Da costei presi e condotti in Valenza.
Ma lasciate, per Dio, questi quartieri;
Che s'ella torna, con la sua potenza
Cangeravvi in somari od in destrieri;
Che in quella stanza ha certa quint'essenza
Di cranj di fanciulli e di donzelle,
Con cui di giorno fa veder le stelle.
65
E quei piccioni là, quelle galline,
E quelle vacche e quei superbi tori,
Che voi vedete errar per le colline,
Son tutte dame e nobili signori,
Che han fatto, sua mercè, sì tristo fine:
Però fuggite via, fuggite fuori
Di queste mura barbare e spietate,
Ove non è nè fè ne caritate.
66
In questo dire, ecco che aprir si sente
La porta, e già la strega è per le scale,
Che batte per furor dente con dente:
Il Fracassa terribile l'assale
Con quella lancia d'oro onnipotente,
Contro di cui incantagion non vale;
Ed ella cade al suolo tramortita,
E gli domanda per pietà la vita.
67
Disse il Fracassa: Io te la do, se in loro
Sembianze torni quei ch'eran qui attorno.
Disse la strega: Assai lungo lavoro
Vuolci per l'ammirabile ritorno.
Aprite quella stanza, ove io lavoro
L'opere mie; e quivi un alicorno
Vederete di bronzo; e quanto ei dura,
Ha da durar la trista lor figura.
68
Gettan la porta a terra i due giganti;
E l'alicorno hanno toccato appena
Con l'asta disfattrice degli incanti,
Che batte sopra il suolo con la schiena,
E tutti i membri suoi restano infranti:
E il Fracassa tai colpi su vi mena,
Che l'ha ridotto in polvere da scrivere.
Piange la strega, e teme del suo vivere.
69
Ciò fatto, ecco le dame e i cavalieri
Che vengon senza penne e senza corna;
Ma ne' sembianti loro umani e veri.
E ciascun, quanto può, di laudi adorna
I due giganti, e dicono improperi
Alla strega; ed ognuno la contorna,
E vorrebbe levarle il cor dal petto:
Ma da' giganti lor viene interdetto.
70
E le dice un di loro: Or via, c'insegna
Il rimedio al veleno ingannatore.
Ella un armadio con mano gli segna,
E dice: Colà dentro è quell'umore
Che le perdute forze riconsegna
A chi le perse, e con virtù maggiore.
Il Fracassa lo prende, ed escon fuora
Di quella stanza, e della casa ancora;
71
Poi danno foco a quell'empio abituro;
E mentre al cielo va la fiamma ardente,
Disse il Tempesta: Sare' io spergiuro,
Io, che a costei non risposi nïente,
Quando la vita ti chiese in sicuro,
S'io l'ardessi? Rispose unitamente
Ciascuno: No per certo; ed il Tempesta
Buttovvela; e si fe' da tutti festa.
72
Indi verso Valenza se ne vanno,
E per la via conoscono i giganti,
Che in compagnìa de' paladini stanno
Quei che disciolti avevan poco avanti.
V'eran fra gli altri, di quei che si sanno,
Un figlio di Ruggieri e due Agolanti;
V'eran d'Orlando e d'Astolfo i cugini,
E v'erano molti altri paladini.
73
Al figlio di Ruggier, detto Guidone,
Dan l'anguistara, e gli dimostran come
Si ha da portare in quella funzïone:
Lo vestono alla turca, e l'auree chiome
Gli recidono senza discrezione;
E dicon che si muti ancor di nome;
Chè non voglion venire essi in Valenza,
Per non far peggio con la lor presenza.
74
Entra in Valenza il figlio di Ruggiero,
E va cercando tutte le osterìe;
Ritrova alfine il desïato ostiero,
Astolfo, il padre delle leggiadrìe;
Ma sporco, guitto, e con un grembial nero;
Il qual cantando diceva follìe.
Il giovin lo saluta, e poi gli espone
Come desìa di far colazïone.
75
Una tavola tosto gli apparecchia
Con uova e caci e frittata rognosa,
E del pan bianco, e vino con la secchia.
Or dopo che mangiato egli ha ogni cosa,
Chiama l'ostiero, e gli dice all'orecchia,
Com'egli è di Ruggier prole famosa,
E ch'è mandato a lui da' due giganti
Per tornargli il vigor che aveva innanti.
