Nel mentre che egli così pazzescamente bestemmiava, non vi potrei

dire, riveritissimo Aci, le strane cose che mi passarono per la

mente. Pensai infino di mettergli le mani addosso, e col temperino che

aveva lì pronto per acconciare le penne, fargli un brutto sette sul

viso, per insegnargli per un'altra volta a parlare con più giustizia

delle persone di merito. Ma pure per non guastare così in un subito

i fatti miei, repressi gl'impeti del giusto sdegno, e con sembiante

tranquillo: Signore (dissi lui) che cosa avete detto mai? Per verità

tutt'altro mi farete voi credere, che quello che è stata vostra

intenzione di persuadermi. Io vi meno buono, quanto avete detto di

grande e di sublime intorno all'epica Poesia; e vi meno buono altresì,

che rarissimi siano quegli ingegni, che possano tessere un bel Poema;

e conchiudo con esso voi, che i due fini principalissimi dell'epica

Poesia sono il dilettare e il giovare; anzi v'aggiungo, che quel Poema

sarà il più bello ed il più perfetto, che sarà più ripieno di cose, che

diletteranno e saranno giovevoli insieme: ma per questa ragione appunto

io non solamente mi discosto, ma del tutto mi divido dalla vostra, non

so se invidiosa e maligna, ma certissimo stravolta opinione, che avete

conceputa dell'immortale, ed in ogni tempo celebratissimo Ferrarese;

e siccome, mentre avete voi favellato, non siete stato giammai da

me interrotto, così usate meco altrettanto di cortesia nell'udire

le ragioni, per le quali pretendo che voi siate in un manifestissimo

errore. Nè dubitate che io sia per dilungarmi troppo; perchè (conforme

vi è noto) il vizio, o forse la necessità d'essere oltre modo prolisso,

egli è per ordinario il solito rifugio di tutti coloro, che conoscendo

di avere il torto, si lusingano di oscurare la verità con le ciarle.

Voi avete detto, che nel dilettare principalmente consiste la bellezza

del Poema epico, e che la novità e la maraviglia, il verisimile e il

finto ben regolati e ben tessuti, cagionano una soavità ed un piacere

così maraviglioso nelle menti degli uomini, che li leva affatto fuora

di se stessi, e li conduce dovunque aggrada all'ingegnoso Poeta: ed

in prova di questo raro mescuglio di mirabile e di verisimile, avete

portato il cangiamento di Niobe in sasso; cosa rara, come ognun vede,

e perciò maravigliosa, ma fattibile, perchè operata da un Dio, e perciò

verisimile. O siate mille volte benedetto! e udite pazientemente quello

che sono per dirvi. Se quel Poema sarà il più bello ed il più compiuto,

che arrecherà diletto maggiore; bisognerà pure che voi confessiate,

che il Poema dell'_Orlando Furioso_ sia sopra d'ogni altro bellissimo

e perfettissimo. Ma voi crollate la testa, e sorridete? L'Ariosto (al

vostro dire) con le sue fantasie ed immaginazioni bestiali si è tirato

appresso tutta l'Italia; que' suoi Ippogrifi, quegl'incantesimi, que'

