Della mia cella in Spagna. Ma che importa
Che in Francia o in Spagna sia nostro soggiorno?
Ma come la tua mente si conforta
A star ne' boschi, e non andar attorno
A feste, a giuochi, come l'uso porta
Delle cittadi? Ed ella: S'io son teco
(Ve' s'era furba!), a nulla ciò m'arreco.
65
Mentre van ragionando in questa guisa,
E fa smorfie al romito la donzella,
E di sangue di lupi tutta intrisa,
Gli dice, e ride: Oh questa veste è bella!
E pare proprio di nozze divisa;
S'ode una voce che Climene appella.
Climene a quella voce a sè ritira
La mano, e il frate co' morsi martira.
66
Come suol cagnolino che tra via
Perduto abbia il padrone, e fame il morda,
Al primiero che gli usa cortesìa,
Fa festa e salta, e a seco gir s'accorda;
Ma se ode il fischio usato, a quel s'invìa,
Nè del nuovo signor più si ricorda;
Anzi, se vuol fermarlo, d'ira ardente
Rabbuffa il dorso, e a lui digrigna il dente;
67
Così del caro suo Guidone amato
Sentendo ella la voce, a lui s'indrizza;
E fugge sì, che cervo spaventato
Sembra pe' campi, o giostrator per lizza.
Rimane Ferraù strasecolato
Alquanto; poi ripien d'ira e di stizza
Le corre appresso. Or noi che far vogliamo?
Seguirli, oppure a Carlo ritorniamo?
68
Torniamo a Carlo, e ragioniam di guerra
(Chè il favellar d'amor sì di seguìto
Viene a fastidio); e mentre gira ed erra
Dietro a Climene il cupido romito,
Miriamo la battaglia e il serra serra,
E il parapiglia e il popolo infinito
Di combattenti tra Mori e Cristiani,
Che menan tutti due bene le mani.
69
Conforme io vi narrai, preso il comando
Dell'armi, il conte si diede a pensare
Al luogo, al tempo, alla maniera, al quando
S'ha a dar battaglia, e come s'ha da fare.
Se aspetta l'inimico, oppur col brando
L'assale in campo; e questo a lui ben pare
Miglior consiglio, ancor che molti intoppi
Ci sien; ch'essi son pochi, e quei son troppi.
70
Ma la virtude ed il valor sovrasta
Al numero di molti. Adunque ei ferma
Che allo spuntar del dì, di spada e d'asta
S'armi ciascuno; e la per anni inferma
Gente in Parigi che sarà rimasta,
Vuol che salga su i merli, e lì stia ferma
Per apparenza, e per mostrare in vista
Che di soldati è la città provvista.
71
Ordina poscia che Astolfo conduca
Cinquemila cavalli; e vuol che tutti
Vestan di un color d'oro che riluca;
E son da lui della maniera instrutti,
Che han da tener tosto che il giorno luca.
Sotto Rinaldo poi solo ha ridutti
Cento guerrieri; ma di valor tale,
Ch'Africa tutta manderìano a male.
72
Di ventimila fanti dà l'insegna
Al buon Dudone: ad Ulivier commette
Un drappello di gente eletta e degna,
Che vuol che vada ove più gli dilette;
A' due giganti poscia egli consegna
Della più bella gioventude elette
Forse due mila; e di falci da fieno
Gli arma, e di zappa da scavar terreno;
73
Perchè vuol che costor contro i Lapponi
Vadano, quando vederanno accesa
La pugna con lo Scricca e suoi campioni,
E che Dudon si troverà in contesa
Co' fieri Egizj e con gli altri baroni;
Perchè vuol che l'entrata sia contesa
A coloro nel campo, perchè fanno
Troppo crudele e non previsto danno.
74
E loro ha poste quelle zappe in mano,
Perchè facciano un fosso alto e profondo,
Dove andranno i giganti a mano a mano
Scaricando le reti del lor pondo;
E con le falci in modo acerbo e strano
Andran mietendo, col menarle a tondo,
E gambe e pance e colli di que' mostri,
Degni di star giù ne' tartarei chiostri.
