Amanti brama andar dove le piace.
Ma già l'aria rosseggia, e i forti eroi
Arde di Marte la terribil face.
Chi si veste di duri e grossi cuoi
Di tigri e d'orsi, come è l'uso trace;
Chi di piastra e di maglia, e chi spogliato
Monta a cavallo siccome egli è nato.
31
L'esercito de' perfidi Lapponi,
Che son trecentomila, non s'è mosso;
Ma per le ville se ne va gironi,
E ammazza e ruba, e poi si reca addosso
Quanto può di galline e di capponi;
Indi si mette dentro a un qualche fosso,
E divora così le altrui fatiche;
E sembra un'adunata di formiche.
32
Sovra d'un colle a Parigi vicino
Cinque o sei miglia, giunge a mezza notte
Orlando, e seco ogni altro paladino;
E vede tante genti insiem ridotte
Sotto Parigi al prossimo estermìno:
Pensa e bestemmia chi l'ha lì condotte.
Vede pennacchi, e andar bandiere attorno;
Chè la luna lucea come di giorno.
33
Fan consiglio fra loro se sia bene
Entrar dentro Parigi, o starsi fuora;
E star fuora da tutti si conviene.
Orlando, Astolfo e Ricciardetto ancora
Staranno insieme e attaccheran le schiene
Alla diritta della gente Mora:
Rinaldo alla sinistra con Leone;
E così fare qualche diversione.
34
In mezzo Ferraù co' due giganti
Attaccherà con tutta sua potenza;
E gli altri paladini poi pe' canti
Inquieteranno quella rea semenza.
Per vie sicure un uom mandano avanti
A Carlo, acciò, venendo l'occorrenza,
Li ajuti, e sappia ciò che voglion fare,
Credendo ch'egli debbalo approvare.
35
Ode Carlo il messaggio, e il tutto approva,
E fa consiglio con i suoi baroni;
E vuol far cosa inaspettata e nuova.
Io penso, dice, sopra i torrïoni
E su le mura, ove in ozio si cova
La forza e il fiore de' miglior campioni,
Poca gente lasciarvi, e quella ancora
Che al mestier di pugnar venne pur ora;
36
E in tre corpi partir le nostre genti;
E quando l'oste ad assalir ci viene,
Tutti e tre per tre strade differenti
Andargli addosso, come si conviene.
Così a Orlando sarem corrispondenti;
E spero che la cosa anderà bene.
Piace il consiglio a tutti; e ad Ulivieri
Dà il primo corpo ed i miglior guerrieri;
37
Il secondo a Scipion, l'altro a Selvaggio:
Carlo resta in Parigi alle bisogna.
Già moveva il suo lucido vïaggio
La bella stella; e tinta di vergogna
L'Alba venìa, che le vien detto oltraggio,
Perchè d'amor per vecchio sposo agogna;
Quando fiero e terribile rimbomba
Là il corno Moro, e qui la Franca tromba.
38
Come il turbato mar l'onde sue spezza,
E le solleva fieramente in alto,
Biancheggiando alla riva, e con prestezza
Vengon l'una appo l'altra, e tutte a salto
Sembran destrier che rotta han la cavezza;
Così per dare a Parigi l'assalto
Veniva in vista più superbo e atroce
Il saracino esercito feroce.
39
Ma come appunto, allor che il lido tocca,
Lo strepitoso mar perde sua forza,
E torna indietro, e si chiude la bocca;
Così l'ardire in un tratto s'ammorza
In quella tanta gente Mora e sciocca,
Vedendo che a combattere la sforza
Il Cristiano già fuora delle mura;
Onde si ferma, e s'empie di paura.
40
Grida Climene, e bestemmia lo Scricca,
E fa il diavolo a quattro ancor Despina;
E di là il Fiacca, e di qua corre il Ficca
Per tener la milizia in disciplina.
Orlando intanto dietro lor s'appicca,
E con la spada tutti li rifina.
Astolfo e Ricciardetto fan lo stesso;
Ed hanno un monte già di morti appresso.
41
Rinaldo e il fier Leon menan le mani
Spesso così, che sembrano su l'aja
Battere la saggina, oppure i grani.
I due giganti n'han morti migliaja,
E nel campo hanno fatto di gran vani;
Chè quelle reti non sono una baja,
Perchè ne prenderan mille alla volta,
E poi con essi van girando in volta.