76
L'abbraccia Astolfo, e vanno in una stanza,
E beve un sorso di quell'anguistara,
E sente invigorirsi alla sua usanza;
Poi dice: Andiamo al ponte della giara,
Dove Orlando venire ha costumanza,
Per comprar roba al re squisita e rara.
Non perdon dunque tempo, e vanno al ponte,
E presto presto si abbatton nel conte.
77
Astolfo narra a lui cosa per cosa,
E beve un buon bicchier di quel liquore;
E sua persona si fa vigorosa,
Che pargli ancor d'aver forza maggiore,
Che pria non ebbe; e quindi alla fumosa
Cucina vanno dell'empio signore,
E lì ritrovan il cuoco Rinaldo
Tutto affannato, e che morìa di caldo.
78
Mandan per Ferrautte e Ricciardetto;
Ed arrivati ancor essi in cucina,
Ricevon con moltissimo diletto
La tanto desïata medicina;
E pieni di valor l'anima e il petto,
Fanno da brusco, e batton la marina;
Ed armati di spiedo e di forcone
Van del Balena alla real magione.
79
Le guardie voller lor far resistenza,
Ma le infilzaron come perniciotti.
E giunti del Balena alla presenza,
Rinaldo il piglia tosto a scappellotti.
Disse il Balena: Ve' che impertinenza!
E comanda che in carcer sien condotti.
Rinaldo aperse la finestra, e poi
Disse al Balena: Or or ti aggiustiam noi.
80
Tu ci vuoi porre come uccelli in gabbia,
E noi pensiamo di farti volare.
Pieno il Balena di spavento e rabbia
Non sa più che si dir, nè che si fare;
E batte i piedi, e si morde le labbia.
Orlando grida: Non vuolsi indugiare.
Rinaldo a quel parlar piglia il Balena,
E il getta in piazza, che di gente è piena.
81
Vengono i figli, e del lor padre infranto
Cercan vendetta; e quel della balestra
Appena riconobbe il frate santo,
Che andogli appresso, e con maniera destra
Avviluppollo dentro il regio ammanto,
E poi lo gettò giù dalla finestra;
E con esso fêr pur simili voli
Gli altri del re Balena empj figliuoli.
82
Veduta i cittadini sì gran cosa,
Circondano il palazzo di fascini;
Chè contra gente tanto vigorosa
Non voglion far da bravi spadaccini;
E gli dan foco. Bella e luminosa
S'alza la fiamma: afflitti i paladini
Non sanno come uscir da quell'impiccio;
E già fuma il palazzo, e sa d'arsiccio.
83
Quando ecco comparire i due giganti,
Che col solo pisciar sopra quel foco
Di smorzarlo in gran parte fûr bastanti:
E pur la sera avean bevuto poco.
Rinaldo e il conte allora e tutti quanti
Ripreser lena, e vennero a quel loco,
E in braccio de' giganti si gettaro;
E così tutti quanti si salvaro.
84
Alcun forse dirà che iperbol sia
Smorzar gl'incendj in sì fatta maniera:
E ben dirà; che anch'io l'ho per follìa:
Ma l'ho trovata scritta; e tal qual era,
L'ha voluta cantar la Musa mia.
E forse forse la fu cosa vera;
Perchè certo io non posso saper mica
Quanto tien d'un gigante la vescica.
85
Poi col foco ancor vivo ad una ad una
Arser le case ed arsero Valenza;
E fatta sera, al lume della luna
Fan per Parigi la lor dipartenza.
Qui i parenti e gli amici e lor fortuna
Odono, e fansi cortese accoglienza:
Ma lasciamogli andare a buon vïaggio,
E in Danimarca rifacciam passaggio.
86
Io vi dicea (se ancor ve ne sovviene;
Chè in ver mi sono dilungato molto)
Come in atto di dire le sue pene
Stava una donna; e con pietoso volto
Psiche l'udìa, che tal pietà sostiene
In udirla, che in pianto ha il cor disciolto.
Avete a saper dunque che questa era
Del morto re di Dania la mogliera;
87
Figlia d'un re di Svezia, e così bella,
Che in quei paesi non ebbe simìle;
Ed era d'onestà lucida stella:
E girate pur voi da Battro a Tile,
Che donna non vedrete uguale a quella.