75
Egli poi col figliuolo di Zerbino,
E con quegli altri paladini illustri
Terrà dal campo lontano il cammino,
E per boscaglie e per luoghi palustri
Dietro allo Scricca si porrà vicino;
E sarà pensier suo, come s'industri
D'attaccarlo nel tempo e la stess'ora
Che Astolfo attaccherà la gente Mora.
76
Cercato han di Guidone e del romito
E del buon Ricciardetto; ed han timore
Che ciascuno non sia morto o ferito.
Imperocchè l'immenso lor valore
Non sfuggirebbe un così dolce invito
A bella gloria, a sempiterno onore,
Qual è quel di difender da' nimici
I parenti, la patria, e in un gli amici;
77
E dopo gran ricerca, vien lor detto
Che sono stati visti dalle mura
Uscir; ma che ciascuno iva soletto,
E in cor chiudea non so qual aspra cura;
E che v'era talun che avea sospetto
D'un qualche tradimento o di congiura.
Orlando grida: Questo esser non puote;
Chè per lungo uso l'opre lor son note.
78
Nulladimen, perchè la cosa è grave,
Ed importa saperla veramente;
Chè talvolta di dove men si pave
Ne viene la sventura di repente,
E son le umane menti tanto prave,
Che ben fa chi non fidasi nïente;
Fa molti a sè chiamar di quei spïoni,
Che de' nemici osservano le azioni:
79
E sa da loro, come il buon Guidone
Acceso per Climene egli è d'amore,
E che lei segue, e che v'è opinïone
Ch'ella senta per lui lo stesso ardore:
Che, persa il frate la divozïone,
Per quella stessa abbia piagato il core;
E in somma, che Ricciardo per Despina
S'affligga per amor sera e mattina.
80
E narra come Despina è fuggita,
Nè si sa dove; e che i miglior guerrieri
La van cercando; e come pure è gita
Climene, e seco ell'ha di cavalieri,
Per ritrovarla, una turba infinita.
Orlando rasserena i suoi pensieri
A queste voci, e dice sorridendo:
Chi pecca per amore, io non riprendo.
81
Ma se mancano a noi tre forti eroi,
Spogliato l'inimico affatto affatto
(Come sentite) egli è de' campion suoi:
Però domane egli sarà disfatto.
Io veggo la vittoria ch'è per noi.
E disse questo in così nobil atto,
E con tanta allegrezza, che ognun crede
Già di vedersi l'inimico al piede.
82
Stabilita la cosa in guisa tale,
Vanno a dormire, e ciaschedun soldato
Fa qualche sogno orribile e bestiale.
Ma lo Scricca ancor esso ha ben pensato
Per fare a Carlo, quanto ei può, del male;
Ma il suo disegno troppo gli ha guastato
La fuga della figlia, e con la figlia
Il più bel della marzïal famiglia.
83
Il campo egizio ancor sta sottosopra,
Perchè Climene in busca di Despina
È gita; e mentre in cercarla s'adopra,
La forte gioventù seco cammina.
Onde convien che scarso valor copra
L'armata; e se fortuna ai Franchi inclina
Il favor suo, chi riterrà la piena
Dell'armi che Vittoria in giro mena?
84
Pure in tre corpi il campo hanno diviso:
Uno è tutto di Cafri e di Negriti,
Gente d'acerbo e formidabil viso;
E tanti son che sembrano infiniti.
Lo Scricca lor comanda, e in soglio assiso
Ragiona ai capi, e dice: Siate arditi;
Chè la fortuna ajuta i coraggiosi,
Nemica de' codardi e neghittosi.
85
Un altro è di quei tristi Lapponcelli
Nimici capitali di natura.
Vanno a brigate come van gli agnelli,
Incapaci però di far bravura;
Ma di soppiatto, come i ladroncelli,
Fanno gran danno, e più se l'aria è oscura.
Questi non hanno imperadore o duce,
Ma van dove il capriccio li conduce.
86
Il terzo egli è di Egizj e di Persiani:
E tanti son, che d'armi e di bandiere
Empiono gli alti monti e i larghi piani,
E fan, fuorchè a' Franzesi, un bel vedere:
E chi ha mazze ferrate nelle mani,
Chi torte sciable; e tutti han fosche e nere
Le sopravvesti; ed è gente feroce,
E molto più che non si spiega in voce.
