Io son placata;
E niuno offenda il dolce padre mio.
Nel viso l'uno con l'altro si guata;
E v'è chi dice ancor: Poffareddio!
Oggi Alessandria ell'è tutta incantata.
A que' prodigi fassi umile e pio
Il Soldan fiero, e perdono domanda
Alla figliuola, e le si raccomanda.
86
Ma mentre che presa è da maraviglia
Tutta Alessandria, Orlando e il pro' Rinaldo
Gettan fuoco dal naso e dalle ciglia
(Tanto hanno il cuor di sdegno e d'ira caldo),
Perchè fatto abbia contro lor famiglia
Carlo un decreto sì iniquo e ribaldo;
E giuran non veder più Carlo in viso,
Nè forse ancor guardarlo in Paradiso.
87
E perchè non si ponno immaginare
Qual sentiere abbin preso i lor figliuoli;
Orlando tener vuol la via del mare,
E Rinaldo di terra; e vanno soli.
Astolfo ed Ulivier ponno pregare;
Chè niun de' due avviene che consoli
Le lor preghiere; chè son risoluti
D'andar pel mondo raminghi e perduti.
88
E scrive Orlando a Carlo due versetti,
Ma saporiti, ne' quali gli dice,
Che degl'ingrati veri e più perfetti
Egli è capo, egli è corpo, egli è radice;
Ma che s'altri fa mal, ben non aspetti,
E ch'egli non sarà sempre felice:
Ed altre cose sopra questo andare,
Che lo potranno certo disturbare.
89
E datala ad Astolfo, dalla Giara
Si parte sopra un pinco catalano,
Che ad andar in Egitto si prepara.
Rinaldo sopra un vascelletto ispano
Sale, che torna alla sua patria cara:
Che di là pensa sul lido africano
Andare prestamente: che altre volte
Ha fatte quelle vie dure ed incolte.
90
Or mentre i padri cercano i lor figli,
I figli fanno cose da stordire.
Nell'isola chiamata de' Conigli,
Tra la Svezia e Norvegia a vero dire,
Scesero i due garzoni; e rose e gigli
Avean nel viso, che facean stupire:
Onde all'aspetto lor l'isola tutta
Arse d'amore, e ne restò distrutta.
91
Ma più d'ognuna fur prese e piagate
Due figlie del signor di quel paese,
Ch'erano anch'esse belle e dilicate:
L'una era detta Argea, l'altra Corese.
Ma quell'anime a Marte consacrate
Difficilmente Amor vinse e si prese:
Pur vinse alfine, ed Orlandino Argea,
E Nalduccio Corese si godea.
92
Il che saputo da due rei giganti,
Signori di certe isole vicine,
Sfidan con fieri ed orridi sembianti
I due garzoni; chè voglion por fine
Ai loro affanni, che son tanti e tanti,
Col toglier loro queste due regine:
E vennero con armi così fatte,
Che avrebber torri, anzi città disfatte.
93
Orlandino ridendo disse loro,
Che l'offerta battaglia ricevea;
E Nalduccio con grazia e con decoro
Disse a Corese sua, che già piangea:
Non disperarti, dolce mio tesoro;
Chè fortuna per noi non sarà rea;
E rivolto ai giganti similmente,
Disse ch'era di pugna impazïente.
94
I giganti in veder que' due ragazzi
Sottili di persone e senza barba,
Disser: Per Giove, costoro son pazzi.
Ma a queste donne che piace e che garba
In que' lor mostaccini da pupazzi?
Per Macon, che son pazze; e non si sbarba
La pazzìa da' lor capi per ragione,
Ma vuolvi sdegno, disprezzo e bastone.
95
Uccisi che avrem noi questi puttelli,
Vo' che noi le trattiamo come cagne,
O come son trattati i somarelli.
E piangan pure, e ciascuna si lagne,
E s'attristi e s'accori e s'arrovelli,
Chè tenderanno a' bufali le ragne.