42
I Saracini assaliti davanti,
Vanno fuggendo indietro pel timore;
E quelli offesi indietro, vanno innanti:
Onde nel mezzo si fa tal romore
E stretta tal, che da sè stessi infranti,
Or l'uno or l'altro illanguidisce e muore.
Lo Scricca, che perdente omai si mira,
Con quei pochi che puote si ritira.
43
Fa Carlo anch'esso sonare a raccolta,
Ma i paladini non l'odono ancora;
E là dove l'armata ella è più folta,
Fan correre di sangue un'ampia gora.
Sol Ferraù l'amica tromba ascolta,
Ed esce tosto di battaglia fuora;
E nell'uscir s'incontra con Climene:
Ella in vederlo il suo caval trattiene;
44
Indi lo sfida a singolar tenzone
In parte dall'esercito discosta.
Ferraù che la reputa un campione,
Accetta allegramente quella posta.
Ella si muove, ed entra in un vallone:
Ferraù l'accompagna costa costa;
E quando soli sono in un bel piano,
Alle lancie ambidue danno di mano.
45
Climene Ferraù colpisce in fronte,
E Ferraù Climene in mezzo al petto.
Braccio più forte Orlando e Rodomonte
Non hanno, disse il cavalier eletto.
La donzella a quel colpo par che smonte
Dal destrier; così duro fu in effetto:
Pur si rafferma in su la sella; e intanto
Le rotte lancie lor metton da canto,
46
E dan di mano alle spade taglienti,
E sembran fabbri in su la forte incude.
Diluviano le punte ed i fendenti;
Ma nïun de' due, benchè molto sude,
Impiaga l'altro. Serra bene i denti
Il frate, e pien di voglie acerbe e crude
Mena un colpo su l'elmo alla donzella,
Che se la coglie in pieno, la sfragella.
47
Per sua fortuna la prese da parte,
E tanto ne tagliò, quanto ne prese:
Ed ecco biondeggiar le chiome sparte,
E folgorar due belle luci accese
D'ira e vergogna, da piagare un Marte.
Rimase il frate con le braccia stese,
Apre la bocca e spalanca le ciglia,
Attonito per tanta maraviglia.
48
Così talora il pellegrin, dolente
Per povertade, e rotto dal cammino,
Vinto dal mal della fame presente
Non sa che farsi, e se ne sta tapino;
Ma se a sorte col piede di repente
Urta in qualche moneta d'oro fino,
La guarda, e pel piacere si scolora;
Tale in quell'atto fêssi il frate allora.
49
Getta la spada a terra e le s'inchina;
E le chiede perdono del mal fatto;
Indi al destriero suo ei s'avvicina,
E la prega a discendere ad un tratto.
Placata allor la barbara regina
Discende, e il guarda assai cortese in atto;
E dice lui di vergogna dipinta:
Tu se' il mio vincitore, io son la vinta.
50
Ferraù gentilmente le risponde,
Che vincitor di donne non fu mai.
Ella raccoglie le sue trecce bionde
In aurea rete, e co' suoi dolci rai
Guata il guerrier, che alquanto si confonde,
E si sente nel cor del foco assai.
La donzella lo prega che si scioglia
L'elmo; chè di vederlo in viso ha voglia.
51
Ferraù l'ubbidisce; e su l'erbetta
Stracchi ambidue si mettono a sedere.
Climene di suo stato e di sua setta
Gli parla; ed ei l'ascolta con piacere.
Amore intanto nel cor lo saetta,
E lo riduce tutto in suo potere;
Onde strappa il cappuccio e la pazienza,
Nè vuol più cella, nè più penitenza:
52
E comincia sott'occhio a riguardarla,
Ed a scusar la fragile natura;
E con le mani innaspa, mentre parla.
Tenerlo addietro Climene procura,
E dice: Cavalier, ragiona e ciarla
Quanto tu vuoi; ma tieni alla cintura
Coteste mani. Ed egli le ritira,
E borbotta fra' denti, e poi sospira;
53
E quanto più la guarda, più s'imbroglia.
S'alza Climene; ed ei si raccomanda,
Che seco un altro poco seder voglia,
E ch'egli metterassi più da banda.
Proposito d'amanti è come foglia,
Dice la donna, che il vento tramanda:
S'io ti siedo vicino un'altra volta,
Tosto il cervello tuo torna a dar volta.