sogni d'ammalati frenetici, che fanno compassione agli uomini di senno,

si leggono da ogni genere di persona, non solamente senza nausea e

senza ribrezzo, ma con una incredibile avidità e piacere. Alle mense

de' gran Signori si cantano per rallegrarli le sue leggiadrissime

Ottave; ne' ridotti degli uomini letterati, chi recita l'impazzamento

d'Orlando, chi le querele d'Isabella, chi le smanie di Mandricardo,

chi il tradimento di Olimpia, e chi altro simile avvenimento. Ma che

spendo più parole, e parlo di letterati e di signori? I marinai, i

vetturini, le donnicciuole stesse, mentre quelli viaggiano, e queste

tessono, scemano il peso delle fastidiose lor cure col cantare i

versi dell'Ariosto; là dove del vostro Trissino, per nobilissimo

Poeta ch'egli si sia, come spogliato di quel saporitissimo dolce, che

tanto piace, non è alcuno che ne parli, ma viene egli consumato dalla

polvere e dalle tignuole, e lasciato non altrimenti in un canto, che

dagli amorosi giovani nelle strepitose feste di ballo alcuna curva

vecchierella e bavosa. A che dunque, per vita vostra, attribuirete

voi questa sfrenata voglia, che accende gl'Italiani tutti di leggere,

o di udir leggere l'Ariosto, e quella avidità insaziabile di vederne,

se essi potessero, il fine senza punto d'interrompimento? Non ad altro

certissimamente che a quell'infinito piacere, che inonda gli orecchi e

gli animi di tutti coloro, che lo leggono; il quale piacere (come voi

pure diceste poco fa) è di tanta possanza, che ha tirato a se con la

dolcissima sua violenza non solamente gl'Italiani, ma gli uomini ancora

di là dall'alpi e dal mare: cosa appresso di me cotanto mirabile,

che non ho parole da spiegare la stima e la venerazione, che io ho

per quel gloriosissimo e divino Poeta. Poter di Giove! Quale bellezza

mai Greca o Latina, vista e rivista dagli uomini, avventò così gran

copia d'amorose fiamme ne' petti loro; come poco o nulla veduto (per

così dire) ha di se l'Ariosto invaghito la maggior parte, e la più

coltivata d'Europa? Imperocchè, toltine noi altri Italiani, e quelli

tra di noi d'un gusto più raffinato nelle lettere, chi vi è o Francese

o Spagnuolo, che possa mai essere un ottimo conoscitore delle tante

bellezze, che fanno bellissimo l'Ariosto? Certa cosa si è che per molto

studio che si faccia da noi in una lingua forestiera, non si giunge mai

a penetrarne quell'ultima bellezza, che vi sanno conoscere solamente

quelli, che in essa nascono, ed in essa si studiano di comparire. Se

dunque i nudi segni, e senza bellezza di contorno, senza varietà di

colori, senza aria, senza gradazione, e senza quella simmetria, che

risulta dal tutto, hanno potuto tanto in quelle straniere nazioni,

che maravigliosi amori avrebbero in esse risvegliato, se li potessero

vagheggiare, siccome noi, nella loro perfezione e nella loro propria

veduta? Ma discendiamo al particolare, e vediamo se veramente quelle,

che voi chiamate stravaganze e bestialità nell'Ariosto, sono tali.

Voi dite che quegl'Ippogrifi non li potete soffrire; ma non mi dite

il perchè. Patite voi forse di vertigini? e quello immaginarvi di

volare vi conturba forse e spaventa? Se questo egli è, purgatevi,

e prendete a bere del vino amarissimo, dove abbia bollito per molto

tempo l'assenzio: che così confortato di testa potrete leggere con

quel piacere, che leggo io il volo del fortunato Ruggiero con la

sua bellissima Angelica in groppa. Ma se poi vi dispiace come una

finzione non verisimile; per questo motivo avete il torto, sì perchè

appresso i Poeti è antichissimo il cavallo Pegaseo, sì perchè il

forte Perseo assai prima di Ruggiero aveva liberata, stando sopra

d'un alato cavallo, Andromeda legata al duro scoglio. L'anello, che

rendeva invisibili tutti coloro che sel tenevano in bocca, l'armi

fatate, i palagi incantati, e cose simili, voi li chiamate sogni e

delirj d'ammalati frenetici. Non è così? Ma ditemi per vita vostra:

per qual motivo ho io da lodare come bellissimo il ritrovamento

di cangiare Niobe in sasso, e debbo vituperare tutte queste altre

invenzioni dell'Ariosto? Perchè (dite voi) nel cangiamento di Niobe vi

ebbe mano alcun Dio. Ed io vi soggiungo, che nelle cose straordinarie

dell'Ariosto vi hanno avuto mano ben parecchi Demonj, la potestà

de' quali ella è infinitamente maggiore di quello, che noi possiamo

pensare. Sicchè nè pure per questo capo si rende l'Ariosto spregevole.