Così l'un dice, e l'altro con la testa
Conferma il detto, e ne dimostra festa.
96
La notte che del giorno era foriera
Della battaglia, Corese ed Argea
Piangevan le meschine di maniera,
Ch'era cosa a vederle orrenda e rea:
Ed or facevan ambedue preghiera
Al Dio d'Amore ed alla santa Dea,
Che salvasser dagli orridi giganti
I lor sì belli e grazïosi amanti;
97
Ora le braccia ognuna al suo consorte
Gettava al collo: e per molto sermone
Che lor faccia Orlandino, e le conforte,
Regolar non si lascian da ragione:
E tutte addolorate e mezze morte
Passan la notte in somma afflizïone;
Ma quando il sole appare nella stanza,
Allor sì che non hanno più speranza.
98
Intanto s'ode il corno spaventoso
Che suonano i giganti in su la piazza.
Orlandino si veste furïoso,
E Rinalduccio grida: Ammazza, ammazza.
Le due donzelle col viso doglioso
Li seguono, e ciascuna è di duol pazza.
Stanno i giganti con due travi in mano
Lunghe e nodose, e d'un invito strano.
99
Onde Nalduccio, ch'era testa amena,
Vi salta sopra con la spada ignuda.
Il gigante lo scuote e lo dimena,
Ma staccar non lo puote, e invano suda.
Egli intanto s'accosta, ed a man piena
Con la sua spada, sì tagliente e cruda,
Gli percuote la trave e glie la incide.
Cade la trave in terra, e Naldin ride.
100
Poi lo colpisce in su la gamba manca,
E glie la mozza subito di netto.
Quella bestia, che prima era sì franca,
Rovescia a terra; ed ei gli passa il petto;
Onde al gigante la faccia s'imbianca:
E Corese ripiena di diletto
Si stringe al seno il vincitor che adora;
E poco va che di piacer non mora.
101
Ma non istà così l'alma d'Argea,
Che vede il fier gigante inferocito,
Perchè morto il compagno si vedea.
Orlandino però saggio ed ardito,
Mentre alza egli la trave acerba e rea,
Gli corre sotto subito e spedito,
E fatto un salto gli taglia la gola.
Ei perde il capo e perde la parola.
102
Or qui pensate voi se va in dolcezza
Il cuor d'Argea, che sè chiama felice,
Mentre ha un marito di tanta prodezza:
E lo stesso Corese di sè dice;
E fansi un baciucchiar ch'è una bellezza;
Ma tra marito e moglie il tutto lice;
Sebben non era matrimonio fermo;
Chè molte cose lo faceano infermo.
103
Nulladimeno un matrimonio egli era
All'uso di quell'isola pagana.
Ma questa vita dolce e lusinghiera
Ad Orlandino sembra molto vana.
Gloria lo punge a più nobil carriera:
Ed a Nalduccio pur, che ha mente sana,
Non piace nel più bello della vita
Far da stallon 'n un'isola romita.
104
E fra di loro, un dì ch'erano andati
A caccia, tennero un savio discorso
D'abbandonare i letti dilicati,
E gir pel mondo, e principiare un corso
Tutto di fatti nobili e pregiati.
Avevan solamente ambo rimorso
D'abbandonar quelle due giovinette
Tanto fide in amore e tanto schiette.
105
Onde risolvon di far lor palese
Quel c'hanno risoluto voler fare;
E o condurle di Francia nel paese,
Se insiem con loro vi vorranno andare;
Od in sembiante placido e cortese,
Se non vorran venir, lasciarle stare:
In somma fare quel ch'esse vorranno,
Purchè alla gloria lor non sia di danno.
106
Ed aperto il segreto alle donzelle,
D'andar con essi si mostraro pronte;
E preso molto argento e gioje belle,
Di fino acciajo si coprîr la fronte;
E quando il cielo sparso era di stelle,
Fatto abbassar del porto il nobil ponte,
Entraro in una nave ben guarnita,
Ch'era nomata la Guerriera ardita.