54
Pur voglio compiacerti, e veder quanto
È il tuo valore; e di nuovo s'assetta.
Astolfo errando sopra un colle intanto
È giunto, e vede i due sopra l'erbetta;
Onde s'accosta loro, ed in un canto
Si pone, e la leggiadra giovinetta
Riguarda spesso e il cavaliero scaltro;
Ma conoscer non può l'una nè l'altro.
55
Alfin s'accorge ch'era Ferraù,
Quell'eremita santo e benedetto,
Quel tanto innamorato di Gesù,
Che poneva le spine sopra il letto,
Nè voleva del mondo saper più;
E sente come tutto pien d'affetto
Prega la donna che gli abbia pietade,
E che gli voglia ben per caritade:
56
E le comincia a dir cento bugìe,
Com'egli è re di Murcia, e che la vuole
Prendere in moglie. Ed ella: Un altro die
Ci rivedrem; chè il capo ora mi duole;
E poi le sacrosante leggi mie,
Che tutto Egitto riverisce e cole,
Non vo' prevaricar. Tu se' Cristiano;
Ed io non credo che nell'Alcorano.
57
Se ti facessi Turco ancora tu,
Forse allor mio consorte io ti fare'.
A Climene si volge Ferraù,
E la riguarda, e dice: O santa Fè,
Soffrilo in pace: io non ne posso più.
E dice: Io mi farò, donna, per te
Tutto quello che vuoi. Ed alza il dito,
E grida: Ecco un novello convertito.
58
Astolfo allor di santo zelo avvampa,
E scappa fuora, e dice: Frate porco!
Si vede ben che sei di mala stampa.
Chè non s'apre la terra, e giù nell'orco
Non piombi, pasto dell'eterna vampa?
O ve' che anima sozza e core sporco!
E con la spada addosso se gli serra,
E principian tra loro un'aspra guerra.
59
Vista Climene attaccata la zuffa,
Si slontana da loro, e fugge via.
Vedendola fuggire, il frate sbuffa;
Ma Astolfo il batte con gran gagliardìa,
Chè i pensieri d'amor gli guasta e arruffa;
Chè se col capo nulla si disvìa,
Si sente su le spalle e su le rene
Colpi che il fanno tritolar, ma bene.
60
Ferrautte nell'armi era più destro
D'Astolfo, e più robusto e nerboruto;
Ma per allora Iddio fece maestro
Il buon Inglese contra quel cornuto,
Che di lussuria portato dall'estro,
Fece di Cristo il perfido rifiuto:
Talchè ferillo, ed a terra gittollo;
Poi gli andò sopra per tagliarli il collo.
61
Miserere di me! tutto piangente
Il frate disse; e detestò sua colpa;
E giurò che alla vita penitente
Sarìa tornato, ove virtù s'impolpa,
E il vizio smagra e ritorna a niente.
Astolfo allor s'impietosisce, e scolpa
Il suo fallir; ma dice: Fratel mio,
È un gran peccato rinnegare Iddio.
62
Poi gli cura la piaga, e glie la fascia;
Ed era piaga da guarirne presto.
Indi si parte, e soletto lo lascia,
Per girne a Carlo. Addolorato e mesto
Ferraù cade in così grande ambascia,
Che disperato si forma un capresto
Della cavezza del cavallo, e gira
Con gli occhi, per veder se un arbor mira;
63
Chè, parte per orror del suo peccato,
Parte in pensar che Astolfo l'avrà detto,
Onde da ognun sarà villaneggiato,
Gli venne quel pensiero maledetto.
E già sopra una quercia egli è montato,
E ricerca d'un ramo il più perfetto
Per legarvi la corda; ed un ne trova,
Che non si romperà certo alla prova.
64
Quivi il capestro suo lega di botto,
E sta su l'orlo di gettarsi a basso:
Quand'ecco appunto appunto all'alber sotto
Si trova Orlando nell'andare a spasso;
E sentendo per aria questo fiotto
Del frate che si dava a Satanasso,
Si volge; e visto Ferraù in quell'atto,
Disse: Romito mio, non se' già matto?
65
Io non son matto, disse Ferrautte;
Sono un malvagio tinto in cremisino;
Ed ora voglio mie nequizie tutte
Finir, morendo come un assassino.
