E che dirà, dicea, raccolta insieme

Africa, e il padre e l'ombra del germano,

Quando vedrà che Amor mi calca e preme

Col suo piede, non sol per uno strano

Nato d'Europa nelle parti estreme:

Ma, quel che monta più, per un Cristiano,

Per l'uccisor di mio fratel, per cui

Condussi armata in Francia Africa e lui?

112

Che dirà il fior de' giovan saracini,

Verso l'ardor de' quai fui sempre un gelo,

Quando saprà com'io mi pieghi e chini

All'amor d'un per cui gli uomini e il cielo

Pregai contrarj e i suoi e i miei destini?

Ah! pria ch'io stenda un così nero velo

Su le bell'opre e sul candor degli avi,

Subita morte le mie luci aggravi.

113

Ma che potrò far io? e quale schermo

Trovare in tanta mia miseria estrema?

S'io lo sfido a battaglia, il core infermo

Già prima di sfidarlo in sen mi trema;

S'io non lo sfido, e tengo saldo e fermo

Fuggirlo, il campo per leggera e scema

Terrammi, e forse timida e da nulla,

E che son veramente una fanciulla.

114

O sommo Amore, onnipotente Dio,

Or di te il tutto credo; ora conosco

Che niun può contrastare al tuo disìo.

Tu i pesci in mare, e tu le fere in bosco,

Tu per l'aria gli augelli, e quanto uscìo

Dal caos fuora inordinato e fosco,

Tu Giove in cielo accendi, e gli altri suoi

Numi; e giù nell'inferno ancor tu puoi.

115

Cedo alla forza tua, cedo al valore;

Ed Africa ragioni a suo talento.

Ma sarà vero, ed avrò tanto core

D'amare un che il germano, aimè! m'ha spento?

Un germano, non vinto per valore,

Ma per insidie e infame tradimento?

Ah che dentro dell'anima mi sgrida

L'ombra sua, e m'appella iniqua e infida.

116

Sorella infida, e barbara Despina,

Dell'omicida mio perduta amante!

Sarai tu dunque, ahi! più ch'onda marina,

Più che foglia volubile e incostante?

Tu dunque stringerai sposa e reina

Una destra del mio sangue grondante?

E sarà la tua gioia e il tuo conforto

Un ch'odia i nostri Dei, un che m'ha morto?

117

Ove sono i sospiri e i lunghi omei

Che alla trista novella di mia morte

Spargesti? e dove i voti a' sommi Dei

Di vendicarmi vigorosa e forte?

Troppo di me scordata tu ti sei,

Ma più di te; nè in ciò colpa ha la sorte:

Tutto il peccato è tuo. Amor non puote

Sopra alma grande che da sè lo scuote.

118

Così lo spettro del germano estinto

Seco ragiona: e l'afflitta donzella

Or ha di morte il viso suo dipinto,

Or di Ricciardo la sembianza bella

La riconsola, e il superato e vinto

Suo spirto allegra, come suol facella,

Quando di quell'umore che le manca,

Altri le porge, e sua virtù rinfranca.

119

Passò tutta la notte in tristi e vari

Pensieri, e finalmente in un si ferma,

Qual è, soletta di passare i mari,

E girne in parte solitaria ed erma,

Finchè il nemico a disamare impari,

E sana torni di piagata e inferma;

E chiama Adrasto, il vecchio suo scudiero,

E gli apre questo suo strano pensiero.

120

Resta il vecchio a quel dir stupido affatto,

Nè le sa dare, nè le può risposta.

Pur dopo essere stato un lungo tratto

Muto, le dice: Che folle proposta

È quella che mi fai? Fuggir sì ratto

Dal padre, ancor non sai quel che ci costa?

A te costerà infamia, a me la morte;

Benchè per tua cagion ciò non m'importe.

121

E quando veramente ferma sia

Di volerti partir, deh! lascia almeno

Che vengan con noi due in compagnìa

Lo Sparviere e il Falcone, in cui non meno

Alberga fè che ardire e gagliardìa.

Africa ed Asia in tutto il lor terreno

Non han giganti simili a costoro.

Disse Despina: Or vanne dunque a loro.

122

Adrasto cerca e trova i due giganti,

E dice loro, come vuol Despina

Averli seco; chè certi arroganti

Cristiani porre a morte ella destina;

Ma che del partir loro a niuno avanti

Parlin; chè l'opra ha esser repentina.