107
Questa creanza, quest'atto amoroso
Che han fatto alle lor donne i due garzoni,
A me che alquanto ho l'animo pietoso,
È piaciuto in estremo. Eroi scorzoni
Son quelli che dolente e lagrimoso
Rendon quel viso che li fe' prigioni;
E per mostrar che prezzano virtude,
Lascian su i lidi le donzelle ignude.
108
Intanto giunti eran di Carlo in corte
Astolfo ed Ulivieri; e a Carlo in mano
Dato il biglietto Astolfo, fece smorte
Carlo le guance a quel linguaggio strano:
Poscia infierito il nobil vecchio e forte
Disse: Me chiama ingrato ed inumano
E assai s'inganna; ch'io son giusto e pio,
Com'esser dee chi sta 'n luogo di Dio.
109
Chè se la sua virtù ci ha liberato
Dall'assedio crudele, abbiasi pure,
Quando che il voglia, mezzo questo Stato.
Ma se il suo figlio ed ei medesmo pure
Offende nostre leggi, il braccio armato
Della giustizia e la tagliente scure
Sfuggir non deve: e chi il contrario afferma,
Ben dimostra d'aver la mente inferma.
110
Ma perchè la giustizia esser dovrìa
Spesso temprata da misericordia,
E l'opra buona snerva assai la ria,
Per rïunirmi con questi in concordia,
Voglio che il bando rivocato sia;
E ripostasi in pace ogni discordia,
Tornino i figli coi lor padri in corte;
Ch'io vo' l'emenda lor, non la lor morte.
111
E ciò detto, spedir fece corrieri
Per ogni banda; ma il signor d'Anglante
Scorrendo per i liquidi sentieri
Del mar, trovossi ad un'isola avante
Ripiena tutta d'alber grandi e neri.
Questa isola detta è del Negromante:
E tristo chi discende a quella proda;
Chè tosto il mago con reti l'annoda;
112
Ciò che sapeva bene il marinaro:
Onde in alto condur volle il naviglio;
Il che parve ad Orlando troppo amaro,
E disse: Andare a terra io vi consiglio.
Assai, signor, ci costerebbe caro
(Gli rispose il nocchier con mesto ciglio);
Chè non giunge persona a quella riva,
Che per un giorno vi rimanga viva.
113
In quell'isola alberga un fiero mostro,
Stregone esimio e di forza tremenda,
Che a tutto impera il sotterraneo chiostro.
Greggia di tigri, spaventosa e orrenda,
Siccome noi d'agnelli all'aer nostro,
Guida ed alberga sotto nera tenda;
E serpi e draghi che vomitan tosco
Errano a sua difesa per il bosco.
114
Ha poi di vaghe e nobili donzelle
Ripiena un'alta ed afforzata torre.
A chi lo sprezza trae viva la pelle,
E delle tigri alla fame soccorre
Con quelle carni fresche e tenerelle:
Ond'è che spesso per lo mare scorre,
E di donne di Scozia e d'Inghilterra
Già più di mille in quella torre ei serra.
115
E quanti hanno voluto, o per amore
Che avevano a qualcuna prigioniera,
O pur per voglia di mostrar valore
Scendere armati su quella riviera,
Ci han lasciato con danno e con rossore
E vita e nome in una sola sera.
Però non ti stupir, s'io m'allontano
Da questo lido infame ed inumano.
116
Orlando disse: L'eterna giustizia
Non sempre dorme; e quando un men sel crede,
Allor punisce la nostra malizia.
In quell'isola io voglio or porre il piede.
Il nocchiero ripieno di tristizia,
Non far, grida, signor, prestami fede.
Ma giacchè lo conosce così fermo,
Monta, gli dice, sopra il palischermo.