Di mal seme son queste male frutte:
Non son nè Cristïan, nè Saracino,
Nè son soldato, nè son penitente,
Nè in questa vita son buono a nïente.
66
Orlando si strabilia, e dice: Frate,
Tu fai cosa per certo iniqua e ria;
Ed anderai tra l'anime dannate,
Se tu finisci per sì trista via.
Una sono dell'alme disperate,
Egli ripiglia, e sol la morte mia
Può raggiustarmi. E in questo dir, si pone
La corda al collo, e va giù penzolone.
67
A dirla, in quanto a me, s'era nel conte,
Per Dio ch'io lo lasciava sgambettare,
E forse forse con le mani pronte
Lo stirava pe' piedi a tutto andare;
Come ho veduto costumare a Ponte,
Quando qualcuno è dato a giustiziare:
Tanto più che nessun m'avrebbe visto,
E avrei levato dalla terra un tristo.
68
Ma egli in cambio piglia Durlindana,
E taglia il ramo e il capestro di netto,
E su le braccia con maniera umana
Riceve nel cadere il poveretto;
E spruzzatol con acqua di fontana,
(Spezzato prima il laccio maledetto
Che aveva intorno al collo) lo distende
Su l'erba; e poi in tal guisa a dirgli prende:
69
Che stravaganza, Ferraù mio caro,
È stata questa tua che t'ha sospinto
Ad atto contro te sì crudo e amaro?
Io veggo ben che tu sei stato vinto
Da disperata voglia, onde il tuo chiaro
Intelletto ne fu macchiato e tinto.
Ma perchè disperarti? e qual mancanza
Fêsti, che fuor ti ponga di speranza?
70
Se il grave peso delle colpe tue
T'ha indotto a questo, tu se' stato matto,
Ed empio insieme col nostro Gesùe;
Chè niun peccato al mondo mai fu fatto,
Che della bontà sua pesasse piùe,
E non fosse col piangerlo disfatto;
Chè chi dispera d'ottener pietade,
Troppo offende sua immensa caritade.
71
Ferrautte a quel dir si riconforta,
E dice: Conte, tu favelli bene;
Ma quando in noi santa ragione è morta,
O viva malamente si mantiene,
Si bada poco a quello che più importa;
E s'infosca un così, che là poi viene
Dov'egli non vorrebbe esser mai giunto:
E suol questo avvenir spesso in un punto.
72
Io m'era messo in un aspro deserto,
Senza pensier di veder più cittade,
Ma per i boschi e sempre a cielo aperto
Passare il rimanente dell'etade;
Ch'io ben sapeva, e ben m'era scoperto,
Come uom vacilla facilmente e cade
Nell'occasione; e da essa lontano
Forte si regge, e sta robusto e sano.
73
Ma la vostra venuta, ed il periglio
Di Carlo e della Fede mi sommosse,
E per mio mal mi fe' mutar consiglio.
Quanto era ben, che stato ancor là fosse!
Che non m'avrebbe un amoroso ciglio
Piagato. E qui fece ei le guance rosse;
Qui sospirò; qui diede in un gran pianto;
E senza nulla dir si stette alquanto;
74
Poscia riprese: Per mortal bellezza
Io giunsi a tal, che rinnegai fin Cristo.
O questa, disse il conte, ella è di pezza,
E v'è di matto e di briccone un misto:
Ma accrescere io non vo' la tua tristezza.
Facesti almeno della donna acquisto?
Perdei Dio, perdei lei, perdei me stesso;
E senza te perdeva l'alma appresso.
75
E' non è stato in vero un mal da biacca,
Rispose il conte, questo tuo peccato,
Nè un mangiar pollo in cambio di saracca,
In tempo che mangiarlo c'è vietato;
Colpa pur essa, e che da Dio ci stacca:
Ma l'avere il battesmo rinnegato,
Fratello, è cosa, a dirla in due parole,
La più infame che avvenga sotto il sole.
76
Infino ad impazzare per amore,
L'ho fatto anch'io, e lo fan tanti e tanti,
E tutti quei che lui tengon nel core:
Ma rinnegar per esso e Cristo e Santi,
È altro, Ferraù, che pizzicore.
Pur se con preghi, con sospiri e pianti
Chiedi perdono a Dio, l'avrai per certo;
Chè il tesor delle grazie ha sempre aperto.