E seco alla regina li conduce,

Quando appunto del dì venìa la luce.

123

S'arma da capo a piede la donzella,

E nel vestirsi lagrima e sospira;

Poi bacia e abbraccia la sua damigella,

Ed ora i suoi, or Parigi rimira;

E, oh me beata, s'era manco bella!

Dice tra sè. La fante si martira,

Chè non sa quello che la sua signora

Ha dentro il cor, che tanto l'addolora.

124

E perchè teme di sinistro evento,

Quanto ella può la supplica e scongiura

Che lasci per quel giorno ogni cimento.

Despina allora: Non aver paura,

Le dice in fioco e tremolante accento;

Poi le soggiunse: Alla tua fede e cura

Commetto che nascosta ora tu vada

A Ricciardetto, e gli dia questa spada;

125

E gli dica: Despina a te mi manda

Con questo dono, crudel dono e fiero,

Come a nemico; e insiem si raccomanda

Alla memoria tua, al tuo pensiero.

Questo era il ferro onde sperai ghirlanda

Porre d'alloro sopra il mio cimiero,

Per la vendetta del germano estinto;

Ma in altra parte il core Amor m'ha spinto.

126

La damigella parte frettolosa

Verso Parigi, e Despina si move

Co' suoi compagni. Tacita e pensosa

Esce dal campo, e va, ma non sa dove.

Sul mezzogiorno in una valle ombrosa

Tutta di piante verdeggianti e nuove

Giunge, e s'asside colma di tormento

Sopra un ruscel che avea l'acque d'argento.

127

Ma della cetra or s'è rotta una corda,

Perchè sonata io l'ho più del dovere.

Or mentre la rïarmo, e che s'accorda,

Parlate tutti e datevi piacere;

Tanto più che allegrezza non concorda

Col nuovo canto pieno di spiacere;

Ma non per questo vi sarà men grato,

Se averò Febo, come io soglio, a lato.

CANTO OTTAVO

ARGOMENTO

_Il frate torna a delirar d'amore._

_Parte Despina, e Ricciardetto trova._

_Climene fugge dal fratesco ardore,_

_Despina da Ricciardo, e il duol rinnova._

_Lo Scricca un sogno fa pieno d'orrore,_

_E tutto in fatti poi vero lo prova._

_Orlando capitano ordina un pozzo,_

_Che s'empie di Lapponi infino al gozzo._

1

La Fortuna è una Dea senza cervello;

E però tutto il giorno fa pazzìe:

Or questi abbassa, ed ora innalza quello:

Delle genti ama sempre le più rie;

Ed è della virtù vero flagello:

Ha una mano gentil, l'altra d'Arpìe;

Quindi è, che sempre ruba e sempre dona,

E consola e tormenta ogni persona.

2

E come il Sole, a noi quando compare,

Spoglia di luce le lontane genti;

E quando torna ad attuffarsi in mare,

Rallegra gli altri, e noi restiam dolenti:

Così Fortuna appunto usa è di fare;

Chè giorni non vi sono, ore o momenti

Che sien felici altrui, che quegli stessi

Non rendan gli altri di miseria oppressi.

3

Carlo l'altr'ieri era ridotto a tale,

Che il regno dato avrìa per tre quattrini;

E si formava l'arco trïonfale

L'altero Scricca co' suoi Saracini.

Ora lo Scricca s'è condotto male

Per l'arrivo de' forti paladini;

Ma molto più quando saprassi in campo

Che Despina è partita come un lampo.

4

La damigella dunque a Ricciardetto

Dice quanto le ha detto la padrona:

E lo trova che ancora egli era a letto,

E che dormiva appunto in su la buona.

Gli balzò il core subito nel petto;

E guardando la spada, che gli dona

La bella donna, cento volte e cento

La bacia, e va piangendo pel contento.

5

Poi dona alla donzella cento doppie,

E dice: Torna al mio bel sole, e dille

Ch'ardo per lei, più che non fan le stoppie,

Quando il villan le sparge di faville.

Ma ve' che l'ambasciata non mi stroppie:

Altrimenti finite son le spille,

Finiti gli aghi, le stringhe e gli aghetti,

E quanto penso ch'a donna diletti.

6

Lasciate fare a me, gentil signore,

Dice la donna, e statevi sicuro.