117
Almeno fuggi la parte del bosco;
Chè all'aperto farai maggior difesa;
E poichè tanta in te virtù conosco,
Se vuoi por fine a così grande impresa,
Scendi sul lido all'aer bruno e fosco;
E quando tutta di porpora accesa
Appare in ciel l'Aurora, e tu t'accosta
Colà, dove vedrai la tenda posta.
118
Egli verratti incontro disarmato;
Ma avrà tra mano qualche abete o pino,
E cento tigri condurrassi allato,
Che nel vederle resterai meschino.
Se tutte tu le uccidi, o te beato!
Ma pur non fuggirai lo tuo destino;
Perchè verranno i draghi e l'altre bestie,
Che ti daranno l'ultime molestie.
119
Ma se queste tu vinci, oimè! ti resta
L'impresa più difficile e tremenda.
Quel negromante si pone una vesta
Cui spada esser non può che rompa o fenda;
Di maglia così dura ella è contesta.
Orlando ride, e dice: Vo' s'intenda
Urlar questa bestiaccia sì lontano,
Che l'oda il Franco e l'oda il lido Ispano.
120
E così detto, salta d'ardir pieno
Sul palischermo, ed al lido s'accosta;
E vôlto il viso inverso il ciel sereno,
Rammenta a Dio il sangue che a lui costa
L'uomo sanato dal mortal veleno;
E dice che sa ben come disposta
È sua pietade a chi glie la domanda;
E a quella, quanto sa, si raccomanda.
121
E mentre così prega, eccolo giunto
Alla crudele e spaventosa sabbia.
Io non ti sono amico, nè congiunto,
Orlando mio; e mi treman le labbia,
E il sangue mi si gela in questo punto,
Pensando a tanto strazio e a tanta rabbia
Cui tu ti esponi di quel traditore.
Ah! torna indietro, e frena il tuo valore.
122
Ma i' canto a' sordi, e mostro a' ciechi il Sole:
Eccolo sceso in su la trista arena.
Per verità ch'io perdo le parole;
Tanto di lui mi prendo affanno e pena;
E so che ancora a voi, donne, ciò duole,
E ritenete il largo pianto appena.
Ma non ci disperiamo così presto,
Ancorchè sia il periglio manifesto.
CANTO UNDECIMO
ARGOMENTO
_Sen fugge via con la testa tagliata_
_Per man d'Orlando il re degli stregoni:_
_E lo scolar con la pietra affatata_
_Scopre gli occulti ipocriti bricconi._
_La gelosa Climene addolorata_
_Altrui dicendo va le sue ragioni._
_Ancor Dorina a lei narra le trame_
_E l'opre inique della vecchia infame._
1
Ciascun si duol perchè deve morire;
E n'ha ragion; che il vivere diletta:
E quel dovere ad un tratto basire,
E star sepolto in una fossa stretta,
E presto presto tutto inverminire,
E in poca ritornar polvere schietta,
Ell'è mutazion sì dolorosa,
Che fa perdere il gusto ad ogni cosa.
2
Ma vi è di peggio, che dopo la morte
Bisogna render conto alla minuta
Al tribunal di Dio, che giusto e forte
Al fuoco eterno i malvagi deputa,
E chiama i buoni a sua celeste corte.
Ond'alma che quaggiù male è vissuta,
Esce di trista voglia; chè ha timore
Di giù piombar nel sempiterno ardore.
3
Io però volentier mi sottoscrivo
A questa legge: e quando non ci fosse,
Me ne dorrebbe; chè mi vedrei privo
D'un gran piacer: che le tombe e le fosse
(Quando accolgono in loro un uom cattivo,
Che per amici, o per oro, o per posse
Facea tremar qualunque era men forte)
Mi danno gusto che ci sia la Morte.