77
Qui fece Ferraù degli atti buoni:
Riprese l'armi, e sopra esse si mise
La pazienza e il cappuccio; ed i perdoni
Vuol prender di Loreto e quei d'Assise,
E far molte altre sante devozioni.
Il conte intanto di tacer promise
L'opra sua fella; e quando a tempo sia,
Farà che Astolfo anch'ei tacito stia.
78
Così a Parigi sen vanno d'accordo;
E Ferraù per via sempre singhiozza.
Sta lieto, disse Orlando: io ti ricordo
Che la pietà di Dio non fu mai mozza,
Anzi è infinita. Io merto che sia sordo
Al mio pregar, tal feci opera sozza,
Ripiglia il frate d'umiltà ripieno,
E sempre tiene gli occhi in sul terreno.
79
Giunti in Parigi, del palazzo fuora
Gl'incontra Carlo, e fa loro accoglienza.
V'era anche Astolfo, e dice a Carlo allora:
Ecco il soldato della penitenza,
E che sì bene la vigna lavora.
Orlando dice: O via, è impertinenza;
S'egli ha fallito, n'ha chiesto perdono.
E noi che siamo? e gli altri uomin che sono?
80
Carlo s'infinse di non saper nulla;
E vanno in corte, e poco dopo a cena;
Che prima ch'esca il nuovo dì di culla,
Vuol far consiglio in adunanza piena.
Climene intanto, la bella fanciulla,
Crede a sè stessa e a sua fortuna appena,
D'esser fuggita in un tratto di mano
Di così forte ed orrido Cristiano;
81
E ride con i suoi, e narra loro
Come in un lampo il suo nimico accese
Di sua bellezza, e co' suoi crini d'oro
Legollo sì, che prigionier sel rese.
Se i più forti di me dunque innamoro,
E se i men forti al suol mia destra stese
(Sorridendo dicea), chi può negarmi
(Ed arrossì) ch'io non sia Dea dell'armi?
82
Ricciardetto fra tanto andava in volta
Per ritrovar l'amabile Despina,
Che la crede un guerriero; e tra la folta
Gente trapassa; e ciaschedun l'inchina,
Sì perchè la battaglia era disciolta,
Sì perchè ben con la spada sciorina:
Ma quanto più ne cerca, ne sa meno;
S'arrabbia, e par che mastichi del fieno.
83
Alfin s'abbatte in uno che gli narra,
Come il guerrier, di cui egli richiede,
Di strali armato, d'asta e scimitarra,
È donna, ed è di tutta Cafria erede,
E che ha le perle ed i rubini a carra,
E si può dir felice chi la vede.
E qui comincia a dirgli una per una
Le beltà che il suo bello in sè raduna.
84
Mescolate di porpora e di giglio,
Dice, son le sue guance, come rosa;
Sottile il labbro, e molto è più vermiglio
Delle guance; la bocca ha grazïosa;
Purissima negrezza orna il suo ciglio;
Il naso è dritto, che ben siede e posa
Gentilissimo anch'esso, e pur sottile,
Acciò non sia da' labbri dissimìle.
85
Gli occhi ha grandi, vivaci e risplendenti
Di pura luce; e ciò ch'è in lor di nero
Non puote esser più nero: i carbon spenti
Sono un lontano paragon non vero;
Dove biancheggian poi, nevi cadenti
Non dicon quanto io chiudo nel pensiero;
Nè me lo spiega il latte, nè la brina,
Nè la spuma più candida marina.
86
E riceve il bel nero dal bel bianco
Vicendevol conforto e leggiadrìa.
Crespa la chioma le scende sul fianco,
E di giacinti tutta par che sia;
La pettinâr le Grazie e Vener anco;
Tanto spartita ell'è con simmetrìa.
Bianca ha la gola, dilicata e tonda,
E bel monil di gemme la circonda:
87
E son le gemme in modo congegnate,
Che dicono così: Despina bella.
È grande di statura; e ricamate
Son d'oro le sue vesti onde s'abbella;
E vi son rose di rubin formate,
Gigli di perle; ed ha in petto una stella
Di topazi orïentali, che arreca
Tanto splendor, che gli occhi quasi accieca.
88
Se poi si muove, ha passo corto e breve,
E sembra palma ovvero alto cipresso,
Quando da un venticel moto riceve:
Ma chi lei move non è già lo stesso.