Vi danno fastidio i giganti? Ma forse temete voi di essere condannato

a rivestirli, e fare loro le spese? Sono essi forse un ritrovamento

dell'Ariosto, di modo che solo abbiamo avuto notizia di costoro per

mezzo suo? Essi (come ben sapete) sono antichissimi, ed è di Fede, che

sonvi stati. Ma (direte voi) non così grandi. State zitto, che hanno

bevuto più grosso di noi i nostri antichi; e basti per convincervi

quel solo gigante, chiamato Encelado, che tiene il capaccio sotto il

Vesuvio, la sterminata pancia nel mare, e le grandissime cosce co'

mostruosi piedi sotto Etna: che se siete buon Geometra, voi vedrete

che egli è un gigante da non misurarsi col passetto, ma con la scala

de' gradi a maniera delle provincie. Ora di questi l'Ariosto non solo

non n'ha veruno, ma a mettere tutti i suoi giganti insieme per largo e

per lungo, non prenderebbero tanto spazio, quanto vi corre dal bellìco

all'inforcatura di questo sol gigantaccio. Ma che accade, che io più

mi distenda sopra di ciò; quasi che voi non sappiate che sorta di

smisurati bestioni fu quella, che mosse la formidabile guerra a Giove;

dalle mani de' quali uscivano sassi così sterminati, che se cadevano

in mare, formavano l'isole, e se cadevano su la piana terra, formavano

i monti. Tutte cose, padron mio garbatissimo, da fare sbalordire un

mulino a vento che sempre gira, non che un uomo di qualche senno; e

pure sono migliaia d'anni, che sono state dette, e forse credute, e

nessuno fino a qui si è preso collera, nè si è voluto sbattezzare per

causa loro, conforme per molto meno mi avete cera di volere far voi.

Della bravura poi delle Bradamanti e delle Marfise, che a voi pare sì

stravagante, e che vi rivolta lo stomaco, e v'amareggia il palato, io

non voglio parlarvene; perchè non merita riguardo alcuno questo vostro

dispiacimento, essendoci state infinite donne, e nella destrezza delle

persone, e nel valore dell'armi celebratissime. Ma penetriamo un poco

la materia più a dentro, e vediamo che cosa hanno preteso i Poeti con

queste loro invenzioni.

_Questi draghi fatati, questi incanti,_

_Questi giardini, e libri, e corni, e cani,_

_E uomini salvatichi, e giganti,_

_E fiere, e mostri ch'hanno visi umani,_

_Son fatti per dar pasto agl'ignoranti:_

_Ma voi, che avete gl'intelletti sani,_

_Mirate la dottrina, che s'asconde_

_Sotto queste coperte alte e profonde._

_Le cose belle, preziose e care,_

_Saporite, soavi e delicate_

_Scoperte in man non si debbon portare,_

_Perchè da' porci non sieno imbrattate._

_Dalla natura si vuole imparare,_

_Che ha le sue frutte, e le sue cose armate_

_Di spine, e reste, e ossa, e buccia e scorza_

_Contro la violenza, ed alla forza_

_Del ciel, degli animali e degli uccelli;_

_Ed ha nascosto sotto terra l'oro,_

_E le gioje, e le perle, e gli altri belli_

_Segreti a gli uomin, perchè costin loro:_

_E son ben smemorati e pazzi quelli,_

_Che fuor portando palese il tesoro_

_Par che chiamino i ladri e gli assassini,_

_E il diavol, che li spogli e li rovini._

_Poi anche par, che la giustizia voglia,_

_(Dandosi il ben per premio e guiderdone_

_Della fatica) che quei che n'ha voglia,_

_Debba esser valente uomo, e non poltrone;_

_E pare anche che gusto e grazia accoglia_

_A vivande, che sien per altro buone,_

_E le faccia più care e più gradite_

_Un saporetto, con che sien condite._

_Però quando leggete l'Odissea,_

_E quelle guerre orrende e disperate,_

_E trovate ferita qualche dea,_

_O qualche dio, non vi scandalezzate:_

_Chè quel buon uomo altro intender volea_

_Per quel che fuor dimostra alle brigate,_

_Alle brigate goffe, agli animali,_

_Che con la vista non passan gli occhiali._

_E così qui non vi fermate in queste_

_Scorze di fuor, ma passate più innanzi;_

_Che se esserci altro sotto non credeste,_

_Per dio areste fatto pochi avanzi,_

_E di tenerle ben ragione avreste_

_Sogni d'infermi e fole di romanzi._

_Or dell'ingegno ognun la zappa pigli,_

_E studi, e s'affatichi, e s'assottigli._

(Berni, _Orlando Innamorato_, l. I, c. 25)

Sicchè dunque, per venire alla conclusione, non è poi l'Ariosto un

Poeta così triviale, come lo fate: anzi se non volete impugnar la

verità conosciuta, egli è senza fallo uno de' primi lumi della volgar

Poesia.