87
Il suo gran male egli è che s'è smarrita
Climene, la sua bella e valorosa
E saggia guida; ond'è mezza stordita;
E ancor che tanta sia, sta timorosa,
Nè puote esser da alcuno incoraggita;
Chè i migliori guerrieri l'amorosa
Fiamma che li arde per Climene bella,
Li ha tratti fuor del campo a cercar quella.
88
Il Consiglio di guerra fu d'avviso,
Che il dì seguente non si dia battaglia,
Per veder se fra tanto viene avviso
Che torni alcun di quei guerrier di vaglia,
Che van perduti appresso d'un bel viso.
Ma questa volta lo Scricca la sbaglia;
E s'avvedrà che cosa si vuol dire
O l'essere assaltato, o l'assalire.
89
Già il negro manto suo di stelle asperso
Da per tutto disteso avea la notte;
E la civetta col suo tristo verso
Cantava in cima alle muraglie rotte;
E 'l Sonno di papaveri cosperso
Usciva fuor delle cimmerie grotte,
Per far che l'uomo stanco si ripose
Dalle opere del dì gravi e nojose;
90
Quando lo Scricca si pone a dormire,
E poi sul far del dì fa un sogno strano,
E strano sì, che non lo sa capire.
Pargli tener tigre crudel con mano,
Che d'uman sangue la vede sitire;
Poi scorge un giovin Franco da lontano,
Che vàlle incontro; e al suo venir si stacca
Da lui la tigre, e col giovin s'attacca.
91
Ma quando pensa che piagato e morto
Ell'abbia il Franco, vede che pentita
Del suo rigor, non gli fa danno o torto,
Ma l'accarezza; e quegli a sè l'invita,
E mostra in seco star gioja e conforto:
Poi dagli occhi improvvisa gli è sparita;
E vede il Franco che pel suo partire
Si sente di dolor quasi morire.
92
Quindi in un tratto vede immenso mare,
E la tigre che l'onde portan via,
E in terra ignota la scorge approdare;
Indi la vede che al bosco s'invia,
Ed inselvata poi più non appare.
Mira alfine che il Franco la giungìa.
Che della tigre va seguendo l'orme,
E per cercarla non mangia e non dorme.
93
E mentre ei sta guardando il cavaliero,
Ecco che vede cinta di catene
La tigre, tratta da un gigante fiero;
E vede come il Franco a guerra viene
Con quel superbo, e che di sangue nero
Tinge il suo ferro e quelle asciutte arene;
Onde muorsi il gigante; e ch'ei ferito
Scioglie la tigre, e poi cade sul lito:
94
E vede che la tigre, come puote,
Gli dà conforto; e che, la sua mercede,
Da quel subito male ei si riscuote.
Poscia un'estrema maraviglia vede,
Che l'occhio e l'intelletto gli percuote,
E che sognando ancora non la crede:
Vede la tigre che con bassa fronte
Va con quel Franco ad una bella fonte;
95
E quivi giunta, l'elmo si discioglie
Il cavaliero, e di quell'onda l'empie;
Indi asperge la fiera che raccoglie
L'umore appena in su l'irsute tempie,
Che dell'esser di tigre par si spoglie;
Nè più d'ugne crudeli, acerbe ed empie
Son guernite sue zampe, e donna sembra
Di vaghe e belle e grazïose membra.
96
E mentre egli la guata fiso fiso,
Si ruppe il sonno, ed il sogno disparve;
Lo qual lo Scricca ora egli mise in riso,
Chè volentier si burla delle larve;
Or da' varj pensieri fu conquiso:
Ch'esser la tigre simile gli parve
Alla sua figlia; e allor meno comprende
Di quel che ha visto, e sonno più non prende.
97
Orlando intanto e gli altri suoi guerrieri
Già di Parigi sono usciti fuora,
E tutti sono per i lor sentieri;
Talchè prima che in ciel la bella Aurora
Tutta ornata di rose coi destrieri
Compaja, sopra della gente Mora
Saranno i paladini; ed improvvisa
Côlta da lor, sarà disfatta e uccisa.
98
Le sentinelle del campo africano
Non posson veder nulla, perchè il cielo
È nubiloso: e poi dal basso piano
S'alza una nebbia, che d'un nero velo
Li copre; nè veder ponno lontano,
Non dico mica un gran tratto di telo,
Ma neppure una spanna: e tai prodigi
È fama che facesse Malagigi.