Lei move delle Grazie un'aura lieve,
Che le van sempre innamorate appresso.
Ha bello il seno poi, il qual sospinge,
Quanto egli può, la fascia che lo cinge.
89
Ma se la spada impugna, e con cimiero
Copre il bel viso, e veste piastra e maglia,
Tu vedresti qual sembra alto guerriero,
Ed atto quanto ad orrida battaglia.
Così dice a Ricciardo il cavaliero:
Ei finge che tal cosa non gli caglia,
E da lui parte; e in quel punto e in quell'ora
Della nemica sua ei s'innamora;
90
Ed alla regia tenda a dirittura
Va di Despina, e chiede d'inchinarla.
Una sua damigella ivi a ventura
Incontra, e del suo amor con essa parla,
E la regala: ed ella allor gli giura
Che vuol, per quanto puote, a lui piegarla;
Ma teme di far poco, e forse nulla,
Perchè troppo odia i Franchi la fanciulla.
91
Perchè dal dì che l'empio Ricciardetto
Il fratello le uccise a tradimento,
Ha cotanta ira, ha cotant'odio in petto
Contro voi altri, che vorrebbe spento
Il vostro nome: ma del giovinetto
Vuole ella di sua mano aver contento
Di recider la testa; e a tal riguardo
Tanto ha popol con sè forte e gagliardo.
92
Se questo egli è, Ricciardetto rispose.
Vanne a Despina, e fàtti dar la mancia;
Chè condurre io le vo' per vie nascose
Il paladino senza spada o lancia.
L'ali a' piè la donzella allor si pose;
Vanne a madonna, e dice: Un uom di Francia
Vuol ragionarti; e se a grado ti sia,
Ti darà Ricciardetto anco in balìa.
93
L'armatura e il cimier già s'era tolto,
Nè busto aveva; e il bel candido lino
Al seno le tenea stretto ed accolto
Un zendado trapunto d'oro fino,
Che s'era intorno gentilmente avvolto.
Ha nudo un braccio e l'omero vicino;
Ma ricoperto egli è da' suoi capelli,
Che sembran rai di Sol, tanto son belli.
94
Breve ha la gonna di color cilestre,
D'oro il coturno, e il piè vago e gentile.
Così Diana in un campo silvestre
Si dipinge, la Dea ch'Amore ha a vile.
Di gigli e rose e d'aurate ginestre
Fregiato un velo avea sottil sottile:
Quello si pone intorno al collo bianco,
Poi dice che a lei passi il giovin Franco.
95
Ricciardetto era un garzoncel ben fatto,
E che sempre alle donne piacque molto.
Non era bianco assai, nè bruno affatto;
Ma d'un color che gli fea bello il volto;
Colore ad un guerriero assai ben atto.
L'occhio bruno egli aveva, e in esso accolto
Era tutto quel brio di cui son pieni
Gli astri d'inverno ai cieli più sereni.
96
Grande era di statura, ma non tanto
Ch'egli uscisse da' limiti del giusto:
Era forte, era allegro e magro alquanto,
Ma ben piantato, ed agile e robusto.
Se l'udivi parlare, era un incanto;
Che nell'arte del dire avea buon gusto.
Era affabile ancora, era cortese,
Com'esser suole ciaschedun Franzese.
97
Giunto avanti a Despina il giovinetto,
Vuol salutarla, e perde la parola;
E il cor gli batte forte forte in petto,
Nè gli escon che sospiri per la gola:
Pur prende lena, e in suono languidetto
Dicea: Donna in bellezza al mondo sola,
Ho sentito di voi ragionar molto;
Ma più mi dice adesso il vostro volto.
98
E intendo or come le parole elle hanno
Forza minor degli occhi e del pensiero;
E per molto che dicano, non sanno
E non possono mai giungere al vero.
Tante ricchezze in voi raccolte stanno,
Che ben si vede che in voi sola impero
Han le Grazie ed Amore e il sommo Giove;
Onde nova beltà sempre in voi piove.
99
Ma pur queste bellezze, onde splendete,
L'innamorata mente alquanto intende:
Ma chi potrà discernere le mete
Della luce che sì chiara vi rende?
Luce onde l'alma vostra ornata avete,
E che di fuor sì ben traluce e splende,
Come facella che traspar per velo,
E come il Sol per nubiloso cielo.