Indi si parte con allegro core;

Perchè il danaro è rimedio sicuro

Per temperar d'ogni animo il dolore.

Giunge alla tenda, e vede in faccia oscuro

Alcimedonte e lo Scricca dolente,

E il Fiacca e il Ficca e tutta l'altra gente:

7

Ed appena l'han vista, che ad un tratto

Voglion saper da lei dov'è Despina.

Dice la donna dolorosa in atto:

L'ho vista dipartir questa mattina,

Di piastra e maglia, e tutta armata affatto.

Disse d'andare sopra una collina

Per dar la morte a certi masnadieri;

Ed eran seco il Falco e lo Sparvieri;

8

E v'era Adrasto ancora: fuor di questo,

Altro non posso dirvi. Immantinente

Serpedonte di Nubia pronto e lesto

Va verso il monte che sta ad Orïente:

Alcimedonte doloroso e mesto

Vuol prendere il cammino di Ponente;

Il Fiacca e il Ficca vanno in altra parte;

Lo Scricca bada al campo, e non si parte.

9

Già pel tranquillo ciel fuggivan via

Le stelle; e sparsa di color vermiglio

L'alma luce di Venere apparìa;

E bianco gelsomino, e bianco giglio

Ora di grembo, ora di man le uscìa;

E già già Clori con ridente ciglio

Volava per l'allegro aer turchino,

Mossa dal Sol che le venìa vicino:

10

Quando Carlo si desta, e fa sonare

Del gran Consiglio la campana; e intanto

Si mette con Orlando a ragionare,

Come possano alfin portare il vanto

Di sì gran guerra, che lo fa tremare.

Dice Orlando: Il timor vada da canto;

E piuttosto pensiam come assaltarli,

E come tutti romperli e disfarli.

11

In questo mentre viene avviso come

Gli scanni del Consiglio ên pieni zeppi

Tutti di gente c'hanno vinte e dome

Province e regni, e messi i regi in ceppi,

Non che tagliate a' lïoni le chiome:

Gente che di valor su gli erti greppi

Seppero camminare in pelle pelle,

Sempre facendo opere illustri e belle.

12

Carlo tosto si muove e seco il conte,

Ed entrano ambidue nel gran salone.

China il ginocchio, e scopresi la fronte,

Mentre egli passa, ogni duce e barone.

Carlo con cenni e con occhiate pronte

Consola tutte quante le persone;

Sale alfine sul trono, e là si assetta,

E vuol che ognun si metta la berretta.

13

Ma perchè Carlo è un uomo che si spiccia,

Non vuole esordio, e subito comincia:

Gran tempo egli è che ci confonde e impiccia

L'Egizio e il Moro, e ci divelle e trincia

Gli alberi, e miete alla stagione arsiccia

Le nostre biade; e ogni anno ricomincia

Questo fastidio, o più tosto rovina:

Onde vuolci ben presto medicina.

14

Venir bisogna a battaglia campale,

E snidar tutta questa empia genìa

Da' nostri Stati. Io veggo valor tale

Ne' vostri petti, e tanta gagliardìa,

Che niuna impresa ci anderà mai male.

Risposer tutti: Come vuoi, pur sia.

E disser ciò con tale alta favella,

Che parve un tuono in orrida procella.

15

A queste voci Carlo si compone

In lieto aspetto, e poi dice: Mal crede

Gente crudel, nimica di ragione,

Delle belle opre e della santa Fede,

Se in numero infinito a noi s'oppone

Per discacciarci dalla nostra sede;

E in van fin qui pugnaro, e pugneranno

In avvenir, nè danno a noi faranno.

16

Già molto egli è che questi orridi mostri

Ci stanno intorno, e nuocer non ci ponno;

Ma sazj ben si sono i ferri vostri

Del sangue lor, che quasi uomin fra il sonno

Uccideste, e mandaste ai negri chiostri;

Chè ognun di voi di molti loro è donno:

E puote un Franco solo, e lo vedeste,

Pugnar con venti, e troncar lor le teste.

17

Chè non torri superbe e forti mura,

Non larghi fossi, non fiumi vicini

Fan da' nemici una città sicura;

Ma la fede e il valor de' cittadini,

Che tutti accenda una medesma cura

Del ben comune, e non abbia altri fini;

E amor di libertà, più che de' figli,

Mova il lor braccio, e regga i lor consigli.