4
E così facess'ella il proprio offizio
Com'ella deve; e dèsse in capo a quelli
Che sono la sentina d'ogni vizio;
E non aprisse, che tardi, gli avelli
Agli uomini dabbene e di giudizio;
Ch'io le vorrei con marmi e con pennelli
E con inchiostro farle elogi tali,
Che uscirebbe dal numero de' mali.
5
Ma ell'è una secca stravagante e pazza,
Che va menando la sua falce in giro:
Onde senza saperlo i buoni ammazza;
E color che di sangue e pianto empiro,
E di lussuria ogni albergo, ogni piazza,
Lascia invecchiare: ond'io ne vo deliro,
E attaccherei per rabbia e impazïenza
Un pocolin la santa Provvidenza,
6
Se non vedessi in quale uso gli adopre,
Mostrandoci ad ogn'or ch'ella li serba
In vita, e spesso da morte li copre,
Perchè a pena più cruda li riserba:
E con le infami loro ed indegne opre,
E con la naturaccia lor superba
Raffinan degli eletti il santo coro,
Come per fuoco si raffina l'oro.
7
Nè sempre è vero ancor, che lor capelli
Veggan canuti gli uomini tiranni;
Ch'io n'ho veduti molti ne' più belli
Morire, e ne' più freschi e più verd'anni:
Perchè costoro son come i flagelli
Che il padre adopra de' figliuoli a' danni;
Che corretti che sono, egli li frange
Avanti agli occhi del fìgliuol che piange.
8
A questo fine ei diede il memorando
Valore e il cuor magnanimo e feroce
Sopra ciascuno al valoroso Orlando,
Di cui non morirà giammai la voce,
Nè del fatale suo terribil brando,
Dall'onda Caspia alla Tirintia foce;
Perchè gl'iniqui togliesse di vita
In loro età più ferma e più fiorita.
9
E se al mondo fu mai sopra ogni esempio
Un uomo scellerato, un uomo infame,
Fu senza dubbio quel negromante empio,
Che chiuso aveva il fiore delle dame
In una torre, e di lor feane scempio,
Gettando delle oneste il bel carname
Alle tigri, e sfogando brutalmente
Con le men caste la sua brama ardente.
10
Ma l'ora è giunta che fia posto fine
Alla tua crudeltà, mostro nefando.
Come io vi dissi, nell'onde marine
Già il biondo Sol s'era tuffato, quando
Pose il piè su le spiagge empie e ferine
Dell'isola ch'io dissi, il conte Orlando;
E si moveva a passo grave e lento,
Sempre con l'occhio e con l'orecchio attento.
11
Ma la notte si fece oscura tanto,
Che pensò di fermarsi in su la spiaggia;
Quand'ei s'accorse che lontano alquanto
Per angusto forame un lume raggia:
Onde in quel verso egli si muove; e intanto
Ch'egli guardingo e tacito viaggia,
Vede una face, e vede la gran torre,
E lo stregon che in lei vassi a riporre.
12
Egli spedito allor corre, e si porta
Alla torre medesima, e si pone
Dal destro canto della stretta porta,
E qui sta fermo con intenzione
Di far la lunga bestia a un tratto corta,
Quando esca fuor del chiuso suo grottone:
E mentre ei sta così, sente di drento
Un doloroso femminil lamento.
13
Crudele (udiva dir da una donzella).
Strazia pur queste membra, e fammi in brani;
Ch'opra non farò mai sì brutta e fella:
E tutta pria mi mangeranno i cani,
E mi trarranno i corvi le cervella,
Ch'io mai secondi i desir tuoi villani.
E il negromante le dicea: Tra poco
Su la tua pelle io drò principio al gioco.
14
E quindi un grido, un misero lamento
S'udìan dell'altre sventurate donne.
Orlando pieno allora d'ardimento.