100
Veggio nel lume de' begli occhi vostri
Folgoreggiare il vostro bello interno,
O bella donna, onor de' tempi nostri,
E alle future età dolore eterno;
Degna che tutti i più pregiati inchiostri
Parlin di voi, se il giusto ben discerno.
Spero che forse non avrete in ira,
Se il mio core per voi piange e sospira.
101
Io so che in odio avete il nome Franco,
E che morto bramate Ricciardetto;
Ma viemmi ognor bella speranza al fianco,
Nè vuol ch'io spenga il principiato affetto.
Io vi darò senz'armi e prigion anco
Lo sfortunato incauto giovinetto;
Chè pur ch'io ottenga il vostro dolce amore,
Non mi cal s'io divento un traditore.
102
Despina, mentre seco egli favella,
Lo guarda fisso in viso, e divien rossa;
E in quel suo rosseggiar divien più bella;
Poi gli risponde: Cavalier di possa,
Non sdegno chi mi loda e chi m'appella
Vaga e gentil; chè affronto, nè percossa
È questa per chi il ciel fe' nascer donna,
Ancorchè lasci per pugnar la gonna;
103
Ma di Ricciardo al pari, Amore ho a sdegno.
Solo ti posso dir per tuo contento,
Che niuno appresso a me mai giunse al segno
Che tu giungesti; chè per te mi sento
Cor men feroce e men crudele ingegno:
E se altro duce a me, che il tradimento,
Ti guidava, saresti oltre più giunto;
Ma mi spiacesti, e t'abborrìi in quel punto.
104
Ti torno a dir che Ricciardetto avrai,
Rispose il Franco; nè, come ti credi,
Sarò chiamato traditor giammai.
E qui piangendo se le getta a' piedi,
E dice: Avanti a te quel perfido hai,
Quel Ricciardo di cui la testa chiedi;
Quel Ricciardo a' cui danni ti se' mossa,
Tutta menando l'africana possa.
105
E se tu vuoi che per tua mano io cada,
Qual morte sarà mai più fortunata?
Indi denuda la sua propria spada
Per darla a lei, che in viso assai turbata,
A quel che le dice or, nulla più bada;
Ma dolce dentro, e di fuor aspra il guata,
E dice: Traditore empio e villano,
Tu se' quel che uccidesti il mio germano?
106
Fuggi dagli occhi miei; fuggi, crudele;
Sarà mia cura il ritrovarti in campo.
Nè così presta in mar, sciolte le vele,
Nave si fugge, o disparisce il lampo,
Come ella tutta lagrime e querele
Parte da Ricciardetto, che niun scampo
Vedendo all'amor suo, tristo e pensoso
Torna a Parigi, e di morir voglioso:
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E dice tra sè stesso per la via:
Che fia di me, se m'odia la mia vita?
Se la mia speme è la nimica mia?
Amore, a te mi volgo; a te di aita
Bisognoso ricorro in così ria
Tempesta, che tu sol puoi far finita.
E mentre così prega, una colomba
Ecco che sopra lui s'aggira e romba.
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Onde felice augurio egli ne prende,
E tempra in parte il giusto suo dolore;
Entra in Parigi, ed in palazzo ascende,
E si rassegna a Carlo imperatore;
Poi vanne al quartier suo, nè foco accende;
Chè non vuol cena. Pien di tristo umore
Vassene a letto; ma non dorme mica;
Chè gli sembra giacere in su l'ortica.
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Despina anch'essa non ritrova pace;
Chè l'è piaciuto Ricciardetto molto;
Ma pur come nemico le dispiace:
Or prigion lo vorrebbe, ora disciolto;
Ora piagato a morte, ora vivace;
Ora i begli occhi e il grazïoso volto
Del giovinetto in lei lo sdegno ammorza;
Or lo raccende, e l'ardor suo rinforza;
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E sembra madre in mezzo a due figliuoli,
Ambo feriti, ambo vicini a morte;
Che appena avviene ch'un di lor consoli,
Che piange l'altro, e vuol che lo conforte:
Ond'ella, acciò non restino mai soli,
Stringe l'un, guarda l'altro, e la lor sorte
Deplora, e in un la sua; e in questa guisa,
Perchè ama entrambi, stassi in due divisa.
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