99
Giunto alle tende de' Cafri feroci,
Astolfo fa sonar trombe e tamburi.
Lo Scricca e gli altri si armano veloci;
Ma i Franchi omai intrepidi e sicuri
Comincian la battaglia: e gridi e voci
S'odono, e colpi da spezzare i muri.
Orlando anch'esso attaccata ha la mischia,
E il buon Dudone agli Egizj la fischia.
100
I giganti frattanto hanno abbozzato
Il largo e fondo pozzo; e ognun lavora
Per far che quanto prima sia formato.
Chi lo smosso terreno porta fuora,
E chi portato lo mette da lato:
In somma molto prima dell'aurora
Han fatto un pozzo largo venti braccia.
Nè vede il fondo suo chi vi s'affaccia.
101
Sul far del giorno sentono i Lapponi
Come anitre cianciar dentro agli stagni,
E l'Alba salutar con certi suoni
Che sembrano zampogne di castagni.
Urlano i due giganti, e sembran tuoni;
E con essi urlan pure i lor compagni,
Che con le adunche falci in un momento
Entrano in mezzo al loro alloggiamento:
102
E mentre van tagliando come fieno
E teste e colli e petti e gambe e mani,
I due giganti che le reti aviéno,
Come gli storni per i larghi piani,
Allora che anneriscono il terreno,
Prendono a sacchi gli accorti villani:
Così prendevan quelli tratto tratto
I Lapponi, ch'egli era un gusto matto.
103
E qui correvan subito al gran pozzo,
E sbattutili prima in su l'orliccio,
Li traevan nel fondo orrendo e sozzo;
E tante volte fêro questo impiccio,
Che arrivavano quasi fino al gozzo
Dello scavato; ond'io mi raccapriccio
In ripensare a quella orribil caccia:
Quindi è che in fuga ogni Lappon si caccia.
104
Ma non son soli i Lapponi a fuggire;
Chè l'esercito Cafro è anch'ei disfatto;
Onde allo Scricca infin convien partire;
Ma perchè vil non vuol parere affatto,
Infra i Cristiani si mette a ferire;
Quando ecco Orlando sopraggiunge a un tratto,
La cui venuta lo sturbò in tal modo,
Che disse: Io scappo, e chi mi segue io lodo.
105
Ma negli Egizj la virtù non langue,
E fanno cose in verità stupende.
Dudon piagato versa molto sangue,
E prigioniero condotto è alle tende.
Rinaldo, inteso questo, come un angue
Sopra i nimici rabbioso discende:
E qui s'attacca una mischia sì dura,
Che al sol pensarla muojo di paura.
106
Or lasciam queste guerre maladette;
O se pur hassi a ragionar di guai,
Ragioniam delle belle lagrimette
Che mandan fuori di Despina i rai.
Sembrano perle orïentali schiette;
Ma di lor hanno più valore assai,
Non presso a ciaschedun, ma presso a quello
Che de' begli occhi suoi è cattivello.
107
E parleremo in questa congiuntura,
Com'è dover, del miser Ricciardetto,
Che si dispera, e dassi alla ventura,
Tanto è l'aspro dolor che chiude in petto,
Per lei seguir, che il fugge e il cuor gli fura.
Ma prima andiamo a cena, e poscia a letto;
Chè con voglia di fame e di dormire
Ben si può sbadigliar, ma non già dire.
CANTO NONO
ARGOMENTO
_Lasciato il bel Ricciardo in grande arsura,_
_Despina al lido naufraga sen viene:_
_Ferraù più di Cristo non si cura;_
_Cade, e si storpia per seguir Climene._
_Astolfo è presso a un'aspra impalatura,_
_Da cui Dio scampi ogni anima dabbene._
_Fioretta abbraccia la Fede cristiana._
_Ferraù per miracolo risana._
1
Udito ho dir da certi saputelli,
Che dan di naso alle fatiche altrui,
E mezzi buoi e mezzi somarelli
Hanno del tutto gl'intelletti bui;
Che le Muse son peste de' cervelli;
E che chi vuol far bene i fatti sui,
Fugga Apollo più ratto, che non feo
La ritrosetta figlia di Penéo.