Forse soggiungerete: Egli non ha osservate tutte le regole, che sono

state poste al componimento del Poema epico, e che però per dolce e

soave ch'egli si sia, non gli si debba guardare in viso; anzichè di

gran lunga posporlo a qualunque Poemetto arido e disgustoso, ma fatto

con regola. Su questo punto io non voglio attaccar briga nè con voi,

nè con altri; ma servirà per rispondervi (quando mi promettiate di non

averlo per male) la narrazione d'un certo Apologo, che a me pare che al

caso nostro mirabilmente egli faccia.

Avete dunque da sapere, che vennero un giorno a lite fra di loro,

a cagione del canto, il Rusignuolo e il Cuculo, stimandosi l'uno

all'altro d'essere superior di gran lunga. Diceva il Cuculo, che il suo

canto era continuato, naturale, e con misura? Il Rusignuolo asseriva

aver egli assai più armonia di quella, che qualunque altro uccello

s'avesse: e quindi per non venire alle brutte, si conchiuse tra di

loro di rimettere il loro litigio al giudizio d'un terzo, qualunque si

fosse; e preso il volo, nel passare sopra un verde prato, vi scorsero

un solennissimo Asino con un pajo d'orecchi, che erano poco meno

di mezzo braccio l'uno. Onde tutto lieto il Cuculo: Non andiamo più

innanzi (disse al Rusignuolo) che i pietosi Dei ci hanno fatto dare

nel giudice; perchè consistendo tutta la scienza di questa materia

nell'udito, chi meglio di lui potrà dare una giusta e ben proporzionata

sentenza? E detto fatto, se ne volarono sopra un basso arboscello di

pere, e sopra i suoi rami, stretti su l'ale si stettero, e quindi

umilmente pregarono l'Asino che dar volesse un incorrotto giudizio

sopra la loro quistione. L'Asino, che aveva più voglia di mangiare, che

di fare da giudice, appena alzò la grave testa da terra, e ritornolla

ad abbassare, e date un pajo di strepitose crollate d'orecchi, fece

capire a' due litiganti, che per quel giorno non teneva giustizia: ma

essi lo pregarono tanto, che egli per fine levatosi dal pascolare,

tenendo alta la testa, e gli orecchioni ritti ritti, a maniera di

lepre quando cammina: Cantate via (disse loro) e spacciatevi; che

come ascoltati io vi averò, vi dirò subito il mio debole sentimento.

Il Cuculo si mise il primo in assetto, e disse: Attendete ben, Signor

giudice, alla bellezza del canto mio, che in questo punto udirete;

e sopra il tutto badate all'artifizio, con cui lo compongo. E quindi

fatto otto o dieci volte cu cu, gonfiatosi alquanto, e scosse tutte le

sue penne, si tacque. L'Usignuolo allora senza usare verun proemio,

incominciò il suo graziosissimo gorgheggiare, e tanta varietà,

bellezza, armonia risultava da' suoi soavissimi versi, che non vi era

fiera in quei boschi, che tratta dall'incredibile dolcezza che da loro

pioveva, a lui non corresse; e nel mentre che egli s'andava vieppiù nel

suo canto ingolfando, il giudice annoiato dalla lunga pruova, mandato

fuora un villanissimo raglio: Egli può essere (disse al Rusignuolo) che

il tuo canto abbia più grazia di quel del Cuculo; ma quel del Cuculo ha

più metodo.