18

Però non temo della gente Mora,

Nè de' giganti orrendi e smisurati;

Temo sol dell'invidia traditora,

Che nascer suol tra i capi più pregiati.

Chè se tra i capi sarà pace, ancora

Sarà concordia tra i minor soldati;

Chè l'umor che verdeggia nelle foglie,

Convien dalle radici che germoglie.

19

Il conte Orlando ha già passati i segni

E i confin dell'invidia; e questi io voglio

Che duce sia di cavalier sì degni.

Gente non fia tra voi di tanto orgoglio,

Che d'ubbidire a tal guerrier si sdegni:

E se bisogna, io scenderò dal soglio,

E ubbidïente chinerò la fronte

Insiem con gli altri al valoroso conte.

20

A lui dunque ubbidite. Molti capi

Rovinano le imprese. Un rege solo

Voglion fin le dorate ingegnose api,

Ed al piacer di lui reggono il volo;

Nè fia che alcuna contro lui s'incapi,

Altrimenti vien morta, o messa in duolo.

Natura è gran maestra, e mai non erra.

Qui tacque, e poi fe' pubblicar la guerra.

21

Ma nel mentre che Orlando al tavolino

Si mette a immaginar gli stratagemmi,

Torniamo a Ferraù, che sta vicino

Di principiare i mali suoi dagli EMMI,

O d'esser matto, o di morir tapino.

Esser vorrebbe in Scizia o fra i Boemmi:

Chè lo stare in Parigi lo rïempie

Di vergogna dai piè sino alle tempie.

22

Passò tutta la notte in doglie e in pene

Pel suo delitto; ma dal cor non gli esce

L'amor della bellissima Climene.

Non vorrebbe vederla, e glie ne incresce;

Ma il pensier glie la pinge così bene,

Che al vecchio foco nova fiamma accresce.

Volge altrove la mente, ma non giova;

Chè in ogni cosa Climene ritrova.

23

Se fino pensa alla beata cella,

Gli viene in testa di farla cristiana,

E poi con essa ricondursi a quella.

E non gli par mica proposta insana;

Ch'ei non ha voti, e voti non ha ella,

E il matrimonio è cosa buona e sana.

Onde fa conto d'averla in mogliera;

E già già pensa a quella prima sera.

24

Ma quando gli sovvien ch'ella è figliuola

Del re d'Egitto, e adora Macometto,

Dà nelle furie, e strappa le lenzuola,

E pargli avere un coltello nel petto,

O qualche grosso canapo alla gola;

E per la smania balza giù di letto,

E passeggia, e s'arrabbia, e non sa quale

Rimedio trovar possa a tanto male.

25

Se puolla avere in moglie, pare a lui

D'avere accomodate le sue cose

Con Dio, col mondo e con gli affetti sui.

Onde, per quanto dure e spaventose

Gli vengano davanti a dui a dui

Le dure imprese, in core egli si pose

Di tentar sua fortuna; e travestito

Lascia Parigi, da niuno avvertito;

26

E va cercando della sua Climene;

Ma non la trova, ch'è andata ancor ella

A cercar di Despina, a cui vuol bene,

Ancor che l'una e l'altra sia sì bella:

Nel qual caso l'amor di rado avviene;

Ma vi è sempre astio, invidiuccia e rovella:

E sebbene s'abbracciano e fan festa,

Dentro, come si dice, è chi le pesta.

27

Pur gli vien detto che verso del monte

È gita; e che seco era un giovin Franco

Di bella vita e di serena fronte,

Di capel biondo, e color rosso e bianco;

E giovin sì, che appena par che impronte

La lanugine il volto: e gli dice anco

Che non è giorno ch'egli non sia seco,

E ch'ella non lo guarda d'occhio bieco;

28

E dice che l'udì nomar per via

Guidone, se non erra. A questo dire

Ferraù resta, qual chi tocco sia

Da fulmin che di dentro incenerire

Un corpo suole, e far che intero stia:

Poi quando principiossi a rinvenire,

Spronò il cavallo in verso la montagna,

E gelosìa gli è sempre alle calcagna.

29

Ma lasciam questo frate innamorato,

E torniamo alla nostra alma Despina,

Che porta di Ricciardo il cor piagato,

E sopra un fonte d'acqua cristallina

Siede su l'erba a' due giganti a lato.