Ora costei con bel modo e gentile
Incominciò la storia sua dolente
In queste voci, languida e piangente:
88
Morì il marito mio, ch'or farà l'anno,
E gravida restai di questo figlio.
Un mio cognato di farsi tiranno
Si mise in core, e effettuò il consiglio;
E tale ordimmi scellerato inganno,
Che mi condusse poscia a quel periglio
Che voi sapete, e donde tratta io fui;
Chè l'innocenza ha i protettori sui.
89
Andar solea sovente ad un giardino,
Solo ristoro al mio crudel martìre:
Quando un ladro, cred'io, o un malandrino
Veggon le guardie da' muri fuggire,
Vestito come veste un contadino,
E forse tale ancora si può dire.
Lo mettono in prigione, e il mio cognato
Vâllo a trovar, da niuno accompagnato;
90
E poi l'induce, per fuggir la morte,
A dir siccome egli era un gran signore
Di Svezia, ed allevato in quella corte;
E che per forza del soverchio amore
Che di me il prese, e lo premeva forte,
Di venirmi a trovar gli cadde in core;
E venne, e seppe tanto dire e fare,
Che mi fece di lui innamorare.
91
Ciò fatto, radunar fa nella sala
La più famosa nobiltà del regno,
E giudici e notai ed altra mala
Gente, e con essa il contadino indegno,
Che mercè chiede, e l'infame propala
Esecrando terribile disegno;
E dice, come il figlio che mi è nato,
Non del re, ma di lui è generato.
92
Stupisce ognuno a ragionar sì fatto;
Poi lo stupore si trasmuta in ira;
E ciascun lo vuol morto ad ogni patto.
Il mio cognato s'affanna e sospira,
E il contadino fa sparire a un tratto:
Poi i giudici e notai fiso rimira,
E dice lor che parlino conforme
Dettan del regno le sacrate norme.
93
Quelli fanno gli afflitti ed i dolenti,
Stringon le spalle e chiudono la bocca,
E le parole mastican tra' denti.
Il mio cognato allor gli sprona e tocca
A dire: ond'essi in fiochi e rotti accenti
Dicon, come mortal saetta scocca
La legge contra le mogli e i mariti
Che sfogan con altrui loro appetiti;
94
E che la forca e il fuoco è pe' villani;
Per le matrone la tagliente spada;
Ma che non denno d'uomini le mani
Far che la testa alla regina cada;
Meglio è esporla del mare a' flutti insani
Con la prole. Ed allora una masnada
Mi prende, e mi conduce alla marina;
E il popol, che mi vede, si tapina.
95
Là giunta, io chieggo lor per qual cagione
Debba esser posta crudelmente in mare.
Un de' custodi disse: La ragione
Chiedila a lui, che questo ci fa fare;
Al tuo cognato, io dico, che ti appone
Delitto, come credo, d'alto affare.
Intanto un legge la sentenza, e dice
Come io sono una sozza meretrice.
96
Caddi per lo dolore in su l'arena,
E mi svenni; e in quel mentre fui condotta
Sopra la nave, in cui gran sassi e rena
Avean portato, ed era mezza rotta;
E dal lido scostata io m'era appena,
Che voi veniste, cavalieri, allotta,
E mi toglieste a morte, e deste vita;
Ma vostra grazia non è qui finita.
97
Venite meco a far la mia vendetta:
Uccidete il cognato traditore,
Che m'ha fatto sì sporca cavalletta;
Rendete il regno al suo vero signore.
Disse Ulivieri: Chi la fa, l'aspetta:
Andiamo pure; chè non ho timore.
Psiche pur vuole andarvi; chè ha contento
Di veder la regina fuor di stento.
98
Nella capanna dormon quella notte;
Poi la mattina prima dell'aurora
Con quelle genti del cammino dotte
Van per un bosco che tutto s'infiora;
Ed a fiorir le vie son pur ridotte,
Che preme il piè di Psiche, la signora
E consorte di lui, che il tutto muove
In cielo, in terra, nell'inferno e altrove.
99
Veggono a Mezzodì la gran cittade
Che sta sul mare, e Coppenaghe è detta.