La favola significa. Padrone mio bello, che secondo la sentenza di

quel giudice da quattro piedi, io ho tutti i torti, e voi avete tutte

le ragioni; e siccome io non m'affanno per aver perduta la causa, così

prego voi a non v'incollerire per averla vinta: anzi vi consiglio a

darvi pace, e stare allegro, e ad industriarvi a sputar dolce, con

tutto che mastichiate del fiele; e giacchè ho preso qualche confidenza

con voi, e che a dirvela giusta non mi fate punto paura, vi vo' dire

in segreto una cosa che vi farà certamente maravigliare. Quel Poema,

che v'ha mosso i vermini, e v'ha fatto tanto scorrubbiare contro di

me e contro del mio amico, sappiate ch'egli è farina del mio sacco,

opera delle mie mani, e in una parola che l'ho fatto io, e l'ho fatto a

pezzi e bocconi, conforme m'è paruto e piaciuto, e sono andato avanti

(come si suol dire) a occhi e croce, nè ho pensato più che tanto alle

regole, ed a' precetti, ma solamente ho avuto un certo discernimento

di non fare qualche cosa di mostruoso, cioè a dire di non fare un

corpo con cinque o sei capi, ma con un capo solo, e così dell'altre

parti, che, data proporzione, ad un ben fatto corpo convengonsi. Del

resto io non ho avuto altro fine, che di piacere, e principalmente a

me, e poi di mano in mano a coloro, che forse una volta lo leggeranno.

Imperocchè gli uomini, quando sono veramente oppressi o dal peso

delle fatiche o dalla malvagità della fortuna, o dalle pubbliche

cure, vogliono rallegrarsi: e siccome la maestra natura conduce

quasi a mano gli animali tutti a cercare quella sorte di cibo, che

loro più si confaccia; così per la medesima siamo internamente mossi

nell'avvilimento dello spirito a cercare di conforto e di sollievo, ne

alcuno ve n'è più atto, nè più efficace a rallegrarci in un subito,

che d'un grazioso componimento poetico. Onde se questa mia operetta

verrà mai ad ottenere un fine così discreto ed umano; vi giuro che

ne sarò contentissimo, assicurandovi che verun conto non farò mai di

quello, che possiate dir voi, o gli uomini, siccome voi, quando fate un

giudizio così pazzo e bestiale del più celebre e del più ragguardevol

Poeta, che abbiamo. Ciò detto mi tacqui: ed egli ad un tratto nelle sue

smanie tornato, senza altro dirmi partissi.

Ed eccovi narrata, Aci reveritissimo, la dolente, ma vera istoria

delle mie non pensate avventure. Quello che da questa inimicizia sia

per venirmene addosso, io non lo so. Di ragione non avrebbe da farmi

altro insulto, che di dir male di me e dell'opera mia; nel qual caso

vorrei un poco d'ajuto, perchè io non so veramente, se gli abbia

risposto bene o male: e non ve ne maravigliate, perchè oltre al sapere

io poco o niente di tutto, e massime di queste materie, e l'essere

stato colto da lui all'improvviso, non ho tempo da respirare, non che

da mettermi in istato da pormi a tu per tu con gli uomini letterati.

Però voi che sapete tanto, e che state in un paese, dove le belle

arti e i leggiadrissimi studj hanno preso casa e ci covano, e le muse

tutte con sicurezza e con diletto soggiornano, aiutatemi quel più che

potete, ed avvisatemi se ho detto cose da non poter sostenere; perchè

in quel caso io non m'ostinerò certamente in difendermi, ma confesserò

d'avere il torto, massime quando mi venga detto da voi. Subito che

potrò, manderovvi questo benedetto Poema, quale voi leggerete con tutta

segretezza; e se vi parerà che egli non abbia il viso di dietro, e che

possa fare ancora egli la sua comparsa, e noi ne faremo la mostra: se

poi ne giudicherete altrimenti, o noi ne faremo un bel falò, o non ci

mancheranno buchi dove appiattarlo. Conservatemi la vostra stimatissima

grazia, e perdonatemi la confidenza e l'ardire: ma come sapete, il

bisogno per lo più ha sempre poca creanza, e la necessità non ha legge;

e resto tutto vostro.