Fuor duol non mostra, e dentro si tapina;

Ed ora con Adrasto, or co' giganti

Parla di cose dal suo amor distanti.

30

E perchè teme che i giganti suoi,

Quand'ella sarà giunta al mare in riva,

Non vogliano andar seco: Ancora a voi

(Dice rivolta a lor lieta e giuliva)

Io vo' narrar, qual mi punga e m'annoi

Pensier che in mezzo del mio core arriva;

Per cui fuggo Parigi e fuggo il padre,

Ed abbandono le mie tante squadre.

31

E torna a lor memoria il giuramento

Che in Cafria fe' di uccider Ricciardetto;

E come tutta l'ira in un momento

Si sentì raffreddar dentro del petto;

Talchè ogni odio, ogni rancor fu spento

Alla vista del vago giovinetto:

E fatto il viso di color di rose,

Aperse lor le fiamme sue nascose.

32

E che molto pugnò dentro il suo core,

Se amare il suo nimico ella dovea,

Oppur fuggendo trïonfar d'Amore:

Che infin prevalse quel che men volea,

Cioè la gloria e il bel desìo d'onore;

Ma che tanto al suo grado si dovea:

E infin concluse che così romita

Volea passare il resto della vita.

33

S'impietosiro i due forti giganti

A queste voci, e le giuraron fede

E compagnìa; e che sempre costanti

Seguiteranno l'orme del suo piede.

Li ringrazia Despina, e vuol che avanti

Si vada, perchè il dì mancar si vede.

Movesi dunque, e in un bosco vicino

Entra; chè vuol celare il suo cammino.

34

Il fin del lor vïaggio egli era il mare;

Onde van con la testa inver Ponente,

Sicuri che in quel verso egli ha da stare.

Frattanto il Sol con sue fiammelle spente

A poco a poco agli occhi lor dispare.

Adrasto dice allora: Inconveniente

Parmi l'andar più oltre, or che s'annotta;

E meglio fia l'entrare in questa grotta.

35

Era a man dritta un masso alto e scosceso,

Nel mezzo aperto; e caprifichi e lecci

Avean messo radice e loco preso

Fra pietra e pietra; e fean sì begl'intrecci

I rami lor, qual alto e qual disteso,

Che parve loro tra que' boscherecci

Luoghi il più bello; ed uno de' giganti

Entra nel masso alla donzella avanti.

36

Battono il foco, e guardan da per tutto,

E veggono più addentro altra apertura;

Ed evvi un camerin bello ed asciutto:

E dicon: Questo è la nostra ventura;

Chè per Despina par proprio costrutto.

Raccolgon presto erbetta asciutta e pura,

E la distendon sopra del terreno;

Giacchè copia non han di paglia o fieno;

37

Ed i tabarri lor vi stendon sopra,

E mangian due bocconi in fretta in fretta.

Adrasto intorno alla donna s'adopra;

E mentre ch'ella per dormir s'assetta,

Le dice che stia calda e che si copra,

Perchè l'aria là dentro ell'è freschetta,

E ci vuol poco a prender un catarro;

E le dà, se bisogna, altro tabarro;

38

Poi esce fuora, e accendono un gran foco;

Chè avevan freddo, ancor che fosse agosto;

E mentre un de' giganti dorme un poco,

L'altro passeggia, e sta guardando il posto.

Ricciardo intanto in questo ed in quel loco

Cerco aveva all'aperto e di nascosto,

Dal primo primo albòr fino a quel punto,

Della sua donna, e a caso era ivi giunto.

39

L'aperto masso e la notte inoltrata

Lo consigliaro a quivi riposarsi;

Ma contesa gli vien tosto l'entrata

Dal fier gigante, ed ei non vuol ritrarsi;

Ma pensa con la lancia alla sfatata

Tirare un colpo, e subito sbrigarsi

Da quel cimento: e di fatto tirollo,

E gli prese la mira in mezzo al collo.

40

Splendea la luna, e del suo puro argento

Era bello a veder sparse l'erbette;

Quando il gigante pien di reo talento

Con la ferrata mazza il percotette;

Onde al suol cade; ed ei d'averlo spento

Certamente nell'animo credette.