Psiche di nubi trasparenti e rade
Sè copre e la regina sua diletta,
Che, non veduta, vuol che veda e bade,
Ed oda ciò che il popolo cinguetta.
Giunto Ulivieri alla gran porta appresso,
Suona il suo corno; e Guidon fa lo stesso:
100
E fan sapere al perfido Cristierno
(Chè così si chiamava quel tiranno)
Come egli ingiustamente ha quel governo,
Perchè n'ha fatto acquisto con inganno;
E che l'aspetta il diavol dell'inferno,
Al quale essi tra poco il manderanno;
E dicon come intendon di far noto
Che la regina non ruppe il suo voto.
101
Cristierno a questo dir s'arma di botto,
E bestemmia ed infuria come un matto,
E dice: Ci mancava questo fiotto:
Ma ben voglio levare il ruzzo a un tratto
A queste figurine del Callotto,
E monta sopra un cavallo ben fatto;
Esce fuor della porta, e soffia e sbuffa;
Sfida Ulivieri, e tira giù la buffa,
102
E dice: Io scendo in campo a mantenere
Come la mia cognata ha partorito
Non del germano mio, ma d'un straniere.
Ed io ti mostrerò come hai mentito,
Tutto sdegnato ripiglia Uliviere.
Ciò detto, sprona il suo cavallo ardito
Verso Cristierno; e si danno tal botta,
Che l'una e l'altra lancia resta rotta.
103
Metton mano alle spade, e si dan colpi
Che a chi stagli a veder metton paura.
Dice Ulivier: Razza di lupi e volpi,
Obbrobrio e vitupèro di natura,
Ancor se' vivo? ancor non ti discolpi
Dell'onor tolto a donna così pura?
Che aspetti, traditor? chè non confessi
I tuoi maligni ed esecrandi eccessi?
104
Cristierno non risponde, e dà di taglio
Con la sua spada ad Ulivieri in testa,
E gli recide, come un capo d'aglio,
Del lucido cimier tutta la cresta;
E giunse con quel colpo a repentaglio
Di terminare in quel punto la festa.
A due mani Ulivier la spada prende,
E lui fere nel capo, e glie lo fende:
105
Onde egli cade, e mugghia come un bove,
Quando gli dà il beccajo infra le corna;
E così muorsi: e l'alma sua va dove
Eterno foco la copre e contorna.
Ad Ulivier, siccome al sommo Giove,
Tutti fan festa; e di splendore adorna
Compare all'improvviso e repentina
Avanti a lor con Psiche la regina.
106
Or si pensi ciascuno l'allegrezza
Che si fa in corte per un tal successo.
Vanno a palazzo, e piangon di dolcezza
Le genti tutte che si stanno appresso
Alla regina, che assai le accarezza,
E si rivolge a rimirarle spesso.
Gettan Cristierno fra certi dirupi,
Perchè sia pasto d'avoltoi e lupi.
107
Psiche dopo due giorni partir volle,
Non senza pianto d'una e l'altra banda;
E col bel viso di lagrime molle
Bacia l'amica, e se le raccomanda;
Poi s'asside sul cigno, ed ei s'estolle,
E spiega il vol per dove ella comanda.
Il giorno appresso i paladini ancora
Si parton dalla nobile signora,
108
Che ha fatto loro apparecchiare in porto
Una nave con tanti marinari,
Che posson ire dall'Occaso all'Orto
Senza timore di venti contrari.
Prega Ulivier che pel cammin più corto
Condotto venga di Francia ne' mari;
E lor promette il capitano esperto
Che in otto giorni vi saranno al certo.
109
Io già m'accorgo, ancor che niun favelli,
Come avete disìo che qualche cosa
Di Carlo io vi racconti, e ancor di quelli
Che a lui fan guerra acerba e sanguinosa.
Ma sapete perchè son vaghi e belli
I prati? perchè varia è l'odorosa
Famiglia che gli adorna; e i color mille
Il piacer son delle nostre pupille.
110
Come il pittor, ch'a mosaico si dice,
Deve esser il poeta, a mio parere;
E quegli è riputato il più felice
Che meglio accoppia pietre bianche e nere,
E rosse e gialle; e poi di tutte elice
Una fera, una donna, un cavaliere:
Così deve il poeta, se sa fare,
Di varie cose il suo poema ornare.