RICCIARDETTO

CANTO PRIMO

ARGOMENTO

_Il re de' Cafri intima un'aspra guerra_

_A Carlo Mano per placar Despina._

_Stella insegna ai guerrier nella sua terra_

_Dell'incantato vin la medicina._

_Rinaldo l'oste e i due giganti atterra:_

_Fa della maga una crudel cucina._

_Ai cari amanti il primo aspetto rende;_

_E dal corrier la nova guerra intende._

1

E' mi è venuta certa fantasia,

Che non posso cacciarmi dalla testa,

Di scriver un'istoria in poesìa,

Affatto ignota o poco manifesta.

Non è figlia del Sol la Musa mia,

Nè ha cetra d'oro o d'ebano contesta:

È rozza villanella, e si trastulla

Cantando a aria, conforme le frulla.

2

Ma con tutto che avvezza alle boscaglie,

E beva acqua di rio e mangi ghiande,

Cantar vuole d'eroi e di battaglie,

E d'amori e d'imprese memorande;

E se avverrà che alcuna volta sbaglie,

Piccolo fallo è in lei ogni error grande,

Perchè non studiò mai, e il suo soggiorno

Or fu presso un abete, or presso un orno.

3

E in tanto canterà d'armi e d'amori,

Perchè in Arcadia nostra oggi son scesi

Così sublimi e nobili pastori,

Che son di tutte le scïenze intesi;

Vi son poeti, vi sono oratori

Che passan quelli degli altri paesi:

Or ella, che fra loro usa è di stare,

Si è messo in testa di saper cantare.

4

Ma, come voi vedrete, spesso spesso

S'imbroglierà nella geografia,

Come formica in camminar sul gesso,

O sulla polve, o farina che sia;

O come quel pittor ch'alto cipresso

Nel bel turchino mare colorìa,

E le balene poi su gli erti monti:

Così forse saranno i suoi racconti.

5

Ma non per questo maltrattar si dee,

Nè farle lima lima, e vella vella.

La semplicetta non ha certe idee

Che fan l'istoria luminosa e bella;

Nè lesse mai in su le carte achee,

Ovver di Roma o di nostra favella

Le cose belle che cantâr coloro

Ch'ebber mente divina e plettro d'oro.

6

Ma canta per istare allegramente,

E acciò che si rallegri ancor chi l'ode;

Nè sa, nè bada a regole nïente,

Sprezzatrice di biasimo e di lode,

Qual tiranneggia cotanto la gente;

Che v'è infino chi l'ugna si rode,

E il capo si stropiccia, e 'l crin si strazia,

Per trovar rime ch'abbian qualche grazia.

7

Voi la vedrete ancor (tanto è ragazza)

Or qua, or là saltar come un ranocchio:

Nè in ciò la biasmo, nè fa cosa pazza;

Chè dagli omeri infin sotto il ginocchio

La poesìa ha penne, onde svolazza,

E va più presto che in un batter d'occhio

Or quinci, or quindi; e così tiene attente

L'orecchie di chi l'ode, e in un la mente.

8

Così veggiamo nel furor dell'armi,

Tra il sangue, tra le stragi e le ruine,

In un momento rivoltarsi i carmi

Ai dolci amori, e quindi alle divine

Cose, e parlar di templi e sagri marmi;

Indi volare su l'onde marine,

E raccontar le lagrime e il cordoglio

D'Arïanna lasciata in su lo scoglio.

9

Ma già si è posta in man la sua zampogna,

E canta sotto voce, e non si attenta.

Non la guardate ancor, chè si vergogna,

E come rosa il volto le diventa;

Ma presto passa un poco di vergogna:

Principiato che ell'ha, non si spaventa;

E già incomincia. Or noi dov'ella siede

Taciti andiamo ed in punta di piede.

10

Io vo' cantare una guerra crudele

Che lessi un giorno su certa scrittura,

Che non so s'è mendace o pur fedele;

So bene che colmommi di paura

Il suon delle afflittissime querele

Degli assediati dentro delle mura

Di Parigi da tanta orribil gente

Venuta qui da Levante e Ponente.

11

L'aütore che scrive questa istoria

È nomato maestro Garbolino,

Il qual la vide e ne tenne memoria,

E la scrisse in volgare ed in latino.