Quale Sanson le filistee colonne,
Scosse l'uscio, l'aperse, e v'entrò drento;
E vide in mezzo a femminili gonne
Lui, che nudata aveva una donzella,
Di cui certo non fu mai la più bella;
15
E distesala sopra un rozzo banco,
Le voleva la pelle trar di dosso;
Quando sopra lui viene il baron Franco,
E gli si serra in un attimo addosso.
S'intimorì quell'empio, e fessi bianco;
Ma dal timor non s'era alcun riscosso,
Quando il buon conte con molta tempesta
Gli tira un colpo, e gli taglia la testa.
16
E o nova, o fiera, o strana maraviglia!
Non cade il tronco busto, anzi si china,
E la recisa testa in mano piglia,
E le scale discende, e s'incammina
Verso la porta. Stupide le ciglia
Orlando tiene, e dietro lui cammina.
Così fuor della torre al verde piano
Esce quel mostro con sua testa in mano:
17
Indi si ferma, e dalle labbia fuora
Il mozzo capo un sibilo tramanda;
E si veggon venire in men d'un'ora
E serpi e tigri e mostri d'ogni banda.
Il tronco busto scaglia in alto allora
La testa, e forse un miglio in su la manda:
Quindi egli cade; e le tigri e i serpenti
Gli van sopra, e lo laceran co' denti.
18
Intanto torna giù l'orribil testa;
E quasi fosse un giuoco di pallone,
Come in Siena talor fassi per festa,
Per l'aere vano la fanno ir girone:
Poi nojati del giuoco ognun s'arresta
De' fieri mostri. Orlando non s'oppone
A quelle bestie, e riguarda con ozio
Come abbia a terminare quel negozio.
19
Quand'ecco d'improvviso che si rompe
La terra, ed esce fuora un fumo nero
Misto a gran fiamma che l'aer corrompe.
Indi Pluton, che men dell'uso è altero,
Senza l'usate sue deformi pompe
Quasi lieto s'accosta al cavaliero,
E gli dice: Signor, grazie infinite
Ti dà dell'opra il Regnator di Dite.
20
Tu col dar morte al brutto negromante,
Tornato m'hai al mio supremo soglio;
Perchè costui avea virtù bastante,
Che non valeva il mio dirgli: Non voglio.
Me stesso ei si facea venir davante;
E pien di tirannìa, pieno d'orgoglio,
Or mi cangiava in pianta ed ora in sasso,
Ora in cane, ora in volpe ed ora in tasso.
21
E senza spirti quasi era rimasto:
Perchè questa isoletta, come vedi,
Tutta colmò quell'animal da basto
Di spiritelli; onde da capo a piedi
Tutta quanta è di diavoli un impasto:
E queste stesse ch'esser tu ti credi
Tigri, son diavoletti; e i pini e gli orni
Sono pur tutti demonj coi corni.
22
La torre ancora di demonj è fatta:
E quanti sassi son, quanti mattoni,
Tutti son spirti della stessa schiatta;
I gangheri e le porte son demoni,
Demonj i topi e demonia la gatta,
Demonj i palchi, i tetti e i cornicioni,
Demonj i chiodi, demonj il solajo;
Or vedi se n'aveva più d'un paio.
23
E intanto possedea questa divina
Virtude, a cui per forza era io soggetto,
In quanto la mia dolce Proserpina,
Venuta un giorno al mondo per diletto,
In quest'isola scese alla marina;
E slacciatasi un poco il bianco petto
Per prender aria, le cadde dal seno
Un mio biglietto scritto in pergameno;
24
In cui io m'obbligava strettamente,
E più che in forma cameræ i Romani,
D'ubbidire alla cieca, immantinente
A' suoi comandi; e fossero pur strani:
E sì il cervel m'avea tratto di mente
Amor, ch'anco i demon fa sciocchi e insani,
Che qualor nominasse ella il mio nome,
Tosto farei per lei e rome e tome.