111
Però la Musa mia, come vedete,
Non sa star ferma, e fa voli bestiali:
Ma non l'abbiate a male, e non temete
Che non rivolga ancora a Carlo l'ali.
Nel canto, c'ha a venir, la sentirete
Sempre intorno a Parigi; e tante e tali
Battaglie narreravvi, e sì crudeli,
Che vi farà forse arricciare i peli.
112
Ma non vi spaventate; anzi v'esorto
A figurarvi il mal sempre peggiore.
Così soglio far io: ond'è che porto
Con molta pace ogni grave dolore;
Chè in questo viver nostro così corto,
Dove rare del ben scintillan l'ore,
E vi s'affollan quelle del martìre,
E' bisogna ingegnarsi a men patire.
113
Io mi figuro sempre carestìa,
E peste e guerre e ladri per la casa,
Che quel poco che i' ho mi portin via;
E mal maligno, o altro mal che invasa:
Ond'è che grave non mi par che sia,
Se scarsa la raccolta m'è rimasa,
Se muore qualcheduno, od è ammazzato,
E se poco peculio m'è restato.
114
Però pensate di Carlo la peggio,
E che distrutti i paladini sieno.
Ma riposiamci; che quasi vaneggio
Pel canto così lungo. E mentre il fieno
Al caval Pesagéo cerco e proveggio,
Perchè batta col piè l'arso terreno,
E mi secondi a cantar altre cose,
Vado lunge da voi, donne amorose.
CANTO SETTIMO
ARGOMENTO
_Lo Scricca tutte le bandiere spiega._
_Giungono a Carlo i cavalieri erranti._
_Nella battaglia chi pugna, chi piega._
_Guida Despina lo stuol de' suoi amanti._
_Il frate per Climene Iddio rinnega;_
_Vuol finir col capestro i giorni santi._
_Ricciardetto a Despina s'appresenta;_
_Ella il discaccia, e par che duol ne senta._
1
Fra tanti guai che son sopra la terra,
Che son più che le pulci addosso un cane,
Non è mica il minor quel della guerra.
Tristo colui che assediato rimane,
E tristo quegli ancor che gli altri serra.
In somma quel menar sempre le mane,
Quel darle, quel toccarle ogni momento,
Non è mestier che apporti alcun contento.
2
La guerra in fine è composta di boi,
Che or son ministri ed or son malfattori
Or impiccate, or siete appesi voi;
Or ricevete, ed or date dolori.
E si fa male, e non si pensa al poi;
Il giusto e la pietà stanno al di fuori;
Ed è il soldato sì tristo animale,
Che a chi vien per far bene, ancor fa male.
3
Ma quello poi ch'io non so ben capire,
Si è, che quei che muovono la guerra,
Dico i gran regi, e che fanno morire
Tanta gente, che spopolan la terra,
Si stanno in corte, e si fanno servire;
E mentre l'inimico abbrucia e atterra
Le città sue, ei si diverte a caccia,
E qualunque piacere si procaccia.
4
Ma di Carlo non può già dirsi questo;
Chè ancor che vecchio, e ancora che cadente,
Va in mezzo del periglio manifesto,
Ed uno pare della volgar gente.
Ei sale su le mura ardito e lesto,
E ancor combatte valorosamente;
Ma son ridotte omai le cose a segno,
Ch'è per perder la vita insieme e il regno.
5
Già le sue squadre aveano ucciso il Mena,
Quei che fece al buon Carlo tradimento;
E volta i Cafri omai avean la schiena,
Ed eran nel canale entrati drento,
Che fuor della città sotterra mena;
Quando ogni cosa s'empie di spavento,
Perchè a Carlo una spia dice all'orecchia,
Come l'oste all'assalto s'apparecchia:
6
E che da' generali e lor consiglio
S'è stabilito fra due giorni darlo;
E che già se ne udìa qualche bisbiglio.
A Dio si volta inginocchiato Carlo,
E il prega, per l'amore del suo Figlio,
Che voglia in tal pericolo ajutarlo;
E me che può rinforza e muri e porte,
E cerca dar coraggio alla sua corte.
7
Despina sopra un candido cavallo
Armata tutta, dalla testa in fuore,
Or correa per l'aperto ed or pel vallo.