Il padre mio, che d'aver libri ha boria,

Comprolla da un pastor del Casentino,

Che in casa nostra venne per caprajo,

E diegli in cambio un par di scarpe e un sajo.

12

Narra dunque costui gli sdegni e l'ire

D'Africa e d'Asia contro Carlo Mano;

E dice che de' Cafri il fiero sire

Con l'orrendo Lappone e l'inumano

Negrita, ed altri ch'or non voglio dire,

Ebbero in cuor di spegnere il cristiano

Seme, e ne' sagri venerandi tempj

Erger idoli infami, iniqui ed empj.

13

Ma voglio, prima che m'esca di mente,

Dirvi, che quando io parlerò d'amore,

Non vi cadesse in animo nïente,

Che io abbia mai sentito il suo valore;

Non so se grato sia, o dispiacente:

Libero sempre ebb'io l'animo e 'l cuore

Da' lacci suoi; e nel parlar di lui

Non dico i casi miei, dico gli altrui.

14

Finita appena era l'orribil guerra

Contro di Carlo, tanto nota al mondo,

Che l'inferno di nuovo si disserra

A' danni suoi, e muove a tondo a tondo

I Saracini di ciascuna terra,

Per cacciare Parigi e Francia al fondo.

Udite or come e da quali cagioni

Nacquero queste nuove dissensioni.

15

Lo Scricca, re de' Cafri, aveva un figlio

Robusto sì, che un Ercole parea,

E di color sì candido e vermiglio

Da innamorar la bella Citerea.

Costui, vago di risse e di periglio,

In Francia andò dove la pugna ardea;

E combattendo un giorno a petto a petto,

L'uccise finalmente Ricciardetto.

16

Una sorella sua, detta Despina,

Che avea per occhi due lucenti stelle,

E ch'era col german sera e mattina,

E sì l'amava che le genti felle

Stimavan che gli fosse concubina;

Udendol morto, si graffiò la pelle,

Si svelse i crini e si stracciò la veste,

E diè bando alle giostre ed alle feste.

17

E tanto seppe dire al genitore,

Che a vendicare il figlio si dispose.

Nella corte di lei tratte da amore

V'eran alme guerriere e generose.

Despina a quegli in dono offerì il core,

Che con le mani lorde e sanguinose

Le avesse fatto dono della testa

Di Ricciardetto, a lei tanto molesta.

18

Bulasso, de' Negriti orrido sire,

Gigante smisurato e pien di possa,

Fece la sua terribil gente unire

All'esercito Cafro, e seco mossa

La volle di persona egli seguire;

Ed ha una mazza più che trave grossa,

E scotendola avanti alla regina,

Dice: Questa ha da far la medicina.

19

Del Soldano d'Egitto un figlio ancora

Vi fu che per Despina era consunto;

Il qual partissi subito in quell'ora

Per girne al padre, e formare in un punto

Gente da guerra che Macone adora:

E lo Sgraffigna setoluto e smunto,

Che impera alla Lapponia e d'amor geme,

Le promise di por sua gente insieme.

20

Di venturieri poi e di cadetti

Racconta il Garbolin che fur seimila.

Chi raggiusta le selle e chi gli elmetti,

E chi per lo timor fa Marco sfila.

Si rallegra Despina a questi oggetti;

Chè già le sembra di troncar le fila

Della vita di lui che il suo germano

Le tolse, e diello a crudel morte in mano.

21

In questo mentre, come far si suole

Da' villanelli dopo il verno crudo,

Che, coronati il capo di vïole,

Vanno formando col piè scalzo e nudo

Sovra l'erbette amorose carole;

Così le acute lance e il grave scudo

Aveano appeso i paladini al muro,

Tenendo in pace il lor viver sicuro.

22

E chi cantava della Senna in riva,

Sedendo all'ombra delle verdi piante;

E chi adornato della bianca oliva,

Assiso a mensa, di buon vin spumante

Di cristal di Muran le tazze empiva;

Ed ogni donna col suo saggio amante

Stavasi in gioja, e benediva il giorno

In cui la pace a lor fece ritorno.

23

Il Ricciardetto, vol. I · 第 3 / 24 段