25
Or non s'accorse la mia bella moglie
D'aver perduto quel mirando scritto:
E mentre erra pel lido, e che raccoglie
Chiocciole e nicchj, da un porto d'Egitto
Questo stregon le vele sue discioglie,
E con la prora appunto dà diritto
In quel luogo ove il breve caduto era
Alla mia troppo semplice mogliera:
26
E perchè sapeva egli molto bene
Le nostre cose, ne fu sì contento,
Che saltò per piacer su quelle arene.
Poi mi comanda che il porti qual vento
Colà, dov'era il mio unico bene
(Ch'il breve avea il suo nome, e fuora e drento);
E vistol, se n'accese, e in mia presenza
Tentò l'infame farle vïolenza.
27
E perchè non voleva per niun patto
La giovin compiacerlo, egli in vigore
Di quel mio troppo misero contratto
M'astrinse a fargli agevole il favore;
Ond'ei rimase appieno soddisfatto,
E in me doppiossi l'affanno e il rossore:
Chè, benchè nell'inferno io peni assai,
Come quel dì non fui misero mai.
28
Ed allor fu, signor, la volta prima
Che m'apparver le corna in su la testa,
Le quai subito rasi con la lima,
Perchè l'opra non fosse manifesta.
Ma il mondo egli n'empì da fondo in cima;
Onde pensa se ognun ne fece festa;
E quindi fui, di corna il capo cinto,
Sculto ne' marmi ed in tele dipinto.
29
Quindi egli sempre più resosi certo
Della virtù che il breve nascondea,
Ad ogni infamia il varco s'ebbe aperto,
E nessuno resistergli potea;
Chè altrimenti da lui era diserto,
Nè nuova più di lui se ne sapea,
Onde grazie ti rendo, o baron forte,
C'hai data or a costui condegna morte.
30
Nè ti maravigliar, se tu l'hai visto
Andare in giro con la testa in mano;
Perchè un folletto il più malvagio e tristo
Gli misi addosso; ed in modo sì strano
S'era con esso avviticchiato e misto,
Che non l'avrìa scacciato alcun Piovano.
Or morto lui, rimase quel folletto.
Che dell'anima in lui facea l'effetto.
31
Ciò detto, trema il suolo, il ciel s'oscura,
S'apre la terra, e le tigri e Plutone
Vi cadon dentro, e ogni altra bestia impura.
Fuggon le piante, e dispare il torrione,
E l'isola riman senza verdura:
Le donzelle che stavano in prigione,
Si trovano disciolte e liberate;
Di che altamente son maravigliate.
32
Quei della nave, al comparir del sole,
Veggendo il lido d'alberi spogliato,
Persero i sensi e perser le parole;
Tanto restò ciascun di ciò ammirato.
Ogni donzella intanto adora e cole
Con laudi ed inni il cavalier pregiato;
Ed ei fa cenno con un bianco lino
Al legno che si faccia a lui vicino.
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Viene il naviglio colmo di piacere,
E d'udir vago il fin di tanta impresa:
E sceso il duce con ciascun nocchiere,
Ebbero appena la grand'opra intesa,
Che commendato il forte cavaliere,
Mostrò ciascuno la sua voglia accesa
D'andare in Inghilterra, e là far chiaro
Un fatto così bello, inclito e raro.
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Ed Orlando restò con le donzelle,
Le quai rivolte umilemente a Dio
Giurâr di conservarsi verginelle
In chiuso loco, onesto, santo e pio.
Le loda il conte infino all'alte stelle,
E dice lor: Sarebbe il parer mio
Che vi chiudeste in questa isola stessa;
Ed io vi troverò breviarj e messa:
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E scelse il luogo presso alla marina,
E disegnovvi un orto grande grande,
Dove fossero erbette e insalatina,
E varj fiori da intrecciar ghirlande:
E perchè sien sicure da rapina,
Vuol che il convento da tutte le bande
Con torri, con fortezze e baluardi
Da gente armata sempre si riguardi.
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