2
A costoro, che han l'anima per sale,
Acciocchè lor carnaccia non si guasti,
Che non sanno che cosa è bene o male,
Rispondere io non voglio; ma sì guasti
Gli uomini sono nell'universale
Di giudizio, che ognor fanno contrasti
Contro chi delle Muse è innamorato,
Che a dir pur qualche cosa io son forzato.
3
Nè parlo in mia difesa; che non sono,
Mia sventura, ad Apollo accetto e grato:
Parlo per qualcheduno ingegno buono,
Dalla natura a gran cose formato,
Che non potendo chiuder sì gran dono
Entro i soli confin dell'Inforziato,
Or con le Muse in Pindo si consiglia,
Or va tra filosofica famiglia:
4
Ed or le greche, or le latine carte
Volgendo a lume d'olio o pur di sole,
In sè raduna le sentenza sparte
Per le romane e l'ateniesi scuole;
E appresa del ben dir ciascuna parte,
Guida gli uomini poscia ovunque vuole.
Questi, che spende i giorni in tal fatica,
Per detto di costor s'ha stimar cica?
5
E stimerassi uom saggio, e a' sommi onori
Quei s'alzerà, ch'averà meglio in mente
Il Ridolfino e simili dottori?
E chi cantando dolcissimamente
Di sua man Febo adornerà d'allori,
Sarà mostrato a dito dalla gente,
Come uno sciocco, come un spensierato,
E come uom a far nulla in terra nato?
6
Tal ha le carte in mano e giorno e notte,
Perch'è un somaro, ed il latin non cape,
E non è posto fra le genti dotte,
E sol di curia un qualche poco sape.
Non gli son dalle lingue aperte e rotte
Le vesti, e posto infra le menti sciape,
Se ne fa conto; e sol guai a colui
Che non giuochi, ma canti un verso o dui.
7
Altri servo è d'Amore, altri dell'oro:
Quegli piange perchè madonna è cruda,
E questi perchè fa poco tesoro:
Quei, per piacere alla sua bella druda,
Ogn'impiego acciabatta, ogni lavoro;
Questi per guadagnar s'affanna e suda;
E compatito è quei, questi invidiato,
Ed il poeta solo è biasimato.
8
Ma perchè non m'offusca sì la vista
La difesa ch'io prendo de' poeti,
Ch'io voglia porre in così chiara lista
Subito quei che la marina Teti
Sanno nomare, e la palude trista
D'Averno, e di Vulcan le industri reti;
E sanno dir begli occhi ed aureo crine,
Fronte d'avorio e labbra coralline;
9
Io dico chiaro, che nessuna stima
Ho di chi solo accozza tanto quanto
Quattordici versacci con la rima.
Il gran poeta non l'annaso al canto
Unicamente, ma vo' che m'imprima
Un non so che di nuovo, che d'incanto
Abbia sembianza; e voglio che in lui sia
Una bella e divina fantasìa.
10
Vo' che le umane e le divine cose
Sappia, quanto saper puote un mortale;
E con le vaghe idee e luminose
Per l'aëre più puro ei batta l'ale;
E della terra nelle parti ascose
Entri, e discorra come l'acqua sale
In cima a' monti, e come perdut'abbia
Il sal che avea nella marina sabbia.
11
In somma, quando io dico un buon poeta,
Dico una cosa rara e pellegrina,
Che grazia di natura e di pianeta
A nascere fra noi raro destina:
Ma non vo' già che dall'alba a compieta
Diguazzi ognor nell'onda caballina;
Nè che ad ogn'or sul Menalo e 'l Permesso
Riposi, sol contento di sè stesso.
12
Chè quasi in ogni età fûro ben molti
E sommi duci e sommi imperadori,
Che in braccio ancora delle Muse accolti
Bella vittoria coronò d'allori:
Anzi d'april non son sì spessi e folti
Per le campagne i leggiadretti fiori,
Come gli uomini illustri che del paro
Trattâr la penna ed il fulmineo acciaro.
13
E quanti fur, che con la toga in dosso
In mezzo ai Padri nell'ampio senato
Il poetico foco da sè scosso,
In grazïoso sermone e posato
Dier salute alla patria, ed il già mosso
Periglio a' danni suoi fu dissipato?