Si sveglia a quel romor Despina bella,

Ed esce fuor della sepolta cella;

41

E intesa la battaglia, veder vuole

L'ucciso cavaliere; e il vede appena,

Che si fa del color delle vïole,

E quasi cade per soverchia pena.

Adrasto vuol saper cosa le duole:

Ella non parla, e guarda su l'arena

Tutta dolente il morto giovinetto,

E dice: M'uccideste Ricciardetto.

42

Adrasto corre subito, e dislaccia

La visiera al garzone, e il polso tasta;

Ma gli par freddo, e che affatto egli taccia.

Despina anch'essa intorno al cor gli attasta;

E credendolo morto, indi l'abbraccia,

E dice: Senza te dunque rimasta

Sarò, Ricciardo mio? E qual gradita

Cosa senza di te sarammi in vita?

43

Io per fuggirti, e tu per ricercarmi,

Ci avrà Fortuna finalmente estinti?

Ah perchè volli meco uomini ed armi?

E voi, chi meco a vïaggiar vi ha spinti?

Ben teco, Adrasto, ho di che querelarmi,

Che le prime mie voglie, i primi istinti

Mutar volesti: ch'io te sol pregai

A venir meco, e ad altri io non pensai.

44

Troppo fu stolto e barbaro il consiglio

Di prendere costoro in mia difesa.

Era io pur certa che in simìl periglio

L'anima tua sol del mio amore accesa

Venuta ella sarebbe; e che vermiglio

Avresti fatto alla prima contesa

Del tuo bel sangue il suol, Ricciardo amato.

Oh quanto costa un pensier mal mutato!

45

So ch'eri forte e ripieno d'ardire.

Ah fossi stato nell'ardir men caldo,

Che fatto non ti avrìa costui morire!

Ma Orlando tu non eri nè Rinaldo;

Chè l'età tua ciò non potea soffrire.

Col tempo certo ancor di lor più saldo

Saresti stato, e allor con tutti quanti

Avresti ben pugnato aspri giganti.

46

Or non dovevi, la mia dolce vita,

Imprender pugna tanto disuguale.

Ma il sonno ha te pur anco e me tradita:

Che s'io era desta, non v'era alcun male;

Ch'io subito sarei qui fuori uscita;

E ravvisatoti a più d'un segnale,

Avrìa gridato al custode: Crudele,

Questi è Ricciardo, il mio amator fedele.

47

E mentre così dice, il viso bagna

Di Ricciardetto con un caldo pianto,

Che sempre cresce, e punto mai non stagna.

Per quell'umore si risente alquanto

Ricciardo, e in suono languido si lagna.

Despina in sentir ciò si pon da canto,

Ed ordina ad Adrasto che portato

Sia nell'antro, e con balsami curato:

48

Poi si ritira nella sua celletta,

Tutta speranza che sano egli sia.

Adrasto intanto quanto può s'affretta

Perchè ritorni tosto in gagliardìa;

Quando Ricciardo in voce languidetta

Dice: Despina cara, anima mia,

Ecco io mi muojo; e ciò lieve mi fora,

S'io ti vedeva un'altra volta ancora.

49

Un'altra volta ch'io t'avessi visto,

Sarei stato quaggiù tanto beato,

Che nè men morte m'avrìa fatto tristo.

Ma giacche così scritto era nel fato

Ch'io non dovessi di te fare acquisto,

Despina bella, o almen morirti a lato,

Sola una grazia mi farìa contento

In questo estremo mio crudel tormento.

50

La sola grazia che qualcun di voi

(E rivolse ad Adrasto ed a' giganti

Languidi e lagrimosi i lumi suoi)

Se alla bella Despina unqua davanti

Giungesse, morto ch'io sarò da poi,

Le dica: Il più fedel de' tuoi amanti,

Il Franco Ricciardetto nel cercarti

Restò morto, e vuol morto ancora amarti.

51

E qui divenne un gelo, ed oscurosse,

Qual Sol per nuvoletta il suo bel volto,

E d'un freddo sudor tutto bagnosse;

Talchè del viver suo temette molto

Despina, e verso lui ratta si mosse,

In lagrime amorose il cor disciolto:

E mentre è intenta a sue mortali angosce,

Ricciardetto apre gli occhi, e la conosce.