Nè così vaga è mai d'alcun bel fiore,
Nè così corre villanella al ballo,
Com'ella affatto si consuma e muore,
Perchè cominci la crudel battaglia,
E mostri ai Franchi quanto in armi vaglia.
8
Ma quel che a lei dispiace e grava molto,
È il saper che lontano è Ricciardetto:
Chè se l'uccider lui a lei vien tolto,
Spianar Parigi ed ardere il distretto
Nulla le par: cotanto sdegno accolto
Ha contra l'innocente giovinetto:
Pur si lusinga che debba venire,
E debba ancora di sua man perire:
9
Ed ha già fatto a ognun comandamento
Che non ardisca di pugnar con esso;
Ch'ella ha nel core un tal presentimento
Ch'abbia a restar dal suo valore oppresso:
Con tal pensier consola il suo tormento.
Gli amanti che le son sempre da presso:
Questi i patti non son, dicon, con cui,
Donna gentil, venimmo qui con vui.
10
Ognun di noi qui trasse la speranza
D'averti in moglie; e il capo di Ricciardo
Esser dovea per te mercè a bastanza.
Or se ci neghi d'incontrar l'azzardo,
A sperar più per noi che omai ne avanza?
Girò Despina amorosetta il guardo;
Poi disse: Io non vo' più che l'altrui morte
M'apparecchi le nozze ed il consorte.
11
Se voi m'amate, conforme mi dite,
Non mancheranvi modi onde obbligarmi:
Nè solo degli amanti son gradite
L'opre famose che si fan con l'armi;
Ma son molte altre cose, anzi infinite,
Con cui potete l'anima adescarmi:
Ma l'amor non s'insegna; e chi vuol bene,
Mille senza pensarvi ne rinviene.
12
Or mentre così stanno ragionando,
Lo Scricca suona il corno del consiglio;
E per tutta l'armata manda il bando,
Che il dì seguente s'ha da dar di piglio
All'armi, e con assalto memorando
Prender Parigi, e metterlo in scompiglio;
E che la gente su l'arme si metta,
Chè le vuol dare una rivista in fretta.
13
I Cafri in tutto eran dugentomila,
Trecentomila i perfidi Lapponi;
D'Africa e d'Asia ancor v'era una fila,
Che ci vorrieno computisti buoni
Per numerarla. Ognun le sciable affila,
Prende l'aste, polisce i morïoni;
E chi ferra cavalli, e chi raggiusta
Sella, sproni, stivai, redini e frusta.
14
Fra' cavalieri in armi più famosi
V'è il re de' Cafri, benchè un po' maturo;
I due giganti, chiamati i Pelosi,
Che disfan con un pugno un grosso muro.
Di cuoja di serpenti velenosi
Coperti sono, e di colore oscuro;
Hanno baston ferrati e così fieri,
Da mutar le cittadi in cimiteri.
15
L'un si chiama Falcon, l'altro Sparviere;
E soli trïonfar ponno di tutti.
Vi sono ancor le due leggiadre arciere;
Despina dico, che seco ha condutti
Tanti campion di grido e di potere,
Onde i Cristiani resteran distrutti;
E Climene d'Egitto, che ancor ella
Forse quanto Despina è forte e bella.
16
V'è il fior dell'armi, il forte e bello Oronte,
Re tributario al Persico signore;
E v'è di Tracia il fiero Alcimedonte,
Che ha pochi eguali in arte ed in valore;
E v'è di Nubia l'aspro Serpedonte,
Che non conosce che cosa è timore;
V'è fra' Negriti poi il Fiacca e il Ficca,
Che sono i consiglieri dello Scricca.
17
Ve ne sono altri ancor su questo andare,
Ma li saprete quando fia bisogno;
Chè la memoria or non mi vo' straccare,
E dir ch'io non li so, me ne vergogno.
Que' di Francia si posson raccontare;
Chè son sì pochi, che mi pare un sogno
Com'abbian resistito infino ad ora
A tanta gente, e sieno vivi ancora.
18
I guerrier scelti e d'esimio valore
Son cinque o sei fra tutti i paladini.
V'è di Zerbino il figliuolo maggiore,
Detto Lurcanio, che come pulcini
Schiaccia con l'asta sua le genti more,
Speme di Francia, orror de' Saracini;
V'è Malagigi con la sua magìa,
Ed ha l'inferno tutto in sua balìa.