Ma non ho tempo, e Despina non vuole
Ch'io spenda qui tutte le mie parole.
14
Se vi sovvien, la povera ragazza,
Lasciato il suo amoroso Ricciardetto,
Se ne andava, di duolo e d'amor pazza,
A tutta briglia per entro il boschetto:
E non le importa se casca la guazza,
E se un ramo le graffia il viso e il petto;
Chè nol sente, e se il sente non le importa:
Ch'esser vorrìa sepolta, non che morta.
15
Perchè quando han bevuto daddovero
Il veleno d'Amor le poverelle,
Non sol non han più voglia nè pensiero
Di feste e giuochi e d'altre cose belle,
Ma si starìano dentro un cimitero
Senza vaghezza di veder più stelle,
E saprebber morire: e ne son morte
Per troppo amor, ma non già del consorte.
16
Ma la malizia loro è tanta, e tale
È la vergogna, che sono capaci
Di mostrar odio ferino e mortale
A chi consumerebbero co' baci,
E di far vezzi a quei che voglion male.
Nell'opre in somma e ne' detti mendaci
Nascondon così bene il lor desìo,
Che appena appena lo conosce Iddio.
17
Così fuggendo il suo piacer, Despina
Camminò il resto della notte oscura,
E ritrovossi poscia la mattina
In un'aperta e fiorita pianura;
E visto il tremolar della marina,
D'andar al lido, quanto sa, procura.
Vi giunge alfine, e vi trova una barca,
E tosto con i suoi sopra v'imbarca.
18
Ricciardetto, che andolle sempre appresso
(Ma con svantaggio; chè partì primiera),
Giunse nel piano in quel momento stesso
Che la donzella in barca montata era.
Se restasse quel misero di gesso,
Il pensi chi d'Amore è nella schiera.
Volle gridare: Aspetta, non partire;
Ma non potè nè men la bocca aprire.
19
Pur corre a quella volta come puote
Speditamente, e vede ancora il legno.
Col bianco fazzoletto mille ruote
Fa, perchè intenda la crudele il segno.
Despina il vede, e si bagna le gote
Di pianto, per lasciar giovin sì degno;
Ma l'onestade in lei ha tal vigore,
Che vincer può la signorìa d'Amore.
20
Onde non solo non ritorna al lido
Con la sua barca, ma fa tutte sciorre
Le vele, e dassi affatto al mare infido;
Sopra il cui dorso non cammina o corre,
Ma vola il legno, e dell'amante fido
Si cela agli occhi, che non si san tôrre
Da quella vista; e piange e si dispera,
E chiama ingrata la sua donna e fera:
21
E dice tali e sì triste parole,
Che fino i sassi hanno pietà di lui;
E le fiere e gli augelli, e l'aura e il Sole
Par che mostrin dolor de' casi sui;
E il mar, che sordo e barbaro esser suole
Alle querele ed a' sospiri altrui,
Pur si commosse; ed al lido ogni pesce
Corre ad udirlo, e del suo mal gl'incresce.
22
Ma lasciam che si dolga in su la riva,
Ed aspetti l'imbarco; chè non voglio
Seco star, finchè un legno non arriva;
E seguitiam Despina, che l'orgoglio
Prova de' venti, e misera e cattiva
Si vede aprir la barca in uno scoglio,
E il vecchio Adrasto con i due giganti
Perire, e tutti gli altri naviganti.
23
Ella sola si salva; chè s'aggrappa
A certi sassi, e generosa e franca
Meglio che puote dalla morte scappa;
Indi cade sul lido, e da man manca
Vede un vecchio villano con la zappa.
Avea costui una gran barba bianca,
Placido in vista e di buone maniere,
Quanto permette il rustico mestiere.
24
Ma la bella Climene e il fraticello
Mi fanno cenno ch'io ritorni a loro;
Però lascio Despina e il villanello,
E in man riprendo quest'altro lavoro.
Climene, udita di Guidon suo bello
La voce, che la trasse di martoro,
Fuggì verso di lui, e lasciò in asso
Il frate che si dava a Satanasso.
25
Il qual, mentre a seguirla si dispone
Acciecato dall'ira e dall'amore,
Cade alla peggio in mezzo d'un burrone,
Ed ebbe di morir giusto timore.