52

Qualor la faccia del sereno cielo

Austro di nubi portator confonde

Con largo troppo e tenebroso velo,

Onde a noi Giuno la pioggia diffonde;

Se Bórea sparso il crin di neve e gelo,

Bórea che il vago piè trattiene all'onde,

Gli esce contro improvviso, in un baleno

Fuggon le nubi, e torna il ciel sereno;

53

Così tornaro serene e tranquille,

Al comparir della bella Despina,

Dell'amoroso giovin le pupille;

E per soverchia gioja si rifina,

E vuol parlare, e mille volte e mille

Si prova; e quando a' labbri s'avvicina,

Per cominciare la prima parola,

Il timor glie la torna nella gola.

54

Despina anch'essa lui riguarda, e tace,

Nè sa, nè può formare un solo accento;

Ma or s'arrossisce come accesa brace,

Or trema come canna esposta al vento;

Or gode d'esser seco, or le dispiace;

Or piange per dolore, or per contento:

In somma non si sa quel che si voglia;

Chè or una impera ed ora un'altra voglia.

55

In fine i chiari spirti e generosi

Tutti raccoglie; e in maestà composta,

Gli dice: I casi tuoi son sì pietosi,

Che ad usarti mercè m'hanno disposta;

Mercè che a te convenga e a' glorïosi

Natali miei, ancorchè in parte opposta

All'ombra invendicata del germano,

Che contro te mi pose il ferro in mano.

56

Fora ben giusto ch'io tornassi al campo

Col teschio tuo reciso, or che mel porge

Fortuna in dono, e niun conforto e scampo,

Come tu vedi, al tuo fuggir si scorge.

Ma vivi; che sebbene io d'ira avvampo

Contro di te, ragione e pietà sorge

A tuo vantaggio, e vuol ch'io sia cortese

Con un che in foggia sì crudel m'offese.

57

Indi esce fuora della grotta oscura,

Monta sul suo cavallo, e fugge via;

E con le mani la bocca si tura

Per non dar segno della doglia ria

Che il cor le spezza, e l'anima le fura;

E la sua gente appresso a lei s'avvìa.

Ricciardo nella grotta resta solo,

Pieno di maraviglia e in un di duolo.

58

Pur, come può, rimonta sul destriere,

E vuol seguirla; ma tanto è lontana,

Che di giungerla è forza che dispere.

Ma lasciamlo ire, e lasciam che inumana

Chiami Fortuna, ed empia a più potere;

E ritorniamo al frate, che l'umana

Amabile Climene va cercando

Per l'erto monte, e sempre sospirando.

59

Sorte benigna glie la fa trovare

In mezzo a cento lupi, e quasi morta;

Chè contro tanti non si può ajutare.

Infra que' lupi il romito si porta,

E con la spada in mano fa un tagliare

Di lor, che la metà quasi n'ha morta.

Fuggono gli altri: resta il frate ed ella

Soli in un bosco. O ve' che cosa bella!

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Qui senza porla molto in sul lïuto,

Le disse Ferraù candidamente,

Come Amor del suo bel l'avea feruto,

E in moglie la volea sicuramente;

E in caso di strapazzo o di rifiuto,

Ch'era disposto allora immantinente,

Col testimon di un leccio o d'un cipresso,

Del corpo suo di prendere possesso.

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Climene a quel parlar restò di pietra;

Poi preso spirto, Cavalier, gli disse,

Dal tuo il mio voler già non si arretra;

E quel sarà di noi che il ciel prefisse.

Ma senza canto e senza suon di cetra,

Tra queste di augelletti antiche e fisse

Case fronzute ed alberghi di fiere,

Proverem d'Imeneo l'almo piacere?

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Salghiam quel colle ove un pastore alberga:

Ivi sarai mio sposo, io tua consorte.

E par che in così dire ella si asperga

Tutta nel volto di color di morte,

E che il romìto nel piacer s'immerga;

E dice: A quel cammin le vie son corte;

Andiamvi pure. E la prende per mano,

E glie la stringe il furfanton pian piano.

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Per via frattanto gli dice Climene:

Giacchè la vita da te riconosco,

E d'Imeneo mi stringon le catene

All'amor tuo che sì grande conosco,

Fammi un piacer, signor, se mi vuoi bene.

Finiam la nostra vita in questo bosco.

Rispose Ferraù: L'Angel di Dio

T'ha mostrato sicuro il desir mio;

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Il Ricciardetto, vol. I · 第 12 / 24 段