19
V'è un fratello d'Avolio, uno d'Ottone:
Mario quegli, e Scipion questi s'appella,
Che son due spade veramente buone,
E guastan spesso a' Turchi le cervella.
L'altre son genti avvezze alla tenzone,
Capaci ancor di far qualch'opra bella;
Ma non vi si può far su fondamento,
E mandarne un di loro incontro a cento.
20
Se a tempo tornan quelli che son fuora,
Come cred'io che torneranno presto,
Molto non riderà la gente mora;
Chè son persone da darle un tal pesto,
Che le budella le trarranno ancora.
Narrare io v'ho voluto tutto questo,
Perchè sappiate, quando io ne ragiono,
Questi guerrieri che persone sono.
21
Or mentre a far l'assalto ognun s'appresta
De' Saracini, e Carlo ancor s'adopra
Per ripararsi da sì gran tempesta,
Terrapiena le porte, e monta sopra
Le mura, e aggiusta quella cosa e questa,
E non tralascia diligenza ed opra,
Ritorniamo ad Orlando, il qual passato
Ha i Pirenei, ed è già in Francia entrato;
22
E seco è Ferraù cinto d'acciajo,
E sopra l'armi porta la pazienza,
Perchè pensa nel prossimo gennajo,
Soccorso Carlo, rifar penitenza;
Chè di peccati egli ha più d'un migliajo,
E son peccati tutti di semenza,
Voglio dir con la coda; e ci vuol molto
Perchè un ne sia veracemente assolto.
23
In una grotta, conforme s'è detto,
Vicino al mar, di qua da Cartagena,
Ritrovò l'armi il frate benedetto,
Che stavan sotterrate nella rena:
Ruggine non avean nè alcun difetto,
E v'era l'asta d'osso di balena;
V'era la spada che fecero i diavoli,
Che i ferri taglia come rape o cavoli.
24
Orlando tosto un suo scudiere invìa
A Carlo, acciò gli dica ch'è vicino,
E che d'un giorno al più tardar potrìa;
Ch'entrare ei vuole assai di buon mattino
In Parigi. Ricolma d'allegrìa
Carlo questa novella; ed il divino
Ajuto, quanto può, ringrazia; e vede
Che andran le cose sopra un altro piede.
25
Ma più s'accrebbe in Carlo l'allegrezza,
Quando sentì ch'è Ferraù cristiano,
E che seco ha di sterminata altezza
Due giganti, appo i quali Orlando è nano;
E che Rinaldo ripien di fortezza
È seco, e il buon Ricciardo e Astolfo umano,
Ed altri armati di spada e di lancia,
Venuti tutti per soccorrer Francia.
26
Or mentre sua vecchiezza egli conforta
Con sì buone novelle, un altro messo
Da Ponente gli viene, che gli porta
Come a Parigi egli ha lasciato appresso,
E che saranno ormai giunti alla porta,
E forse entrati in quel momento stesso,
Ulivieri, Selvaggio e il buon Dudone,
Che han mano e petto e fronte di lïone,
27
Quando in Parigi si sparse la nuova
Che i tre son entro, e gli altri non son lunge,
Della città la faccia si rinnova,
Nè tema nè dolore alcun la punge.
Carlo esce fuora, e a quanta gente trova,
Parla di loro; e alle parole aggiunge
Lagrime di dolcezza e di conforto,
E dice: Or non mi cal, se sarò morto.
28
Ma vien la notte, del gran dì foriera,
Che dar si dee l'assalto generale.
De' Turchi ognun sotto la sua bandiera
Si pone, e fan lo Scricca generale.
Climene armata a centomila impera,
Gente crudele, orribile, bestiale:
La sopravveste ha di color di brace,
E v'è scritto: Da me niun speri pace.
29
Despina anch'essa ha il diavol nella pelle,
Nè ritrova la via d'andare a letto:
Or riguarda le briglie, ora le selle;
Or si prova l'usbergo, ora l'elmetto.
Un manto d'oro fregiato di stelle
Si pone; e scritte di dietro e sul petto
V'eran queste parole: Un sol m'importa,
E il voglio ucciso, o resterovvi morta.
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