Si ruppe un braccio, e si sciupò un gallone;
E fu tal l'acerbissimo dolore,
Che perse la favella, il senso e il moto,
E restò tra que' sterpi come un voto.
26
Certi pastori poi, che lo trovaro,
Mossi a pietade del suo tristo caso,
Alla capanna loro lo portaro,
Ch'essere il dì potea verso l'occaso.
Qui pure in breve tempo capitaro
(Ve' se Fortuna gli vuol dar di naso!)
Climene con Selvaggio, ed è lor dato
Piccol tugurio al buon romito a lato,
27
Che nel vederli si muore di rabbia:
E perchè non si puote ruticare,
Sta zitto zitto, e si morde le labbia,
E di core si mette a bestemmiare.
Quei, che tartassa l'amorosa scabbia,
Comincian dolcemente a ragionare;
E si dicon parole inzuccherate,
Che sono al frate tante stilettate.
28
Se ode a ventura rompersi una frasca,
O nulla nulla tremolare il palco,
Subitamente pare che s'irasca,
Come destriero al suon dell'oricalco.
Climene intanto si leva di tasca
Uno specchio, che fatto era di talco,
Per ricomporsi il crine, e farsi ognora
Più bella per colui che tanto adora.
29
Il qual dice: Climene, il nostro amore
E' non è nato, come gli altri, in terra:
Ha principiato in ciel: che assai poche ore
I tuoi begli occhi al cor mio fecer guerra.
Appena appena il mattutino albore
Apparve in cielo, allor che Cloride erra
Presso Zeffiro suo, che ci guardammo;
E poco dopo, come sai, ci amammo.
30
Dolce mia vita, ho sempre avanti agli occhi
Quel giorno lieto, quel dolce momento,
Che da sì grato amor noi fummo tocchi.
Ma quando mi farai, bella, contento?
Il frate allor (come fulmin che scocchi
Da nera nube spezzata dal vento),
Non mai, rispose, infin ch'averò vita;
E a questo dire si morde le dita.
31
Si riscosse Climene a quella voce.
Guidon, che il vede in sì misero stato,
Chi t'ha posto, gli dice, a cotal croce,
Che mi rassembri un spirito dannato?
Il romito, che amore ed ira cuoce,
Lo guarda con un occhio stralunato,
E non risponde; e pare un pipistrello,
Quando un lo affligge con lo zolfanello:
32
Che il naso e i labbri move in forme strane:
E se non fosse fracassato tanto,
Adoprerìa più volentier le mane.
A cui Guidone, Un uom, come te, santo,
E superiore alle miserie umane,
Disse, dovresti con letizia e canto
Sopportare cotesta tua disgrazia,
Che a' buoni è cara più, quanto più strazia.
33
Disse un pastore: Il pover uomo ha rotto
Il destro braccio e fiaccata una coscia.
Seguir tu mi dovêi con minor trotto,
Disse Climene, e più pensare al poscia;
Chè adesso tu non sei sì giovinotto
Da poter faticare senza angoscia.
Allora Ferrautte disperato
Urla, che sembra proprio un spiritato,
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E le dice: Crudel, perchè m'insulti?
Vanne col vago tuo, dove ti piace,
E lascia me per questi orridi e inculti
Luoghi a cercar la mia perduta pace.
E perchè pare a lui che lieto esulti
Guidon di quel tormento che lo sface,
Gli dice: Se avverrà ch'io mai risani,
Vedrai quanto è il valor di queste mani.
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Guidon, che stima questo tempo perso,
A piè del letticciuolo del romito
Sopra del fieno stesosi a traverso,
Alla sua donna fa cortese invito,
Ch'ivi pur venga; e nel piacere immerso
Canta, che pare un musico perito;
Ma termina in sospiri il dolce canto,
In acerbe querele e largo pianto;
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Perchè Climene in conto alcun non vuole
Far cosa che a donzella si disdica;
E sopra ciò gli dice più parole,
Che sono al buon Guidon spina ed ortica.
Gli dice ben, che pria fia nero il sole,
E salirà su in cielo una formica,
Ch'ell'ami altri che lui; e che in consorte
Lo accetta, e lo terrà fino alla morte.
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